referendum
«Il vero scopo di questa riforma è assoggettare i magistrati al potere politico»
Luigi Ferrajoli, giurista italiano di fama internazionale, denuncia una riforma “sgangherata” che mira a ridurre l’indipendenza della magistratura. Nel referendum del 22-23 marzo , dice, «la posta in gioco è il futuro della nostra democrazia».
«Quella che viene proposta al referendum – lo smembramento insensato in tre organi diversi del Consiglio Superiore della Magistratura – è una riforma sgangherata e pericolosa. Presentata come diretta a realizzare la separazione delle carriere, che peraltro è stata già realizzata, essa ha l’obiettivo di mettere le mani sulla Costituzione e assoggettare i magistrati al potere politico e ai suoi desiderata». Luigi Ferrajoli, 85 anni, già magistrato negli anni ’60-’70, quando fu protagonista di una gloriosa stagione di battaglie civili per l’attuazione dei diritti costituzionali, poi docente universitario, è un eminente filosofo del diritto e costituzionalista italiano, noto a livello internazionale come principale teorico del garantismo penale. Lo abbiamo intervistato ormai a ridosso della chiusura della campagna elettorale per il referendum referendum sulla riforma dell’autogoverno della magistratura, voluta dal governo Meloni: «La posta in gioco è il futuro della nostra democrazia», avverte.
Professor Ferrajoli, a giorni voteremo per il referendum confermativo della riforma costituzionale della magistratura. Il clima non è dei più sereni, e non è la prima volta che si tenta di cambiare la Costituzione in modo così dirompente e divisivo.
L’aspetto scandaloso di questa riforma è la grave lesione dello spirito del costituzionalismo, che vuole che le riforme costituzionali richiedano convergenze e compromessi parlamentari e che su di esse il governo non debba mettere bocca. Qui, invece, un testo preparato dal governo è rimasto inalterato durante quattro votazioni. I 1.300 emendamenti proposti dall’opposizione non sono stati discussi, il parere critico espresso dal CSM è stato ignorato. Abbiamo avuto l’approvazione di un testo governativo volutamente blindato, all’evidente scopo di deturpare la Costituzione repubblicana con una modifica ostentatamente di parte. E sappiamo qual è la parte. Le tre forze di maggioranza sono tutte estranee alla Costituente – a cominciare dal maggior partito di governo, erede del fascismo contro cui la Costituzione fu scritta e che in essa, in fondo, non si è mai davvero riconosciuto. C’è quindi una sola ragione che spiega questo rifiuto di discutere la riforma in parlamento: l’obiettivo politico che è cambiare la paternità della Costituzione. I nostri padri costituenti della Costituzione riformata non sarebbero più soltanto Umberto Terracini, Piero Calamandrei, Giuseppe Dossetti, Costantino Mortati e Lelio Basso. La nostra Costituzione cesserebbe di essere la Costituzione antifascista nata dalla lotta di Liberazione dal fascismo e diventerebbe, almeno in parte, quella di Giorgia Meloni, Carlo Nordio e Matteo Salvini.
I pilastri di questa riforma sono la separazione delle carriere tra giudici e procuratori attraverso la creazione di due ordini distinti di magistrati, la creazione di due CSM, l’istituzione di un’Alta corte disciplinare, e la selezione tramite sorteggio dei componenti di questi tre organi.
Su questo dobbiamo distinguere tra la lettera del testo e l’obiettivo che invece risulta dalle stesse dichiarazioni pubbliche degli autori della riforma. Quella che viene proposta al referendum è una riforma sgangherata e sconclusionata, scarsamente comprensibile sia dai tecnici sia dai profani, presentata come diretta a realizzare la separazione delle carriere. È un falso obiettivo. Oggi i passaggi di carriera da giudice a procuratore e viceversa riguardano ogni anno lo 0,4% dei magistrati. Se questa fosse stata la ragione della riforma sarebbe bastato eliminare questo insignificante residuo con una legge ordinaria, senza scomodare Costituzione ed elettorato. L’obiettivo è chiaramente un altro: alterare la separazione dei poteri, avendo come fine l’assoggettamento dell’ordine giudiziario al potere politico e ai suoi desiderata. A dircelo sono proprio i massimi esponenti di questa riforma: il ministro della Giustizia Carlo Nordio e la presidente del Consiglio Meloni. Il primo ha detto che la riforma converrebbe anche a Elly Schlein, segretaria del PD, qualora dovesse andare al governo: ci dice cioè che questa è una riforma che fa comodo a chi governa. E si pensi poi alla politica della Meloni contro due sentenze da lei giudicate «assurde». La magistratura deve dunque emettere sentenze che piacciono al governo? È questo che si vuole?
