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Referendum Giustizia: aderisco al Comitato per il ‘Boh’

Referendum sulla Giustizia: tra tecnicismi (separazione carriere, sorteggi) e scontro politico, il voto appare più come un midterm sul Governo Meloni che un giudizio di merito. Indecisione sovrana tra riforme necessarie e sospetti di rivincita: nasce il Comitato del Boh.

26 Febbraio 2026

Voi avete capito cosa votare al referendum confermativo (significa che non c’è il quorum, si vince o si perde comunque) della riforma della Giustizia del Governo Meloni? Beati voi, io ho letto (consiglio questa spiegazione, secca ed equilibrata), ma non ci ho capito granché.

O meglio, mi sono fatto un’idea, ma non tanto sul merito, quanto sulle ragioni e le conseguenze che, da recondite, stanno guadagnando comprensibilmente il centro della scena.

Per chi ama parlare del merito, il referendum si sofferma su alcune questioni (la separazione delle carriere, il sorteggio dei rappresentanti di giudici nei futuri rispettivi consigli superiori, il sistema disciplinare) che di per loro sono questioni assai tecniche. Certamente non piacciono ai giudici, e a chi pensa che questi non si debbano dispiacere, ma siamo molto ben al di qua di qualunque golpe, a meno di considerare qualsivoglia riforma un golpe, o quantomeno la breccia di Porta Pia per prendere d’assalto l’autonomia della magistratura, sottomettendola alla politica.

Scevro dalla valutazione sul chi ha fatto la riforma che qui si va a confermare, non ho leggendola questa impressione. Certo, c’è enorme spazio per ogni benaltrismo, e i problemi della giustizia e di chi ci rimane impigliato sono tutt’altri – i tempi, la vergogna delle carceri, gli sputtanamenti senza processo. Certo, questa maggioranza non è così senza macchia, e il sospetto della volontà di chiudere con una rivincita la tenzone pluritrentennale tra politica e magistratura c’è. Ma tutto questo non basta a indurmi a considerare la riforma una iattura mostruosa, l’anticamera della dittatura.

Non basta anche perché i termini della questione sono al postutto assai tecnici: si tratta di carriere, elezione di organi di autogoverno, roba non solo poco e punto appassionante, ma su cui il giudizio del non tecnico è per forza di cose parziale, partigiano.

Ogni tentativo, assolutamente bipartisan, di rileggere fenomeni di cronaca recenti alla luce di cosa sarebbe successo con la riforma in questione, ricavandoci argomenti a suffragio di una o dell’altra posizione, dando corpo politico a una questione che riguarda una corporazione, non solo non illumina alcunché, ma evidenzia come per interposto strumento si stia ragionando di altro, facendo baruffa politica.

E qui veniamo alla sostanza, il referendum è quello che si ammette sia solo a mezza bocca: un referendum sul governo Meloni, un’elezione di midterm, molto più utile a saggiare il sentiment delle regionali, in cui non si è mossa foglia sulla palude del sistema in equilibrio.

È ancora così? Oppure, anche se molto probabilmente senza la valanga del NO al referendum di Renzi, che lo mandò anzitempo a casa, gli elettori daranno alla Premier uno schiaffetto? Il pensiero è legittimo e confermare o schiaffeggiare sarà la molla che guiderà al voto la gran parte degli elettori, esclusi i lavoratori della giustizia, i loro familiari e un manipolo di impallinati di diritto costituzionale.

Essendo vecchia scuola, di solito vado a votare se e quando quello che c’è in ballo è chiaro e mi convince, e qui non saprei cosa dire, se non che per quello che ho capito la riforma ha un suo senso, che non mi piace l’opposizione così schiacciata sui magistrati, i quali non sono tutti dei Falcone o dei Borsellino (il primo era possibilista sulla separazione, il secondo contrario), e che penso che le riforme, tutte vadano fatte con spirito bipartisan (faccio mea culpa rispetto al referendum Renzi, che pure avevo sostenuto).

Sono quindi molto indeciso tra Sì e No. Fonderò il Comitato del ‘Boh’.

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