Partiti e politici
La maggioranza silenziosa dice NO: per Giorgia è la prima batosta, di quelle che lasciano il segno
Nessun testa a testa, nessun paese spaccato in due, nessuna conta all’ultimo voto: un’ora dopo la chiusura dei seggi del referendum costituzionale per la riforma della Giustizia, la sconfitta di Giorgia Meloni era già chiarissima. Come quando, appunto, qualcuno ha vinto e qualcuno ha perso con nettezza. Le proporzioni esatte della vittoria del No, cioè del rifiuto della Riforma Nordio sostenuta dal governo, si avranno compiutamente nelle prossime ore: con la fine dello scrutinio dei voti e il conteggio del voto degli italiani all’estero che, ragionevolmente, potrebbe anche un po’ allargare. Parliamo in ogni caso di un divario comodo, ampio, superiore ai sette punti percentuali, che matura in un contesto di affluenza sostenuta, prossima al 60% e superiore alle attese degli analisti nonché alle più recenti consultazioni dello stesso tipo. Per la maniera e le proporzioni con le quali è maturato, questo risultato comporterà conseguenze politiche significative, e che meritano di essere analizzate, per quanto possibile, fin da subito.
Giorgia e il tocco magico che non c’è più
Si era iniziato a sentire, nei mesi scorsi, che la chimica tra la premier e il paese non era più quella di prima. Che la vittoria del 2022 non fosse un trionfo l’avevamo detto subito, mentre succedeva. Il tempo, le difficoltà delle opposizioni a trovare una quadra e una lingua minima comune, una certa tendenza alla banalità rassicurante, avevano consolidato il perimetro del consenso della coalizione e soprattutto della Presidente del Consiglio. Era arrivata bene alle elezioni Europee, ne era uscita consolidata e vincitrice, pur senza riuscire nè allora nè dopo ad allargare davvero il perimetro del proprio consenso. Restava e ancora resta, la sua, una minoranza di controllo. Un’economia zoppicante, non certo da ieri e non per responsabilità diretta nè tantomeno esclusiva del suo governo, non l’ha aiutata. Molto di più ha contato, forse anche per l’esito di questo referendum, l’abbraccio mortale con Donald Trump, le sue decisioni unilaterali e brutali atterrate su tutto il mondo in forma di inflazione e caro-benzina. In Italia, in particolare, hanno colpito una società governata dalla miglior amica europea di Trump, Giorgia Meloni, che all’inizio dell’attacco all’Iran ha spiegato alla nazione di non “avere elementi per giudicare”. Non male, per un capo di governo. Tutto questo ha contribuito a una difficoltà già evidente, dentro a un processo politico diventato di colpo faticoso, con riforme incagliate – il premierato, l’autonomia – e negoziate in modo macchinoso con gli alleati. Mentre si avvicinava l’isola di questo referendum, e più si avvicinava più assumeva le fattezze di un iceberg. Del resto, lo dice la storia, i refrendum costituzionali sono spesso molto dolorosi per chi governa. Questa volta non ha fatto eccezione.
Alleati e avversari, nel mezzo del guado
Quella referendaria è sicuramente una sconfitta di Meloni. Fosse stato più contenuto lo scarto, fossero stati meno gli elettori, avrebbe potuto aggrapparsi con qualche argomento all’idea di un sostanziale pareggio. Così no. Le ultime mosse disperate – il taglio delle accise sui carburanti, l’ospitata solitaria alla platea impolitica di Fedez – hanno probabilmente lasciato intatta l’onda per il NO che montava, forse l’hanno anche rafforzata. È parsa anche piuttosto evidente, nelle ultime settimane, la solitudine di Meloni, in questa battaglia, e forse nel più grande mare del suo fare politica. In campo, a tutto campo, rincorreva la palla per proteggere una riforma non sua, culturalmente e storicamente, voluta e firmata sì da un suo ministro, l’ex Magistrato Nordio, ma figlia davvero di un altro tempo e di un altro mondo. Gli alleati si son spesi, per come possono, per quel che sono. Tajani, che guida con modestia Forza Italia e con immodestia sogna il Quirinale, regge la bandiera del garantismo berlusconiano con altro piglio e altra verve, rispetto al fondatore. Salvini, tra l’imbarco e poi lo sbarco di Vannacci, le contestazioni al funerale di Bossi, e una brutta figura a difesa di un poliziotto che si pretendeva legittimo auto-difensore prima di scoprirsi omicida confesso, tende a non essere buono sponsor di alcuna causa, nemmeno delle proprie.
