Frontismo? No, grazie

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31 Maggio 2018

Solo pochi giorni fa la Lega e il Movimento Cinque Stelle, arrivati all’atto conclusivo della formazione del loro governo, hanno mandato tutto a monte per non rinunciare ad avere come ministro dell’Economia il professor Paolo Savona, noto per le sue posizioni anti-tedesche e no-euro. Di fronte al rifiuto del Presidente Mattarella di firmarne la nomina, i leader Salvini e di Maio hanno alzato i toni fino all’inverosimile, arrivando ad accusare il capo dello Stato di alto tradimento e a convocare in piazza i loro militanti in segno di protesta.

I due partiti sono sembrati saldarsi in un’unica forza politica sovranista e populista, decisa a trasformare le prossime elezioni  in un referendum sull’euro: una sorta di Brexit nostrana, che dimostrerebbe la teoria di diversi politologi secondo i quali anche da noi, come era già successo in Francia, la politica si è ormai orientata sul nuovo asse sovranismo-europeismo, anziché su quello tradizionale sinistra-destra.

Quasi in automatico è allora nata la proposta di dare vita a un Fronte Repubblicano da contrapporre a quello dei neo-nazionalisti, unendo tutti i partiti non euroscettici d’Italia – da Forza Italia al Pd ai partiti minori – in nome di un vago europeismo, senza andare troppo per il sottile su tutti gli altri aspetti programmatici; l’idea, caldeggiata dal professor Prodi e delineata dall’ex ministro Calenda. ha subito preso piede nei due maggiori partiti.

Gli eventi delle ultime ore stanno in realtà rivelando che lo slancio sovranista di Lega e Cinque Stelle era in gran parte un bluff: di fronte alla reazione negativa dei mercati, entrambi i leader hanno fatto marcia indietro ritrattando i loro bellicosi propositi, hanno giurato di essere contrari all’uscita dell’Italia dall’euro e stanno meditando di collocare il professor Savona in una posizione più defilata. Anche una loro alleanza in vista delle prossime elezioni sembra sempre più improbabile: dopotutto l’attuale legge elettorale, il Rosatellum, è prevalentemente proporzionale e ciò rende poco conveniente coalizzarsi a priori.

Se il progetto dell’alleanza sovranista sembra sfumare, quello del Fronte Repubblicano potrebbe invece andare avanti. La fretta con cui è stato messo in campo dà infatti l’impressione che esso risponda, in realtà, non tanto all’esigenza di contrastare il populismo nazionalista, ma soprattutto a quella di trovare un collante per rimettere insieme i cocci di partiti fatti a pezzi dalla recente débacle elettorale e ormai privi di una vera ragion d’essere politica.

Mettere insieme, sotto la bandiera europea, culture e storie diverse e divergenti, con l’unico scopo di creare una massa critica elettorale ridipinta a nuovo per attrarre i cittadini sempre più confusi, ha il sapore di una mossa della disperazione; ma, anche ammettendo che possa avere successo,  le sue conseguenze per la politica italiana sarebbero catastrofiche. Il frontismo degli eurofili renderebbe infatti inevitabile anche quello degli eurofobi; le prossime elezioni diventerebbero allora per davvero uno scontro all’ultimo sangue tra le due fazioni (che gli elettori identificherebbero facilmente come establishment contro popolo). Subito dopo il voto, però, i vincitori – quali che fossero – si troverebbero divisi su quasi tutto e incapaci di governare insieme in modo efficace, perché non avrebbero elaborato una visione condivisa per il Paese.

Come si è già ricordato, il nostro sistema elettorale è oggi in gran parte proporzionale: è quindi inutile e controproducente ammassare partiti diversi – a volte diversissimi –  in un “cartello”, obbligandoli a rinunciare alle idee che li allontanano per stare insieme in nome di un’unica parola d’ordine.   Al contrario, la difficoltà del momento consiglia di coltivare le differenze e nello stesso tempo il rispetto reciproco, per rendere possibile l’emergere di nuove idee, nuove proposte, nuovi protagonisti che invece rimarrebbero schiacciati in un frontismo grossolano e in un confronto dai toni alti.

Non dobbiamo ridurre il confronto politico alla sola dimensione del nostro rapporto con l’Europa, lasciando che ogni altro tema finisca nel dimenticatoio: sarebbe un impoverimento micidiale del dibattito pubblico italiano, proprio nel momento in cui più c’è bisogno di discutere per trovare nuove soluzioni ai problemi ormai cronici del nostro Paese e a quelli che emergono insieme ai cambiamenti rapidissimi della nostra società. Quella che sembra una scorciatoia è in realtà un vicolo cieco: come sempre, la strada giusta per uscire dai guai è invece lunga, faticosa e complicata.

(fonte dell’immagine)

 

 

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CAT: Partiti e politici

2 Commenti

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  1. evoque 2 anni fa

    Fronte repubblicano? Mah, io non vorrei rischiare di ritrovarmi tra i piedi (scusate il francesismo) gente come D’Alema, Bersani, D’Attorre, Emiliano, Grasso, Fassina. E, a proposito di Francia, a noi manca un Macron, uno che ben prima del voto aveva detto chiaramente quale fosse la sua posizione sull’Europa. Noi invece, e questo vale un po’ per tutti i nostri politici, siamo i soliti italianuzzi: oggi diciamo, domani smentiamo e via altalenando. E poi ci domandiamo pure perché all’estero siamo poco considerati.Ma la colpa non è solo della politica.

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  2. silvia-bianchi 2 anni fa

    Mi pare che il nostro Macron lo abbiamo anche noi: è Calenda. Storia del tutto simile (da ministro “tecnico” alla discesa in politica), cultura politica analoga, posizionamento esplicito sull’Europa. Ciò che gli manca rispetto a Macron è il “trampolino di lancio”: in Francia il presidenzialismo permette a un “outsider” (si fa per dire) di conquistare subito la ribalta nazionale; in Italia è più difficile, soprattutto ora che siamo tornati al sistema proporzionale e che le primarie del Pd (che svolsero un ruolo analogo per Renzi) sono in via di dismissione

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