Famiglia e bonus maternità: la Meloni è veramente dalla parte delle donne?

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19 Aprile 2024

Abbandoniamo innanzitutto l’idea che essere nate con un apparato riproduttivo femminile faccia delle donne un soggetto politico non reazionario per definizione. Le donne hanno partecipato attivamente ai regimi autoritari del Novecento – nazismo, fascismo, eccetera – accettando con molto piacere i privilegi che derivavano dall’aver scelto un marito fascista o nazista con un ruolo importante nei rispettivi partiti. Certo, si trattava di privilegi spesso double face: Donna Rachele portava le corna con dignità e preparava tutti i giorni il pranzo e la cena al marito, che si presentava a Villa Torlonia all’una e un quarto e poi alle otto di sera per sedere insieme ai figli al desco familiare, proprio come un italianissimo marito normale. Donna Rachele non aveva la cuoca: tirava lei la sfoglia per tutta la famiglia e teneva sicuramente una stia di polli in cortile che le dessero ogni giorno uova fresche e patriottiche con cui tirare la sfoglia suddetta.

Oggi Donna Rachele avrebbe potuto chiedere il divorzio, ma allora nessuno poteva salvarla dal suo destino di “fattrice di soldati per l’Italia”, e infatti uno dei figli di Mussolini, Bruno, morì in un incidente aereo, dopo aver partecipato come aviatore alla Guerra d’Etiopia, alla Guerra di Spagna e quindi alla seconda guerra mondiale.

Durante il fascismo, le donne dovevano soprattutto figliare e vennero progressivamente estromesse dal mercato del lavoro: “Nel 1926 fu vietato alle donne insegnare storia, filosofia e letteratura italiana nelle scuole superiori. Nel 1933 fu stabilito che gli uomini dovevano essere assunti in ruoli superiori a quelli delle donne. Nel 1934 fu vietato alle donne di assumere il ruolo di segretario comunale e poi nel 1938 fu imposto che le donne non potessero essere più del 20% del personale delle amministrazioni pubbliche (Fasci femminili, Wikipedia).”

Alle donne venivano riservati ruoli di secondo piano all’interno dei Fasci Femminili del Partito Fascista, mentre le signore potevano spiccare letteralmente il volo all’interno delle due grandi organizzazioni dedicate loro: l’Opera Nazionale Maternità ed Infanzia  e il Comitato delle Massaie Rurali. La prima si occupava di aiutare le donne più povere nella produzione della prole, attraverso misure come “la protezione e l’assistenza della maternità, la protezione dell’allattamento materno, l’igiene sociale della prima infanzia”, e interveniva con un supporto economico quando le donne erano sole o quando il marito non era in grado di provvedere al mantenimento della famiglia. Le Massaie Rurali, le donne contadine, potevano invece  ricevere addirittura premi per essere riuscite a: “mantenere tutti, o quasi tutti, i loro figli appassionati all’agricoltura, evitando le diserzioni verso il miraggio urbano, ed instillando nelle loro anime l’amore per il podere lavorato da diverse generazioni della stessa famiglia”.

Oggi, tutto questo ci fa (o ci farebbe ridere), se non fosse che la signora Meloni si è limitata a proporre misure molto simili a quelle dell’Opera Nazionale Maternità e Infanzia, visto che il Bonus maternità è previsto solo per le donne che partoriscano o adottino un figlio ma che abbiano un ISEE di circa 20.000 euro (bassissimo, vicino alla soglia di povertà) e non percepiscano l’indennità di maternità o una retribuzione durante i cinque mesi previsti di astensione dal lavoro durante la maternità. L’assegno, diviso in cinque mensilità, è di 2.020,85 euro. Secondo i calcoli ISTAT, “Una famiglia composta da due trentenni e da due figli alle scuole primarie è considerata povera se, vivendo in una grande città del nord, non riesce a guadagnare complessivamente almeno 1.680 al mese” (che corrisponde praticamente all’ISEE previsto per il Bonus maternità).

