Gli italiani e il parlamento detto anche “pappamento”

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6 febbraio 2018

L’episodio “L’educazione sentimentale” del film  I mostri  di Dino Risi (1963) è uno straordinario documento visivo attestante già nei primi anni Sessanta il disprezzo del cittadino comune verso il Parlamento (apostrofato dall’indimenticabile Tognazzi come il “Pappamento”) pur in assenza di scandali o di inchieste clamorose sui finanziamenti ai partiti come ai giorni nostri. Segno che il fossato tra Paese legale e Paese reale è molto antico e profondo, e non necessariamente legato alla conclamata corruzione di oggi, ma raccordabile forse al fondo anarcoindividualista, prepolitico più che antipolitico dei Peninsulari .

L’istituzione parlamentare invero non ha mai suscitato grandi entusiasmi nel nostro Paese. Cosa mai si può concludere in un luogo dove si parla? In un Paese individualista, vitalista, anarchico, in cui si dice che “le parole sono femmine e i fatti sono maschi”- e i numeri delle partite IVA fortunatamente deliziano molto più delle parole scritte e incartate in quegli involucri sconosciuti ai più che sono i libri  -, il Parlamento inevitabilmente è stato visto come il luogo in cui si disputano insensate logomachie, dove si celebrano incomprensibili rituali e s’attorcigliano bizantinismi procedurali. Che la democrazia rappresentativa sia questo: una formalizzazione, una ritualizzazione e una miniaturizzazione del grande gioco sociale, agli italiani è sembrato per lungo tempo una bizzarria anglosassone, come il pudding o il cricket. Che si potessero rappresentare le lotte sociali e la stessa vita nazionale in un luogo ristretto, in una cavea da teatro greco, con attori deputati disposti a Centro, a Destra e a Sinistra, è sembrato ai nostri connazionali una stranezza di quei francesi della Convenzione ancora irretiti dalla teatralità maestosa del Grand Siècle.

Del resto in Italia il costituzionalismo venne benevolmente octroyé, concesso dai, più che strappato ai, re, e il parlamentarismo si instaurò come una tacita prassi, tant’è che di fronte alle prime crisi (atmosfera morale e politica dalla quale non sembra siamo mai usciti) si urlò presto Torniamo allo Statuto!, quella carta costituzionale che non prevedeva un controllo delle Camere sugli atti del Governo. L’Istituzione subì in seguito l’assalto mortale di chi già voleva trasformarla in un bivacco di manipoli e, in seguito, la carica dileggiatrice e devastante del qualunquismo e delle maggioranze silenziose, eventi che mostravano in chiaro agli italiani certi loro oscuri e tenaci pensieri sulla politica e i politici.

Istituzione complessa e delicata, che si attaglia forse a popolazioni evolute, induceva Stendhal  – quando gli italiani erano ancora politicamente immaturi e appena al risveglio dal letargo dei secoli bui dal quale venivano scossi dalle baionette napoleoniche  – a interrogarsi ripetutamente in Roma, Napoli, Firenze, se essi fossero davvero pronti per le Deux Chambres, questa finezza politica. E quando finalmente quei noiosi dei piemontesi estesero all’intero Paese questa loro noiosissima Istituzione, ci fu a partire dal secondo Ottocento tutto un levarsi di lamenti e di rivolte ideali e di romanzi –  caso raro al mondo il genere del romanzo parlamentare –  contro la mal compresa e odiata Istituzione.

Qualche decennio dopo che il messo sabaudo Chevalley venisse  rimandato indietro nella fredda Torino dal diniego gattopardesco di partecipare al Parlamento subalpino, Pirandello faceva mormorare al giovane Lando ne I vecchi e i giovani: « Lui, a Montecitorio, in quel momento? Meglio affogarsi in una fogna!» e De Roberto, certo uno scrittore intelligente e incompreso, vi ambientò tutto un romanzo a Montecitorio, L’Imperio, dove non mancò di indugiare ironicamente sulle liturgie parlamentari delle interrogazioni «sull’ubicazione d’una fermata di una ferrovia di Sardegna», «sopra uno sciopero di sigaraie di una manifattura di tabacchi del Veneto», «sui danni prodotti da un’alluvione in Calabria», o «sull’applicazione di un comma d’un articolo d’un regolamento».

Di fronte al permanente sospetto della popolazione verso i politici, intesi tout court come parlamentari, dunque politicanti parolai, la classe politica in evidente difficoltà e in cerca di facili consensi, cominciò, a partire dagli anni ’70 del secolo scorso, a candidare al Parlamento le più svariate categorie di cittadini di successo, cantanti, attori, calciatori, presentatori televisivi, attricette porno, avvocati di grido e in ultimo industriali e scrittori, i quali salvo qualche eccezione si unirono al coro dei lamenti, non appena scoprirono che in quel luogo si dettavano norme sui lavoratori transfrontalieri o i molluschi lamelliformi!

