C’era una volta Le Pen: ora “Marine” e la sua élite vogliono la Francia

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1 ottobre 2016

La domanda è ricorrente, in Europa, nei Talk Show francesi, sulla carta stampata, persino nei bistrot parigini: Marine Le Pen è davvero competitiva alle presidenziali? 
Una domanda del genere sarebbe stata impensabile solo fino a dieci anni fa: com’è cambiato il panorama politico francese nel frattempo?

Il Front National

Diversamente dalla maggior parte dei partiti populisti europei, il Front National esiste da quasi cinquant’anni ed è stato fondato nel 1972 da una serie di reduci dell’esperienza del governo collaborazionista di Vichy in aperta opposizione alla politica del movimento gollista, dominatore della politica francese dal 1958 al 1981. Uno degli ispiratori, evidente nella scelta del simbolo, la fiamma tricolore, è il Movimento Sociale Italiano. Per quasi tutta la sua storia il Front National è stato protagonista di prese di posizione molto dure, estremamente scorrette, spesso razziste (Jean Marie Le Pen è famoso per battute antisemite, contro i rom e contro gli arabi). Negli ultimi anni ha aumentato il suo sostegno popolare ma ha sempre scontato una forte ostilità da parte del “fronte repubblicano” cioè l’insieme dei partiti tradizionali francesi. È un partito isolato, odiato oltre che temuto da tutto il resto della politica francese. Per un normale cittadino essere simpatizzante del Front National non è mai stato facile, far parte della sua dirigenza ancor meno. Il Fronte è qualcosa di cui vergognarsi nell’immaginario di una parte della società francese. Eppure questo atteggiamento è sempre meno presente.

Marine l’avocate

Marine Le Pen non comincia a fare politica da giovanissima. Dopo il liceo si iscrive all’università Paris II-Panthéon-Assas, dove si laurea in diritto penale. Comincia quindi a svolgere la pratica forense in un famoso studio parigino. Quando le viene chiesto il motivo della scelta risponde così, intervistata da TF1: “la questione di cosa voler fare nella vita non è mai stato il punto, il punto era cosa ti avrebbero lasciato fare in quanto figlia di Jean Marie Le Pen”. Chi si ricorda di Marine avvocato la descrive come lavoratrice e pugnace, indistruttibile. Una combattente insomma, la sua migliore qualità secondo il 72% degli intervistati dal sondaggio TF1 nell’agosto 2016. Per il suo primo datore di lavoro, François Wagner, intervistato da l’Express: “i suoi clienti erano soddisfatti, anche se due società rifiutarono di vedere il loro nome associato a quello di Le Pen”. Ecco cos’era una parte della Francia per la giovane Marine: ostile, diffidente, a volte sprezzante, come Arnaud Montebourg, oggi candidato alle primarie del partito socialista e avvocato a Parigi negli stessi anni, che rifiutò di stringerle la mano all’inaugurazione dell’anno giudiziario. Durante il “mitterandismo” il nome Le Pen era sinonimo del diavolo: con il Front National non c’era alcun dialogo né politico né di relazione interpersonale.

Per capire il clima è interessante fare un passo indietro: la notte del 2 novembre 1976 un’autobomba con 20 kg di esplosivo distrugge l’ala di un palazzo nel XV arrondissement di Parigi. Per fortuna tutti gli inquilini sono incolumi. L’attenzione della stampa è grande: è la più devastante esplosione a Parigi dopo la seconda guerra mondiale e in quel civico abita la famiglia di Jean Marie Le Pen, con ogni probabilità obiettivo dell’attentato. È in questo clima che cresce Marine Le Pen, candidata del Front National alle presidenziali del prossimo maggio. Di quell’episodio, dirà successivamente, ricorda poco (aveva 7 anni), ma di sicuro ricorda il clima di ostilità intorno al suo cognome, alla sua famiglia di sangue e politica. I responsabili non sono mai stati trovati, nessun leader dell’epoca condannò con forza l’attentato.

