Ecco perché avere dubbi sulla legge Zan non significa essere Pillon

9 Maggio 2021

Quando il Primo maggio, dal palco del concerto sindacale, Fedez ha letto il suo accorato intervento in favore della legge Zan, forse non immaginava che la denuncia della censura subita dalla RAI avrebbe avuto un effetto così liberatorio: da quel giorno non c’è testata che non abbia dedicato uno spazio alla legge, sottolineandone la necessità o la problematicità.

Il cantante milanese, parlando della lotta all’omofobia, ha fatto riferimento all’ostruzionismo della Lega e ai commenti omofobi di alcuni suoi esponenti. Eppure, la quantità di articoli uscita negli ultimi giorni dimostra che le discussioni di merito più interessanti, appassionanti e anche aspre, a proposito della legge, sono tutte interne al campo progressista. Stanno partecipando tante testate, dal Corriere della Sera ad Avvenire, dal quotidiano Domani a Rolling Stone, all’Huffington Post, ad ancora altre. E non mancano gli interventi di giuristi, costituzionalisti e leader che si stanno esprimendo sull’argomento.

Finalmente, perciò, dopo che a novembre l’approvazione alla Camera era passata quasi in sordina, grazie anche all’involontario contributo del “prossimo leader della sinistra” è esploso uno scambio di opinioni e di posizioni in merito.

Non sempre dei più onesti e rispettosi. Colpisce particolarmente la virulenza settaria con cui si è espresso un leader storico del centro-sinistra come Giuseppe Civati:

La demagogia del linguaggio adottato da Civati è tipica di questi tempi e rappresenta bene il compromesso stato di salute del fronte di coloro che, laddove la destra tradizionalmente viene identificata con la minaccia alla democrazia, dovrebbero rappresentarne la salvaguardia. Purtroppo le cose non stanno più così, se mai sono state così, e i colpi di sciabola riguardo la legge Zan si susseguono ormai ininterrottamente da giorni.

Foto di Alessandro Zan dal suo profilo Facebook

La più virulenta e – per chi è estraneo all’attivismo – incomprensibile fra le guerre intestine è quella che ormai da tempo vede su fronti opposti una parte della galassia associazionistica Lgbt da un lato, e una parte della galassia femminista dall’altro lato. L’iter di approvazione della legge Zan ha rinverdito conflittualità ormai vecchie di diversi anni, che vertono attorno a un’agenda politica del movimento arcobaleno duramente contrastata da un settore del femminismo, particolarmente per due temi: da un lato la richiesta di accesso alla cosiddettà maternità surrogata (rivendicata anche in piazza l’8 maggio a Milano, e che vede una proposta di legge presentata proprio di recente alla Camera) e dall’altro lato lo stravolgimento che le teorie basate sui queer studies e le cosiddette identity politics anglosassoni stanno operando negli ultimi anni, in merito alla visione dell’umano più in generale e, nello specifico, ad alcune coordinate dell’azione politica femminista. Quelle che, per l’appunto, si trovano definite nella legge Zan, come fattispecie sulla base delle quali andranno puniti i reati di istigazione a delinquere e atti discriminatori e violenti “per motivi razziali, etnici, religiosi o fondati sul sesso, sul genere, sull’orientamento ses­suale, sull’identità di genere o sulla disabi­lità”.

Poiché le questioni sollevate dal femminismo, già da diversi mesi, riguardano proprio queste diciture, è utile esaminarle nel dettaglio le principali obiezioni mosse, senza lasciare che qualunque critica o dubbio sia comodamente liquidato come un fiancheggiamento favorevole alle battaglie di Simone Pillon.

Identità di genere, che cos’è?

L’“identità di genere” viene definita nella legge Zan come “l’i­dentificazione percepita e manifestata di sé in relazione al genere, anche se non corri­spondente al sesso, indipendentemente dal­l’aver concluso un percorso di transizione”. È un concetto che afferisce ai queer studies sopra citati, e che reinterpreta e in un certo senso supera il concetto di sesso e quindi di transessualità, affermando la preminenza non del sentire fisico, ma del sentire identitario, cioè del riconoscersi o sentirsi a proprio agio nel cosiddetto “sesso assegnato alla nascita”.  Si tratta di una visione ideologico-politica e accademica, promossa da personalità come Judith Butler e Paul B. Preciado, che intende superare le costrizioni del concetto di sesso, arrivando a ritenerlo un “costrutto sociale” piuttosto che una condizione biologica, e mettendo in discussione, con una serie di (malriusciti) tentativi anche scientifici, l’esistenza di due soli sessi nella specie (le persone intersessuali presentano caratteri afferenti sia all’uno sia all’altro sesso).

