Riaprire o tenere chiuso? I limiti di un dibattito sterile

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30 Marzo 2020

Negli anni sulle pagine di questo sito ho spesso scritto in difesa di Matteo Renzi. Lo appoggiai con convinzione dal 2012, quando lo considerai come un’incredibile opportunità per dare uno slancio nuovo alla politica, e al Paese. Col tempo sono stato definito renziano e poi renziano oltranzista, anche se dai veri renziani oltranzisti ero additato più come un “renziano rompipalle”. Del resto se già a partire dal 2014 inizi a scrivere che le cose non sembrano andare così bene e che le relative rivoluzioni promesse iniziano a essersi smarrite, di certo non puoi aspirare ad avere un posto nel gruppo dell’ortodossia renziana. Voglio però discutere di questa intervista rilasciata da Renzi ad Avvenire, la famigerata intervista del “le fabbriche devono riaprire prima di Pasqua. Poi il resto. I negozi, le scuole, le librerie, le messe. […] si torni a scuola il 4 maggio”. Intervista su cui lo stesso Renzi deve tornare a fine giornata, dicendo all’Huffington Post che “non sto indicando una data”, dopo averle decisamente e indiscutibilmente indicate. Va bene la necessità di precisare, è comprensibile, ma qui siamo all’autosmentita.

Dall’inizio di questa pandemia tutti, Renzi compreso, ci hanno ribadito ogni giorno la necessità di affidarci alla scienza, di ascoltare la scienza, di seguire le parole degli scienziati. E cosa dicono gli scienziati di queste dichiarazioni? La Repubblica riprende le dichiarazioni di alcuni scienziati, fra cui quelle di Burioni, sempre osannato dallo stesso Renzi: l’epidemiologo Pierluigi Lopalco dell’Università di Pisa dice che “pensare di riaprire le scuole il 4 maggio è una follia e fare proclami in questo momento è sbagliato”, il virologo Roberto Burioni afferma che “in questo momento la situazione è ancora talmente grave da rendere irrealistico qualuque progetto di riapertura a breve”, il virologo Fabrizio Pregliasco dice che “pensare di riaprire le scuole è prematuro. É giusto pensare al futuro ma serve molta attenzione”, l’epidemiologo Gianni Rezza dice che “non possiamo tenere l’Italia chiusa per sempre, ma occorre vedere prima gli effetti delle misure importanti messe in campo dal governo, poi si possono studiare provvedimenti”. Se tutto il mondo scientifico ti fa capire che stai sbagliando tutto, più che chiarire il concetto che volevi esprimere dovresti scusarti, e dire che non era il momento di buttare nel dibattito pubblico un argomento così importante e complicato. Ma si sa, trovare un politico che ammette un proprio errore e chiede scusa è cosa assai rara. E pensare che proprio nel 2012 Renzi dimostrò di saperlo fare, con quel discorso dopo la sconfitta alle primarie di coalizione del centrosinistra. Forse col tempo ha dimenticato come si fa.

Ma io voglio comunque cogliere questa provocazione di Renzi. Si, provocazione, perché mi pare lampante che Renzi abbia fatto queste dichiarazioni anche per ritagliarsi un po’ di spazio in un dibattito pubblico che lo vedeva un pochino ai margini. E voglio coglierla partendo da un punto fermo: nel sollevare un problema sempre più grande Renzi ha sbagliato i tempi di quella intervista, ha sbagliato i contenuti e ha sbagliato anche i toni. Soprattutto sbaglia nel concentrare il focus della discussione sul QUANDO riaprire, e non sul COME. O meglio, sul come si limita a snocciolare l’ordine secondo cui le varie tipologie di attività potranno riprendere e sul fatto di garantire adeguati DPI a tutti i lavoratori. Un paradosso, visto che la stessa sanità pubblica non ha sufficienti DPI e fatica a reperirne in quantità adeguate. Come potremo garantirli a milioni di lavoratori? È palese che non si può restare chiusi per sempre, e nessuno dice che si deve restare chiusi finché il virus sarà ancora in circolo. Ma questo dibattito non lo si può affrontare come se fossimo alla bocciofila, non tutto il rispetto per le bocciofile. Non lo si può affrontare semplicemente pretendendo che a tutti i lavoratori vengano date delle mascherine e stabilendo una lista di riapertura delle attività a seconda della loro categoria.

Stabiliamo un altro punto fermo: dovremo imparare a convivere con questo virus, come detto nell’intervista? Probabilmente si. A dirlo è stata già a gennaio Ilaria Capua, ed è verosimile che prima di veder scomparire questo Coronavirus ci vogliano mesi, forse anche anni. La fase critica che stiamo vivendo ora potrebbe durare ancora per poco o anche per molto tempo. Adesso come adesso non possiamo saperlo. Fra le varie ipotesi c’è pure quella, sempre accennata dalla Capua, che questo virus diventi endemico, come quelli dell’influenza o del raffreddore. Magari in versione depotenziata, certo, ma potrebbe accadere che ci si debba convivere per sempre. Detto questo, è allora possibile ipotizzare date o orizzonti temporali certi per riaprire tutto? ASSOLUTAMENTE NO. Anzi. Farlo ora è incredibilmente deleterio oltre che assolutamente irresponsabile. E Renzi nel dire che si possono iniziare a riaprire le aziende prima di Pasqua (che vi ricordo sarà domenica 12 aprile, ovvero fra 13 giorni) e le scuole dai primi di maggio rischia di fare danni come la grandine in un momento in cui si chiedono agli italiani ancora molti sacrifici e molto rigore nel rispettare le regole emergenziali. Indicare oggi delle date precise e ahimè troppo vicine per riavviare tutto rischia di replicare su larga scala il dramma che si consuma ogni giorno a Bergamo e in ampie zone della Lombardia, dove molte attività anche non strettamente essenziali non sono state fermate favorendo il rischio di espansione del contagio.

