L’infinita crisi della sinistra europea

23 Marzo 2024

Introduzione (*) del libro pubblicato da Palgrave (UK)
The Italian Democratic Party and New Labour. The Crisis of the European Left,
di Luciano Fasano, Paolo Natale e James Newell

Questo libro esplora il declino a lungo termine dei partiti mainstream della sinistra in Europa a partire dalla prospettiva di due dei suoi maggiori protagonisti: il PD e il New Labour. Entrambi hanno tentato di rappresentare nel tempo risposte nuove a problemi profondi.
Nel caso del Regno Unito, il Partito Laburista era stato sostenuto per tre decenni dopo la Seconda Guerra Mondiale dal consenso socialdemocratico del dopoguerra, le cui basi erano state gettate dal governo Atlee eletto nel 1945. C’era quindi un ampio accordo tra i due principali partiti sul fatto che la politica sociale ed economica dovesse essere guidata dai principi della gestione keynesiana della domanda, della proprietà pubblica delle industrie chiave, dell’economia mista, dello Stato sociale e del perseguimento della piena occupazione.
In Italia, il Partito Comunista era stato sostenuto dall’ideologia dell’antifascismo, le cui basi costituzionali aveva contribuito a gettare nell’Assemblea Costituente del dopoguerra. In seguito, era stato in grado di combinare e integrare il controllo delle amministrazioni locali da un lato e delle associazioni collaterali dall’altro, per fornire, nelle regioni in cui era forte, una serie di servizi – dalla sanità alla casa, dall’occupazione all’assistenza sociale – volti a garantire che i cittadini fossero assistiti “dalla culla alla tomba”.
Dopo le speranze suscitate dalle fortune elettorali e dai crescenti consensi per laburisti e comunisti negli anni Settanta, nel decennio successivo si è inaugurata un’era completamente nuova, segnata da profondi cambiamenti economici, sociali e culturali, caratterizzati politicamente dalla “rivoluzione Thatcheriana” e dal “decisionismo” craxiano. La deregolamentazione e il capitalismo di libero mercato hanno sostenuto un profondo cambiamento di valori che ha allontanato gli ideali collettivi e sociali che avevano caratterizzato la politica degli anni Settanta a favore della ricerca della ricchezza materiale, del consumo vistoso e dell’attenzione al successo individuale, in un generalizzato “ripiegamento sulla sfera privata”.
Le leggi sull’occupazione ispirate dalla Thatcher, volte a limitare il potere e l’influenza dei sindacati, e i conflitti del Presidente del Consiglio con il movimento sindacale, ebbero come controparte nel caso italiano i tagli al sistema di indicizzazione dei salari ispirati da Craxi e il rifiuto della CGIL da parte del Presidente del Consiglio nel referendum del 1985. La sinistra in entrambi i Paesi ha dovuto affrontare significativi arretramenti, elezione dopo elezione.
L’inizio degli anni Novanta ha inaugurato un’altra nuova era, che almeno per certi aspetti sembrava promettere un futuro più luminoso per la sinistra di entrambi i Paesi. Nel Regno Unito, l’integrazione europea e il Trattato di Maastricht portarono a crescenti divisioni all’interno del Partito Conservatore, offrendo al contempo ai laburisti la prospettiva di un progetto politico completamente nuovo basato su una “Europa sociale” e, con il sostegno di Jacques Delors come presidente della Commissione UE, il tentativo di sostituire il consenso socialdemocratico con qualcosa di simile a livello europeo.
In Italia, il discredito dei tradizionali partiti di governo grazie a “mani pulite” e la trasformazione del PCI in un partito non comunista con un nuovo nome hanno fornito le basi per un nuovo inizio. Non più soggetto alla “conventio ad excludendum”, gli eredi del PCI erano ora in grado di realizzare finalmente il progetto del “compromesso storico”, in collaborazione con gli ex democristiani di sinistra, nella nuova era di prosperità che sembrava essere inaugurata dall’Unione Economica e Monetaria e dall’adozione della moneta unica alla fine del decennio.
Entrambi i progetti raggiunsero vette di successo – nel caso del Regno Unito con la schiacciante vittoria del New Labour alle elezioni generali del 1997, nel caso italiano nel 1996 con la prima maggioranza assoluta di seggi, sotto Romano Prodi, per una coalizione elettorale di centro-sinistra: l’Ulivo. Nessuno dei due progetti, tuttavia, ha avuto successo duraturo.
Tony Blair non è infatti riuscito a sviluppare una base elettorale stabile e nel 2010 si è trovato nuovamente ad affrontare un lungo periodo di opposizione. In Italia, il PD, dopo la sua formazione nel 2007, non è mai riuscito a realizzare quella “vocazione maggioritaria” – la capacità di occupare tutto il terreno politico a sinistra del centro e quindi di vincere le elezioni da solo – che il suo segretario generale fondatore, Walter Veltroni, si era prefissato.
Alle elezioni politiche del 2022 il PD ha subito la peggiore sconfitta elettorale della sua breve storia. Il Labour, nel frattempo, si prepara per un’elezione che si dovrebbe tenere all’inizio del 2025 – una consultazione che sembra destinata a vincere – non tanto per un ritrovato appeal con la popolazione, ma quasi esclusivamente a causa della massiccia impopolarità dei conservatori, unita a un sistema elettorale che, obbligando in buona sostanza gli elettori a scegliere tra due candidati o partiti, privilegia di fatto il meno peggio, “turandosi il naso”, come sosteneva ai tempi Indro Montanelli nella sua scelta di voto democristiana.
La spiegazione di questi fallimenti, che riflettono il declino del sostegno alla sinistra mainstream in Europa in generale negli ultimi quarant’anni, si articola in due parti. Da un lato, vi sono le caratteristiche del mutato contesto in cui i partiti hanno dovuto operare. Tra queste, l’ascesa del post-fordismo e del neoliberismo; il declino delle dimensioni della classe operaia industriale e delle identità operaie; il declino del modello di organizzazione di partito basato sull’integrazione di massa; l’emergere e la crescita della personalizzazione della politica.
Anche la globalizzazione, la crescente spaccatura tra “vincitori” e “vinti” e la conseguente ascesa della destra populista sono elementi essenziali della spiegazione della crisi, che cerchiamo di intrecciare nel capitolo finale del libro, dove ci interroghiamo sulle lezioni che la sinistra deve trarre dall’esperienza degli ultimi decenni. Poniamo l’accento in particolare sull’emergere della società di massa individualizzata, in cui una crescente enfasi sull’autonomia individuale, sull’unicità e sull’espressione di sé si combina, paradossalmente, con un crescente conformismo e quindi con una maggiore disponibilità ad abbracciare progetti costruiti attorno a leader decisivi e a soluzioni politiche più o meno autoritarie, al posto della mobilitazione collettiva che i sostenitori tradizionali della sinistra avrebbero abbracciato in passato.
Infine, in quel capitolo conclusivo, cerchiamo di attingere alle analisi dei quattro capitoli precedenti per trarre alcune conclusioni sul futuro della sinistra europea, in termini di risposte sintetiche a tre domande: Cosa significa essere di sinistra all’inizio del XXI secolo? Quali sono le cause del declino della sinistra? Cosa fare?
E le risposte le trovate alla fine di questo accidentato percorso.

