referendum sulla riforma costituzionale e asino di buridano

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La Riforma del CSM: il dilemma dell’asino di Buridano, tra un sì e un no diversamente indigesti

10 Febbraio 2026

Per fortuna ho declinato sia i cortesi inviti di amici e colleghi che mi proponevano di entrare nei comitati del Sì, sia quelli che mi proponevano di entrare nei comitati del No in vista del referendum costituzionale sulla Riforma del CSM.  La campagna del Sì mi indurrebbe a respingere la riforma della magistratura, quella del No sembra fatta apposta per farmela approvare. E le contrapposte, puerili delegittimazioni (“chi vota sì è come Casa Pound”, “chi vota no è come i casseurs di Torino”) fanno cadere le braccia. La riforma costituzionale che è stata approvata “blindata” dalla maggioranza di governo – il che è deplorevole – è tutt’altro che epocale. Non avrà né l’effetto taumaturgico che vantano i sostenitori, né le conseguenze rovinose che paventano i detrattori.  Non renderà più efficiente la lenta e sovraccarica macchina della giustizia italiana, non eviterà magicamente gli errori giudiziari e non scongiurerà neppure le invasioni di campo nella sfera politica di cui da sempre vengono accusati i magistrati, talora a ragione.  Si tratta di una “piccola riforma” che, di un solo Consiglio Superiore della Magistratura, ne fa tre pezzi: un CSM per i giudici, un CSM per i pubblici ministeri, un’Alta Corte disciplinare per ambedue le categorie.

Questa separazione dei CSM è un bene o un male?  In linea di principio, a mio giudizio, è un bene.

La piena parità tra PM e difensore non può esistere in natura, visto che il primo si avvale della forza dello Stato e l’altro no.  Dunque le “condizioni di parità” volute dall’art. 111 della Costituzione si riducono a una parità limitata, che si misura essenzialmente in rapporto alla terzietà del giudice. Può esservi autentica e credibile terzietà tra due soggetti le cui carriere seguono uno stesso canale, visto che assegnazioni, trasferimenti, promozioni e provvedimenti disciplinari passano da un unico CSM nel quale domina una logica di correnti ?  Questo è il punto, rispetto al quale risulta irrilevante che i passaggi dalla funzione requirente a quella giudicante, e viceversa, siano quasi inesistenti.

Cosa significa, dunque, “separazione delle carriere” ?  Significa rimuovere il rapporto di colleganza che oggi lega giudici e pm.  Forse non succederà mai, per carità, ma è meglio eliminare la possibilità stessa che accada che il giudice e il pm, che la mattina si danno del lei nell’aula del processo, al pomeriggio si diano del tu mentre partecipano alla riunione della corrente-partito alla quale entrambi sono iscritti, o addirittura ambiscano ad avere l’uno il voto dell’altro per candidarsi ai ruoli apicali dei vari uffici giudiziari.   Fa parte della natura umana che quella colleganza, quella promiscuità, e magari quella comune militanza, inducano il giudice a non poter avere nei confronti del pm lo stesso distacco, la stessa salutare diffidenza che nutre nei confronti dell’avvocato difensore; che tenda a fidarsi, ad abbassare la guardia, a non esercitare quella identica dose di spirito critico che dovrebbe nutrire sia verso l’accusa sia verso la difesa. E, correlativamente, è fatale che questo induca nel pm una certa sicumera.  Quindi è innegabile che rimuovere quella comunanza di appartenenze e di filiere aiuterebbe a mantenere una giusta distanza, favorirebbe la terzietà del giudice e, così, quella limitata parità delle parti almeno nel processo.

