Partiti e politici
Pagelle 2025: accanto a Giorgia Meloni, stravince ancora il popolo dell’astensione
Un anno buio, forse ancor più del precedente, dove la politica si è distinta per la sua incapacità di risolvere le cose, sia a livello nazionale che internazionale – non a caso il vincitore è l’elettore astensionista, cioè il non-elettore, vero simbolo di una democrazia “passiva”
Appuntamento di fine 2025 con le consuete pagelle sull’operato delle principali forze politiche e dei loro leader nel corso dell’anno che sta per chiudersi. Così come per molti degli altri mondi, è stato un anno non proprio ideale per il mondo politico. Ma non possiamo non iniziare questo commento senza sottolineare forse l’unica nota “tecnicamente” positiva relativa a questo mondo: la presenza di un governo comunque stabile, benché inviso almeno alla metà della popolazione votante, e finalmente espressione di un voto popolare. Un governo che diverrà fra pochi mesi l’esecutivo più longevo della storia repubblicana, dato che il 3 settembre 2026 arriverà a toccare 1413 giorni di permanenza, superando il Berlusconi del 2001.
Un esecutivo che può piacere o non piacere ma che, dopo 11 anni esatti di esecutivi di larghe o piccole intese o di unità nazionale o di protagonisti che fino a poco tempo prima erano fieri antagonisti, sta tentando di ridare un senso un po’ più compiuto ad una democrazia basata sulle scelte degli elettori e non (soltanto) dei partiti e dei politici.
Anche se, come qualcuno giustamente sottolinea, questo governo non rappresenta realmente la maggioranza degli italiani, perché tra astensioni e schede bianche da una parte e voti ai partiti dell’opposizione dall’altra, la quota di elettori che ha votato o ri-voterebbe Giorgia Meloni e i suoi partner non supera nemmeno il 25%, una percentuale inferiore dunque ad un quarto degli italiani. Cosicché, il governo diventa espressione di una minoranza molto simile, ad esempio, ad un eventuale doppio turno elettorale, da tanti vituperato proprio per questo, dove si reca alle urne soltanto uno sparuto 35-40% di cittadini.
Già, perché il vero vincitore del 2025, ancora più degli anni precedenti, è senza ombra di dubbio lui, l’astensionista. Già alle ultime politiche, nel 2022, un terzo degli italiani è restata a casa; alle elezioni europee del 2024, la partecipazione non ha superato per la prima volta in consultazioni nazionali la quota fatidica del 50%; nelle comunali e soprattutto in tutte le regionali di quest’anno l’affluenza è stata mediamente del 44-45%, per tacere del referendum dove solo un terzo degli elettori ha deciso di partecipare. Per le prossime elezioni politiche l’astensione stimata vale già oggi più del 40% dell’elettorato, e il dato inedito è senz’altro il fatto che anche nei sondaggi gli intervistati non si “vergognano” più di dichiarare la propria alterità al voto.
È il partito degli arrabbiati, dei delusi, di destra e di sinistra, che guarda con disinteresse e apatia, quando non con insofferenza, ai partiti, tutti nello stesso calderone, circondati da un livello di fiducia del 14-15%, di poco superiore soltanto a quello per i Rom o per i campi nomadi. La maggioranza degli italiani non si aspetta nessun miglioramento dalla politica per la propria condizione, non importa chi governa. E la domanda che noi studiosi ci poniamo, e che è sfociata in un nostro recente sconfortante libro, non può che essere la seguente: “perché mai la gente dovrebbe ancora prendersi la briga di andare a votare?”, quando la politica riesce a incidere così poco nelle tragedie e nelle sofferenze nostrane e internazionali.
Perché oltre alla politica, il 2025 è stato se vogliamo ancora più drammatico di quello precedente in tutti i campi, con nuovi-vecchi conflitti che continuano a infestare il pianeta senza soluzione di continuità e, allo stato dei fatti, con speranze sempre più ridotte di arrivare in tempi non biblici alla loro risoluzione.
L’elezione più o meno democratica di leader dispotici e aggressivi (dalle Americhe fino all’Asia passando per Europa e Africa) avvalora l’idea diffusa che il mondo intero, in generale, e l’occidente, in particolare, stiano imboccando una strada dove la convivenza pacifica tra i vari popoli appare una sorta di araba fenice che si allontana giorno dopo giorno.
Una situazione di costante malessere che si aggiunge ai precedenti problemi ancora lungi dall’essere risolti: da quelli socio-sanitari a quelli migratori, da quelli economico-occupazionali a quelli relativi alla vita delle donne, sempre più calpestata, al di là dei vani proclami generalizzati.
Ma veniamo dunque infine, all’interno di questo quadro piuttosto triste, alle pagelle delle formazioni politiche, iniziando quelle in fondo alla classifica.
