Il partigiano che si rivolta nella tomba

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8 maggio 2019

Di fronte allo sdoganamento del neofascismo, tutto il mondo politico e intellettuale dovrebbe unirsi per affermare i valori imprescindibili della nostra Costituzione, come seppero fare i partigiani  

 

Da tempo è in corso in Italia un progressivo sdoganamento del neofascismo. L’ultimo atto è la partecipazione al Salone del Libro di Torino di una casa editrice collegata a un noto gruppo di estrema destra, che ha appena pubblicato un libro-intervista al ministro dell’Interno e segretario della Lega.

C’è da chiedersi che cosa spinga un influente leader politico e l’organizzazione di un’importante evento letterario a offrire visibilità e cospicui guadagni a un movimento che si pone orgogliosamente al di fuori dei nostri valori costituzionali:  probabilmente è la solita, catastrofica strategia di scatenare la belva (in questo caso, quella che Umberto Eco ebbe a chiamare fascismo eterno) pensando di cavalcarla, senza rendersi conto che è impossibile domarla e che, tutt’al più, si può posarsi sulla sua testa come mosche cocchiere per farsi portare dove vorrà lei. Fatto sta che, con il sostegno di una delle massime cariche istituzionali dello Stato e l’avallo di una delle più importanti realtà culturali italiane, l’attività propagandistica della principale forza neofascista del Paese è stata pienamente legittimata.

A buoi ormai scappati dalla stalla, sono arrivate le reazioni di scrittori e intellettuali: alcuni hanno scelto di disertare il Salone del Libro, altri invece di parteciparvi per portare una testimonianza fieramente antifascista; qualcuno ha derubricato la vicenda alla presenza inoffensiva di “quattro fascistelli”, qualcun altro ha invece ironizzato sul presunto perbenismo degli autori politicamente corretti che si sono ritirati.

Le posizioni opposte degli scrittori ed editori contrari alla “presenza nera” sono, purtroppo, entrambe insufficienti. Chi sceglie di non esserci rischia un Aventino inconcludente, che lascia il campo completamente libero a una propaganda inaccettabile; viceversa, chi dichiara convintamente #iovadoaTorino sta commettendo l’errore di scendere su un terreno di gioco che non dovrebbe esistere, perché nel nostro Paese l’antifascismo dovrebbe essere un presupposto ineludibile della vita pubblica.

La contraddizione nasce dal fatto che il problema è a monte: la scelta se condividere o meno uno spazio pubblico con un movimento incostituzionale non avrebbe dovuto porsi in partenza, perché – come ha ben spiegato Popper – non può esserci alcuna tolleranza verso gli intolleranti: non può darsi un confronto democratico con chi è antidemocratico e l’accusa derisoria di esibire una political correctness farlocca andrebbe casomai ribaltata su chi si erge a paladino del diritto di parola di qualcuno che quel diritto non lo riconosce, anzi lo conculca con la violenza.

E’ tuttavia desolante constatare che il mondo intellettuale italiano non ha saputo reagire in modo compatto di fronte alla pericolosa rottura di un argine che consideravamo garantito dalla nostra Costituzione e dalla nostra cultura nazionale: laddove occorreva mobilitarsi con una strategia unitaria, ciascuno ha preso invece la propria strada, arrivando a polemizzare con i propri sodali anziché con chi ha consentito che si arrivasse a questo punto.

Immagino mio nonno e i tanti partigiani che il fascismo lo hanno combattuto in prima persona: non possono che rivoltarsi nella tomba all’idea che, di fronte alla minaccia neofascista, i loro nipoti non hanno saputo unirsi come invece fecero loro e si trovano oggi, inermi, davanti a una probabile sconfitta, sebbene solo simbolica.

E’ davvero arrivato il momento di prendere sul serio quanto sta accadendo: purtroppo la cronaca riporta quotidianamente  inaccettabili episodi di razzismo e di brutalità, azioni simboliche e dimostrative che hanno tutti l’unica matrice dell’ideologia neofascista. Un conto è comprendere le ragioni della rabbia e della frustrazione di una parte dei cittadini, un altro è dare copertura politica  all’odio, alla discriminazione e alla violenza,  fomentati da chi vuole lucrare consenso su di esse: per questo  la reazione, unanime e risoluta, deve arrivare non solo dall’area culturale di sinistra, ma anche dalla destra liberale e da quella sociale, che devono percepire come un pericolo micidiale per tutti lo scivolamento verso i confini di una vita pubblica pienamente democratica.

(Immagine originale di Enrico Sirola)

 

 

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CAT: Partiti e politici

2 Commenti

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  1. alding 2 settimane fa
    Cara Silvia, Vorrei ricordarti - in ordine di importanza - i numeri delle vittime delle dittature nel mondo nel corso del XX secolo: - Mao Tse Tung (comunista) - circa 60 milioni di morti - Stalin (comunista) - circa 20 milioni di morti - Hitler (nazista o se preferisci fascista) - circa 6 milioni di morti - Mussolini (fascista) - boh? la stessa ANPI non è in grado di fornire un numero, se non mettendo insieme qualche decina / centinaio di fucilati, esuli libici, esuli abissini, militari della seconda guerra mondiale e altre voci. Io sono tuttaltro che fascista ma mi sai dire per quale motivo da 70 anni a questa parte nessuno di voi ha mai fatto chiari discorsi anticomunisti e nessuno di voi ha mai preso iniziative anticomuniste oltre che antifasciste?
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  2. alding 2 settimane fa
    … e aggiungo: sai quanti partigiani cattolici (uccisi da partigiani rossi) si girano nella tomba quando sentono commemorare le gesta dei loro assassini? … e quanti morti innocenti (uccisi da partigiani rossi) si girano nella tomba quando sentono le stesse commemorazioni di cui sopra? E allora, a 70 anni di distanza, piantiamola e vediamo se possiamo costruire tutti insieme un mondo positivo, invece di continuare con sterili discorsi antiqui, antilà, antisù, antigiù, fatti da gente che non sa costruire un bel nulla!
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