Che imbarazzo stare sul fronte del Sì

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20 Ottobre 2016

Detto che quelli del No al referendum del 4 dicembre sono un accrocchio improponibile, bisognerebbe aggiungere che quelli del Sì non sono poi da meno. E va bene che Matteo Renzi ha ingaggiato – strapagandolo – il già stratega di Obama Jim Messina, ma bisognerebbe anche ricordarsi che simili guru, sbarcati in Europa, non hanno mai (o quasi) rimediato una gran figura: David Axelord, altro spin doctor di Obama, curò la campagna di Monti nel 2013, lo stesso Messina ha lavorato con David Cameron durante la infelice campagna sulla Brexit.

Insomma, bene trovare qualcuno che pensa alle cose da dire prima che queste vengano dette, ma un tutor servirebbe anche ai renziani – insomma, i militanti, i fanatici, quelli lì, el pueblo rottamatore o aspirante tale –, che ormai sono praticamente dei grillini senza le scie chimiche e straparlano su Facebook citando a sproposito il Bundesrat tedesco e strumentalizzando Nilde Iotti e Ingrao. Matteo se la cava benissimo da solo, ma i suoi militanti distribuiti in maniera più o meno omogenea in tutte le sezioni del Pd non sembrano esattamente dei fulmini di guerra, al contrario la loro presenza genera soltanto confusione e fastidio: una campagna a colpi di «abbattiamo i costi della politica» è nauseabonda oltre che falsa, per non dire di quelli che «entriamo nel merito». Sono proprio quelli del Sì, infatti, i primi a fuggire dalle questioni di merito: sulla riforma diverse domande sono senza risposta, a partire dalla riformulazione dell’articolo 70 della Costituzione, che passa da tre righe piuttosto chiare a trenta righe scritte in una lingua che è soltanto simile all’italiano.

E poi siamo davvero sicuri che la fine – anzi «questa fine» – del bicameralismo perfetto sia una manna dal cielo? Il nuovo parlamento combinato con la sciagurata legge elettorale chiamata un po’ enfaticamente Italicum è una pietra tombale su quella che una volta era la straordinaria ricchezza politica italiana. Il percorso è già in atto da diverso tempo, ma il pacchetto «Riforma più Italicum» renderebbe il parlamento la casa soltanto di pochissime formazioni politiche, passando un colpo di spugna sopra grandi tradizioni come quelle dei repubblicani, dei liberali, dei socialisti, addirittura dei comunisti. Dite che già non esistono più? Forse è vero, si tratta di residui, ma siamo sicuri che da quando queste formazioni sono scomparse il dibattito politico si sia alzato di livello? Adesso si va sempre di più verso una malsana contrapposizione tra populismo di governo e populismo di opposizione, e tanti sono passati nel giro di pochi mesi dalla delusione alla disillusione, fino ad approdare al completo disinteresse. Il problema non è (solo) la forma che avrà l’assemblea legislativa, ma è innegabile che qui si va verso un post-cameralismo confuso e senza sbocchi nel paese reale. Infatti si calcola che circa un elettore su due non andrà a votare al referendum. Poi ci sarebbe la nota questione del monito lanciato da Jp Morgan sulle costituzioni nate dopo la Seconda Guerra Mondiale. Nessun complottismo – per carità del cielo –, chiariamo subito che Jp Morgan opera in pieno diritto e può dire, pensare e divulgare quello che più ritiene opportuno. Qui il problema è nell’inversione dei rapporti di forza: una volta era il banchiere che era costretto a fare anticamera davanti all’ufficio del politico, oggi è il contrario. Sarebbe ancora preferibile che a prendere decisioni importanti siano politici eletti e non manager scelti da più o meno importanti consigli d’amministrazione, o no?

Sui tempi legislativi, infine, siamo alla menzogna: l’Italia non ha un problema di stitichezza nello scrivere e promulgare leggi, ma ne fa anche troppe, andando a normare di tutto e di più. E il metodo? Alzi la mano chi pensa che sia una cosa normale far riformare la Costituzione, la legge fondamentale dello Stato, a un parlamento eletto con una legge dichiarata incostituzionale, imboccato da un governo nato da accordi e dinamiche distanti anni luce da quelle che erano le intenzioni prima delle politiche del 2013 (sembra passata una vita, eh?). Sostenere, a questo punto, che la riforma sia stata comunque partorita da Camera e Senato ha del demenziale, soprattutto visto che il capo del governo è anche il segretario del partito con il maggior numero di eletti. Di motivi per non votare Sì, a conti fatti, ce ne sono parecchi: si possono leggere in libreria, sui giornali, su internet. Certo, non sempre c’è grande lucidità nelle analisi, ma le argomentazioni di merito certo non mancano. Renzi dice il contrario e lo fa per propaganda, i renziani ci credono e lo ripetono senza capire davvero di cosa si stia parlando.