Quindi, per avere il Bonus maternità, bisogna essere sostanzialmente poveri,  perchè supponiamo che venga elargito a famiglie con una composizione simile a quella appena descritta. Il Bonus mamme viene invece concesso solo alle donne lavoratrici con un contratto dipendente a tempo indeterminato, perché la signora Meloni – poffarbacco! – è favorevole al fatto che le donne lavorino: “Noi vogliamo stabilire che una donna che mette al mondo almeno due figli ha già offerto un importante contributo alla società e quindi lo Stato in parte compensa pagando i contributi previdenziali. Vogliamo smontare la narrativa per cui la natalità è un disincentivo al lavoro”.

Il linguaggio utilizzato è pericolosamente simile a quello del Ventennio – si fanno figli per offrire un “contributo alla società” – ma soprattutto prevede teorie di incentivazione alla natalità basate su una mancetta solo per le donne in condizioni di quasi povertà. Sopra i 20.000 euro di ISEE si entra infatti nella categoria dei maggiorenti che non hanno bisogno di ricevere il Bonus maternità quando arriva un nuovo bambino,  mentre il Bonus mamme richiede non solo la presenza di un contratto di lavoro a tempo indeterminato, ma è concesso (nel 2024) a chi ha almeno due figli (di cui uno con un’età inferiore ai dieci anni), mentre l’anno prossimo i figli dovranno essere almeno tre (con sgravi fiscali sullo stipendio che arriveranno fino a 3.000 euro, mentre ricordiamo che il Bonus per gli asili nido è stata invece una misura introdotta dal governo Gentiloni). Nel caso del Bonus mamme non sono previsti limiti di reddito, peccato che in tutta la vita ho conosciuto solo un paio di donne con tre figli e un contratto di lavoro dipendente a tempo indeterminato. Quindi, l’anno prossimo (finita la campagna elettorale per le elezioni Europee) il bonus mamme non lo prenderà nessuno.

Insomma, Giorgia Meloni non si è spaccata la testa per risolvere il vero problema dell’Italia: nel nostro paese le donne hanno un tasso di occupazione minore di quello maschile, anche quando sono più istruite degli uomini. Basti guardare il caso delle donne laureate: sono il 23,5% rispetto al 17,1% dei laureati  maschi (dati ISTAT del 2022), mentre nella fascia d’età fra i 25 e 34 anni, le donne laureate sono il 35,5% contro il 23,1% degli uomini, ma il tasso di occupazione femminile resta inferiore a quello maschile: 57,3% contro 78%.

La domanda che dovrebbe farsi un Presidente del Consiglio seriamente interessato a capire perchè le donne oggi fanno pochi figli è come mai vi sia una così scarsa occupazione femminile, anche nel caso di un titolo di studio elevato. La risposta potrebbe essere molto semplice: le donne non riescono a restare nel mercato del lavoro se si devono occupare della prole, e quindi rinunciano a procreare se desiderano lavorare.

Ma permettere alle donne di lavorare e al contempo avere figli richiederebbe di mettere mano profondamente ai servizi per l’infanzia, come per esempio la costruzione di nuovi asili nido, oltre che al concepimento di nuove forme di sostegno alla maternità, come i micronidi e poi la scuola a tempo lungo, oltre che a un sistema di tutele sul lavoro esplicitamente concepito per le donne, affinché non siano penalizzate se hanno dei figli e scelgono forme di lavoro part-time.

Sono i famosi interventi “strutturali” previsti anche dal PNRR, sostituiti dalla retorica a favore della maternità che deve diventare “di nuovo cool”, come sostiene la senatrice Lavinia Mennuni (FdI), in un discorso che sembra uscito anche quello dalla propaganda del Ventennio: “Il rischio è che in nome della realizzazione professionale, che io auspico e che è giusta, dimentichiamo che esiste la necessità e la missione, chiamiamola così, di mettere al mondo dei bambini che saranno i futuri cittadini italiani. Noi dobbiamo aiutare le istituzioni, il Vaticano, le associazioni a far diventare la maternità di nuovo “cool”».