(*) traduzione mia

TAG: Labour, partito democratico, Sinistra Europea
CAT: Partiti e politici

2 Commenti

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  1. dino-villatico 2 mesi fa

    “Poniamo l’accento in particolare sull’emergere della società di massa individualizzata, in cui una crescente enfasi sull’autonomia individuale, sull’unicità e sull’espressione di sé si combina, paradossalmente, con un crescente conformismo e quindi con una maggiore disponibilità ad abbracciare progetti costruiti attorno a leader decisivi e a soluzioni politiche più o meno autoritarie, al posto della mobilitazione collettiva che i sostenitori tradizionali della sinistra avrebbero abbracciato in passato”. In queste righe la sintesi del isastro attuale.

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  2. massimo-crispi 2 mesi fa

    Io credo che il disastro dei partiti progressisti attuali abbia diverse origini, più o meno coeve e più o meno interconnesse, con variabili specifiche nelle situazioni culturali peculiari dei singoli stati.
    Per quanto riguarda l’Italia un grosso ostacolo per tutti è la presenza assai ingombrante della Chiesa e una legislazione che la protegge oltre ogni decenza, con un concordato che sarebbe da annullare domani stesso una volta per tutte. Questa palla al piede colossale, che fa parte della storia profonda di questo paese, ha causato peraltro, ed è la cosa più grave, un’arretratezza culturale formidabile che oggi si ritrova solamente in alcuni paesi delle Americhe (USA inclusi), anche quelli spesso profondamente religiosi e ben più intolleranti.
    L’italiano medio, sebbene sia sempre più cinico e sempre meno credente, non si è ancora staccato da schemi cattolici di bene e male, di peccato, di perdono se c’è pentimento, e da tutto questo bagaglio immane di arretratezza magica, dove la superstizione la fa da padrona. E questo atteggiamento lassista, tanto poi c’è una Provvidenza e i cattivi finiranno all’inferno, costituisce un aspetto caratteriale e culturale fondamentale dell’italiano medio, secondo me. Anche per chi non crede, spesso.
    La contraddizione più evidente è nell’ipocrisia delle destre che agitano rosari o triadi stile diopatriaefamiglia mentre le politiche che perseguono sono assolutamente contrastanti, convergenti piuttosto a un nuovo comandamento “Odia il prossimo tuo come te stesso”. Perché tutti codesti italiani di destra, soprattutto gli elettori, odiano sé stessi (e gli altri), non capendo che il bene comune appartiene anche a loro e peggiorano il paese irresponsabilmente, distruggendo lo stato sociale o altre cose che funzionano per non costruire niente al suo posto. O forse costruire chimerici ponti succhiasoldi a vita, demolendo la giustizia, la sanità e la cosa più importante, che crea la società del futuro: l’istruzione.
    Questo delirio di onnipotenza delle destre è meno evidente nelle sinistre, quelle vere però, perché un altro che delirava di onnipotenza era Matteo Renzi, che nella sua piccolezza inversamente proporzionale alla sua presunzione ed arroganza, è stato poi punito dagli elettori. Ma, appunto, considerare Renzi uno di sinistra è ridicolo. L’assenza di intellettuali, veri, di “sinistra” (potremmo anche, se volessimo, archiviare questo vocabolo e scegliere “progressista” sebbene questo termine porti con sé il pericolo di quelle deviazioni che un certo “progresso” può portare), capaci di elaborare un pensiero che fosse sopra gli schemi, che lasciasse le religioni da parte una volta per tutte, capendo l’estrema complessità della società contemporanea, che, almeno per noi, si muove in un’Europa unificata burocraticamente ma non ancora cresciuta, che prima non c’era, è uno dei problemi più grossi. Anche un’apertura eccessiva verso religioni ancora più oscurantiste come l’islam è pericolosissimo. Ci stiamo lentamente allontanando dal cristianesimo e accogliamo l’Islam? È da pazzi. Lì la legge coincide colla religione e abbiamo visto come viene amministrata la legge nei paesi islamici.
