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Umberto Bossi in Piazza Duomo a Milano nel 1994

Partiti e politici

Com’è difficile spiegare Bossi a chi non c’era, a chi non è cresciuto in Padania: insomma, al resto del mondo

di Jacopo Tondelli
20 Marzo 2026

La morte dell’uomo Umberto Bossi arriva tardi, qualche era geologica dopo, rispetto alla scomparsa dalla vita pubblica di Umberto Bossi, uno dei più importanti politici italiani degli ultimi cinquant’anni. Le traversie della vita, la caducità del corpo e della mente, il cinismo di molti e le voglie di tanti, i marchiani errori commessi da lui stesso, quando il gioco si è fatto troppo duro, proprio per lui che della virile durezza aveva fatto racconto e scudo, hanno archiviato il suo ruolo molto prima che finisse la sua vita. Porta con sé, nella sua tomba varesotta, anche il fallimento e la velleità di un progetto, di un’idea, di un’antropologia, di un territorio, quando si è pensato che potessero diventare progetto politico. Eppure, tutto questo ha testimoniato, come nessun altro, nell’Italia contemporanea e per questo vale la pena di raccontarlo, adesso che Umberto se ne va, per chi non c’era allora, per chi non ha capito di cosa stiamo parlando, per chi l’ha considerato giustamente un avversario e per chi, semplicemente, non sa che la politica, in democrazia, è portare qualcuno che sa parlare – in Parlamento, si chiama così mica per niente? – anche la lingua e la storia di chi ha sempre potuto farlo solo all’osteria.

Ci sono un po’ di cose che vanno premesse. Perché Bossi e la sua Lega non sono un fenomeno semplicemente politico, sono prima di tutto una questione antropologica. Non è una difesa, non vuol dire che è giusto, ma bisogna capire la realtà. La politica esiste per rappresentare interessi, desideri, meriti, bisogni, psicologie. In tutte le sue versioni, anche le più alte e nobili, le più colte e raffinate, c’è lo spazio per il compromesso col male e col sordido. Per fare degli esempi: nessuno discute che De Gasperi sia stato un grande statista, un padre della patria, uno che trovava l’accordo più alto possibile con l’avversario e osava, lui, democristiano, sfidare il Papa, il Duce e il Re. Però De Gasperi aveva bisogno di Andreotti, della sua Roma e della sua Sicilia, e finì che il padre della Patria lasciò le redini al suo fido scudiero, che si chiamava appunto Giulio Andreotti. Oggi i pochi che ricordano chi fosse dicono: “Eh, avercene”. Già, quando però Bossi inizia ad alzare il ditino – medio, direi, a intuito – nella provincia di Varese dei primi anni Ottanta, quasi tutti erano già stufi di Andreotti, che faceva battute su Craxi che, nelle missioni di Stato, in Cina, riempiva gli aerei di amici e parenti. Anche di questo erano stufi, in tanti, in Lombardia. Se lo dicevano in dialetto, raccontando ante litteram la storia del popolo che prende il potere, dell’uno-vale-uno: fa una certa impressione che, oggi, a schifare quella storia sia, qualche volta, chi con altri populisti, più radicati in altre latitudini, cerca un accordo politico con ogni forza. Ma insomma, a monte, stiamo già andando troppo lontano.

Bossi, dicevamo. Porta a Roma una storia che con Roma e le istituzioni nazionali non c’entra davvero niente. Porta laggiù, anzitutto, la Lombardia; per essere precisi il Nord della Lombardia; per essere pignoli, la provincia di Varese. Incuneata lassù, una punta che fa da ponte tra Milano e la Svizzera, con una notorietà nazionale, e anche regionale, quasi esclusivamente legata al culto del basket. Nessuno o quasi sa che quel pugno di terra che inizia poco a nord di Milano e arriva fino ai valichi della Valganna vale circa il 10% del Pil nazionale, in quegli anni. Nessuno sa che i varesotti, fatti salvi gli accenti e le cadenze, parlano lo stesso dialetto dei milanesi, dei comaschi, dei brianzoli, dei piemontesi orientali, perfino dei pavesi. Ci capivamo tutti. “Terrone”, l’insulto principe per i meridionali, era uguale in tutte le lingue. Perfino in bresciano e in bergamasco, che erano proprio altre lingue. Perfino in tutto il Veneto. Giù, anche nell’Emilia rossa. Quelli del sud avevano lo stesso nome. Inutile nascondersi e addolcire la realtà: la chiave profonda di quell’intuizione, la base primordiale, è il razzismo antimeridionale. Il fastidio, la distanza, il senso di alterità mai del tutto metabolizzato, pur in territori che hanno dato casa e lavoro, e hanno tratto profitto e plusvalore, dalle braccia delle persone che arrivavano dal Sud. Su quella base, su quel sentire comune di popoli così diversi – i lombardi di lingua milanese, i lombardi di lingua bergamasca, i veneti, i piemontesi, i friulani, gli emiliani del nord – piove come una maledizione benedetta, dopo le stragi di mafia, la stagione di Tangentopoli. Chi iniziava ad abbozzare, seguendo il verbo di Gianfranco Miglio, che c’era bisogno di autonomia fiscale e federalismo, trovava plasticamente confermata un’esigenza: la mafia ammazza i magistrati, devasta autostrade e città, e intanto un gruppo di magistrati milanesi mette in fila ruberie e malefatte della partitocrazia. Umberto Bossi ha la faccia e la voce di chi dice “ve l’avevo detto”, e si sfrega le mani e l’ugola.