L’entrata in politica

Dopo aver rifiutato nel 1993 il secondo posto nella lista del Front National alle elezioni regionali del Pas-de-Calais per dedicarsi all’apertura del suo cabinet a Parigi, Marine Le Pen incontra notevoli difficoltà a costruirsi un profilo professionale in linea con le sue ambizioni. La sua clientela, spiega Wallerand de Saint Just, storico tesoriere del FN, era molto popolare e con pochi mezzi per pagarla. Marine aveva praticamente diritto a tutti i casi sociali del FN, ma di certo questo non faceva di lei un avvocato di successo. Così, nel 1998 accetta la seconda offerta di Carl Lang, esponente di punta del FN nel Nord-Pas-de-Calais: è candidata ed eletta consigliera regionale. Comincia quindi a farsi notare, aiutata senza dubbio dal nome e dalle corsie preferenziali che le vengono assicurate all’interno del partito, come la direzione dell’ufficio legale creato su suo impulso.

È probabilmente nel 2002 che Marine Le Pen capisce, con una serie di altri dirigenti del FN, che la strategia tenuta fino a quel momento è e sarà sempre perdente. Alle elezioni presidenziali del 2002 il FN arriva per la prima volta nella sua storia al secondo turno delle presidenziali, spezzando la tradizione del ballottaggio tra gollisti e socialisti che aveva segnato la quinta repubblica francese. Ma il secondo turno è una disfatta: Jacques Chirac attrae a sé non solo i voti della destra, ma anche tutti quelli dell’elettorato socialista, che in quelle settimane si schiera apertamente contro “la vergogna” del Front National. Il “barrage” funziona e il risultato finale è 82 a 17,7 per Chirac. Una sconfitta durissima.

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La dédiabolisation

Dopo le presidenziali inizia un lavoro silenzioso e allo stesso tempo molto deciso: eliminare i riferimenti all’antisemitismo e all’antisionismo (Jean Marie Le Pen sostiene che le camere a gas siano un dettaglio della storia); concentrarsi sull’identità francese e sul pericolo immigrazione senza per questo spingersi sino alle esternazioni razziste per cui il partito è tristemente famoso; guerra senza quartiere all’euro e all’Europa, gabbia da cui uscire per tornare grandi. A ciò si aggiunge l’allontanamento o la riduzione al silenzio della parte tradizionalista e cattolica del movimento, per cercare di attrarre le fasce più giovani della popolazione e gli elettori della classe operaia delusi dalla sinistra ma allo stesso tempo spaventati dal Front National e da ciò che, sino a quel momento, ha significato in Francia.

Marine lavora apertamente per la successione: il 16 gennaio 2011, a Tour, di fronte a più di 2000 persone, è acclamata presidente del Front National. Il nuovo leader dell’estrema destra francese spiega con chiarezza che partito ha in mente e chi vuole rappresentare: il Front National sarà difensore di uno Stato forte, laico e repubblicano, e si farà carico di difendere la Francia e i francesi dalla “religione del libero-scambismo, dal capitalismo senza volto e dal regno del Dio denaro.”

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Il primo passo verso un nuovo Front National è compiuto, e le posizioni cominciano a cambiare, a sfumarsi. Un esempio è l’atteggiamento del partito sul “mariage pour tous”, i matrimoni omosessuali. Ufficialmente il partito è contrario, e Marion Maréchal Le Pen (la nipote di Marine ndr) ha anche partecipato alle manifestazioni di protesta. Marine Le Pen, dal canto suo, non ha mai rilasciato una dichiarazione di netta contrarietà e nel frattempo ha nominato Sébastien Chenu, fondatore di Gaylib associazione di difesa dei diritti LGBT, responsabile cultura del partito. Chenu è stato anche eletto nel 2015 consigliere regionale per il Nord-Pas-de-Calais, regione simbolica per il nuovo frontismo. Mentre Jean Marie Le Pen ha più volte definito l’omosessualità come “un’anomalia biologica e sociale”, Marine ha al contrario inserito gli omosessuali tra le categorie minacciate dall’Islam radicale e che saranno difese dal suo partito. Come riportato da Le Nouvel Observateur, a Lione, nel 2010, Marine Le Pen ha dichiarato: “sento sempre più testimonianze sul fatto che, in certi quartieri non è facile essere né donna, né omosessuale, né ebreo né addirittura francese o bianco”.

La strategia funziona, secondo un sondaggio Civipof il 32,45% delle coppie gay sposate ha votato per il FN alle ultime regionali. La differenza rispetto alle posizioni tradizionaliste del partito del padre si notano anche nelle scelte di vita: non ha sposato il suo compagno, Louis Aliot, con cui è insieme da quasi 10 anni. Il Front National rimane molto popolare tra le fasce popolari, l’ex classe operaia, i disoccupati, e le cittadine rurali, particolarmente in quelli più colpiti dall’urbanizzazione della Francia. Più sondaggi hanno rilevato una correlazione tra aumento dei consensi del Front National e chiusura dei luoghi d’aggregazione, specialmente i mercati locali.

