D’Alema e l’arte del ritiro

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31 Marzo 2015

In francese andare in pensione si dice andare “en retraite”. È un momento alto e solenne in cui il soggetto comprende di aver chiuso con la propria traiettoria pubblica e lavorativa e si fa da parte, si ritira. A fare cosa? Leggere, viaggiare, coltivare gli affetti, meditare, riposarsi. Invece osservo che la carica narcissica (Gadda) morde come una tarantola molti uomini pubblici, giornalisti, ex manager, ex politici, i quali amano il proscenio come delle ballerine ancora in carne.  Questo pensavo guardando in tivù ieri sera D’Alema, non per uno dei soliti siparietti televisivi è vero, ma per difendersi mestamente  dalle illazioni provenienti dagli origliamenti telefonici. E tuttavia, che tristezza! E ho pensato subito a De Gaulle, l’uomo che aveva ridato dignità alla Francia raccontandole anche la favola di aver vinto la guerra (fingendo entrambi, chi la raccontava la storiella e chi la ascoltava). Ho pensato a cosa scriveva il Generale guardando il paesaggio dalla sua residenza “La Boisserie” ove si era saggiamente ritirato. « Il silenzio invade la casa. Dal mio angolino dove passo la maggior parte delle ore del giorno, io scorgo gli orizzonti lontani in direzione del tramonto. Lungo quindici chilometri, nessuna costruzione. Sopra la pianura e i boschi, la mia vista segue i lunghi pendii discendenti verso la valle dell’Aube, poi le cime dei versanti opposti. Da un punto elevato del giardino, cingo con lo sguardo gli sfondi selvaggi dove la foresta avviluppa il sito, come il mare quando batte il promontorio. Vedo la notte coprire il paesaggio. In seguito, rimirando le stelle, io mi compenetro dell’ insignificanza delle cose».
Ecco cosa fa un grande. Si ritira come gli dei di Epicuro negli intermundia celesti, indifferente alla stoltezza degli uomini.

D’Alema vigneron è invece la tristezza della tristezza. Era il mio segretario della FGCI quando battevo le contrade assolate del Sud per convincere i disoccupati a iscriversi agli uffici di collocamento perché con la legge 285/78 (l’ennesima “grida” manzoniana) tutto si sarebbe risolto. Ma  la disoccupazione giovanile di oggi, oltre il 40%,  è ancora uguale a quella della mia meglio gioventù, 1978, anche se nei mercatini rionali trovi solo arabi a vendere frutta &verdura e negli outlet non trovano le commesse…

Ma dicevo, D’Alema: nessuno nega a una persona quelli che Thorstein Veblen nel suo saggio vecchissimo ma ancora suggestivo sulla classe ricca (“The Theory of the Leisure Class”, 1899, tr.it.: “La teoria della classe agiata”)  chiamava con attorcigliate parole di origine latina in bocca anglosassone “conspicuous consumption”, ossia “consumi voluttuosi”; e perciò vai con la vela, vai con le scarpe che costano un’iradiddio, e adesso vai con la tenuta e i vini. In compagnia di Gad Lerner, peraltro: massì, siamo tutti laici, solo che alcuni lo erano anche prima, e gli altri sono solo spretati.  Ricordo che questa della tenuta e dei vini, tanto per restare nella politica, per noi “comunisti” (mi viene da piangere alla sola idea della dolcezza dei caldi ideali giovanili, che accarezzerò sempre nel mio foro interno nonostante l’accatastamento successivo delle idee fredde e adulte) era una fissazione di Saragat e Malagodi che noi della FGCI (con a capo D’Alema) sfottevamo a sangue. Tenuta e vini: D’Alema, sei finito come un Saragat o un Malagodi qualsiasi. Ma che giro lungo che hai fatto!!!

 

TAG: D'Alema, Teoria della classe agiata, Veblen
CAT: Partiti e politici

Un commento

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  1. erica-boffi 6 anni fa

    Certo che D’Alema ha avuto, non so se consapevole o no, un ruolo fondamentale per arrivare alla realtà che stiamo vivendo: affossare definitivamente il PCI.

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