Legislazione
Giurare alla Repubblica: il rito laico che può fare degli italiani una comunità
In Italia si giura. Giura lo straniero che acquisisce la cittadinanza italiana; giurano i magistrati, i militari, i membri del Governo; giura il Presidente della Repubblica davanti al Parlamento. Il giuramento è un atto solenne, pubblico, carico di significato: non è una formula vuota, ma una dichiarazione di appartenenza e di responsabilità. Eppure, proprio nel Paese che fonda la propria identità sulla Costituzione repubblicana, la grande maggioranza dei cittadini non è mai chiamata a pronunciare, in modo consapevole e condiviso, un impegno verso la comunità civile di cui fa parte.
Nel mondo religioso esistono ancora riti di passaggio. L’iniziazione cristiana – con il battesimo, la cresima, la prima comunione – segna tappe simboliche che introducono l’individuo nella comunità dei credenti. Quei riti non sono solo tradizione: rappresentano momenti in cui si prende coscienza di un’appartenenza e si assume, almeno idealmente, un impegno. Se questo accade nella dimensione spirituale, perché non pensare a un rito civile, laico e repubblicano, che accompagni l’ingresso dei giovani nella piena cittadinanza?
L’idea è semplice e potente: chiamare tutti i diciottenni italiani, in base al mese di nascita, a prestare giuramento alla Repubblica in tre date simboliche della nostra storia – il 2 giugno, il 17 marzo e il 27 dicembre. Non solo gli stranieri che diventano italiani o chi assume funzioni pubbliche, ma ogni ragazza e ogni ragazzo che raggiunge la maggiore età. Un gesto uguale per tutti, capace di trasformare un traguardo anagrafico in un momento civico.
Il 2 giugno, Festa della Repubblica, ricorda il referendum istituzionale del 1946 che sancì la scelta repubblicana del popolo italiano. Il 17 marzo celebra l’Unità d’Italia, il lungo cammino che portò alla nascita dello Stato nazionale. Il 27 dicembre richiama la promulgazione della Costituzione del 1947, entrata in vigore il 1° gennaio 1948: la carta che fonda la nostra convivenza civile. Tre date che raccontano chi siamo stati e chi vogliamo essere.
Un rito civile di questo tipo non avrebbe nulla di confessionale. Sarebbe, al contrario, un momento di educazione costituzionale vissuta. Il giuramento potrebbe essere semplice: fedeltà alla Repubblica, rispetto della Costituzione, impegno a contribuire al bene comune. Parole che non limitano la libertà individuale, ma la incardinano in una cornice di diritti e doveri condivisi. Perché la cittadinanza non è solo un insieme di prerogative – votare, essere eletti, esprimersi liberamente – ma anche una responsabilità verso gli altri.
Oggi molti giovani compiono diciotto anni senza percepire davvero il significato del passaggio all’età adulta dal punto di vista civico. Possono votare, stipulare contratti, assumersi obblighi legali; ma raramente la comunità si rivolge a loro per dire: “Ora sei parte attiva della Repubblica”. Un rito laico, celebrato nei municipi o nelle piazze, alla presenza delle autorità locali, delle scuole, delle famiglie, darebbe concretezza a quel momento.
Non si tratterebbe di un’imposizione ideologica. Il giuramento, come già accade per chi acquisisce la cittadinanza, sarebbe un atto pubblico ma rispettoso della libertà di coscienza. Potrebbe essere accompagnato da un percorso di preparazione nelle scuole superiori: studio della Costituzione, incontri con rappresentanti delle istituzioni, momenti di confronto sui diritti e sui doveri. In questo modo il rito non sarebbe solo cerimonia, ma culmine di un cammino di consapevolezza.
C’è chi potrebbe obiettare che il senso di appartenenza non nasce da una formula pronunciata davanti a un sindaco. È vero: l’identità civica si costruisce nel tempo, attraverso l’educazione, l’esempio, la partecipazione. Ma i simboli hanno una forza che va oltre le parole. Le comunità politiche si fondano anche su gesti condivisi, su rituali che danno forma visibile a valori invisibili. Senza simboli, la politica rischia di ridursi a mera amministrazione; con simboli condivisi, diventa progetto collettivo.
Un rito di passaggio laico avrebbe anche un valore di inclusione. Metterebbe sullo stesso piano chi è nato in Italia e chi è diventato italiano; chi proviene da famiglie radicate da generazioni e chi ha storie più recenti di migrazione. Tutti, al compimento dei diciotto anni, chiamati a dire “ci sono” alla Repubblica. In un’epoca di frammentazione sociale e di sfiducia nelle istituzioni, un gesto comune può contribuire a ricucire legami.
Inoltre, il giuramento potrebbe essere l’occasione per consegnare ai giovani una copia della Costituzione, magari personalizzata, come segno tangibile dell’impegno assunto. Un piccolo libro che non resti chiuso in un cassetto, ma diventi riferimento vivo. Perché la Costituzione non è solo un testo giuridico: è un patto tra generazioni.
Non si tratta di nostalgia per un passato di ritualità perdute, né di volontà di imitare modelli altrui. Si tratta di riconoscere che ogni comunità ha bisogno di momenti in cui si guarda allo specchio e rinnova il proprio patto fondativo. Se chiediamo a chi diventa cittadino italiano di giurare fedeltà alla Repubblica, è coerente chiedere a ogni nuovo adulto di assumere pubblicamente lo stesso impegno.
Un rito civile di accoglimento nella comunità repubblicana sarebbe, in definitiva, un atto di fiducia nei giovani. Direbbe loro: vi consideriamo capaci di responsabilità, degni di partecipare pienamente alla vita pubblica, chiamati a custodire e rinnovare i valori comuni. In un tempo in cui spesso si parla dei giovani come problema, sarebbe un modo per riconoscerli come risorsa.
Giurare alla Repubblica non significa uniformarsi o rinunciare alla propria individualità. Significa riconoscere che la libertà personale trova senso dentro una comunità politica che tutela diritti e chiede doveri. Un rito laico e repubblicano, celebrato nelle date simboliche della nostra storia, potrebbe trasformare la maggiore età in qualcosa di più di un numero: in un ingresso consapevole nella casa comune chiamata Italia.
Devi fare login per commentare
Accedi