In questo quadro, a Giorgia è riuscito un miracolo: far vincere un elezione nazionale ai suoi avversari uniti. Uniti, certo, dal No alla riforma Nordio e, soprattutto, a lei. Uniti al di là del rumore su minoranze interne al Pd (e anche alla base dei 5 Stelle) che hanno votato a favore della riforma. Uniti perché non c’è bisogno di una proposta alternativa, men che meno di governo, quando si dice semplicemente NO alla riforma fatta da qualcun altro. La condizione migliore e forse l’unica possibile per vedere il fronte anti-meloniano in maggioranza. Non basta per candidarsi a governare domani, ma certo è un segnale politico preciso.
Prospettive politiche e il sogno di un paese che sappia anche riformarsi
Da questo referendum esce sicuramente indebolita la maggioranza di governo, e la sua leader, mentre non è automatico il rafforzamento delle opposizioni. Perché questo risultato spiega che lei può anche perdere, mentre non dice molto di come il “Campo largo” possa davvero vincere. Un conto è mobilitarsi in ragione di una storia, di un’identità precisa, conquistando probabilmente anche un pezzo di astensionismo di sinistra, per votare contro una riforma voluta dalla destra post-fascista. Altro, tutt’altro, è costruire una coalizione che, alle regole date, quali che siano, sappia vincere le elezioni presentando un programma di governo e un profilo umano e politico sufficientemente coeso su tutte le materie chiave del fare politica: dagli affari esteri all’economia, per parlare di due cose da poco. È una questione annosa e vitale, che certo non sorge oggi e che non si esaurirà domani. Certo è – e questo voto lo testimonia – se “gli altri” in qualche modo si mettono tutti assieme e riescono a starci, l’esito delle elezioni non è scontato. Si dirà che ancora meno scontato è che davvero lo facciano, e che questo abbia un qualche senso. È tutto vero, ma altrettanto vero che, per la regia di Matteo Renzi, nel campo avverso a giocarsela ci si pensa davvero. È infatti l’ex presidente del Consiglio, con la forza di chi rappresenta pochi e capisce molto e tutti, che sta tessendo con maggior velocità e occhio tutte le geometrie: sapeva che l’occasione del referendum era ghiotta, e non ha fatto distinguo garantisti, fino a uscire galvanizzato da un referendum-bandiera per Travaglio e i 5 Stelle; sa che in politica si possono far trangugiare e trangugiare amari calici, per vincere, come sostenere un governo Conte, poi far cadere un governo Conte, e infine essere alleati di Conte. È contro lo schema-Renzi che Meloni ha già iniziato a formulare ipotesi di altre riforme, quella elettorale, anzitutto, per evitare che il sogno degli altri diventi il suo incubo.
Serve una legge elettorale che garantisca “governabilità” e che dia un premio di maggioranza solido a chi ha un voto in più, nel pensiero di Meloni. Un pensiero che si vorrebbe far diventare azione presto, in modo da arrivare alla fine della legislatura con le polveri pronte e asciutte. Ci riuscirà, sull’onda di una sconfitta che riguarda proprio una riforma fatta a colpi di maggioranza? L’ultima volta, fresco di una sonora sconfitta a un referendum costituzionale, penso di fare la stessa manovrà proprio Matteo Renzi. La legge, il Rosatellum, si fece anche. Ma per chi l’aveva pensata come ancora di salvezza non finì benissimo. Sarebbe il momento di fermarsi e rileggere qualche pagina di storia recente, dunque, e di smettere di fare riforme fondamentali per tutti a colpi di maggioranza. Sarebbe utile e giusta: ma la sconfitta, si sa, è una consigliera peggiore perfino della fretta.
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