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Sondaggio dall’emissione “C dans l’aire” del 3/09/2016

 

Il Front National de la jeunesse, l’organizzazione giovanile del partito, ha 25.000 membri. Nel 2014, il Front National ha stabilito la sua prima associazione studentesca a Sciences Po, la grande école dell’élite francese: una cosa impensabile solo dieci anni fa.

I primi successi

La strategia comincia anche a dare risultati: alle presidenziali del 2012 Marine Le Pen raccoglie il 18% al primo turno, in termini assoluti 6,4 milioni di voti. Sono 1,2 milioni di voti in più di quanto prese il padre nel 2002, al ballottaggio, con la stessa affluenza. Pur con un corpo elettorale più numeroso (da 40 a 46 milioni di iscritti alle liste elettorali) è il miglior risultato nella storia del Front National alle presidenziali.
 Nel 2014 il partito vince le elezioni in una serie di comuni come Frejus e Béziers. Non grandissimi, ma utile vetrina alle nuove ambizioni governative del partito. In primavera, alle europee, la prima vittoria: il Front National arriva primo su base nazionale con il 24%; nella circoscrizione dove è candidata Marine il Front è al 33%, quasi il doppio dell’UMP, fermo al 18%.

Daniel Percheron, socialista ed ex presidente della regione, ha detto al New Statesmen nel dicembre del 2014 che “gli elettori di sinistra stanno attraversando la linea rossa perché pensano che la risoluzione ai loro problemi sia incarnata da Marine Le Pen. Dicono “no” a un mondo che sembra difficile, globalizzato, implacabile. Queste persone sono working-class, pensionati, impiegati, disoccupati che dicono “non vogliamo questo capitalismo e questa competizione in un mondo dove l’Europa sta perdendo la sua leadership”.” Le cifre danno ragione a questa interpretazione: il Front National è da anni primo partito tra la classe operaia e i disoccupati.

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La battuta d’arresto delle regionali 2015

Le regionali del 2015 sono il momento della verità per il FN che schiera i migliori candidati possibili in tutta la Francia. Marine decide di candidarsi personalmente nella regione del Nord-Pas-de-Calais-Picardie; sua nipote, la nuova stella del partito Marion Maréchal Le Pen, è candidata in Provence-Alpes-Côte d’Azur; Florian Philippot, portavoce del partito e deputato europeo, guida la lista in Alsace-Champagne-Ardenne-Lorraine; Louis Aliot compagno di Marine e vicepresidente del partito, è candidato in Languedoc-Roussillon-Midi-Pyrénées. Il primo turno sembra la consacrazione definitiva, i candidati più forti del Fronte sono tutti in testa, Marine e Marion con il 40%. Due settimane dopo però, arriva la doccia fredda. Il FN perde tutti i ballottaggi, non riuscendo ad andare oltre i risultati del primo turno. L’unica che aumenta in maniera sensibile la percentuale è Marion Marechal che arriva al 45%, in ogni modo non abbastanza. Le “barrage républicain” funziona ancora: al momento della verità il FN non sembra convincere i francesi di essere in grado di governare. In più, nonostante gli sforzi, Marine Le Pen è ancora considerata come “razzista”.

Uccidere il padre

La dédiabolisation del partito non è ancora terminata dunque, e trova anche una dura opposizione interna. Il nuovo corso non piace alla vecchia guardia, Jean Marie (ancora presidente onorario del partito) in testa. I rapporti col padre peggiorano di mese in mese, l’antico leader continua a rimpiangere il tempo dell’occupazione nazista, di Vichy, della grande Francia coloniale, e non perde occasione di rendersi protagonista: “ i rom sono come degli uccelli, volano naturalmente” (in francese il verbo voler vuol dire sia volare appunto, che rubare), “Monsieur Ebola può risolvere il problema dell’immigrazione in tre mesi“ dichiara più volte alla stampa. Nell’aprile 2015, dopo le ennesime uscite sopra le righe sulla seconda guerra mondiale, la rottura è evidente: Jean-Marie Le Pen dichiara senza mezzi termini  di opporsi alla deriva gollista del suo partito, ricordando che nel Front National ci sono tantissimi militanti ferventi “pétainiste” (Pétain era il capo del governo collaborazionista di Vichy durante l’occupazione nazista). Marine decide allora di rimettere al voto degli iscritti la possibilità di abolire la carica di presidente onorario del partito. Dopo una piccola battaglia legale che vede il tribunale di Nanterre annullare la decisione, Jean Marie è finalmente escluso dall’esecutivo del partito.