    Non c’è nessun politico con un vero spessore, proprio nessuno. Possono forse essere un po’ più attrezzati di meningi nelle sinistre nostrane ma non è che ci sia qualcuno che spicchi come un gigante sui nani. I politici delle sinistre non sono in grado di coinvolgere le masse (che poi sono quelle che ormai non votano più) per opporsi con tutte le loro forze all’attuale sistema elettorale che non consente di portare in parlamento le persone che forse lo meriterebbero e che loro votano, sperando in un cambiamento. Se non c’è più questo non bisogna stupirsi della disaffezione al voto da parte di cittadini pensanti, per esempio.
    Ma non esiste solo questo. Dovrebbe succedere un macello in Parlamento a ogni cosa che dicono codesti guitti della destra che ci rappresentano e che stanno distruggendo tutto, anche quello che funziona. Invece c’è solo un borbottio di fondo che non porta a nulla, se non che sì, certo, siamo all’opposizione, ma alla fine che ce frega, siamo pagati e chi vuol opporsi lo faccia pure. Ma, tutto ciò, senza una vera programmazione, senza una vera convinzione, come se opporsi facesse parte di un gioco di ruolo e bona l’è.
    La percezione che il cittadino, sia quello che vota che quello che non vota, ha è questa ed è scoraggiante. I partiti non sono più capaci di comunicare colla gente perché non la conoscono, perché si rifiutano di confrontarsi colle realtà.
    Certamente la società è molto cambiata rispetto agli anni d’oro della sinistra in Italia. Oggi, i giovani, soprattutto, in maggioranza sono rimbambiti dalla tecnologia fine a sé stessa, senza contenuti, mentre una scuola sempre più blanda produce asini al quadrato, tranne poche isole felici, a macchia di leopardo e senza una vera strategia. Gli anziani sono ancora più disorientati dei giovani perché non riescono più ad avere fiducia nella politica, di destra e di sinistra, che li ha traditi mille e una volta. Di tanto in tanto, quando ci sono pagliacci più bravi di altri, come Berlusconi, per esempio, si divertono e lo seguono, senza rendersi conto che la realtà non è uno dei suoi varietà.
    I partiti di sinistra dovrebbero fare fuoco e fiamme per come è stata trattata la scuola in questi ultimi decenni, soprattutto dalle riforme Moratti e Gelmini. Ma se poi il ministro scelto doveva essere espresso nella Fedeli, o, peggio mi sento, in quell’altra delle cento stelle per cui la priorità erano li banchi colle rotelle si salvi chi può.
    Manca questo e molto altro. Come fare?
    Forse andando a ritroso e capire gli errori di percorso, sempre tenendo presente la velocità attuale che divora tutte le tappe, e quindi con una coscienza multiculturale e temporale assai impegnativa e cercare di elaborare dei pensieri che possano in qualche modo porre un argine all’ignoranza e alla visione magica della realtà. Ma questo salto evolutivo va fatto non solamente da una persona bensì da migliaia, centinaia di migliaia di cervelli, che vanno individuati con cura e fertilizzati, coccolati, mentre tutti gli orpelli consumistici vanno veramente messi in cantina come ciarpame da consegnare agli archeologi. Così come sono da buttar via la maggior parte dei libri pubblicati oggi, inutili masturbazioni di persone che non hanno nemmeno rispetto per ciò che significhi letteratura e saggistica.
    La banalizzazione di tutto è il nemico principale da combattere se si vuol realmente progredire. Le sinistre sono avvisate. È facile battere Giorgia, basta portarla sui campi che non conosce, ossia nulla. Magari anche in romanesco, rendendola ridicola agli occhi del mondo. Ci vorrebbe un Trilussa ancora più perfido.

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