Ancora oggi non fa parte del comune sentire che la politica sia  un ramo specialistico delle professioni intellettuali, un’attività dannatamente tecnica, e che forse bisogna farla fare ai politici di professione o a chi la elegge come professione, e che si deve pertanto assegnare anche agli odiati politici il riconoscimento sociale e l’adeguata remunerazione che si concede agli avvocati penalisti, agli psicoanalisti, agli attori, ai cantautori, a tutti coloro che vivono di parole senza vergognarsi.

Attività altamente tecnica è la politica e ad alto contenuto professionale, dove non ci si improvvisa, ed essa può occupare degnamente un’intera esistenza (così fu per Pietro Nenni o Alcide De Gasperi, così sembra essere per il giovane Renzi, di cui non si conosce altro mestiere), ed è tanto assorbente, anche in termini di sfrido di energie personali – se fatta responsabilmente – che non è pensabile di poterla dismettere senza un’adeguata copertura di previdenza sociale. Nella Prima Repubblica, tanto biasimata quanto tragicamente disintegrata senza un adeguato rimpiazzo, era normale che si iniziasse l’attività politica dagli scranni dei Comuni, avvezzandosi alla dialettica e alla pratica politica – che altro non è che una difficile coniugazione, mediazione, bilanciamento tra ideali e interessi- a partire dai canali scolmatori e le acque reflue, per poi passare alla Provincia, alla Regione e quindi al Parlamento nazionale. Si progrediva in politica secondo un percorso ascendente (in ogni caso si saliva, non si scendeva) che si richiamava all’antica Roma e che trovava una denominazione ovvia e condivisa: cursus honorum.

Singolare è poi l’idea di ridurre i politici a pane e acqua o di sottoporli a una rotazione continua e forsennata (due o tre mandati), negando un sensato accumulo di esperienza e un adeguato ritorno alla vita civile, non certo agevole per chi ha dedicato lustri centrali della vita giovanile o adulta alla politica, mentre i coetanei si avviavano a profittevoli professioni. Tanto più che tutti quei movimenti ferocemente antipolitici, i leghisti prima, i grillini dopo o gli stessi radicali, quelli che urlano contro il regime con molte legislature alle spalle, si trovano prima o poi davanti all’impasse di dover accettare l’odiato principio che l’attività politica possa diventare davvero un degno mestiere (che io non farei mai, perché ne temo il disumano impegno e il sequestro dagli usuali affetti e dalla mia vita pigra di lettore). Tant’è vero che non è difficile contare molti politici leghisti che hanno abbandonato professioni e fabbrichette per seguire il loro demone politico: ed erano quelli che più urlavano contro la cadrega o agitavano cappi in Parlamento. Ma nessuno li può rimproverare per una pratica della politica così protratta nel tempo da assurgere a professione: se vengono eletti e rieletti: perché no? Quale vergogna ci può essere nel rappresentare il proprio popolo – nel centrodestra, di recente, è raccomandato un brivido di compiacimento nel pronunciare questa parola- per più mandati?

E non mette conto, infine, rammemorare la vecchia distinzione weberiana: vivere di politica e vivere per la politica, la prima una scelta ignobile, la seconda un atto signorile. Andiamo: un prete non vive forse di fede oltre che per la fede? E nella concezione della politica esercitata als Beruf (come professione) secondo l’impostazione di Max Weber non è utile rammentare che Beruf in tedesco oltre che vocazione significa anche professione, che il termine implica pertanto due “possibili” narrativi, due paradigmi di vita racchiudibili in un’unica esistenza: una vocazione che è una professione e viceversa ?

Certo, la politica non è questo idillio che forse qualcuno potrà desumere per antifrasi ironica da queste note. Facile è rammentare tutti i vizi della nostra classe politica, quelli storici e quelli recenti: il trasformismo ondivago, il lobbismo opaco, la corruzione sistematica, il clientelismo, la dilapidazione a fini personali del finanziamento pubblico dei partiti. Ma a tutti i connazionali che puntano schifati il dito contro di essa nel sogno inconfessato di una politica senza politici, occorre quanto meno ricordare la vecchia obiezione di Gaetano Salvemini, che cioè «la classe politica è per il dieci per cento peggiore del Paese, per il dieci per cento migliore, per il resto è il Paese».

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Già apparso su “Linkiesta”  il 3 dic. 2012

TAG: costumi italiani, elezioni politiche, parlamento, Ugo Tognazzi
CAT: Parlamento

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