In quel tempo, a cavallo tra una Prima Repubblica che moriva da molti anni, e una Seconda Repubblica che non ha mai finito di nascere, la sua Lega Lombarda federa a sé i veneti, che un’identità nazionale ce l’avevano davvero, elegge Marco Formentini primo sindaco di Milano della “nuova era”, fa un accordo zoppo col primo Berlusconi, del quale nel 1994 è alleato al Nord, sfruttando la legge elettorale pensata da Sergio Mattarella. La neonata Forza Italia è alleata con la Lega al Nord, e con un’Alleanza Nazionale che ancora non ha davvero abiurato il passato fascista al Sud. Bossi si dichiara costantemente antifascista, “con i fascisti mai”, grida: poi ci finisce al governo, coi fascisti, ma la storia dura poco, un’estate, poco più. Berlusconi lo insegue, lo implora, dice perfino, quando crede che sia finita: “Datemi del pirla se farò un nuovo accordo politico col signor Bossi”. Che poi, dopo, diventerà il suo più fedele alleato. Nel mezzo, Umberto balla da solo per un po’. Nel 1996, rimanendo solitario con la stessa legge elettorale, consente a un centrosinistra confuso e contorto di portare al governo Romano Prodi: quella coalizione è minoranza nel paese, ma grazie a un gioco di desistenze e alla solitudine di Bossi, al Nord, ottiene la maggioranza. Ancora oggi, trent’anni dopo, quando gli capita Massimo D’Alema ricorda a tutti che è grazie a lui che quella minoranza, quel centrosinistra, governò per cinque anni un’Italia già di destra. Ma la storia, si sa, non fa sconti, e nel 2001 Bossi torna all’ovile, e il centrodestra vince le elezioni, riportando finalmente Berlusconi a Palazzo Chigi. I sogni della Padania delle origini, la secessione raccontata come approdo naturale per quella storia, si annacqua nell’idea del federalismo. Riforme pasticciate, bandierine piantate qua e là, potentati regionali che diventano invadenti burocrazie regionali e che si sostituiscono, almeno in parte, all’odiata Roma. E poi gli epigoni, gli allievi, i condottieri di altre divisioni, gli approfittatori, gli ingrati. Nel 2004 un ictus si porta via per sempre il condottiero di prima. Lascia alla politica italiana e alla Lega un condottiero dimezzato, menomato, che cammina ancora con un cordone di protezione umana, tutto attorno, che in Transatlantico, in Parlamento, arriva coi suoi accoliti e il suo sigaro. Umberto Bossi, invero, finisce lì, ventidue anni prima di morire. Nella sua lateralità di corpo con sempre meno parole, ha visto la sua Lega diventare altro, nazionale, nazionalista, sovranista, amica di Putin, amica di Trump, e stabilmente più grande e rilevante di come sia mai stata con lui. Che era più umano, meno cattivo: ma non si può, guardando alla storia, chiamarlo fuori dal novero dei responsabili di questa degenerazione della politica dei tempi nostri.

Adesso, dopotutto, mentre ci sono i pianti dei pochi vecchi amici veri di ogni colore politico, i ricordi ipocriti di molti falsi amici e di qualche avversario, ma anche il disprezzo schiumante di chi confonde la militanza con la disumanità e l’incomprensione della realtà, mi piace ricordare Umberto Bossi come un essere umano e politico ampiamente imperfetto, voce roca e confusa che ha rappresentato problemi, squilibri e immaturità reali, ma per i quali non sapeva né poteva prospettare soluzioni realistiche, solide, e nemmeno giuste. È stato un sasso nel vetro, e anche il racconto fatto carne dell’inefficienza del sistema politico, della sua incapacità di rappresentare il proprio tempo, il proprio territorio. È stato uno degli ultimi a fare politica sedendosi nei bar di provincia, ascoltando la gente, parlando la sua lingua, senza algoritmi, scienziati della comunicazione, dipendenza dai sondaggi, uno che vedevi davvero alle sagre non per la comparsata, ma per il gusto di esserci, perché era la sua festa. Un essere umano pieno di difetti, di limiti, di voglie e magagne. Il passato remoto di un tempo che non tornerà, e che ci mancherà.

 

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