Perché così tanti incapaci sono arrivati al potere tutti insieme?

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2 Maggio 2018

Secondo me uno degli aspetti più desolanti delle vicende politiche degli ultimi anni è stato il chiaro e fragoroso fallimento della generazione dei quarantenni, che sarebbe poi la mia.  Forse è solo un aspetto della crisi di mezza età (chissà se è successo anche ai cinquantenni dieci anni fa?), ma in alcuni punti assistere allo spettacolo di quello che sono riusciti a dire e fare persone che hanno avuto opportunità educative eccezionali, arrivati ai vertici della gestione della cosa pubblica, è stato quasi doloroso. Inutile ricordare fatti e nomi: sarebbe girare il coltello nella piaga e sicuramente rischierei di dimenticare (o di stendere un velo pietoso su) qualcuno.

Prima precisazione: penso soprattutto alla realtà del centro sinistra e del PD in particolare. E’ quella che conosco meno peggio, ma soprattutto i quarantenni del PD hanno fatto del rinnovamento generazionale (ricordate la rottamazione?) e della valorizzazione delle competenze le leve propagandistiche più importanti per la loro ascesa al potere.  E poi sono loro che, in quattro anni di governo, hanno potuto dare una dimostrazione chiarissima e dettagliata di quello che sono in grado di fare. Nel centrodestra i quarantenni di Forza Italia non si sono mai esposti tanto, anche se ci sono fondati motivi per pensare che non ci siano particolari geni neanche lì. La Lega sì ha creato un quarantenne di successo (finora solo elettorale), che però ha vinto con metodi, programmi e linguaggi che non porterei ad esempio. Dei Cinquestelle non so molto, mi sembra che possedere competenze  e capacità non sia proprio il criterio di selezione più importante, ma magari mi sbaglio.

Seconda precisazione: sto ovviamente generalizzando. Esistono tra gli eletti del PD persone perbene e molto capaci (ho il piacere di conoscerne un paio), ma le mele marce sono evidentemente tante e piazzate al centro della cassetta, in modo da fare il maggior danno possibile. E soprattutto si sono trincerate benissimo in modo da rendere incredibilmente difficile il ricambio (vedi la composizione delle liste per le ultime elezioni).

E qui veniamo alla domanda: come  è potuto succedere?  Non ho una spiegazione chiara e magari chi legge e condivide il mio scoramento può  tirare fuori qualcosa di più ragionevole. Mi vengono in mente tre cause parziali, non mutualmente esclusive:

  • Noi quarantenni, tutto sommato, non siamo un granché: magari non siamo riusciti a usare bene un accesso alla cultura e al mondo che le generazioni precedenti si sognavano. Può essere, ma guardando a quello che combinano i miei coetanei in altri campi tenderei per l’assoluzione. Se però fosse un problema di generazione si può sperare allora che i trentenni facciano meglio. Non mi sbilancio nel giudicare i trentenni attualmente in politica[1].
  • E’ un problema di antiselezione. Dopo Tangentopoli e con il berlusconismo, impegnarsi in politica è diventata un’attività tossica. I più capaci tra chi ha ora tra i 40 e i 50 si sono messi a fare altro, magari volontariato (chissà se ci sono dati per verificare questa ipotesi), oppure si sono disinteressati e basta. Quindi all’attività politica, al netto di tante lodevoli eccezioni, si è dedicato soprattutto chi non sapeva fare niente in altri campi. Esiste una variante, più virtuosa: la gestione della cosa pubblica, specialmente a livello locale, porta via tempo, non è remunerata benissimo e ha grossi rischi per la reputazione, visto quanto è facile per un amministratore locale ricevere un avviso di garanzia.  Chi ha una professione, ma non uno sconfinato senso del dovere civico, unito ad una forte ambizione ed un certo penchant per il martirio, probabilmente eviterà di impegnarsi, lasciando spazio ad altri con un curriculum, diciamo, più leggero e motivazioni meno nobili. I miei coetanei ricorderanno che, venti e passa anni fa, andava molto di moda parlare della partecipazione della cosiddetta “società civile” alla politica. Un rapido sguardo alle carriere professionali di chi oggi è alla guida dei partiti e amministra molte regioni fa capire che quanto diversamente siano andate a finire le cose.
  • Il meccanismo di selezione non funziona più. Di quarantenni capaci in politica ce ne sono anche, ma (sempre dopo Tangentopoli) i partiti sono diventati delle scatole vuote, senza più quella rete diffusa di partecipazione  e di formazione che aiutava a fare emergere i migliori. Leader o mezzi leader si sono per così dire messi in proprio, reclutando chi è più fedele e non fa ombra e pensando di poter gestire tutto con il minimo di persone vagamente capaci.  Raramente gli incapaci cooptati dal potere capiscono i propri limiti e quindi hanno (e si danno da fare per trovare) spazio per fare danni. A loro volta probabilmente coopteranno i meno dotati ma più fedeli, e così via. Nel PD non mi sembra un fenomeno degli ultimi cinque anni: se ripenso alla Ditta non mi viene in mente nessun genio.

Come ci si salta fuori? Confesso un grosso pessimismo. Qualsiasi soluzione a cui posso pensare, anche aspettare la generazione “giusta” (ammesso che esista), richiederebbe  una quantità di tempo che il nostro Paese semplicemente non ha. E nel frattempo, a fare argine al ritorno del nazionalismo e a fascisti vecchi e nuovi c’è una classe dirigente tremendamente impreparata e inadatta. Servirebbe un aumento massiccio della partecipazione (quella vera, non solo via social media), che sarebbe fondamentale a far ripartire un ricambio serio. E poi strutture in grado di selezionare e formare i futuri amministratori: sicuramente i soldi per crearle e farle funzionare non ci sono più, e sono piuttosto scettico sul fatto che, al di là della costellazione di convention, think-tank ecc. esista una reale volontà di farlo.

Sono troppo pessimista?

[1] Mi sembrano pippe quanto i quarantenni, ma a dirlo si fa la figura del vecchio che guarda con supponenza ai più giovani.

TAG: Classe dirigente, partito democratico, politica
CAT: Partiti e politici

2 Commenti

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  1. favordebitoris 2 anni fa

    concordo sulle linee generali e in particolare sul volontariato

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  2. mauro-parilli 2 anni fa

    Viviamo in piena rivoluzione industriale 4.0, le cui implicazioni sociali ed economiche non è facile interpretare, per cui la reazione al cambiamento non può che essere istintuale rispetto a quella appresa. Da qui chi ci rappresenta. Esiste poi la parte culturale e qui dovremmo rispolverare l’antropologia per aiutarci ad interpretare. Ma siamo certi di saperlo fare, in una gerarchia che il nostro Paese ha adottato come quella militare?
    Truppa corrisponde a licenza media; diploma equivale a sottufficiale; laureato a ufficiale. Ma è proprio così o ci siamo persi qualcosa? Nei Paesi di successo ognuno ha il suo ruolo dove il politico è consapevole di non sapere per cui chiede a chi nel mondo sa. In Italia sono nati tutti imparati ed i professori di non si sa bene cosa, hanno il rango di ufficiale per cui si siedono ad aspettare e poco importa è sapere cosa fanno gli altri nel mondo. È già successo nella campagna di Russia quando le nostre truppe non avevano scarpe ma in compenso i cappotti nel deserto.

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