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IL COSTO DELLA COPERTURA

Maggioranza e opposizione condividono la stessa idea di democrazia. Quella sbagliata. Santanchè, Delmastro, Gasparri: nessun fatto nuovo dopo il voto. Solo un perimetro che si è ristretto.

28 Marzo 2026

Proviamo a fare una domanda scomoda. Le inchieste su Daniela Santanchè erano di dominio pubblico da almeno due anni e a vari stadi processuali: falsificazione di bilanci, truffa all’Inps sui fondi Covid, bancarotta fraudolenta. Andrea Delmastro aveva fondato una società con la figlia diciottenne di un prestanome condannato del clan Senese, vicenda già ampiamente documentata. Giusi Bartolozzi aveva guidato il gabinetto di un ministero che durante la campagna referendaria aveva chiesto i nomi dei finanziatori del Comitato del No, in un atto di pressione sugli avversari che aveva spinto persino Mattarella a intervenire al CSM per la prima volta in undici anni. Si era poi lanciata in una dichiarazione vagamente estrema nel giudizio sulla magistratura. Maurizio Gasparri era nel mirino di Marina Berlusconi da mesi. Tutto questo era noto, tutto era pubblico. Poi il 23 marzo, alle quindici, hanno chiuso i seggi. E nel giro di tre giorni si sono dimessi in quattro.

La domanda è: cosa è cambiato? Sul piano dei fatti, niente. Sul piano dei rapporti di forza, tutto. Ed è esattamente questa distanza tra i fatti e la loro rilevanza politica che il referendum sulla giustizia ha reso visibile, forse più di quanto non avrebbe fatto la riforma che intendeva approvare.

Le dimissioni di Santanchè, Delmastro e Bartolozzi non sono atti di responsabilità istituzionale ma solo la “conta”, la ricognizione del perimetro. Finché la coalizione vinceva, il perimetro teneva: i fatti esistevano ma non pesavano, perché il consenso elettorale li neutralizzava politicamente. Il governo li aveva difesi, minimizzati, inquadrati come attacchi della magistratura a un esecutivo legittimamente eletto. Poi, le stesse persone che erano state difese sono diventate un costo che non valeva più la pena pagare.

Il caso di Forza Italia è ancora più istruttivo, perché illumina un meccanismo che opera dentro la coalizione, non solo verso l’esterno. Gasparri viene sfiduciato da quattordici senatori su venti — tra cui due ministri in carica, Casellati e Zangrillo — dopo che Marina Berlusconi ha fatto sentire la propria voce. Una voce che non ha mandato pubblico: Marina Berlusconi non è stata eletta da nessuno, non ricopre cariche politiche; certamente finanzia il partito. E sposta equilibri, rimuove capigruppo, orienta successioni. La sostituzione di Gasparri con Stefania Craxi viene descritta da tutti i protagonisti come un cambio normale, già in cantiere, deciso in autonomia. Esattamente come le dimissioni di Santanchè. La grammatica è la stessa: nessuno ha torto, nessuno viene cacciato, tutti scelgono liberamente nel momento in cui non scelgono più nulla.

Per capire cosa rivela questa settimana occorre distinguere due concezioni della democrazia che raramente vengono messe a fuoco con chiarezza. La prima è la democrazia procedurale: le elezioni sono l’unico momento legittimante, il consenso si trasferisce al vincitore all’atto del voto e rimane suo per tutta la durata della legislatura. Tra un’elezione e l’altra il giudizio si sospende, il potere si muove in uno spazio che percepisce come proprio, e gli strumenti di controllo — la magistratura, il referendum, l’opposizione parlamentare — vengono vissuti come interferenze, non come esercizio della legalità ordinaria. La seconda concezione è quella della democrazia sostanziale: il consenso non è un atto fondativo irrevocabile, è qualcosa che va continuamente guadagnato e può essere messo in discussione anche nel mezzo di una legislatura. Il mandato è condizionato, non in bianco.

Il referendum è, per definizione, uno strumento della seconda concezione. Il centrodestra ha indetto il referendum — era la sua riforma, aveva tutto l’interesse a che venisse confermata — ma ha gestito la campagna e soprattutto la sconfitta secondo la logica della prima. La prova è esattamente il paradosso Santanchè – Delmastro: se il sì avesse vinto, sarebbero rimasti al loro posto. Ciò significa che la loro posizione non era mai stata valutata sul piano dell’opportunità istituzionale, che è indipendente dai rapporti di forza, ma solo su quello della convenienza politica interna alla coalizione. E a una sospensione del giudizio per cui chi vince le elezioni fa quello che vuole e non ne risponde a nessuno.  Anche il verdetto referendario è stato ricondotto a quella stessa logica: non una risposta nel merito della proposta, ma un segnale di debolezza da gestire con una purga interna.

Carl Schmitt nel 1932 distingueva tra legittimità — il consenso fondativo che il vincitore delle elezioni acquisisce — e legalità, l’insieme dei meccanismi procedurali che regolano l’esercizio del potere nel tempo. Nella sua visione, la legalità era uno strumento che i nemici del potere legittimo usavano per logorarlo dall’interno. Quando un governo difende per mesi un ministro inquisito inquadrando le inchieste giudiziarie come attacchi politici alla volontà popolare, sta operando esattamente secondo quella distinzione: la legittimità elettorale copre, la legalità procedurale cede. Nessuno lo dichiara apertamente ma è una postura che si rivela nei comportamenti: questa settimana l’ha resa particolarmente leggibile.

Sarebbe però sbagliato chiudere qui, come se il problema fosse di una sola parte. L’opposizione che festeggiava in piazza Barberini il 23 marzo sera ha vinto una battaglia difensiva, ha impedito una riforma costituzionale che riteneva sbagliata. È una vittoria reale. Ma la domanda che Elly Schlein ha già formulato ad alta voce — “il Paese ci chiede un’alternativa, vinceremo le prossime elezioni” — traduce immediatamente il risultato referendario nella stessa logica che ha appena criticato: il consenso come atto puntuale, le elezioni come momento fondativo, il mandato come spazio di sovranità da conquistare e poi esercitare. Se vince, anche lei avrà i suoi Santanchè e Delmastro. Anche lei avrà i suoi perimetri da difendere.

Quello che il referendum del 22 e 23 marzo ha reso visibile non è la cattiveria di una coalizione di governo. È una concezione del potere condivisa, trasversale, strutturale: quella per cui il consenso elettorale non apre una relazione fiduciaria soggetta a verifica continua, ma la chiude. A meno che un’altra sconfitta, un altro spostamento nei rapporti di forza, non obblighi a ricognizioni tardive e rituali. Santanchè si è dimessa non perché la sua posizione sia diventata eticamente insostenibile. Lo era già da tempo. Si è dimessa perché il perimetro si è ristretto. Tra democrazia procedurale e democrazia sostanziale, questa settimana ha scelto ancora la prima.

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