Perché sul licenziamento veloce dei fannulloni della P.a. Renzi ha ragione

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17 Gennaio 2016

C’è qualcosa di surreale nella polemica scoppiata in queste ore tra il Presidente del Consiglio Matteo Renzi e ciò che resta dei sindacati, in particolare la CGIL. Vero. La norma che verrà discussa nel prossimo Consiglio dei Ministri porta in sé delle note di populismo, almeno per come è stata comunicata. Le #48ore che passeranno dal momento della contestazione dell’atto di assenteismo alla sospensione e all’avvio della procedura di licenziamento sembrano l’hashtag di uno dei tanti annunci del premier correlati da un numero, in questo caso, appunto, il 48.

Tuttavia, l’atteggiamento del sindacato è ancora una volta incomprensibile, così come quello di quella parte non residuale del mondo della sinistra che ancora si ostina a voler proteggere delle “riserve indiane”, senza riuscire a guardare a ciò che è oggi il mondo del lavoro nel suo insieme, perdendosi ancora una volta per strada i tanti che non è mai riuscita a rappresentare. La verità è che non esiste alcun valido argomento per opporsi al licenziamento immediato di quei dipendenti pubblici che timbrato il cartellino, escono e vanno a fare i loro giri. Neanche uno. Ci sono generazioni che anche per colpa di quei dipendenti un cartellino non l’avranno mai. E con quel cartellino non avranno mai una tredicesima, una pensione, la possibilità di chiedere un mutuo, di fare figli.

È un problema che ha radici ormai quasi ventennali e nasce dal 1997, quando con il pacchetto Treu iniziò la precarizzazione del mondo del lavoro e si divisero con un’accetta i destini di quei garantiti che sarebbero diventati via via sempre meno e quelli dei senza tutele, che al contrario sarebbero diventati sempre di più. Quella stagione politica ebbe come protagonisti le figure apicali della sinistra di allora: Massimo D’Alema e Sergio Cofferati. Vi fu un dibattito incentrato soprattutto sulla necessità di far emergere il sommerso, quel lavoro nero che strozzava l’economia e umiliava i lavoratori. Si scelse così di creare il lavoratore di serie B; la politica decise, il sindacato si adeguò opponendo una flebilissima resistenza. Quella legge fu il cavallo di Troia con cui si annientarono i diritti dei lavoratori, soprattutto quelli delle nuove generazioni. In quei giorni probabilmente si recise per sempre il cordone ombelicale tra gli eredi del PCI e gran parte del suo popolo. Moriva lì, all’alba dei Co.Co.Co., il “grande partito dei lavoratori”. E con il passare degli anni anche parte dell’elettorato più convinto lo capì rendendo meno dogmatico il suo voto. A trarne giovamento, nei primi anni, fu soprattutto la Lega; oggi in molti votano M5S.

 

In quei giorni iniziava anche il declino del sindacato, che scegliendo di rappresentare solo una parte dei lavoratori divenne spesso inviso a tutti quelli che non erano rappresentati e anzi lo vedevano sempre più come un ostacolo alla propria crescita professionale. È il caso delle tante aziende private dove i pochi  “tutelati” sono mediamente i meno produttivi e dove i precari sono quelli che mandano avanti la baracca, perché con la leva del ricatto occupazionale a quei lavoratori si può chiedere di più. Precari che il sindacato non ha mai considerato lavoratori “reali” perché sarebbe stato come “legittimare” quel tipo di contratti. Peccato che quei contratti sono stati sempre più legittimati dai numeri, numeri che hanno indebolito sempre più il ruolo e il peso dello stesso sindacato.

Ma torniamo ai fannulloni della P.a., a quei tanti che timbrano il cartellino (quando non se lo fanno timbrare da altri) e poi vanno a fare la spesa, vanno in palestra, o se ne stanno semplicemente a casa a spese della comunità. Sono loro l’unico problema dell’inefficienza della machina statale? Sicuramente no. Ci sono dirigenti che non dirigono, ci sono sprechi, ruberie e quant’altro. Ma questo non è un buon motivo per salvare questi lavoratori. Chi li protegge fa un torto a chi onora quel cartellino entrando in ufficio a fare il suo dovere, ma soprattutto a chi il suo diritto al lavoro se lo guadagna giorno per giorno, senza sapere se il giorno dopo lavorerà.

TAG: assenteisti, Assenteisti P.a., licenziamenti, licenziamenti P.a., Matteo Renzi, pubblica amministrazione
CAT: Partiti e politici

3 Commenti

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  1. andrea-evangelista 5 anni fa

    “In quei giorni iniziava anche il declino del sindacato”
    e del Paese tutto:http://lumiebarlumi.blogspot.it/2015/10/un-grafico-che-spiega-il-declino-della.html

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  2. antonio-marchini 5 anni fa

    Non entro nel merito di quanto lei scrive. Ma vorrei solo segnalarle che il licenziamento senza preavviso, anche nei casi che sono assurti alla cronaca, è da tempo previsto sia dalle c.d Leggi Brunetta che in tutti i Contratti (da anni) del Pubblico Impiego. Allora le domande vere sono: come mai non vengono applicate correttamente? Perché invece di rifare, ricalcandole, norme già esistenti il Governo non ci dice cosa non funziona? E di chi è la responsabilità? Della CGIL che quelle regole le ha condivise? Aggiungo per finire che da tanto e tanto tempo la CGIL (non solo lei a dire la verità) va dicendo che è per il licenziamento in tronco nei casi che la legge prevede, fermo restando il diritto alla difesa costituzionalmente garantito. Il resto, come nel suo articolo, mi scusi ma solo fumo.

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  3. ferdy 5 anni fa

    credo che solo nel nostro paese si debbano rifare delle leggi che in qualche modo già esistono,solo perchè non vengono applicate.Ma in che stato viviamo mi stò chiedendo.

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