Secondo la giornalista milanese Marina Terragni, la più prodiga di interventi e prese di posizione pubbliche fra le personalità del femminismo radicale, il concetto di identità di genere rappresenta “il vero core del ddl”. Si vorrebbe, dice Terragni, utilizzare la legge Zan per legittimare giuridicamente “la libera autocertificazione di genere con un semplice atto all’anagrafe, senza perizie o sentenze”. Quella che Terragni chiama, con un termine un po’ criptico, “self-id”, è la politica sulla base della quale molte associazioni transgender chiedono di abolire la necessità di passare da riassegnazioni chirurgiche del sesso, da percorsi psichiatrici o farmacologici per poter ottenere di cambiare i propri dati anagrafici. È una disciplina in vigore in Canada, per esempio; e in Italia esiste una proposta di legge presentata dal Movimento Identità Trans per ottenere un iter di riconoscimento dell’identità di genere che riconosca il principio di autodeterminazione dell’individuo senza più bisogno di convalida di natura giudiziaria o medica.

Perché alcune realtà femministe avversano questa possibilità? Le ragioni sono tante e diverse. La più gettonata è che laddove l’autodefinizione di genere è consentita senza limiti, si è verificata una restrizione degli spazi protetti delle donne e il tentativo da parte di uomini autodichiaratisi donna di entrare di prepotenza in questi spazi con intenzioni moleste o violente. Gli esempi più frequenti riguardano l’occupazione di spazi nella realtà carceraria e negli sport, dove alcune donne – compreso personalità del calibro di Martina Navratilova – hanno sollevato preoccupazioni riguardo al fatto che l’ingresso di persone con una corporatura maschile negli sport femminili possa di fatto escludere le donne dai podi. In vista delle Olimpiadi di Tokyo 2021, alcune atlete stanno segnalando che la partecipazione di donne transgender nella categoria femminile potrebbe di fatto escluderle dalla competizione.

La questione, tuttavia, è più profonda di così. La proliferazione identitaria propugnata dalle queer theories rimanda a un conflitto teorico-politico in corso da anni, specialmente nelle Università, fra un approccio umanistico universalista e materialista, che onora la diversità individuale e il ruolo dell’individuo nella democrazia “senza distinzioni di sesso, razza” e i vari caratteri esposti nell’articolo 3 della Costituzione italiana, e che vede il progresso sociale nello sviluppo dei rapporti materiali (per esempio il lavoro, all’articolo 1 della Costituzione) e un approccio identitario che propugna la libertà per le persone di “decostruire” i ruoli riscrivendone i nomi e individua il linguaggio e la rappresentazi0ne come i veri territori del potere, più che i rapporti umani e le condizioni materiali. Donna diventa, perciò, secondo questa filosofia, non più una condizione condivisa ma un’identità strettamente individuale e individualista, slegata dalla realtà biologica ma soprattutto slegata dalla classe politica, dalla realtà sociale delle donne.

Ma cos’ha a che fare tutto questo con la legge Zan? Se il DDL entrasse in vigore, vedremmo di colpo in Italia atleti uomini iscriversi nelle competizioni femminili identificandosi come donna? O fare carte false per avere accesso alle carceri femminili? La ricercatrice femminista Giorgia Serughetti ha replicato molto duramente al citato articolo di Terragni in un suo post, dicendo che la definizione di “identità di genere” com’è riportata nella legge Zan “serve a dire una sola cosa: che se una persona trans ad uno stadio precoce della transizione viene riempita di botte da un individuo animato da odio transfobico, costui non si potrà difendere dicendo “non è transfobia perché questa persona non è a tutti gli effetti trans”.”

