Al confine tra partecipazione e populismo

7 Aprile 2017

La comunicazione politica ha le sue regole e i suoi codici, ma si può comunque fare confusione. Se vi cito parole d’ordine quali libertà, garantismo e sicurezza, a quale area vi viene spontaneo pensare? Ovviamente al centrodestra, almeno in questa fase storica. Fino a non molti anni fa questi valori erano patrimonio del centrosinistra, ma ora lo scenario è radicalmente cambiato.

Se c’è chi arriva a teorizzare che categorie come “destra” e “sinistra” non siano più in grado di leggere la contemporaneità, è anche in ragione di un’oggettiva ridefinizione dei quadri valoriali che ha fatto seguito al crollo del Muro di Berlino e dell’Unione Sovietica. Lo smottamento culturale è stato rilevante su entrambi i fronti, ma con esiti diversi. Una certa destra ha trovato una legittimazione molto prossima alla riabilitazione, come si vede delle sempre più frequenti manifestazioni filofasciste alle quali ormai ci stiamo abituando, vista anche la curiosa applicazione a macchie di leopardo delle leggi Scelba e Mancino, in un Paese nel quale per alcuni magistrati il saluto romano è reato mentre per altri no. Invece dell’auspicata pacificazione, si sta sedimentando una sorta di parificazione per la quale i due estremi dell’arco politico si equivalgono nelle loro esagerazioni e per i loro scheletri nell’armadio. Il tentativo di far passare questa sorta di reciprocità passa anche da apparenti sciocchezze da social network come “e allora quanti morti ha causato il comunismo?” o il mitico “e le foibe?”.

A sinistra, al contrario, lo sgretolamento delle certezze del passato ha prodotto una perdurante crisi di identità passata per continui cambi di nome e di simbolo, oltre che per una ridefinizione dei contenuti che anche nell’attuale congresso del PD viene perfettamente incarnata dal dibattito in corso. Alla versione fumettistica di Groucho Marx, spalla di Dylan Dog, è stata fatta pronunciare a suo tempo una battuta decisamente efficace: “Se il comunismo è morto, come mai i poveri ci sono ancora?”.

Considerando rotto – o almeno sfilacciato – il tradizionale legame tra la sinistra e gli ultimi, è passata l’idea che il valore della difesa dei più deboli fosse ormai un patrimonio comune di tutta la classe politica. L’obsolescenza delle ideologie, vera o presunta, ci ha portato a ragionare come in un’espressione matematica, nella quale i due estremi si eludono vicendevolmente e, tagliate le ali, rimane solo un “centro” che non è certo quello al quale ci eravamo abituati durante la Prima Repubblica, ma un campo indefinito di ambiguità e confusione.

Priva dei propri riferimenti storici, la sinistra italiana si è trovata a competere con i propri rivali nel perseguimento degli stessi obiettivi. Se negli anni Novanta la rincorsa era per forza di cosa nei confronti del centrodestra (si veda l’inseguimento alla Lega sul tema del federalismo), oggi il rischio è quello di diventare una pallida imitazione dei nuovi populismi.

Ma cosa intendiamo con questo termine? Bisogna stare molto attenti nel definirlo, perché il fatto che la sovranità appartenga al popolo è un valore democratico fondamentale e l’esigenza di una maggior partecipazione dei cittadini alle scelte politiche è sotto gli occhi di tutti. La questione di enorme difficoltà sta nel trovare la giusta misura tra la possibilità di incidere realmente nelle decisioni dell’amministrazione pubblica e l’asservimento di quest’ultima agli umori popolari, che costituisce il vero rischio di deriva populistica nel quale oggi siamo immersi fino al collo, anche a sinistra.

Nell’era della disintermediazione, il Movimento 5 Stelle propone il miraggio della democrazia diretta, i cui limiti sono però evidenti. Basti leggere questo interessante articolo, nel quale si analizza come la piattaforma Rousseau, realizzata da Casaleggio Senior, dopo un solo anno sia già praticamente in disarmo, oltre che popolata di proposte francamente imbarazzanti.

È possibile immaginare che “Average Joe”, quello che noi chiameremmo “l’uomo della strada”, sia in grado di produrre soluzioni idonee per i problemi della collettività? In alcuni casi, certamente sì, se si mettono in comune competenze diffuse. Strumenti come il Débat Public rappresentano un’efficace forma di partecipazione, ma la sostituzione in toto della classe politica con l’esito di sondaggi più o meno verificabili rappresenta un buco nero dal quale tenersi a distanza.

Eppure, la ricerca di Edelman sugli influencer nell’era della Reputation Economy ci fornisce segnali inquietanti: i rapporti di forze si sono ribaltati e se un tempo c’era una ristretta classe dirigente che aveva il potere di influenzare i comportamenti delle masse, oggi è il cosiddetto “general public” a condizionare i propri rappresentanti politici. Il Movimento 5 Stelle è un perfetto esempio di questa tendenza, che si innesta in un quadro più complesso di mutamenti sociali.

Se “post-verità” è stata la parola dell’anno 2016 per l’Oxford Dictionary non è certo per la tendenza dei politici a raccontare balle (sai che novità!), ma perché introduce il tema del gut-feeling, le cosiddette sensazioni “di pancia”. La definizione oxfordiana di “post-verità” è molto chiara: “qualcosa che definisce delle circostanze in cui fatti oggettivi influenzano l’opinione pubblica molto meno rispetto alle emozioni e alle credenze personali”.

Per capire meglio di cosa stiamo parlando, pensiamo al tema della sicurezza, sul quale ho visto diversi sindaci e assessori entrare in una spirale di conflitto con i cittadini sulla base di un’incomprensione di fondo: gli amministratori, in buonissima fede, si affannavano a mostrare statistiche sulla riduzione dei reati, ottenendo in risposta un’esasperazione delle proteste popolari. La percezione di sicurezza infatti prescinde dall’effettivo numero di crimini commessi: se si vuole affrontare il problema, bisogna entrare in una relazione che sia rassicurante sul piano emotivo, scopo al quale la freddezza dei numeri è decisamente poco adatta.

Certo, questo significa sacrificare la competenza (che invece dà molto valore al dato oggettivo) sull’altare di una comunicazione meno spontanea e più ragionata. La sua efficacia è direttamente proporzionale alla sua capacità di essere “relevant”, ovvero di raccontare alla gente ciò che essa vuole sentire, in quel preciso momento.

Nella scelta di una squadra di amministratori, bisogna trovare il giusto mix tra competenza e rappresentatività. La prevalenza di uno solo dei due aspetti porta alternativamente ai “governi tecnici” in voga fino a qualche tempo fa, nei quali ovviamente c’era molta competenza e poca rappresentatività, o alle attuali tendenze populiste, nelle quali la situazione si ribalta, ma i cui danni rischiano di essere addirittura peggiori.

Pensare a un populismo “buono” o “illuminato” perché di sinistra rischia di rappresentare una seduzione molto pericolosa.

TAG: populismo
CAT: P.A., Partiti e politici

2 Commenti

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  1. silvia-bianchi 3 anni fa

    nell’era dell’eterno presente, le forze politiche sono ossessionate dalla ricerca istantanea del consenso: orma non è più politica, non è più nemmeno populismo: è praticamente puro marketing

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  2. marco-baudino 3 anni fa

    E caduta vertiginosa di valori!!

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