La nuova élite frontista

In questo la differenza fondamentale tra il Front National e altri partiti populisti europei, specialmente con il M5S e la Lega in Italia, è più evidente. La classe dirigente del Front National fa parte dell’élite francese, è educata nelle migliori università, non è estranea alle dinamiche di potere. Si è analizzato il percorso di Marine Le Pen, ma l’altro esponente di punta Florian Philippot, il vicepresidente del partito, non è da meno. Philippot ha studiato a HEC e all’ENA, due delle scuole più esclusive del paese; è stato funzionario al ministero dell’interno, prima di aderire al FN e aiutare Marine Le Pen nel suo progetto per il paese. L’ha spesso ricordato “Io, come Marine, sono parte dell’élite francese”.

Il modello che viene citato sempre più spesso, a discapito della storia del partito, è Charles de Gaulle, cui Marine si è spesso paragonata. Dopotutto, ripete ogni volta che rilascia un’intervista: “anche il generale era accusato di essere fascista o bolscevico, ma la Francia non è né di destra né di sinistra, è la Francia. Non credo di dovermi rivolgere in maniera diversa a un patriota di sinistra rispetto a un patriota di destra. Io parlo in nome del popolo francese”. Alla domanda ricorrente, su chi conterà per formare il governo, Marine Le Pen risponde che non ha pregiudizi, ci saranno persone del Front National ma anche altre persone che sono d’accordo sui grandi temi, come la difesa della patria.

La (pre)campagna presidenziale

Dopo la sconfitta alle regionali la leader del Front National è quasi scomparsa dalla scena pubblica. Per un anno, sino ad ora, ha limitato col contagocce le apparizioni pubbliche. Si possono trovare tre spiegazioni per una scelta del genere: la prima, e più immediata, è che alla fine della campagna elettorale per le regionali Marine Le Pen appariva visibilmente provata. Ha deciso, dunque, di ricaricare le pile e ragionare su ciò che è andato storto. La seconda, legata alla prima, è che dopo i risultati del primo turno la dirigenza era davvero convinta di vincere le elezioni, almeno in Provenza con Marion Maréchal e al Pas-de-Calais con Marine. Il secondo turno invece ha dimostrato che il “barrage” tra socialisti e repubblicani è insuperabile, i francesi non si fidano: la delusione è stata forte e il Front National ha avuto bisogno di tempo per elaborare la sconfitta. La terza e più interessante spiegazione indica che la dirigenza del FN è convinta che i fatti parlino per Marine. Quanto evocato da anni dal Front National (disoccupazione, terrorismo, crisi del debito), si sta materializzando e non c’è bisogno che venga continuamente sottolineato. In più, secondo il politologo Pascal Perrineau, gli avversari in campagna continua e in lotta fra loro producono “cacofonia” tutta a suo vantaggio. Marine le Pen ha buon gioco a rimanere in silenzio, dandosi un tono presidenziale.

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In estate ha parlato solo due volte, subito dopo gli attentati di  Nizza e in un’intervista alla CNN per dire tutto il male possibile di Hillary Clinton e cercare di ritagliarsi uno spazio internazionale. Il  3 settembre ha invece aperto la sua campagna elettorale a Brachay dans la Marne, un minuscolo villaggio al centro della Francia. Sui manifesti e sul palco, nessun riferimento al Front National, scomparsa della fiamma tricolore, risalto allo slogan “La France apaisée”, la Francia pacificata. Manca anche un’altra cosa: il cognome. C’è solo lei, Marine, di cui tutti scandiscono il nome, circostanza non così comune in Francia. Hollande non si sognerebbe mai di scrivere “François” sui manifesti, o di utilizzare un dominio come www.françois2017.fr. A Brachay insomma, si assiste all’ennesimo atto di dédiabolisation.

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TAG: Brachay, Florian Philippot, Francia, Front National, jean-marie le pen, La France apaisée, marine le pen, Marion Maréchal Le Pen, Presidenziali 2017
CAT: Partiti e politici

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