Ai sensi di una legge contro le discriminazioni, definire fattispecie come sesso, genere, identità di genere e orientamento sessuale serve, quindi, per Serughetti, a nient’altro che a proteggere il più ampio spettro possibile di persone dalle possibili violenze di stampo discriminatorio. Nella cornice dei fini ristretti della legge, Serughetti dice il vero. Eppure, la preoccupazione di alcuni –per esempio del giurista di area radicale Tullio Padovani – è che l’eccesso di indeterminatezza dei termini usati introduca elementi di altrettanta indeterminatezza e confusione tanto nella vita sociale quanto nella determinazione dei giudici, e che la materia vada trattata con particolare cura e prudenza quando si parla di disciplina dei delitti, cioè repressiva.

In questo senso si è espresso anche il segretario dei Radicali Maurizio Turco (difficilmente accusabile di avversione ai diritti civili), dichiarando che “la repressione sessuale non si supera con la repressione penale”. Ossia, che se ci sono nella società problemi legati all’accettazione delle differenze e delle diversità legate al sesso, non è attraverso il codice penale che questi problemi potranno mai essere superati. Per questo appaiono fortemente ingannevoli i tanti appelli alla “legge di civiltà” che politici come Laura Boldrini hanno lanciato più e più volte.

È deciso: #ddlZan unico testo base per la discussione in Commissione al Senato.

La destra però ci prova ancora:…

Pubblicato da Laura Boldrini su Giovedì 6 maggio 2021

Sesso e genere: puniamo misoginia e misandria?

Alessandra Mussolini sostiene il DDL Zan

Nessuna legge che prevede nuovi delitti dovrebbe dirsi “di civiltà”; e ad ogni buon conto, la storia italiana dimostra che spesso l’avanzamento di civiltà è avvenuto proprio tramite il dibattito politico e lo scontro di posizioni attorno alla legge stessa. Questa è una delle ragioni per cui, in riferimento ai reati per “motivi basati sul sesso e sul genere”, che dovrebbero toccare anche la punizione dei delitti d’odio contro le donne, il mondo femminista ha reagito in modo molto contrariato a quella che ha visto come un’invadenza poco informata da parte del legislatore. A dire il vero diverse donne anche nel suo stesso partito hanno interpretato questa scelta come una mossa demagogica che riduce le donne a una minoranza fra le altre. “La violenza e l’odio contro le donne non nascono dall’odio per la diversità”, ha dichiarato Fedeli a Repubblica. “Ma risiedono nel modello di società patriarcale e maschilista. Non a caso la Convenzione di Istanbul  – recepita dalla legge italiana –  dice che la violenza e la discriminazione fino al femminicidio sono compiute dagli uomini per ragioni di dominio, perché la donna la si vuole  subalterna. Quindi la discriminazione nei confronti delle donne risiede in un modello culturale e sociale maschilista.”

Le donne con un lungo percorso nel femminismo hanno molto chiaro che non sarà una legge, né tantomeno una legge che interviene solo sui delitti, a mettere in discussione la subordinazione sistemica del genere femminile nella società. E ricordano che se non hanno mai voluto una legge contro la misoginia è proprio perché consapevoli che la lotta era necessaria sul terreno politico. “Ogni legge che le sorelle maggiori, dalle madri costituenti in poi, dentro e fuori il Parlamento, con il sostegno degli uomini di buona volontà, ci hanno consegnato nel corso dei decenni ha avuto bisogno di molto tempo per essere formulata, spiegata, compresa e digerita anche all’interno del movimento: dal divorzio in poi la strada per raggiungere il consenso è stata quella di aprire dibattiti anche aspri, e di massa, nella società, perché la politica è anche conflitto”, ha ricordato Monica Lanfranco di recente su Micromega. Ad agosto scorso, la giornalista Ida Dominijanni su Internazionale aveva fatto notare come “una legge non basta, né a scoraggiare chi la violenza la agisce né a tutelare chi la subisce: ci vuole altro e questo altro, dice da sempre il femminismo che infatti una legge contro la misoginia non l’ha mai chiesta, si chiama pratica politica.”

Oltre a questo, la preoccupazione quando si tratta di “motivi legati al sesso e al genere” sta nella parificazione che questa terminologia traccia fra i due sessi. Cioè, la possibilità che venga legittimata l’idea che esista una discriminazione delle donne contro gli uomini in quanto uomini, dimenticandosi quanto sostenuto da Fedeli e le altre, cioè che il modello culturale della società è radicalmente maschilista e che il femminismo rappresenta una risposta a questo.

Che genere di discriminazioni?

