Le parole dell’amore, l’educazione alle relazioni

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1 Giugno 2016

Sono stata una ragazza fortunata.

Per un paese dove ancora i giornali usano termini come “delitto passionale” e dove – dietro alle storie di violenza quotidiana nei confronti di fidanzate, mogli, amanti, ex – si cerca ancora di ricostruire un percorso giustificativo a partire dai sentimenti, penso di essere stata fortunata. Nessuno mi ha mai detto “Non puoi uscire vestita a quel modo”, nessuno mi ha mai impedito di frequentare chi volevo, come e quando volevo, nessuno mi ha mai dato ad intendere che la gelosia fosse qualcosa di diverso da una debolezza umana. Non un segno di amore e di cura, non la manifestazione di un “tenerci” all’altra persona, ma un sentimento – normale quando ben gestito – fra quelli percepiti come negativi, come la rabbia, l’invidia, il rancore.

Per qualcuno invece la gelosia è ancora un sentimento positivo, un “buon segno” che quando c’è offre la garanzia di un amore vero. Non è la sola “falla” del nostro sistema. Culturalmente siamo ancora portati ad accettare che siano le donne a doversi far carico del rispetto nei loro confronti. Una cura maggiore viene spesso dedicata alla trasmissione di valori positivi e modelli comportamentali “corretti” per le ragazze: vestirsi in modo appropriato, rientrare per tempo la sera, non dare troppa confidenza, non sembrare eccessivamente disponibili, ma anche, parallelamente, s’insegna che devono portare pazienza, che le donne troppo emancipate, quelle che decidono per loro stesse, rischiano di spaventare gli uomini.

Nonostante queste evidenti differenze, ciò che ci dovrebbe allarmare è un’altra questione, più trasversale, che abbraccia entrambi i generi: le persone non sono più in grado di accettare un “no” – uomini o donne che siano – di tollerare la frustrazione che deriva dalla mancata adesione della realtà a un desiderio o a un piano che ci si era prefigurati. Statisticamente, forse proprio per un discorso culturale, sono gli uomini a reagire in modo aggressivo e violento e le donne, semmai, ad attuare strategie di “ricatto morale”, arrivando a volte a farsi del male in prima persona, ma il grado di analfabetismo emozionale si sta pericolosamente innalzando su entrambi i fronti.

Che sia figlio di una società focalizzata solo sugli “obiettivi da conseguire” e sul successo, oppure di una tendenza a credere che “tutto è possibile” se si è determinati e si lotta con le giuste armi, l’atteggiamento rispetto alle relazioni affettive sta arrivando a ricalcare sempre più da vicino quello legato al senso di proprietà.
Ma essere legati a qualcuno è molto diverso dall’appartenersi.
Appartenersi porta con sè un’idea di proprietà esclusiva ed escludente che, quando viene messa in discussione, fa scattare meccanismi di attacco. Non difesa, attacco.
Non sarà di sicuro una più accorta educazione sentimentale ad evitare tragedie come quella riportata in questi giorni sulla stampa, ma se ora siamo tutti concentrati sulle soluzioni a breve termine, se c’è chi accusa chi non si è fermato d’indifferenza, se c’è chi parla di pena di morte, forse dovremmo anche a riflettere, solo per un momento sulle motivazioni di un senso di possesso dell’altro così forte da trasformare l’amore in ricatto, pressione, gabbia, violenza e omicidio.
Perché tolleriamo che qualcuno, magari con la scusa dei sentimenti, pensi di possedere per diritto una persona. “Era geloso/a e ha perso la testa”. Una frase edulcorante. Ha perso la testa, ma non ha perso la testa per razzismo, odio religioso, desiderio di vendetta o rivalsa sociale: ha perso la testa per amore.
Non è una ragione, non può più passare come una motivazione parzialmente scagionante.
Quando tolleriamo queste scusanti, quando accettiamo discorsi, gesti e atteggiamenti di chi costruisce un recinto intorno alla persona che vuole possedere (perché di amore non si può parlare), confermiamo pubblicamente che è giusto pensare che “O con me o contro di me”, “O una vita insieme o nessuna vita”, “O nel nostro mondo o fuori da questo mondo”.

