La politica degli opposti (1)

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6 ottobre 2018

Albert Hirschman definiva il conflitto come il pilastro della democrazia riconoscendo in esso l’elemento essenziale e necessario sulla quale il sistema democratico si fonda. Perchè il conflitto è così essenziale? E per quale motivo viene temuto così tanto? Banalmente, il conflitto è il modo attraverso il quale si manifesta il dissenso attraverso la forma dell'”uscita”, tipico meccanismo di dissenso nel mercato capitalistico, e della “voce”, cioè la protesta. Se da una parte si predilige un meccanismo che comporta l’uscita, cioè il silenzio per manifestare il dissenso, la perdita di consenso implica uno scadimento qualitativo progressivo che rischia di portare al fallimento: una volta riconosciuta la perdita di consenso può essere troppo tardi per invertire il corso degli eventi. Dall’altra parte, la voce può aver effetto di rendere percepibile il dissenso in atto e agire in conseguenza in modo da evitare che il decadimento arrivi al punto di non ritorno. La voce, ovviamente, ha effetto positivo quando la possibilità di passare all’atto dell’uscita è possibile, deve esistere quindi un’alternativa credibile per rendere la minaccia vera. In assenza di tale aspetto, l’alternativa, la voce è ininfluente e innocua non essendoci via di uscita plausibile (se non l’astensione).

Se si vuole applicare il discorso al sistema partitico in atto bisogno rendere più complesse le riflessioni precedentemente poste e contemplare la “lealtà” dell’elettore e il “posizionamento” del partito. Bisogna far notare che in presenta di un sistema bipolare, ponendo gli elettori su un ipotetico asse da destra a sinistra, il posizionamento dei due partiti tenderà verso il centro più che agli estremi. Come detto in precedenza, esisterà una voce esercitata agli estremi che, però, non ha modo di minacciare una reale uscita in quanto non esiste una reale alternativa. Il sentimento di lealtà giocherà il ruolo di rallentatore dell’uscita, in quanto, se il lealista è conscio del progressivo decadimento, utilizzerà la sua voce per impedire o rallentare il progressivo allontanamento dal suo posizionamento anche quando la possibilità di defezionare non è possibile. Il lealista, pur nell’uscire, resta leale in quanto ha a cuore la situazione del partito a cui apparteneva, ma percepisce che la sua voce avrà più effetto se effettuata dall’esterno che dall’interno. Allo stesso modo, un lealista può non essere conscio del decadimento in atto e porre una fiducia non giustificata, oppure, il suo passaggio ad un altro partito può rivelarsi un errore. Nel caso dell’errore, difficilmente verrà ammesso nel breve periodo in quanto si nutre sempre la speranza di una direzione ottimale, come fatto in precedenza, con l’aggiunta che al costo emotivo (ma anche in denaro se sono presenti barriere all’entrata ed in uscita) dovuta alla precedente uscita, si accumuli un’ulteriore costo del fallimento della scelta fatta.

Il grado di lealtà è congeniale al posizionamento del partito e di come esso viene percepito. Con l’aumentare progressivo della distanza dovuta allo spostamento sull’asse dello stesso votante/consumatore e/o il posizionamento del partito il grado di lealtà si trasforma progressivamente in volontà di uscita (astensione, cioè non votare, o sabotaggio, cioè votare per altri). E’ utile considerare che il progressivo allontanarsi al votante/consumatore più convinto comporta anche una minor volontà delle parte più radicale e affine alla posizionamento precedente di sostenere attivamente il partito, diventando così attori passivi. Le partiti più radicate risultano anche quelle più attive nel far propaganda: questo allontanamento posizionale rischia di compromettere la capacità dello stesso partito di proporre una diffusione della propaganda in modo efficiente e convincente. Il riposizionamento dei votanti/consumatori non deriva solo da un riposizionamento dei (due) relativi partiti e dei relativi votanti con l’effetto conseguenziale della lealtà/defezione. L’introduzione di un’alternativa percepita come credibile ed accreditabile provoca uno shock nel riposizionamento sia dei votanti/consumatori sia negli stessi partiti in quanto si passa da uno schema bipolare ad uno schema tripolare: questo è il punto più interessante per un’analisi della politica degli opposti. Infatti, si è detto che in un sistema bipolare il posizionamento dei partiti tende ad avvicinarsi al centro dell’asse, contando sul fatto della presenza di una lealtà condizionata dalla mancanza di uscita, cioè di alternative, dove la questione degli opposti gioca un ruolo fondamentale. In un sistema tripolare il riposizionamento diventa necessario perché la lealtà con una possibile alternativa implementa la capacità di far valere sia l’uscita silenziosa, defezionando, sia la voce, rafforza dalla minaccia di una possibile e reale uscita. Il mancato riposizionamento, che sia mantenere la posizione attuale o riposizionarsi in modo sbagliato interpretando male la voce, comporta un’uscita di votanti/consumatori con il rischio di raggiungere un punto di non ritorno e la disgregazione del partito stesso. L’uscita, ricordiamolo, comporta il decadimento qualitativo e, quindi, nel caso di un partito la stessa capacità diretta di realizzare un programma o di influenzare una decisione (Il votante/consumatore è da considerarsi come produttore di qualità invece che recettore di qualità). Il votante/consumatore, nel caso di un ritorno, non si accontenterà di un ripristino della situazione che ha portato alla sua deflazione, ma necessiterà di un margine di sicurezza aggiuntivo (ovviamente, se la lealtà verso scelta attuale è scarsa o infelice).

Oggi, una pratica degli opposti sembra in atto, almeno dal punto di vista dell’uso dello slogan. Ciascuna delle tre parti riconosce, almeno a tratti, l’appartenenza degli altri due contendenti alla fazione opposta. Una strategia del genere, dopo un riposizionamento degli elettori, cioè dal punto di vista della pratica, comporta particolari rischi da parte dei partiti che la praticano (praticamente tutti), con un diverso grado di efficacia. Il principale rischio è quello di impedire, da una parte, un riposizionamento corretto del partito e, dall’altra, l’inconsapevolezza dell’elettore leale inconscio che non sarà in grado di utilizzare la voce per provare ad influenzare un minimo il partito di appartenenza. Il rischio maggiore sarà essenzialmente per il partito che ha perso maggior voti che confiderebbe essenzialmente nel fallimento dell’alternativa scelta, e nella volontà di ritornare ad una situazione di insoddisfazione in assenza di un reale mutamento desiderato, tutti aspetti che dipendono in larga parte da forze esterne e non direttamente controllabili e che, quindi, delegano all’opposto l’efficacia della propria strategia. Mentre, viceversa, la pratica dell’opposto, tende a consolidare internamente un gruppo. Ciò che è chiaro, ed ovvio, è che tale tattica difficilmente allarga il bacino di votanti/consumatori al di fuori di chi ha un dubbio consolidato in cerca di risposte e eventi. La forza traumatica di un’ampia uscita ha anche l’effetto di allargare il dubbio sull’effettiva affinità del posizionamento del partito con le proprie sensazioni, con la possibilità di valutare, e quindi scommettere, sulla possibilità di boicottare ulteriormente (uscire e votare altro), pur avendo a cuore le sorti della vecchia appartenenza.

 

Albert O. Hirschman – Exit, voice and loyalty

TAG: Crisi dei partiti, elezioni, Exit voice loyalty, Hirschman, populismo
CAT: Partiti e politici

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