Al netto dei riciclati, a scorrere le facce e i nomi di chi ha deciso di fondare un comitato per il Sì c’è da farsi venire la pelle d’oca. È difficile avere nostalgia dei vecchi Ds e delle liturgie del passato, ma siamo di fronte al nulla di chi crede di essere investito dalla missione suprema di cambiare le cose solo per il gusto di cambiarle. Molti sostenitori del Sì si sono adagiati su una tesi: il paese è sull’orlo del precipizio, o ci diamo una mossa o crolliamo. Quale mossa? Non ha importanza, è secondario, è superfluo. Viene da chiedersi perché, a questo punto, dieci anni fa questa gente non abbia votato favorevolmente alla riforma costituzionale di Berlusconi. Già, Berlusconi. Renzi l’ha detto: «Se uno di destra guarda il merito della riforma, vota Sì». Ha ragione, ma perché «il più grande partito socialdemocratico d’Europa» dovrebbe proporre una revisione costituzionale che sarebbe – nel merito – la gioia dei conservatori? Si dirà che senza i voti della destra non si vince, ma così è come ammettere che la politica non ha più senso e allora prima o poi nelle sedi del Pd si farà anche il tesseramento per Forza Italia.

Ma chi sono, in fondo, i «veri renziani»? Parliamo di quelli della prima ora, non di chi è salito sul carro del vincitore nel periodo del congresso stravinto contro Cuperlo e Civati, e che comunque quando anche il cadavere del rottamatore passerà lungo il fiume provvederà prontamente a ricollocarsi da qualche altra parte. I renziani della prima ora sono quelli che il «vecchio partito», insomma la Ditta, lasciava ai margini perché completamente incolti sulle questioni politiche, quelli che alle assemblee di circolo dicevano di volersi candidare perché «è la gente che me lo chiede» e venivano bollati senza appello come confusi demagoghi, quelli che «Berlusconi come politico è quello che è, ma come imprenditore niente da dire», come da memorabile video del Terzo Segreto di Satira. Ecco, loro e gli ex margheritini. Renzi non è nato dal nulla, ma ha una solida formazione neo-democristiana, imparata in anni di militanza nel partito più camaleontico degli anni zero: appunto, la Margherita. La sua ascesa è stata un misto di abilità e contingenze favorevoli: il mancato accordo tra Grillo e Bersani, lo scarsissimo entusiasmo per Letta, l’oggettiva mancanza di alternative.

Lui lo sapeva e ha lavorato duro per aprire tutte le contraddizioni di un sistema politico in fase di dismissione e infilarcisi dentro. Il trionfo delle europee non era l’onda lunga del cambiamento, ma a una reazione alla stanchezza diffusa, un affare momentaneo, e infatti quella marea di consensi, a distanza di due anni, si è molto attenuata. I suoi più affezionati fan pensano ancora di essere i portatori sanissimi del vento del cambiamento, ma in realtà sono solo «un volgo disperso che nome non ha». Perché essere qualcosisti non vuol dire necessariamente essere anche qualcosa.

TAG: Matteo Renzi, referendum, renziani, Sì al referendum
CAT: Parlamento, Partiti e politici

7 Commenti

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  1. evoque 4 anni fa

    Ho letto tempo fa che negli anni ’70 qualcuno coniò lo slogan: “Né con lo Stato, né con le Brigate rosse”. Ecco, facendo ovviamente le debite proporzioni, mi pare che anche i suoi due articoli in realtà dicano: “Né con quelli del Sì, né con quelli del NO”.
    Io che non sono renziano (anche se riconosco che al momento l’alternativa a lui sarebbero: Di Maio, Salvini, forse Parisi, mi pare che bastino queste minacce per farsi venire brividi gelati lungo la schiena), non mi pare di rientrare nel gruppo di quelli sbeffeggiati nell’articolo, voterò convintamente Sì, per una serie di ragioni che ho già esposto su queste pagine e perché concordo con Umberto Ambrosoli sulla necessità di una riforma attesa / auspicata sin dal 1977. Poi, in Italia c’è la maledetta abitudine a buttarsi addosso un mare di chiacchiere – chi ancora ce la fa, dia un’occhiata agli orribili talk show, in onda da mane a sera – che confondono, strumentalizzano e perdono di vista l’obiettivo principale che è la riforma. E, se posso, anche lei ci si mette. Infine, visto che lei cita, criticandolo, il nuovo articolo costituzionale, il 70, io replico con il 73 in cui è detto che quando si formulano leggi elettorali è possibile chiedere il parere preventivo alla Corte costituzionale. Così ci eviteremo un nuovo porcelloum. A proposito del quale, la Corte aveva sentenziato al punto 7 che il parlamento è pienamente nelle proprie funzioni.

