Perché Renzi (non) è matto

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6 marzo 2018

La mia città ha una lunga tradizione di pazzi. Persone eccentriche, generalmente benvolute dalla gente, che si distinguevano per i loro estrosi comportamenti pubblici. C’era un anziano signore, i bambini lo chiamavano “Caramella”, che era solito lanciare in aria il suo bastone da passeggio e riprenderlo al volo prima che finisse sulla testa di un malcapitato. E, dopo la “performance”, attendeva le ovazioni e gli applausi dei passanti. Oppure Totò, un ragazzo bonario che credeva di essere un vigile urbano: con cappello, paletta e fischietto fermava gli autobus del servizio pubblico urbano, di cui peraltro conosceva a memoria tutte le linee e gli orari. Questi personaggi erano considerati matti perché erano totalmente scollati dalla realtà. Vivevano in un mondo tutto loro.

La stessa impressione, di un uomo totalmente staccato dalla realtà, l’ha data Matteo Renzi nella conferenza stampa di ieri: annunciata in mattinata, poi rinviata alle 17, infine tenuta un’ora dopo.

Il segretario del PD si è presentato nella sala stampa del Nazareno con il piglio del vincitore. Passo sicuro, mento spigoloso, sguardo fiero. Il linguaggio del corpo già diceva molto di quello che saremmo andati ad ascoltare, esterrefatti, nei minuti successivi.

Ammetteva, sì, il segretario, che la sconfitta era stata netta. E però figlia di una campagna elettorale basata sulle fake news e su una narrazione della realtà da parte dei suoi competitor tutta incentrata sull’odio.
La sconfitta, secondo il leader dem, aveva radici profonde: non lo scollamento tra il PD e il paese reale, tra il partito e il suo popolo che si era rivolto altrove per cercare una soluzione alle proprie paure (l’immigrazione) e ai propri bisogni (una via d’uscita dalla precarietà e da una crisi economica che, nonostante l’accenno di ripresa, attanaglia milioni di italiani); quanto piuttosto il non avere compreso “che bisognava votare in una delle due finestre del 2017 in cui si sarebbe potuta imporre una campagna sull’agenda europea”. Tutta qui l’autocritica per un risultato elettorale che portava il PD sotto la soglia psicologica del 20% e la sinistra al suo minimo storico.

Poi, vestiti i panni di Napoleone – non dopo la devastante sconfitta di Waterloo, ma il giorno dopo il successo di Austerlitz – Renzi ribadiva con orgoglio i risultati straordinari realizzati dal governo a trazione PD. La figura del folle, staccato completamente dalla realtà dei fatti, era completa.

In realtà, però, Renzi non è mai stato più lucido. E attaccato al potere. Con la “mossa del pazzo” e le dimissioni congelate, vuole semplicemente condurre ancora il gioco: in Parlamento e nel partito. Pur di riprendersi lo scettro, allontana ancor di più il PD dalla gente e mette il Presidente della Repubblica di fronte a una via d’uscita strettissima per la soluzione del rebus elettorale.

TAG: dimissioni, Matteo Renzi, pazzo, Pd
CAT: Partiti e politici

Un commento

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  1. dionysos41 8 mesi fa
    Desolatamente vero!
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