Le critiche e gli allarmi che vengono lanciati contro la separazione dei CSM non convincono. Affermano che sarebbe un passo verso la subordinazione del pm all’esecutivo. Non solo non è vero perché le garanzie di indipendenza e inamovibilità dei magistrati non sono toccate, ma addirittura per raggiungere quello scopo sarebbe necessario smantellare le stesse norme risultanti dalla riforma. È decisamente più fondato il rischio opposto, quello che il pm, col CSM autocefalo, possa uscirne perfino troppo indipendente.  Dicono che il fatto che circa il 50% dei processi penali si concludono con assoluzioni o proscioglimenti dimostrerebbe che la terzietà del giudice è già garantita.  Invece il dato dimostra il contrario: che una parte di quei processi non si sarebbero dovuti celebrare, e che dunque in non pochi casi c’è stato un giudice (GIP o GUP) che non ha esercitato il doveroso vaglio critico sul lavoro del pm.  Con il che troppi imputati sono tenuti per anni inutilmente sotto processo e lo stato spreca enormi risorse economiche e organizzative.  Sostengono, ancora, che il pm diventerebbe un superpoliziotto.  Verrebbe da rispondere: fosse vero !  Maggiore specializzazione, indagini curate meglio, meno errori…   Di sicuro non cambia l’obbligo di acquisire anche le prove a favore dell’indagato (art. 358 c.p.), e su eventuali violazioni vigila l’ Alta Corte disciplinare, nella quale i pm sono solo 3 su 15.

Di contro, la riforma presenta vari altri difetti, uno dei quali investe a mio parere una questione di principio. Si tratta del passaggio al sorteggio per le componenti togate dei due nuovi CSM (diverso il caso dell’Alta Corte, che ha funzioni solo giurisdizionali).  È paradossale che la prima applicazione dello slogan grillino “uno vale uno, uno vale l’altro” nella formazione di organismi costituzionali avvenga ad opera dello schieramento di centrodestra. La lesione del principio democratico è macroscopica e imperdonabile.

Per giustificare questo vulnus vengono usate, anche qui, argomentazioni insostenibili.  Affermano che i membri del CSM non sarebbero rappresentanti, ma solo componenti di un organismo tecnico.  Ma come ?  È sempre stato l’organo di autogoverno della magistratura e viene eletto da 67 anni, ma di colpo diventa una sorta di commissione di collaudo ?  Siamo al classico “ego te baptizo piscem” delle abbazie medievali.  Tra l’altro, il CSM ha anche la funzione di esprimere proposte e pareri sulle riforme che riguardano la giustizia e non è pensabile che possano interessare valutazioni espresse, non da una rappresentanza, ma dai primi che passano.  Poi ci dicono che non è necessaria l’elezione perché non è un organo titolato a dare l’indirizzo politico.  Ma neppure i consigli degli ordini professionali, i rappresentanti di classe scelti dai genitori, i consiglieri nominati dai condomini lo sono.  Eppure li eleggiamo.  Sostengono che i magistrati formano un corpo altamente qualificato, il che li renderebbe fungibili.  Ma anche la presidenza dell’associazione dei neurochirurghi non viene estratta a sorte, viene eletta.  E poi che siano molti miei colleghi avvocati a sostenere questo argomento fa sorridere: un’assidua frequentazione non può non avere insegnato che anche tra i magistrati, come in tutte le categorie, esistono menti aperte e ottusi burocrati, campioni di efficienza e fannulloni, persone equilibrate e altre … meno.  Non è che le elezioni garantiscano sempre la prevalenza dei migliori, ma restano – parafrasando Churchill – la peggiore forma di scelta dei rappresentanti, eccezion fatta per tutte le altre.  Infine, ci spiegano che il sorteggio è necessario per stroncare il potere delle correnti.  Questo è l’argomento più specioso.  Le degenerazioni spartitorie e le esondazioni politiche del sistema correntizio sono innegabili, ma il fine non giustifica i mezzi e i bambini non vanno buttati con l’acqua sporca.  I diritti democratici non sono una gentile concessione che si revoca se qualcuno ne abusa.  Sarebbe un pericolosissimo precedente, a maggior ragione in un contesto come l’attuale nel quale la democrazia è già in crisi e sotto assedio.  Oltretutto il degrado poteva essere affrontato agendo sul sistema elettorale dei togati e sui meccanismi di nomina dei capi degli uffici, senza umiliare la magistratura sostituendo al diritto di scelta la lotteria.

Dunque, come uscire dal dilemma tra il Sì e il No?  Come risolvere il paradosso dell’asino di Buridano, che, posto tra due mucchi di fieno identici, non riesce a scegliere e muore di fame?  Ovviamente le più diverse sensibilità di ciascuno possono portare a considerare un male minore di un altro, oppure a far prevalere lo spirito partigiano, pro o contro il governo artefice della riforma.  Oppure si può decidere di non votare o di annullare la scheda, come probabilmente finirò per fare io.

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