Partiti e politici
«La riforma Nordio non risolve nessuno dei problemi del sistema giudiziario, anzi»: intervista a Gherardo Colombo
In vista del referendum sulla Riforma Nordio, incontriamo Gherardo Colombo, un protagonista di alcune tra le più importanti inchieste giudiziarie italiane, da quella che scoperchiò le trame della Loggia P2 fino alla stagione di Mani pulite. Colombo si è dimesso dalla magistratura quasi vent’anni fa scegliendo di andare nelle scuole per raccontare oltre alla sua esperienza di magistrato anche il senso e l’importanza della Costituzione italiana. Un dialogo che ora prosegue anche con il suo ultimo libro La giustizia italiana in 10 risposte (Garzanti), un saggio che offre tutti gli elementi necessari per poter partecipare al Referendum costituzionale del 22 e 23 marzo esprimendo un voto consapevole. Abbiamo incontrato Gherardo Colombo.
La riforma proposta dal ministro di Grazia e Giustizia Carlo Nordio ha attirato gli strali dei magistrati e di parte della società civile. Secondo lei la legge riuscirà almeno in parte ad ottenere dei miglioramenti nella macchina della giustizia italiana? Oppure come già spiega nel suo libro sottende esclusivamente una motivazione politica che comprende un disegno di riforme costituzionali a carattere presidenziale proposte dal Governo Meloni?
Molto brevemente, la riforma proposta non tocca nessuno dei temi che oggi determinano il malfunzionamento della giustizia in Italia, ma anzi proprio per come è costruita tenderà ancora di più a indebolire l’azione e l’efficacia della magistratura.
Da più di trent’anni, all’incirca con l’avvento di Silvio Berlusconi alla presidenza del consiglio dei ministri nel 1994, la politica propone – da entrambi gli schieramenti – con estrema frequenza modifiche alla Costituzione. Secondo lei esistono necessità reali di modifica o siamo di fronte semplicemente a un tentativo di manomissione più che di miglioramento della Costituzione?
Direi che tali necessità di ringiovanimento della nostra carta costituzionale non ci sono. La Costituzione non è vecchia, è molto più giovane di quel che ci si vorrebbe metter dentro oggi. Ha qualche piccola sbavatura, ma riguarda altro dalla giustizia. Le modifiche alla Costituzione proposte ora, la cosiddetta riforma Nordio, hanno l’obiettivo di ricondurre per legge il controllo della magistratura sotto al potere esecutivo e quindi del Governo. E questo secondo me è un punto da sottolineare: ottenere una magistratura sotto il controllo del Governo e non più indipendente, con tutte le ovvie conseguenze sulla possibilità di tutelare i diritti dei cittadini.
Un disegno che sembra avere origine fin dai tempi della P2 che proponeva una sostanziale idea di manomissione del sistema democratico italiano. Lei vi trova delle affinità?
Questo tema richiederebbe una risposta molto lunga e articolata, che necessiterebbe di individuare l’esistenza di più punti di connessione tra il Piano di rinascita democratica di Licio Gelli e alcune misure eventualmente già introdotte e altre che sembra si vogliano introdurre nel prossimo futuro. Solo un’analisi del genere permetterebbe di verificare se la riforma della giustizia faccia parte di un unico disegno.
Tuttavia i vari punti sembrano comunque quanto meno indicare una visione un po’ comune tra il progetto di Licio Gelli e le idee del governo?
A proposito di questa riforma, il punto a) a1) V delle proposte a Medio e Lungo termine del Piano di Rinascita Democratica di Licio Gelli prevede testualmente: “riforma dell’ordinamento giudiziario… separare le carriere requirente e giudicante…”. Si parla di separazione delle carriere, veda lei…
Tuttavia non possiamo non vedere come il malfunzionamento della giustizia a partire dai suoi tempi resti un tema fortissimo, può forse questa riforma favorirne la risoluzione?
No. La riforma Nordio non renderà i processi più veloci e la magistratura più efficiente.
Quindi questi problemi non risolti divengono così potenziali elementi di propaganda per una riforma che ha ben altri obiettivi?
Le inefficienze, che purtroppo ci sono, possono essere usate come strumenti di persuasione. Ma se guardiamo la sostanza delle cose una parte considerevole dei problemi della giustizia dipende dal Ministro della Giustizia, al quale, in base all’articolo 110 della Costituzione, “spettano…l’organizzazione e il funzionamento dei servizi relativi alla giustizia”. Se non si riempiono le elevate carenze degli organici dei cancellieri e dei segretari, se non si stabilizzano le persone che lavorano nell’ufficio del processo, se non si forniscono gli strumenti fisici e informatici necessari perché la giustizia funzioni, è ovvio che i processi durano troppo e la giustizia è inefficiente. Consideri che questa è una riforma che riguarda praticamente soltanto il procedimento penale. La telematica nel penale, cui si deve ricorrere necessariamente, funziona a volte e a volte si blocca, non consentendo i collegamenti nel corso delle udienze, il deposito degli atti, per dire. Per Costituzione è il Ministro che deve intervenire in proposito.
Rispetto a quando lei è entrato in magistratura nel 1974, come vede oggi la posizione dei giovani magistrati? Vivono condizioni secondo lei migliori o peggiori rispetto a quando lei ha iniziato?
