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No, Matteo Renzi, la flat tax non ha reso Milano più attrattiva. Ovvero come passare dai Salina ai Florio

Milano dai Salina ai Florio: basta sconti alla rendita, servono talenti tech. Il Comune sia regista: controlli il sottosuolo per gestire i dati come beni comuni, recuperare calore e abbattere il digital divide.

9 Aprile 2026

Negli ultimi giorni è tornata alla ribalta la questione di Milano come paradiso per i ricchi di tutto il mondo: un contesto che, per quanto vero o falso che sia, fa scaldare enormemente gli animi, soprattutto a sinistra. In un suo recente post, Matteo Renzi ha rivendicato la legge sulla flat tax per i neo-residenti, da lui voluta, criticando aspramente la Governatrice dello Stato di New York, Kathy Hochul (e forse, per interposta persona, i fan di Zohran Mamdani nostrani, che ha invitato i milionari ad andarsene in Florida. Renzi sostiene che una mega tassazione delle ricchezze farebbe scappare i capitali e, con essi, la base fiscale necessaria a finanziare il welfare. La questione non sarebbe tra l’essere pro o anti-ricchi, ma tra chi capisce come funziona l’economia e chi no.

Sia chiaro: anche io sono convinto che il problema non sia essere “pro o contro i ricchi” in senso ideologico. Il punto, però, è che se vogliamo davvero capire come funziona l’economia oggi, dobbiamo ammettere che la flat tax per i redditi altissimi è stata una misura fallimentare negli effetti prodotti. È stata un mirabile strumento di attrazione che ha però calamitato capitali parassitari e improduttivi i quali, a Milano in particolare, hanno generato effetti negativi diretti sulla comunità, a partire dalla bolla immobiliare.

Il tema centrale è che non vanno attratti i patrimoni fissi, ma gli investimenti e il valore aggiunto del lavoro. Per intenderci: la flat tax è un errore se attrae i Principi di Salina di tutto il mondo e non i Florio. Questo vale soprattutto in Italia, dove i lavori ad alto valore aggiunto scarseggiano proprio mentre ne avremmo più bisogno per affrontare la trasformazione digitale.

Qui risiede la sfida più politica per il Comune di Milano: invertire la rotta dell’attrattività. Bisogna spostare il vantaggio fiscale dai “ricchi passivi” ai “talenti operativi”, proponendo una flat tax territoriale rivolta specificamente a chi crea innovazione: ingegneri, data scientist, sviluppatori, ricercatori e operai specializzati nelle nuove tecnologie. Perché il Comune dovrebbe spendersi per questo? Perché popolare la città di persone che creano brevetti, soluzioni e valore economico circolare significa radicare la ricchezza sul territorio, non limitarsi a ospitarla in un attico in centro.

In questo scenario, il Comune di Milano deve capire quale ruolo ritagliarsi: deve essere un architetto attivo o un semplice spettatore che agevola lo sviluppo privato? Gli interessi in gioco sono troppo alti per lasciare che la mano pubblica si faccia da parte. La proliferazione dei datacenter, ad esempio, non è un processo neutro: porta con sé inquinamento atmosferico, inquinamento acustico, l’innalzamento delle temperature locali, inquinamento acustico e un enorme consumo di acqua ed energia. Le esperienze delle città FLAP-D (Francoforte, Londra, Amsterdam, Parigi e Dublino) dimostrano che senza governo pubblico queste infrastrutture diventano enclave estrattive.

Milano deve essere parte attiva di questi investimenti. In primo luogo, utilizzando la propria domanda pubblica: l’amministrazione deve essere la prima a beneficiare della trasformazione per migliorare i servizi ai cittadini. Valorizzando realtà già esistenti, come il modello linguistico FastwebMIIA, il Comune potrebbe farsi promotore di un accordo per fornire a tutti gli studenti delle scuole milanesi un accesso gratuito e garantito all’AI. La società privata ne gioverebbe in termini di posizionamento e test sul campo, mentre Palazzo Marino abbatterebbe concretamente le barriere d’accesso digitale per le nuove generazioni.

Infine, Milano deve smettere di ignorare la propria miniera d’oro: il sottosuolo. Se i dati sono il petrolio del secolo, le infrastrutture che li trasportano passano sotto i nostri piedi. Ed è qui che il Comune può giocare un ruolo cruciale, non ambendo a possedere i cavi o i server, bensì lo spazio fisico in cui l’infrastruttura si sviluppa. Il Comune deve modernizzare i piani regolatori prevedendo, come oneri di urbanizzazione, la creazione di “vuoti strategici” e condotti pubblici attrezzati nel sottosuolo.

Questo controllo dello spazio ipogeo è fondamentale per evitare un “digital divide di ritorno”: se la proprietà dell’involucro (il contenitore) è pubblica, l’amministrazione può decidere chi ha il diritto di passarvi e a quali condizioni, obbligando i privati a portare la connettività anche nei quartieri periferici meno redditizi in cambio dell’accesso alle dorsali centrali. In questo senso, Metropolitane Milanesi è il braccio operativo perfetto: MM conosce il sottosuolo palmo a palmo e può trasformarlo in un’infrastruttura passiva intelligente. Governando il contenitore, Milano garantisce la sovranità pubblica sulla rete, lasciando al mercato la gestione dei servizi ma mantenendo in mano pubblica le chiavi della città digitale. Proposte che si potrebbero discutere nel percorso di Hey Milano.

 

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