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    1. antonio.nizzoli 4 anni fa

      Ben scritto!

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      1. evoque 4 anni fa

        Grazie

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  2. giorgio-cannella 4 anni fa

    Ecco il mio contributo. Buona lettura.
    http://giorgiocannella.com/index.php/2016/06/03/referendum-costituzionale-italiano-ottobre-2016/

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    1. cave 4 anni fa

      Buongiorno, un ottimo articolo che argomenta nel merito, ma vorrei fare qualche appunto se mi è concesso.

      Italicum:
      Matteo Renzi, 24 febbraio 2014: “Esiste un nesso netto tra l’accordo sulla legge elettorale, la riforma del Senato e la riforma del Titolo V: sono tre parti della stessa faccia”.

      Non da meno Roberto D’Alimonte (padre dell’Italicum): “In realtà le due riforme sono strettamente connesse”.

      L’unica camera titolare dell’indirizzo politico e che concede o revoca la fiducia al governo sarà eletta con l’Italicum.

      L’articolo 78 mostra chiaramente il legame tra l’Italicum e la riforma costituzionale e le ripercussioni negative che la legge elettorale avrà sull’impianto istituzionale: lo stato di guerra sarà deliberato a maggioranza assoluta e dalla sola Camera dei deputati, governata da una maggioranza assoluta – 340 seggi su 630 – eletta con l’Italicum.

      Un altro esempio è l’articolo 64: lo statuto delle opposizioni che stabilisce i poteri delle minoranze sarà scritto quando al governo ci sarà la maggioranza assoluta eletta con l’Italicum.

      Elezione del Senato:
      In Germania il Bundesrat è composto da senatori eletti dai Lander; i delegati dei Lander hanno vincolo di mandato è votano seguendo le direttive dei rispettivi governi, sono cioè obbligati a votare compatti pena la nullità del voto. Sono soggetti che non agiscono in proprio conto ma come mezzi di espressione di una volontà non propria, ovvero quella dei Lander, trasferitagli attraverso il mandato imperativo. Ogni Lander può controllare i propri senatori e sostituirli in qualsiasi momento nel Bundesrat. Con la riforma Boschi, nulla di tutto questo. I consiglieri e i sindaci, come fa notare Valerio Onida, andranno in Senato a “titolo individuale, senza vincolo di mandato, e quindi esprimendo posizioni politiche di partito e non la voce delle istituzioni territoriali che dovrebbero rappresentare”.

      I senatori italiani non avranno vincolo di mandato e saranno eletti ognuno nei rispettivi consigli di appartenenza dove ci sono ovviamente anche le opposizioni ma a prevalere per numero è la maggioranza perché la maggior parte delle Regioni adotta una legge maggioritaria.

      Quanto hai scritto successivamente lascia intendere che sia un’elezione di secondo livello ma non è così. Per capire cosa sono i “grandi elettori” bisogna guardare alla Francia dove il Senato è eletto da un collegio composto da 162 mila politici.

      Immunità parlamentare:
      Questo privilegio spetta a chi è eletto e rappresenta la Nazione.

      Giudici della Corte costituzionale:
      I giudici di spettanza parlamentare sono in totale cinque. Tre spetteranno alla Camera (630 deputati), due al Senato (100 senatori). Una sproporzione evidente. Ad aggravare il tutto c’è la non elettività dei senatori e l’assenza del vincolo di mandato.

      Cordialmente.

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  3. cave 4 anni fa

    Perché il Senato non sarà elettivo: https://caveasinus.wordpress.com/2016/10/15/il-senato-delle-giravolte/

    Perché le Province non riguardano la riforma: https://caveasinus.wordpress.com/2016/09/20/la-riforma-abolisce-le-province-e-altre-amenita/

    Perché il risparmio non sarà di 500 milioni: https://caveasinus.wordpress.com/2016/08/10/e-la-tua-risposta-definitiva/

    Tutto quello che il quesito non dice: https://caveasinus.wordpress.com/2016/09/09/prima-voti-poi-rifletti/

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  4. beniamino-tiburzio 4 anni fa

    Accidenti ! Quante belle menti a congresso !

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