Sono sicuramente condizioni diverse. Adesso i magistrati sono letteralmente soffocati dall’esigenza di rispettare tempistiche quasi impossibili. Oggi i magistrati sono chiamati a svolgere un’incredibile mole di lavoro. Ogni anno giungono alle Procure della Repubblica circa due milioni e mezzo notizie di reato che devono essere gestite più o meno da circa duemiladuecento Pubblici Ministeri, dei quali alcuni stanno presso la Corte d’Appello o presso la Cassazione e quindi non svolgono indagini. Facendo un conto approssimativo, considerando che i Pubblici Ministeri che fanno indagini sono meno di duemila, possiamo indicare che ad ogni PM arrivano oltre 1250 fascicoli all’anno. Come è possibile gestire un carico del genere?
E come crede che bisognerebbe intervenire?
Bisognerebbe fare altro rispetto a quel che si propone con la legge di revisione della Costituzione. Gli interventi dovrebbero riguardare tutta la giustizia per quel che riguarda gli strumenti; occorrerebbero anche misure specifiche per il penale. Per esempio, occorrerebbe depenalizzare molti reati. Nella situazione attuale è quasi impossibile che la giustizia possa funzionare in modo soddisfacente. Ci sono troppi reati e non sufficienti strutture e personale, che non aumenteranno certo con la riforma.
Che consigli si sentirebbe di dare a un giovane magistrato un inizio carriera?
Quando si entra in magistratura si sceglie se fare il Pubblico Ministero o il Giudice; poi si potrà cambiare una volta soltanto nella vita, ed entro i primi dieci anni. Io consiglierei anche a coloro che vogliono fare il Pubblico Ministero di cominciare facendo il Giudice. Cominciando a fare il Giudice e soprattutto facendolo all’interno di un Collegio le decisioni si prendono insieme ad altre due persone. In questo modo oltre che ad imparare dalla prassi, ci si dota della mentalità del giudice che è essenziale, in primo luogo per i cittadini, anche quando si decidesse di passare alle funzioni di Pubblico Ministero. Se il PM ragiona come il giudice non lavora per far condannare comunque, lavora perché la sentenza sia giusta, cerca, come prescrive la legge, prove anche in suo favore, e chiede l’assoluzione dell’imputato quando non è dimostrata la sua responsabilità.
Ci sono elementi che lei salva nell’azione della politica degli ultimi anni nei confronti della magistratura?
Certo. Una parte, anche consistente, della riforma Cartabia, per esempio, mi sembra davvero apprezzabile. Mi riferisco, per esempio, all’introduzione della giustizia riparativa nel sistema penale. Altre riforme, intervenute negli anni successivi, mi sembrano non in linea con il sistema complessivo della Costituzione. Non si risolvono problemi gravi, quali il sovraffollamento delle carceri, che dovrebbero invece garantire che le pene non consistano in trattamenti contrari al senso di umanità, come impone la Costituzione.
Assistiamo quotidianamente a suicidi nelle carceri italiane, come sarebbe possibile riportare al centro del dibattito pubblico un tema così estremamente urgente, ma da sempre lasciato in secondo piano?
Secondo me bisognerebbe ripartire dal rispetto della persona e farlo educando nelle scuole alla Costituzione. È importante accompagnare gli studenti a conoscere in profondità la carta costituzionale, discutendola e facendone comprendere il senso e la sua utilità che riguarda tutti noi. È necessario che si sappia che la Costituzione è un sistema complessivo e non un semplice insieme di articoli separati l’uno dall’altro. La Costituzione parte dal riconoscimento della pari dignità universale di ciascuno di noi. Tutti gli articoli – salvo piccole sbavature – sono diretti a realizzare la pari dignità di tutti, e quindi a escludere qualsiasi forma di discriminazione. Questa è la prima cosa da fare, perché si sa che le carceri sono affollate, ma se non esiste una cultura diffusa del riconoscimento della dignità umana non si fa nulla per migliorare la situazione. E per me bisogna partire dalle scuole, nelle quali incontro tanti studenti da quasi venti anni.
Non sarebbe anche necessario un po’ più di coraggio da parte della politica?
Il legislatore negli anni Settanta coraggio ne ha avuto, introducendo il nuovo ordinamento penitenziario. Pensi solo che prima in Italia c’era ancora quello dello stato fascista. Si sono fatti progressi notevoli, almeno sulla carta perché spesso le cose sono rimaste purtroppo molto simili a prima. Invece nel 2018 il governo in carica allora non ha avuto il coraggio sufficiente per esercitare la delega a introdurre modifiche sostanziali al testo in vigore. L’ordinamento penitenziario rivisto era pronto, non è diventato legge. Credo temesse di perdere le elezioni, che si sarebbero svolte di lì a poco. Le ha perse lo stesso.
Oggi si sente ottimista o pessimista rispetto al futuro?
Le rispondo il 23 marzo.
Cosa porta dentro di sé della sua esperienza in magistratura?
Mi porto la certezza che le leggi non coerenti con la cultura generale nella stragrande maggioranza dei casi non vengono applicate. Perfino alla Costituzione succede così: dice per esempio che le retribuzioni dei lavoratori devono essere dignitose, non è sempre così.
(Immagine di Copertina, Gherardo Colombo durante la sua partecipazione a Romanzo di Formazioni)
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