Certamente la Meloni non è la sola a volerlo. È un tratto che condivide con vari autocrati eletti: Erdogan, Netanyahu, Orban e Trump, tutti allergici al controllo giurisdizionale e molto aggressivi contro i magistrati.
La differenza è forse tra chi ha il potere di farli arrestare, chi li può far rimuovere e chi al momento può solo delegittimarli. Dietro questi attacchi c’è una concezione elementare della democrazia: la sola fonte di legittimazione del potere è il voto popolare e non c’è quindi spazio per la separazione dei poteri e per l’indipendenza della magistratura. Quando la Meloni lamenta che i giudici non collaborano con il governo esprime un’incomprensione del senso della separazione dei poteri: ignora che la giurisdizione ha un fondamento di legittimità non solo diverso ma opposto a quello del potere politico, consistendo nell’accertamento della verità processuale, a garanzia della sua soggezione soltanto alla legge e dell’uguaglianza dei cittadini. Giudici e pubblici ministeri sono tali solo se sono in grado di assolvere quando tutti chiedono la condanna e di indagare un potente quando tutti ne pretendono l’impunità. Non si può punire un cittadino o ottenerne l’impunità solo perché tale è la volontà o l’interesse della maggioranza.
Che tipo di impatto avrebbe la selezione dei componenti Csm tramite sorteggio?
Smembrare il Consiglio Superiore in tre organismi vuol dire indebolirlo enormemente, il sorteggio è una forma di indebolimento radicale. Esso elimina la trasparenza e la responsabilità della componente togata, che a quel punto non sarà rappresentativa di nessuno e non dovrà rispondere a nessuno e sarà quindi molto più facilmente catturata dalle logiche governative. Sostituire il carattere elettivo dei componenti del CSM con il sorteggio equivale a negare il principio costituzionale dell’autogoverno dell’ordine giudiziario.
Chi propone il sorteggio dice che servirà a neutralizzare le correnti della magistratura, viste come centri di potere intente a fare e disfare le carriere. Cosa risponde?
Si tratta di una pura diffamazione. Seguendo questo ragionamento, dovremmo dire lo stesso dei partiti: allora eliminiamo i partiti, eliminiamo le elezioni, eliminiamo la democrazia? Senza considerare che gli inquinamenti malavitosi nei partiti sono enormemente più gravi rispetto a qualche caso sporadico nella magistratura. L’associazionismo giudiziario e le correnti – a cominciare, naturalmente, da Magistratura Democratica – sono oggi il principale bersaglio della campagna contro la magistratura. La destra non ha mai amato l’associazionismo dei magistrati, e infatti il fascismo sciolse l’ANM nel 1925.
L’associazionismo dei giudici e le sue correnti non sono quindi il male, dice?
È stato l’associazionismo dei giudici, e soprattutto quello sviluppatosi con particolare passione in Magistratura Democratica, che ha prodotto una presa di coscienza collettiva in ordine ai valori costituzionali che la giurisdizione ha il compito di attuare e difendere. È stata l’azione collettiva del gruppo che ha alimentato, e prima ancora reso possibili le sue tante battaglie civili: la democratizzazione dell’ordine giudiziario, l’attuazione del principio del giudice naturale, l’interpretazione della legge alla luce dei principi e dei diritti costituzionalmente stabiliti e, soprattutto, del principio di uguaglianza in entrambi i suoi significati, quello formale e quello sostanziale. È infine l’associazionismo dei giudici che rappresenta il principale antidoto contro tre tentazioni involutive che sempre minacciano la figura del magistrato: l’involuzione di tipo burocratico, quella di tipo inquisitorio, quella infine di tipo corporativo.
La magistratura italiana è però passata da vertici di consenso e di popolarità alla perdita di credibilità per effetto degli scandali che hanno colpito il CSM, in particolare il caso Palamara.
Quello è stato un episodio di grave malcostume, certamente, ma isolato. Inoltre, va ricordato che riguardava soprattutto correnti di destra collegate a forze politiche di governo. Palmare è stato censurato radicalmente dall’Associazione nazionale magistrato, è stato espulso dall’associazione, non fa più parte della magistratura. Non si può trasformare un caso su mille in una regola generale.
