Salvini top, Di Maio flop. E il Pd? Insegue l’ennesimo personaggio pop

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11 febbraio 2019

Il voto in Abruzzo va preso per ciò che è: una consultazione locale che può dare indicazioni su ciò che sta avvenendo su scala nazionale. Poco più che un sondaggio ben fatto, insomma. Parliamo di una regione storicamente di destra, dove anche lo strapotere democristiano di un tempo si reggeva su dei “feudatari” molto conservatori.

Siamo ormai tornati stabilmente al proporzionale e con la fine del bipolarismo vince chi riesce a polarizzare meglio il suo elettorato “naturale”. Il Ministro dei Tweet con delega alle dirette Facebook lo fa bene: oggi la destra si riconosce in lui. La Lega è il partito egemone della coalizione, prosciuga gli alleati e “riporta a casa” molti ex elettori berlusconiani che si erano rifugiati nel Movimento 5 Stelle. Elettori che oggi hanno di nuovo un “capo”.

I grillini hanno una vistosa ferita sul fianco destro e continuano a perdere litri sangue. La metafora è un po’ cruda, ma penso che possa rendere l’idea. L’alleanza di governo premia l’alleato che risulta anche più credibile tra i meno alfabetizzati: al momento è più facile odiare il fantomatico “migrante” che odiare per invidia sociale il conto in banca del vicino di casa. Ma la linea di Giggino (quello che voleva fare il premier) fa perdere consensi anche a sinistra. Il motivo è ovvio: chi il 4 marzo scorso ha votato M5S per “dare un segnale” al Pd non vuole ritrovarsi complice della peggior destra della storia repubblicana, quindi in Abruzzo vota svogliatamente una lista a caso del centrosinistra o non vota.

Arriviamo al Pd. Il partito del Nazareno è circondato da mesi da una rete arancione (di quelle che delimitano le voragini nella Roma in decomposizione di Virginia Raggi) e su di essa c’è un enorme cartello con la scritta “lavori in corso”. In attesa di un nuovo segretario che imponga una nuova linea politica (ammesso che avrà la forza per farlo), i dem riescono a ottenere un buon risultato di coalizione lavorando bene sulle civiche, ma non raccolgono sulla lista gli scontenti in fuga dal M5S. Mentre Salvini polarizza a destra, insomma, il Pd non polarizza a sinistra.

Concludendo. Come ho scritto Nelle prime righe di questo post, l’Italia del 2019 è sempre più proporzionale, ma rispetto alla prima repubblica vincono le forze più “estreme”, mentre quelle moderate sono minoritarie. Il voto frammentato premia i partiti più riconoscibili, più “ideologizzati” si sarebbe detto una volta.
Per questo il Movimento 5 Stelle soffre e si sgonfia come una fisarmonica, diventando il partito dei “delusi” della destra e della sinistra (ma le delusioni prima i poi passano).
Per questo il Pd non polarizza su di sé il voto di sinistra.

Dopo anni di maggioritario e di “annacquamenti” dove la strategia era “un voto in più” da andare a conquistare sul campo avversario, oggi la priorità è andare a prendere fino all’ultimo voto nel proprio campo. Salvini vince perché riesce a farsi amare dai “suoi” e a farsi odiare dagli avversari. Lo fa in modo becero, violento, volgare, pericoloso per la tenuta democratica del paese, ma ci riesce. Il Pd, per contro-polarizzare, dovrebbe tornare a essere il punto di riferimento dell’altro campo. Col proporzionale si può “vincere” col 30%, non serve il 51%. E più quel 30% è granitico e più si vince. Va da sé che che tra un Pd più identitario e un nuovo “listone-coalizione” di identità annacquate, la prima soluzione potrebbe essere decisamente più adatta a questo momento storico; ma qui si smonterebbe il nuovo personaggio pop del momento (quello che sogna un annacquatissimo “fronte anti-sovranista”). Chissà che non sia finalmente giunto il tempo di ammettere, con qualche nostalgia e qualche rimpianto, che i personaggi pop sono stati uno dei motivi della lunga crisi della sinistra italiana.

TAG: Carlo Calenda, lega, Luigi Di Maio, m5s, matteo salvini, Pd
CAT: Partiti e politici

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