Partiti e politici
Da “scudo penale” a “mela marcia” è un attimo: la fiaba senza lieto fine del boschetto di Rogoredo
Era inevitabile: adesso Carmelo Cinturrino, il poliziotto che ha sparato al pusher Abderrahim Mansour, è “la mela marcia”. Dopo essere stato raccontato come l’uomo in divisa che meritava il plauso “senza se e senza ma”, dopo aver ricevuto solidarietà esplicita e senza condizioni da presidenza del Consiglio, Ministero dell’Interno e luogotenente auto-aggiunto Ministro delle Infrastrutture e dei Trasporti, quando irrompe la verità di una messinscena, di un omicidio volontario, probabilmente pluriaggravato, goffamente travestito da legittima difesa, lo scaricabarile diventa specialità olimpica, anche nella città che le Olimpiadi le ha appena archiviate con buon successo. È bastato meno di un mese per passare dalla difesa accorata e retorica di un eroe che si era dovuto difendere dallo spacciatore armato di pistola (giocattolo) al silenzio imbarazzato, ai distinguo tremebondi, fino alle patetiche celebrazioni di un sistema capace di denunciarlo e isolarlo. Naturalmente, sorvolando sul fatto che – se davvero si rivelassero vere metà delle cose che stiamo leggendo su Cinturrino – ci sarebbe da chiedersi dov’era, fino all’altro ieri, “il sistema”.
Ma siamo garantisti e non da oggi, qui, e peraltro a rabbrividire basta quel che lui ha confessato, senza aspettare di vedere accertato quel che stanno confessando per lui i colleghi e sottoposti, ora che la frittata è fatta, un uomo è stato ucciso, e la credibilità della Polizia fortemente colpita. Col senno di poi, però, è istruttivo vedere quell’episodio, quell’omicidio, per quel che è stato per chi governa il paese. Come se non ci fossero davvero problemi molto seri dei quali occuparsi da Palazzo Chigi, è stata l’occasione per esercitare malamente, cavalcando un’emergenza che non c’era – e non ci sarebbe stata neanche se quella di Cinturrino fosse stata una legittima difesa – una potestà legislativa frettolosa e populista. Il 26 gennaio Cinturrino uccide Mansour a Rogoredo. Il 31 gennaio a Torino c’è la manifestazione per Askatasuna, con aggressioni violente a esponenti delle forze dell’ordine. Il 6 febbraio, nel giorno di apertura delle Olimpiadi invernali, il governo Meloni approva il nuovo, ennesimo, decreto sicurezza, contenente tra l’altro le norme sullo “scudo penale”, un confuso dispositivo giuridico che scarica sulle spalle del pubblico ministero la responsabilità di decidere se ci sia evidente necessità di difendersi, da parte di chi ha ferito o magari ucciso, iscrivendolo in un misterioso apposito registro, che comunque dovrà essere istituito con un’ulteriore legge non ancora discussa o approvata.
Non c’è alcuno scudo penale, al momento, e menomale: ed è molto probabile che se mai fosse istituito ci sarebbe qualche verifica da parte della Corte Costituzionale. Resta però un fatto politico: l’uno-due Rogoredo-Torino costruisce un’ottima base per la narrazione politica che spinge il governo prima a dichiarare a una sola voce che sta con la polizia, e poi a legiferare per dichiarare all’Italia che il governo di Giorgia Meloni sta con la Polizia. Solo che stavolta la propaganda ha sbattuto contro il muro della realtà, un magistrato e gli inquirenti son rimasti un po’ così, quando hanno letto questa storia della pistola giocattolo, probabilmente uno come Cinturrino aveva pestato un po’ di piedi, in giro per la città, ed è così che quella che sembrava la storia “perfetta” per la propaganda della destra di governo, si trasferma nella classica buccia di banana sulla quale si scivola, si pestano le natiche, e si passa un po’ di tempo prima di vedere assorbito l’ematoma.
La vicenda ha qualche risvolto politico, forse più grande di quel che si pensi. Nelle strade di periferia, nei bar di paese, abbiamo sentito qualcuno rumoreggiare, non sembravano fan di Elly Schlein. Chissà che non sia un altro mattoncino messo a terra a lastricare la strada, improvvisamente sconnessa, che porta la maggioranza al referendum costituzionale di inizio primavera.
Ma è giusto e doveroso lasciare questa vicenda di periferia dov’è successa, riportarla alla sua storia: in un luogo simbolico della Milano che non ce l’ha fatta, quello del bosco della droga di Rogoredo, dentro a una traiettoria geografica e politica appena più ampia. Dieci giorni prima della cerimonia di inaugurazione delle Olimpiadi, a quattro passi da dove si correva “contro il tempo” per essere pronti per l’inaugurazione della Ice Hockey Arena, nel boschetto della droga di Rogoredo la vita continuava come se niente fosse. Una bella metafora di cose che succedono sempre più spesso, nelle città di successo: a un chilometro in linea d’aria si vivono vite molto diverse. Dal lato sbagliato, si sopravvive di crimini comuni o si muore malamente per i crimini commessi da qualcun altro: che a volte, perfino, porta una divisa. Se tutto va bene, senza scudo. E in ogni caso, senza scuse.
Devi fare login per commentare
Accedi