Nel dibattito pubblico l’associazionismo giudiziario e il pluralismo delle correnti sono identificati come le cause delle degenerazioni nelle funzioni di autogoverno.
Questo è un capovolgimento della relazione causa-effetto. È piuttosto il carrierismo, reintrodotto progressivamente a partire dalla legge Castelli del 2005, e le conseguenti logiche clientelari di potere la vera origine delle degenerazioni delle correnti interne all’Anm e dei guasti nelle funzioni dell’autogoverno giudiziario. È illusorio pensare di sanare il malgoverno dei magistrati colpendo le correnti, che sono il luogo del confronto collettivo e trasparente, e pensare di risolvere il problema con una riforma del CSM. Qualunque riforma del CSM non può risolvere nulla, dato che non può sopprimere le lotte di potere inevitabilmente innescata dalla scelta dei capi degli uffici, così come sono diventati oggi.
Quali rimedi propone?
Il primo è una regola deontologica per i magistrati, che dovrebbe consistere nel rifiuto della carriera: nell’aspirazione, più che ad assumere ruoli dirigenti, al miglior esercizio dei ruoli giurisdizionali. E poi due riforme che dovrebbero consistere nella soppressione dei presupposti delle carriera: la prima, è spogliare gli uffici direttivi di ogni indebita attrattiva. Occorre ridurre i poteri dei dirigenti, a cominciare dai poteri di assegnazione dei processi, che andrebbero sempre sostituiti da meccanismi automatici onde ridurre le ragioni delle ambizioni a ricoprirli. Quindi, occorre assicurare un’effettiva temporaneità degli uffici dirigenti, prevedendo che alla loro scadenza il magistrato ritorni ai normali ruoli giudicanti o requirenti, senza poter aspirare a nuovi e più prestigiosi incarichi.
Secondo, per il conferimento degli incarichi direttivi, propongo di tornare al criterio dell’anzianità, con deroghe solo in casi eccezionali, per merito particolare o per inadeguatezza, da decidere con maggioranze qualificate. In questo modo si introduce un criterio oggettivo che limita il potere discrezionale e riduce il peso delle correnti nella gestione delle carriere.
Ma con il criterio dell’anzianità non potrebbero esserci dei candidati agli uffici direttivi inadeguati o modesti?
Naturalmente tutti i sistemi hanno dei difetti, ma questo ne avrebbe enormemente meno, non diciamo dell’attuale sistema, ma di quello che si vorrebbe introdurre. E poi nella mia proposta ci sono le due deroghe al criterio dell’anzianità che ho appena ricordato.
Perché questo rifiuto delle carriere e delle gerarchie?
La prima fondamentale battaglia che facemmo con Magistratura Democratica, negli anni Sessanta, fu contro le carriere e le gerarchie. Capimmo che la carriera nella magistratura è incompatibile con l’indipendenza interna dei magistrati e perciò della giurisdizione. Essa è in contrasto con ben due principi costituzionali. In primo luogo, con il principio dell’uguaglianza dei magistrati secondo cui “i magistrati si distinguono fra loro soltanto per diversità di funzioni”(art.107, comma 3), escludendo così così qualunque gerarchia tra magistrati. In secondo luogo la carriera, istituendo impropri rapporti di potere tra magistrati, è in contrasto con l’art. 101, comma 2 della Costituzione, che vuole che i giudici siano «soggetti soltanto alla legge». La carriera e tutte le norme e le prassi che alimentano il carrierismo contraddicono una regola basilare della deontologia dei magistrati: il principio che essi devono svolgere le loro funzioni sine spe et sine metu, senza speranza di vantaggi o promozioni e senza timore di svantaggi. Questa è la tradizione di Piero Calamandrei e di Hans Kelsen.
Ha messo in conto la vittoria del Sì?
Se vincesse il “sì”, la destra lo interpreterebbe come un via libera a tutte le controriforme da essa progettate: dal premierato elettivo alla riforma elettorale con gigantesco premio di maggioranza, dalla soppressione della dipendenza della polizia giudiziaria dalla pubblica accusa, già progettata da Antonio Tajani, e alla collocazione del pubblico ministero, una volta estromesso dall’area della giurisdizione, alle dipendenze del potere esecutivo. Il futuro della nostra democrazia è in pericolo.
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