Azione e Italia Viva: voto 4/5
Dopo la quasi-farsa della lista unica alle politiche, con un conseguente cammino comune durato veramente poco, e le strane alleanze – un po’ casuali, senza alcun piano strategico – nelle consultazioni elettorali più recenti (tutti uniti nell’opposizione al centro-destra, o talvolta no…) le innocue posizioni di Calenda e Renzi non hanno provocato alcuna scossa nella politica italiana o nell’elettorato. Forse qualche punto in più (ma personale, non di partito) a Renzi per la sua lucidità nella valutazione dello stato dell’arte politica, che lo farebbero diventare un ottimo commentatore. La verità è che con le loro scaramucce Renzi e Calenda hanno conquistato paginate sui giornali, non hanno inciso però politicamente. Calenda oggi permane incerto se stare di qua oppure di là oppure da solo. Mah…
Movimento 5 stelle: voto 5
Il comportamento è sempre un po’ ondivago e incerto, ed è stato anche quest’anno improntato più sulla risoluzione dei conflitti interni – prima con Grillo poi con Appendino – che sul loro ruolo nella politica italiana. Nonostante le recenti scelte di campo più solide e, per certi versi, più coerenti (salario minimo, no all’invio di armi), ma meno condivise con gli alleati, il M5s non riesce nemmeno più a beneficiare appieno del retaggio di gradimento al suo leader Giuseppe Conte. Senza una proposta politica chiara improntata su alcuni temi-chiave (tipo la transizione ecologica, energetica e digitale, che lo farebbero brillare di luce propria in tematiche che tutti snobbano colpevolmente), rischia di perdere gran parte di quel che rimane del suo elettorato in favore del Pd o dell’astensionismo.
Lega: voto 5
La tattica del mix partito di governo/opposizione di governo funziona solo a tratti, così come l’idea di Lega Nazionale contrapposta a quella Padana. Tra il Ponte sullo Stretto da una parte e le straripanti consensi in Friuli e Veneto, dall’altra, il partito continua a reggersi su una contraddizione mai risolta con l’antica linea padana e i suoi governatori, senza riuscire a trovare a livello nazionale una sua più precisa identità soprattutto nel confronto a destra con Fratelli d’Italia. E la presenza di Matteo Salvini, nonostante la sua recente assoluzione giudiziaria, pare ormai più un fardello che una risorsa (per tacer di Vannacci), ritrovandosi spesso con consensi che la relegano in terza posizione tra i partiti di governo.
Verdi/sinistra: 6+
Grazie ad alcuni comportamenti ed atteggiamenti decisi e a volte radicali, erano stati capaci di diventare un punto di riferimento importante e vivace nel dibattito pubblico, con prese di posizione (su Gaza e la Flottiglia) e scelte di reclutamento elettorale (Salis, Lucano) condivise da una quota piuttosto significativa di elettorato. Non riescono però a “cavalcare” appieno due tematiche cruciali: la costante emergenza energetico-climatica, da una parte, e quella economico-occupazionale, dall’altra, che li farebbero identificare maggiormente come il referente in particolare delle giovani generazioni orfane di qualsiasi forza politica. Usciti comunque dal limbo degli scorsi anni, quando al contrario brillavano – come molta sinistra anche internazionale – per la mancanza di proposte e di incisività politica, hanno bisogno di un passo ulteriore per brillare anche elettoralmente.
Forza Italia: voto 6/7
Dopo il lieve declino di consensi dovuto alla scomparsa di Silvio Berlusconi, con la guida di Antonio Tajani ha ritrovato soprattutto in Europa una sorta di linea coerente, europeista e popolare, ribadendo il suo appoggio di fondo alle diverse coalizioni di governo, ma in autonomia, rifiutando spesso il ruolo di “partito per tutte le stagioni”. A dispetto delle previsioni della vigilia, Tajani sta in fondo funzionando meglio del previsto, la sua figura istituzionale di ministro degli esteri premia anche il partito, capace di evitare la possibile minaccia proveniente da altre forze centriste. Ma il tempo delle decisioni urge, come hanno recentemente sottolineato i figli dell’antico capo, e per tornare agli splendori di un tempo è necessario un gruppo dirigente forte e un nuovo leader all’altezza.
Partito Democratico: voto 6/7
Si è un po’ ripreso dalle sconfitte degli anni passati, riuscendo a diventare il partito-pivot dell’area di opposizione e a mantenere le posizioni acquisite, con qualche riconquista territoriale. Con l’avvento di Schlein, pare dunque aver imboccato una strada più coerente e di maggior chiarezza nei programmi e nelle sue parole d’ordine: proposte più comprensibili e capaci di coinvolgere, in futuro, le classi subalterne oggi più vicine alle destre – certo resta ancora il partito dei diritti, ma in maniera più sfumata, per paura di non essere compreso fino in fondo e di essere apprezzato unicamente dai cosiddetti “vincenti della globalizzazione”. Come scriveva ieri Luigi Di Gregorio in un suo bell’articolo su “Il tempo”, Elly Schlein è riuscita nell’intento di ridefinire l’identità del partito, che si era molto sfilacciata passando da Bersani, Renzi, Zingaretti e Letta, ma non è riuscita ad emulare Prodi o Veltroni come guida indiscussa del campo progressista, come leader credibile per raccontare, difendere e rendere plausibili le proposte da contrapporre alla destra di governo. E così il Pd rimane ancora lì, una sorta di “vorrei, ma non so bene come fare”…
Fratelli d’Italia: voto 8
Voto medio tra la sua leader Giorgia Meloni (nove più) e una dirigenza che a volte lascia a desiderare. Uscito come il vero trionfatore delle elezioni politiche, anche in quelle europee e in molte amministrative (ma con qualche passaggio a vuoto) il partito conferma una tendenza nettamente positiva negli orientamenti di voto, ormai costantemente vicino al 30% dei suffragi “virtuali”. Con un comportamento coerente e meno urlato in Europa e maggiormente legato alle sue parole d’ordine più tradizionali in Italia, sembra aver trovato un mélange che funziona, avvicinandosi sempre più a diventare una forza solida e di riferimento per questa e, a meno di improvvise defaillance, probabilmente anche per la prossima legislatura.
E, da ultimo, molti auguri di buon anno!
Università degli Studi di Milano
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