Giorgia Meloni, stampella della subcultura del patriarcato politico

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19 Gennaio 2021

Sono tra quelli che attribuiscono alla magnificenza dell’essere femminile, considerata nella sua compiutezza, la possibilità di giocare un ruolo taumaturgico nella società contemporanea, non fosse altro per la straordinaria semplicità di analisi e di sintesi che le donne dimostrano nelle dinamiche dei processi sociali, amministrativi e culturali, evitando per disposizione naturale una complessità stuccata da analisi ampollose e metodiche. Oggi, tanti uomini sono consapevoli del sofferto percorso intrapreso dalle donne nel tentativo di affermarsi nella pienezza delle loro capacità. Solo gli stupidi non sanno riconoscere che queste hanno competenze e temperamento per reggere le sorti del mondo, da quelle di una famiglia a quelle di uno Stato. L’uomo, corruttore e corruttibile, prevaricatore e tracotante, in nessun caso rappresenta un modello per la donna dignitosa e indipendente. Questa, la premessa irrinunciabile alla domanda: Giorgia Meloni, leader politico, in questi giorni più frenetica ed eccitata che mai, rappresenta un prototipo maschile di assalto al potere, o interpreta una visione del mondo lineare, mirata alla giustezza dei contenuti e della forma, tipica del patrimonio intellettivo femminile? In altre parole, la signora Meloni, che evidenzia a ogni piè sospinto di avere una formazione completamente priva di qualsiasi fondamento di cultura femminista, pur svolgendo un ruolo di primo piano nella vita pubblica del paese, rappresenta un noto esempio di parità di genere, o piuttosto l’emulazione più desolante, da parte di una donna, della predominante subcultura politica maschile?

Tutti potranno constatare come paesi più evoluti del nostro si servono dell’intelligenza femminile per primeggiare. Da Angela Merkel, al suo quarto mandato in Germania, al primo ministro neozelandese Jacinda Arden, a Erna Solberg, primo ministro della Norvegia, e ad Ana Brnabic, guida di una Serbia in ricostruzione. Lituania, Estonia e Croazia hanno presidenti donne, così come Malta, le Mauritius e Taiwan. E l’elenco potrebbe continuare. Le donne al governo sono molte e in tutti i continenti. Hanno scalato il potere affermandosi con un pensiero politico immediato, diretto, senza fronzoli. E, soprattutto, differenziandolo da quello generalmente maschile, finalizzato a una strategia di comando basata sul controllo più che su un’attività di governo, mossa da idee, piani di ripresa, slanci innovativi. Ecco perché l’ultima performance di Giorgia Meloni, in Parlamento, in cui si è affannata a dare raccapriccianti attestazioni di maschilismo, come se il tempo, e si tratta di centinaia di anni, in cui le donne hanno dimostrato tutto il loro valore non fosse mai stato speso per difendere una parità che è nell’ordine naturale delle cose, dei sistemi e della vita, rappresenta uno spettacolo penoso, che muove a compassione tante donne e altrettanti uomini.

Fanno riflettere convenientemente le parole di una attenta sociologa, Anna Simone, del Dipartimento di Scienze Politiche dell’Università Roma Tre, che ha scritto in un post: “Oggi due donne, la Moratti da un lato e la Meloni dall’altro, hanno pienamente dimostrato che la “donnita” senza alcuna cultura politica femminista non serve a nulla. L’altro giorno è di nuovo accaduto con la Bellanova e l’altra che manco mi ricordo come si chiama. In quest’ultimo caso l’osceno non è stato rappresentato dalla parola scomposta, bensì dal silenzio dinanzi alla decisione del capo.
È per questo che non avallerò mai il pensiero che sottende le quote rosa. E neanche quello delle donne che scalpitano per avere il potere. Il paese non ha bisogno di donne così maschili. Ce ne sono già tanti autenticamente tali, aggiungerne altri con la gonna e la messa in piega impeccabile non ha senso. Anzi, è persino più triste.”

 

 

 

 

 

TAG: crisi governo, giorgia meloni, politica italiana
CAT: Parlamento

Un commento

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  1. massimo-crispi 8 mesi fa

    Infatti, è la contraddizione secondo cui le quote rosa risolverebbero i problemi di un mondo troppo maschile. La qualità la fa il contenuto non il contenitore. Nel caso della sorella d’Italia il contenuto è così oscuro, ma veramente buio, che è più nero dei buchi neri. Il simulacro che lo contiene, peraltro, è nelle sue rappresentazioni su manifesti elettorali, perennemente photoshoppato per cercare di dare una parvenza da fatalona accettabile a chi ama quel genere di donna.

    Un governo tutto al femminile con personaggi come la sorella d’Italia e tutte le sue sorellastre tipo la pitonessa, la nipotina del duce, la mestizia moratti, la binetti, e tutte le donne e donzelle cavalierate mi fa semplicemente paura se non orrore. Forse anche Lilli Gruber, che opta sempre per le quote rosa indiscriminate, scapperebbe a gambe levate da tale consorteria amazzonica e si rimangerebbe le sue parole. Lisistrata, alla fine, era molto più avanti.

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