Il partito di Giorgia Meloni si limita quindi a incitare alla maternità come  principale “missione” femminile – e i padri, verrebbe da chiedere, che fanno: i fuchi? – e a tal fine si preoccupa di rendere più complicato l’aborto, come nell’emendamento presentato da Fratelli d’Italia, inserito nel PNRR e approvato due giorni fa alla Camera (185 voti favorevoli, 115 contrari e 4 astenuti),  in cui si prevede che le Regioni possano “avvalersi, senza nuovi o maggiori oneri a carico della finanza pubblica” delle associazioni anti-abortiste all’interno dei consultori dove le donne devono ottenere un certificato che attesti la volontà di abortire prima di procedere all’intervento (si può dedurre che le donne dovranno trovare consultori non presidiati da associazioni contrarie all’aborto). E chi ne discuteva ieri sera a Porta a Porta: cinque MASCHI, capitanati da Bruno Vespa, che peraltro ha dichiarato che nessuna delle donne che aveva invitato era disponibile (ma perchè non ha provato con qualcun’altra?).

Torniamo quindi alla domanda iniziale: la Meloni sostiene per davvero le donne? Questa volta si può rispondere di no senza tema di sbagliare. Le donne che ricevono un piccolo incentivo economico per avere un figlio sono solo quelle vicine alla soglia di povertà, mentre le donne che decidono di abortire (diritto riconosciuto per legge) potrebbero avere seri problemi a trovare un consultorio disposto a emettere un certificato che consenta loro di procedere all’operazione. Non sono invece previsti al momento interventi per modificare i servizi e i sistemi di tutela giuslavoristici offerti a tutte le future madri (indipendentemente dal reddito) per incentivarle a lavorare e avere contemporaneamente dei figli.

Che cosa rimane allora di tutta l’operazione “Maternità” della signora Meloni? Direi solo i toni retorici del Ventennio sulla bellezza di offrire i figli alla patria (impossibile però ricevere un aiuto economico o altre forme di supporto se appartieni alla classe media), nonché lo sgambetto sostanziale alla libertà di abortire. Pochissimo, quindi, rispetto alle magniloquenti promesse iniziali. Ma poi – vogliamo dircelo? – perchè le donne devono per forza avere dei figli? La scelta di avere un bambino non è forse pertinente alla sfera privata delle persone? Perché il presidente del Consiglio continua a mettere il naso nelle mutande delle altre donne e non si dedica LEI alla produzione seriale di pargoli per lo Stato? Forse perché ci ritiene bisognosi del tempo prezioso che dedica a noi, povere pecorelle in cerca di una guida?

Grazie mille, ma no, faremmo volentieri a meno del suo tempo. Meglio che la signora Meloni trovi un nuovo compagno col quale continuare nell’opera esimia di riproduzione, conclusasi così in fretta, dopo un solo tentativo (andato in porto, per carità), purtroppo non sufficiente, per lo meno secondo i suoi standard, per accontentare i “bisogni” della patria.

Quelle che invece accetteranno senza discutere il loro destino di fattrici, potranno girare per le strade con un vestitone rosso e la cuffia bianca – sto citando il “Diario dell’Ancella” di Margaret Atwood nella sua versione per lo schermo – e salutarsi con “May the Lord open“, a cui risponderanno con “Blessed be the fruit“, ad occhi bassi, mi raccomando, come si confà a chi ha scelto la santa missione di fare la madre.

TAG: bonus maternità, Diario dell'Ancella, Massaie rurali, Maternità, Meloni, Opera nazionale Maternità e Infanzia
CAT: Partiti e politici

2 Commenti

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  1. andrea-lenzi 4 settimane fa

    da notare che “dio, patria, famiglia” e bonus relativi valgono solamente per donne che abbiano 2 figli, come se avere un figlio solo fosse una passeggiata di salute nella quale il bimbo può stare da solo a casa mentre i genitori lavorano e la faccia nel water da subito, risparmiando l’acquisto di pannolini con iva da beni di lusso applicata.
    Ogni volta ed ovunque i conservatori, di norma religiodementi, fanno le leggi aumenta il disagio per donne, gay, non credenti ed immigrati: la cristianissima Meloni ha gli stessi valori dei talebani

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  2. andrea-lenzi 4 settimane fa

    post scriptum
    le leggi fasciste non fecero altro che esplicitare ciò che è ben scritto nella bibbia: la donna è un essere inferiore.
    Una donna credente è come una mucca che veneri la statua del proprio macellaio

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