Viviamo una situazione drammatica. Imprevista. Straordinaria. Abbiamo davanti in modo palese l’opportunità di ripensare ai nostri sistemi e cambiarli, rivoluzionarli. L’eccezionalità del momento addirittura ci dà gli strumenti per attuare una rivoluzione che potrà davvero migliorare le condizioni per tutti. Ecco cosa avrebbe dovuto fare Renzi, uno che si è sempre proposto come progressista, innovatore, rottamatore. E invece restiamo a guardarci la punta del naso, discutiamo della punta del naso. Abbiamo l’opportunità di analizzare il sistema industriale ed elaborarne uno migliore, abbiamo l’opportunità di studiare il nostro mondo del lavoro e disegnarne uno migliore sia dal punto di vista dei contratti che delle tutele senza dimenticare nessuna categoria, abbiamo l’opportunità di analizzare il nostro sistema sociale e svilupparne uno più umano e solidale, abbiamo l’opportunità di rivedere il nostro sistema di welfare e vararne uno che davvero aiuti i più deboli e i meno protetti, abbiamo l’opportunità di rivedere il nostro sistema fiscale e renderlo davvero più equo e proporzionale come è scritto nella Costituzione. Più che occuparci di parlare del quando riaprire dovremmo iniziare a chiedere a gran voce un reale piano di gestione di questa crisi, che sembra drammaticamente mancare, un piano che deve essere pensato non solo dal Governo tutto (Renzi compreso, dato che è in maggioranza) ma anche con la collaborazione delle opposizioni. Un piano che, se necessario, deve vedere lo Stato ma anche l’Europa creare strumenti nuovi per affrontare questo sconosciuta tempesta che stiamo navigando. Invece ci guardiamo il naso.

Lo dico a tutti quelli che in questi anni si sono definiti progressisti: tornate a esserlo per davvero. Tornate a elaborare idee per il progresso. Altrimenti ripartiremo con modelli che, alla prossima crisi, ci riproporranno sempre gli stessi drammatici problemi.

Sono utopico? Si. Dannazione se lo sono. Farò una citazione pop, in “Boris – Il Film” c’è una battuta in cui Glauco parla di Eduardo Galeano, dicendo “l’utopia è come l’orizzonte: tu fai due passi avanti, quello s’allontana di due passi. Tu fai tre passi e quello s’allontana di tre passi. Allora dice: a che cosa serve l’utopia? Serve a camminare”. Dobbiamo tornare a essere utopici per camminare verso il futuro. Dobbiamo tornare a essere utopici per avanzare verso un miglioramento. Dobbiamo tornare a essere utopici per tornare a essere davvero progressisti. Come riporta Il Sole 24 Ore il Primo Ministro Giuseppe Conte nell’intervista a El Pais ha detto “è prematuro dirlo, quando il comitato scientifico dirà che la curva inizia a scendere potremo studiare delle misure di rallentamento. Però dovrà essere molto graduale”. Allora facciamo una cosa, ma facciamola per davvero: visto quanto è stato scritto fino ad ora, nell’attesa di sapere dalla scienza quando potrà esserci un via libera per delineare un cronoprogramma di riapertura, iniziamo da subito a parlare delle riforme possibili. Iniziamo adesso a disegnare un nuovo futuro, iniziamo a dargli forma per farci trovare davvero pronti a ripartire nuovamente, per ripartire meglio di prima.

Volete alcuni esempi? Eccoveli. Dato che siamo su Gli Stati Generali cito un paio di contributi che ho recentemente letto qui sopra: quello di Lorenzo Lipparini che si interroga sul Tempo di Innovare la Democrazia, e quello di Francesca Mazzocchi, Marco Tognetti ed Elena Como, autori di queste Sei Proposte per Ridisegnare il Futuro. O se posso autocitarmi, potrei suggerire il dibattito su Lavoro e Reddito nell’Industria 4.0. Discutiamo di cose importanti, non limitiamoci a un dibattito in cui l’argomento principale sono le date sul calendario. Altrimenti si continuerà ad alimentare il rumore di un dibattito politico sempre più sterile.

TAG: coronavirus, COVID-19, crisi, Elena Como, Fabrizio Pregliasco, Francesca Mazzocchi, gianni rezza, Giuseppe Conte, Lavoro, Lorenzo Lipparini, Marco Tognetti, Matteo Renzi, Pierluigi Lopalco, politica, riforme, Roberto Burioni, Serrata
CAT: Partiti e politici

Un commento

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  1. federico.gnech 6 mesi fa

    Bellissimo pezzo, Robbie. Sottoscrivo tutto. Un abbraccio.

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