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Partiti e politici

La Russa presidente del Senato è tanto anche per noi che siamo pronti a tutto

di Jacopo Tondelli
13 Ottobre 2022

Ricordo una volta, tantissimi anni fa, che Maria Stella Gelmini, allora coordinatrice di Forza Italia, si lamentava di come l’asse La Russa-Formigoni lavorasse per indebolire e logorare Letizia Moratti, allora sindaca di Milano. È un episodio lontano, che fotografa il frammento di una storia politica piuttosto chiaro: dalla destra inaccettabile dei saluti romani in Piazza San Babila, al potere difeso e rafforzato con manovre di palazzo, senza disdegnare la costruzione di palazzi. Già, come dimenticare, a proposito di edifici e mattoni, lo storico sodalizio della famiglia La Russa con la famiglia Ligresti? La leggenda vuole che nel giorno del doloroso addio dell’immobiliarista di Paternó a tutta la sua roba, a sorreggerne l’orgoglio ferito tra le stanze di Mediobanca o di qualche avvocato d’affari del centro di Milano, ci fosse proprio lui, Ignazio Benito La Russa. Il potere ultra decennale di Ligresti finiva, inseguito dai creditori e abbandonato da quei salotti buoni che, proprio mentre perdevano definitivamente centralità, decidevano di espellere chi, con tanta fatica e a suon di soldi, avevano accettato da qualche decennio. “Non è giusto ingegnere, lo so. Ma alla fine sarà proprio meglio per tutti, vedrà”, potrebbe aver detto La Russa.

I fotogrammi potrebbero essere molti, e molti di più. Le svolte e le giravolte in parlamento, la fedeltà antropologica al suo passato di neofascista milanese che resiste a tutte le abiure, pur pronunciate a denti stretti e precisate da “ma” e “se”. L’essenza di Ignazio La Russa, nuovo presidente del Senato, è insomma presto riassunta: siciliano di Milano, proprio come Ligresti; neofascista mai pentito fino a quando non è stato obbligatorio, e solo per il quanto e il quando in cui è stato strettamente necessario. Prontissimo a saltare sul carro di Giorgia Meloni quando uscì da destra dall’aborto del PDL per rifondare l’orgoglio della destra nazionale. E per iniziare, dieci anni fa, una traversata nel deserto che aveva come obiettivo – allora piccolo come un puntino all’orizzonte – il suo approdo a Palazzo Chigi.

E chissà se, già in quell’allora, Ignazio Benito aveva l’obiettivo specifico della presidenza del Senato – e seconda carica dello stato – o se avrebbe preferito una terza età della vita e della politica ancora a maneggiare potere diretto, in qualche ministero pesante, dal quale Giorgia Meloni ha preferito tenerlo fuori. Non lo sappiamo, non è nemmeno così importante. Quel che conta è che, a 75 anni suonati, superato al fotofinish Calderoli – quello che dava dell’orango a una ministra nera – Ignazio La Russa è il vicepresidente della Repubblica. Una carica che per prestigio e ruolo – è, di fatto, il vicepresidente della Repubblica – ha sempre richiesto non di essere imparziali da sempre, ma di aver dimostrato di poter rappresentare davvero tutti, almeno da un po’. Direte – e avete ragione – che ne abbiamo viste troppe: ultima, in ogni senso, Casellati. Eppure anche noi che non ci scandalizziamo più di niente, un po’ di mal di stomaco, questa volta, ce l’abbiamo.

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