Vanno incontro a questa preoccupazione alcune proposte di modifica della legge, giunte da giornaliste come Paola Tavella, che segnala la necessità di specificare meglio – fra le diverse cose scritte male nel testo di legge – che cosa si intende per “discriminazioni”, ricordando che “esistono, e devono permanere, alcune discriminazioni basate sul sesso. Sono rese necessarie dal fatto che le donne subiscono violenza maschile: una su tre, dice l’Istat. Per difendersi e scamparla sono nati spazi riservati alle donne, come i Centri antiviolenza e le case a indirizzo segreto che salvano donne e bambini in fuga dai persecutori e dai violenti. E sono vietati ai maschi, ovvero discriminano, precisamente, sulla base del sesso.”

Parlando con il giornalista Iacopo Melio, e adottando una terminologia molto cara al maschilismo organizzato di estrema destra, Alessandro Zan ha dichiarato di recente che la legge potrà punire anche la “misandria”, ovvero il fantomatico odio delle donne contro gli uomini. Quella che lui, molto ingenuamente, ha definito “un’iperbole” per vantare le protezioni ad ampio spettro del suo DDL, è una minaccia concreta di trasformazione della legge in un boomerang, specialmente per le associazioni femministe. Giacché esistono gruppi di maschilisti organizzati in Italia che non hanno altro scopo di dichiararsi vittime del femminismo, convinti come sono che le femministe siano donne che desiderano discriminare gli uomini.

Involontariamente, una legge scritta in modo genericamente paritario come quella Zan rischia di fornire ai maschilisti alcuni strumenti per rendere la vita ancora più complicata alle donne che si difendono dalla violenza maschile. Sebbene va detto che i Centri Antiviolenza riuniti nella rete Di.Re. non hanno ravvisato questo pericolo, giacché hanno di recente espresso pieno appoggio alla legge così com’è.

A dirla tutta, nel mondo femminista nessuna realtà ha dichiarato di essere apertamente contraria alla legge. Quello che è stato richiesto sono una serie di emendamenti relativi alla terminologia adoperata. L’associazione Arcilesbica, indebitamente annoverata fra i “nemici di sinistra del DDL Zan” ha chiesto modifiche al testo esprimendosi tuttavia a favore di una legge che protegga le persone omosessuali e transessuali dalla violenza. Le loro posizioni – viziate, in alcuni momenti, da improvvide prese di posizione sui social media, per esempio quando si sono rifiutate di chiamare Ciro Migliore, uomo trans al centro delle cronache, con il nome prescelto – e quelle delle altre femministe contrarie alle teorie sull’identità di genere vengono spesso squalificate attraverso l’uso di epiteti come TERF (“Trans-Exclusionary Radical Feminist”, un termine usato in senso offensivo e che in altri Paesi è considerato linguaggio d’odio, ovvero punibile ai sensi di leggi come quella Zan).  Di recente, Elena Tebano sul Corriere ha dato un ritratto mistificatorio di questo movimento, rappresentandolo come una congrega di mamme borghesi, quando in Gran Bretagna ma anche in Italia ad avversare il concetto di “identità di genere” sono per lo più lesbiche e transfughi del movimento LGBT, fra cui non mancano uomini e donne trans che non si riconoscono nelle teorie queer.

Insomma le questioni, le differenze di vedute e di sensibilità attorno ai grandi temi di cui tratta la legge sono molte. È il minimo che ci si può aspettare visto che si parla di una dimensione delicata della vita di ciascuna persona ma anche di conflitti politici di portata epocale, come la lotta contro il sistema maschilista e sessuofobo da un lato, e la disciplina dei delitti dall’altro, materia delicatissima in cui il rischio è sempre quello che vengano punite le persone sbagliate. Come ha scritto l’ex deputato Lorenzo Dallai, “la banalizzazione semplificatrice, assecondata e accreditata da un sistema di comunicazione sociale ormai refrattario alla riflessione ragionata e alla capacità di ‘stare nel merito’ giuridico e sostanziale delle questioni, non aiuta mai a farsi una idea compiuta delle cose.”

TAG: Diritti donne, diritti lgbt
CAT: Questioni di genere

Un commento

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  1. alding 7 mesi fa

    Una analisi accurata e interessante. Ma, in fondo, LA LEGGE ZAN NON SERVE ED ANZI E’ PERICOLOSA PER LA LIBERTA’ DELLE PERSONE ONESTE !!!

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