Giachetti vince, ma il popolo delle primarie non c’è più

7 Marzo 2016

Ha vinto il candidato calato dall’alto, Roberto Giachetti e il presidente Matteo Renzi, che è riuscito ad imporre il suo nome in una realtà respingente come quella di Roma. Ma nel frattempo il popolo delle primarie si è disintegrato. Il Partito Democratico romano cercava il riscatto e la voglia di partecipazione della sua gente, ma ha toccato con mano tutta la sua fragilità, attraverso una competizione elettorale interna, autoreferenziale e, orso a parte, priva di emozioni, che ha restituito in un unico colpo, fra l’imbarazzo dei gazebo vuoti soprattutto nelle periferie, tutto il disagio degli ultimi due anni. Passare indenni dagli scandali di Mafia Capitale e dopo una operazione contorta come quella dell’allontamento dell’ex sindaco Ignazio Marino, destituito davanti ad un notaio insieme ad Alfio Marchini, non era semplice, certo. “Ma se non riusciamo a nemmeno a convincere i nostri – si sfoga un esponenente romano del Pd – cosa racconteremo ai romani?”.

I risultati arrivati dai circa 190 gazebo distribuiti nella città, dopo una giornata caratterizzata dal mistero dell’affluenza reale ai seggi, parlano chiaro: a votare l’ex radicale è stato il 64,16% dei partecipanti, Morassut ha raccolto solo il 27,52% dei consensi, mentre gli altri candidati si sono dovuti accontentare delle briciole: Domenico Rossi del 3,2%, Chiara Ferrario 14%, Stefano Pedica 1,38% e Gianfranco Mascia 0,78%. Ma se in soli tre anni si è passati dagli oltre 100 mila votanti del 2013, quando Ignazio Marino vinse le primarie su David Sassoli, ai circa 42 mila di ieri, come confermano fonti interne al Pd, significa che la situazione è assai più grave di come sia stata descritta e non può essere spiegata solo con l’assenza di Sel della coalizione o con l’indicazione di Marino ai suoi di non partecipare al voto. Alle primarie di centrosinistra di Milano, poco meno di un mese fa, votarono circa 60 mila persone. Ieri a Roma, che conta più del doppio della popolazione, ce ne erano 20 mila di meno e anche l’obiettivo minimo di arrivare a quota 50 mila,  è miseramente fallito.

primarie Pd

Anche per questo, forse, Roberto Giachetti era il più cupo dei volti presenti all’interno del suo comitato elettorale, allestito all’ex Dogana nel quartiere studentesco di San Lorenzo, “uno spazio che rappresenta il simbolo della città che vogliamo ricostruire”, come spiega Tobia Zevi, del Think Tank “Roma puoi dirlo forte”,  gli unici veri renziani a Roma come si definiscono, e forse gli unici di cui Giachetti si fida veramente, a giudicare da come non hanno bisogno di farsi vedere in prima fila nel giorno della vittoria, rispetto a tutti gli altri big del partito romano.

Nel suo primo discorso da candidato sindaco, durato pochi minuti, l’ex radicale prende di mira il Movimento 5 Stelle, principale avversario alle prossime elezioni di giugno, “il mio programma è nato fra la gente e non negli studi a Milano della Casaleggio Associati”, ma soprattutto il suo partito, dove le tante anime che lo compongono, pur avendolo sostenuto, hanno già fatto comprendere in più di una occasione il potere autodistruttivo di cui sono capaci. A loro, alle correnti che in blocco lo hanno votato, Giachetti dedica più di una parola: “le ho scritte su un foglio”. Per vincere servirà “una lista di persone pulite e belle al di sopra di ogni sospetto”, anche perchè “Roma e i romani un’altra occasione non ce la daranno”. Ma soprattutto guai a salire sul carro del vincitore e a porre veti. “Come sapete io giro in scooter, il mio carro è quello. Per cui, anche per motivi di spazio, non vi affannate. Niente ricatti e niente spartizioni di poltrone. E se a qualcuno non va bene il metodo, la porta è quella là. Il 5 giugno non sia il solito appuntamento elettorale che interessa solo ai capibastone”.

Dopo la foto di rito insieme agli altri candidati, Giachetti subito si ritrae, lasciando la platea dei giornalisti a Matteo Orfini, il commissario del Pd romano, che per molti è il grande sconfitto della giornata, vista la scarsa affluenza ai gazebo. “La volta scorsa c’era il Pd delle truppe cammellate di quelli che sono stati arrestati, delle file di rom e quant’altro questi sono dati veri di un partito vero che per fortuna ha ancora tanto lavoro da fare e sta rinascendo”. Per il commissario Pd, il numero dei votanti, di gran lunga inferiore alle aspettative, è comunque una buona base da cui ripartire. Anche se, in camera caritatis, non manca chi prova a leggere cosa sia accaduto realmente nel partito nell’ultimo anno.”Dopo Mafia Capitale, Orfini era di fronte ad un bivio – racconta una persona informata – azzerare tutto rischiando il tracollo totale o tentare di salvare il salvabile, tenendo in vita il meccanismo consolidato delle correnti, che avrebbero comunque garantito i loro voti? Ha scelto di percorrere questa seconda strada, lasciando incompiuto il lavoro di Fabrizio Barca sui circoli e cercando nel frattempo di rafforzare la sua di corrente, quella dei giovani turchi”.

Se questo basterà al Pd per governare Roma è ancora presto per dirlo a tre mesi dalle elezioni. Solo Roberto Morassut, “che a differenza di tutti gli altri – spiega chi lo conosce bene – proviene da una scuola diversa, di chi non è abituato a vincere ma a governare”, nell’accettare la sconfitta, non ha avuto paura di parlare di “affluenza difficile”, a differenza di Orfini. E come prima preoccupazione, l’ex assessore all’urbanistica, arrivando al comitato elettorale per congratularsi con Giachetti, ha subito espresso la necessità di “allargare la coalizione del centrosinistra”.  Di sicuro, da Ignazio Marino a Stefano Fassina, fino a Massimo Bray,  da oggi inizia una partita nuova per molti. Anche perchè quella di ieri, lo ha detto Giachetti, era solo “un’amichevole”. Per giunta con pochi spettatori paganti.

 

TAG: matteo orfini, Matteo Renzi, roberto giachetti, roberto morassut
CAT: Partiti e politici, Roma

Un commento

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  1. umbertob 5 anni fa

    La scarsa affluenza non mi pare una cosa grave, le primarie sono un rito ormai obsoleto e per molti versi inutile dato che il più delle volte serviva a certificare col sigillo della finta democrazia decisioni prese altrove.

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