Da Veltroni a Mattia Mor in una sera

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7 Febbraio 2018

Stasera ho fatto un viaggio nel tempo politico, è stata un’esperienza illuminante per certi versi e destabilizzante per altri.

Alle 18:30 sono andata alla Fondazione Feltrinelli ad ascoltare un’intervista di Jacopo Tondelli a Walter Veltroni. Erano anni che non lo ascoltavo con attenzione, è stato un po’ come mettersi sul divano con una coperta a parlare dei vecchi tempi con gli amici. Solo che era un po’ come  The Big Chill perché anche questa storia del partito a vocazione maggioritaria, inclusivo e plurale, non è finita tanto bene. Ad ascoltarlo si percepiva il rammarico, ma mai una parola di rancore verso chicchessia, e a pensare a come voteranno quei 12 milioni di elettori che diedero il voto a lui sale un po’ il magone. Leggermente ipnotizzata dalle parole dell’ex segretario ho pensato di passare alla serata inaugurale della campagna elettorale del candidato del PD nel mio collegio uninominale, Mattia Mor.

Sì lo so, potevo evitarlo, ma alla fine questa era nata come una serata educativa e ho deciso di perseverare.

L’evento (ormai si dice così) era in Via Marghera, una delle strade che meno amo nel mio quartiere dove la doppia fila di auto regna sovrana e dove gli unici esercizi commerciali che permangono immutati negli anni sono la gelateria e il panettiere-gioielliere.

Fuori da questo bar, che deve aver aperto tre mesi fa, c’è una doppia fila di auto. In ordine una bmw, una mercedes e un’audi. Sulla porta del bar un buttafuori e, giuro, questo ad un evento del PD ancora non l’avevo visto. Entro insieme a militanti della zona, persone con le quali per anni ho condiviso parte di un percorso politico. Mattia li conosce già, dopotutto non sono proprio semplici militanti, e nel giro dei saluti mi viene presentato il candidato. Stretta di mano sicura, contatto visivo, ripete il tuo nome e sorriso smagliante. Oggettivamente la prima impressione non è male.

Mi guardo intorno, qualche giovane, vassoi da aperitivo ma niente da bere. Ordino, e pago, un bicchiere di spumante e mi avvio al piano di sopra dove è tutto pronto per iniziare. Una trentina di sedie quasi tutte piene, ma decido di rimanere sulle scale, appoggiata alla ringhiera, come se fossi nel loggione dove si sa stanno quelli che ne capiscono. Mettendo a fuoco vedo il parterre di maggiorenti, inutile elencarli, ma sono tutti di una sola parte, quella dominante, di quel PD che di inclusivo ormai ha pochissimo.

Mattia Mor si presenta e per un quarto d’ora snocciola i suoi successi, ritornando in continuazione su quell’ #hosceltomilano che, negli ultimi mesi, lo ha fatto conoscere anche a chi non frequenta la Leopolda. Lo usa così spesso, infilandolo ovunque, che mi ricorda quando durante il congresso del 2013 chi doveva presentare per mezz’ora la mozione Renzi, che a leggerla riga per riga durava 10 minuti, ripeteva fino alla noia #cambiaverso. Forse li producono così. Dopo i successi di Mattia, si passa ai successi di Matteo e via, con minor scioltezza, a enumerare gli svariati meriti del governo degli ultimi anni.

Mentre sentivo che Mattia Mor se eletto vorrà dedicarsi all’innovazione e al turismo mi è venuta in mente una domanda, ho alzato il braccio, l’ho tenuto alzato, ho anche rovesciato un bicchiere facendo casino. Ma alla fine del discorso Mattia ha dato la parola al primo, di molti, degli interventi dal palco. Ho capito che sarebbe andata per lunghe e sono andata via. La domanda la faccio qui, chissà che a qualcuno venga in mente di provare a rispondere: Mattia, lei è oggettivamente un fighetto, ha messo in piedi un progetto fighetto di narrazione di una città fighetta, lancia la campagna in un bar fighetto di una via fighetta di una zona fighetta e sta parlando a una platea che è, sufficientemente, di fighetti. Come pensa di recuperare un dialogo con gli sfigati che non votano PD?

Temo però che a nessuno interessi davvero, non a quelli nella stanza dei bottoni, e forse dopotutto non interessa nemmeno il voto degli sfigati, o il mio, come mi è stato detto recentemente da un assessore di municipio.

Il PD di oggi parla a pochi, ma non se ne cruccia e Veltroni sembra lontano anni luce. In questo viaggio la sensazione è solo quella di voler scendere, e temo di essere in buona compagnia.

 

 

P.S. consiglio non richiesto a Mattia Mor, faccia sé stesso che forse riesce a parlare a più persone che se scimmiotta il buon piddino di governo. Se ha fatto tutta quella televisione qualche qualità ce l’avrà avuta, faccia il piacione e risulterà meno antipatico del renziano d’ordinanza.

 

 

TAG: mattia mor, partito democratico, Waler Veltroni
CAT: Partiti e politici

Un commento

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  1. aldo-ferrara 3 anni fa

    Cara Dr.ssa Cella, la Sua pennellata di ” una sera eravamo al PD” induce a qualche riflessione che mi frulla in testa dalla Bolognina. Sa, io appartengo a coloro che, pur di estrazione e cultura socialista, si considerano ” carristi”, come quelli che sostenevano il carro comunista o quelli che chiudevano gli occhi davanti ai carri che invadevano Budapest nel ’56 o Praga nel ’68. Really, sentir parlare di Veltroni mi evoca produzione di anticorpi. Tuttavia, a fronte di arroganza, presunzione e mal celata superautostima, lo rimpiango anche come Sindaco di Roma, visto il dissesto (termine eufemistico) attuale della Capitale. Nella Sua domanda ” come pensano di intercettare il voto degli sfigati che non votano PD” c’è tutto il clamoroso silenzio che li circonda e di cui non si accorgono. Figuriamoci ad intercettare il voto degli sfigati che non voterebbero mai PD! Salvo pronunciamento di un programma credibile e visionario. Il DNA socialista si è molto diluito da quando è morto Palmiro Togliatti, oggi questi “abatini” della politica non ne portano neanche un atomo. Brava comunque, la Sua è una pennellata che non si dimentica e che mostra intelligenza, oggi rara.

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