E allora andrà ancora “bene” se saranno “solo” pressioni psicologiche, vite “ricattate” e tenute in gabbia, privazioni di piccole o grandi libertà come quella di parlare con la famiglia, frequentare gli amici, vivere serenamente la propria quotidianità. Andrà ancora bene perché il passo dal “mi appartieni e se non mi puoi appartenere allora voglio che tu sparisca dalla mia vita” al “ti farò sparire dalla vita punto e basta” è breve.

TAG: donne, Educazione sentimentale, uomini, violenza
CAT: Questioni di genere

2 Commenti

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  1. raffaele-pisani 4 anni fa

    Per esorcizzare in qualche modo questo bruttissimo periodo di violenze sulle donne, sperando di non annoiare nessuno, mi permetto lasciare un commento con questa “lettera d’amore e di gratitudine” che ho scritto a Francesca. Sono soltanto un vecchio scugnizzo nato settantacinque anni fa in un vicolo di Napoli, e quel vicolo e le strade di Napoli e di Afragola – dove ho vissuto per sette anni – sono state la mia vera scuola e la mia vera famiglia. Le cose che scrivo me le detta il cuore direttamente, questo per confermare a chi legge che non sono né uno scrittore né un intellettuale, sono soltanto un appassionato della poesia napoletana.
    Poiché da sempre credo che l’amore, in senso lato, sia l’humus in cui possono germogliare i migliori sentimenti di pace e condivisione, e nello specifico l’amore fra due persone sia capace di diffondere attorno a sé gioia e armonia vorrei condividere, con tutte le buone persone che sanno amare, questo mio “atto d’amore”. Sono parole semplici con le quali ribadisco a Francesca le emozioni che continuo a provare per lei e quanto le sono grato per tutto ciò che mi ha dato e continua a darmi. Ed è appunto in nome dell’amore che dedico questa “lettera” anche a tutte le coppie dell’universo con un mondo di auguri di ogni bene.
    Cari e grati saluti,
    Raffaele

    Lettera d’amore e di gratitudine a mia moglie

    Cara Francesca,
    un’altra lettera oggi ti scrivo, oggi, a settantacinque anni compiuti, per dirti ancora che ti amo e per dichiararti tutta la mia gratitudine. Sì, ti amo come ho iniziato ad amarti da quella “mattina incantata” del 23 maggio 1981 regalatami, finalmente, da un miracolo che non avevo mai smesso di invocare, che si è realizzato con te e che ci ha stretti l’uno all’altra spalancandoci la grande porta dell’amore. Da allora viviamo una favola che continua a regalarci la tenerezza delle sensazioni di quei primi giorni avvolti da qualcosa di magico difficilmente descrivibile a parole, perlomeno con le parole del mio cuore di vecchio scugnizzo nato e cresciuto nei vicoli e nelle strade di Napoli e di Afragola che sono state la mia vera scuola. Ti amo, Francesca, per le lacrime che mi hai asciugato con i tuoi baci e le tue carezze quella sera del 29 giugno dell’81. Ti amo, Francesca, perché mi hai liberato dall’oscurità che avvolgeva e soffocava i miei pensieri, le mie speranze, i miei sogni. Ti amo perché mi hai aiutato a saper meglio discernere i valori veri della vita dalle false conquiste, il canto dell’usignolo dal gracchiare dei corvi, la comprensione dall’intolleranza, l’eleganza dalla volgarità, l’essenziale dal superfluo, l’umiltà dalla presunzione. Ti amo per la serenità, la sicurezza e il calore che mi regali. Ti amo per gli slanci improvvisi di affetto con cui mi sorprendi quando a volte sono assorto e assente, riaccendendo così quella fiammella che reciprocamente non vogliamo che si affievolisca. Ti amo perché finalmente in te ho trovato la mia casa e la mia famiglia. Ti amo per la dolcezza del nostro tenerci per mano; per la semplicità del nostro vivere quotidiano che ci fa apprezzare e godere le piccole gioie. Ti amo, Francesca, perché ancora oggi, a settantacinque anni suonati, mi fai sentire come lo studentello esultante per la conquista della sua prima fidanzatina e che trova ancora assieme a te l’entusiasmo di cantare, a voce spiegata, il nostro appassionato e gioioso inno all’amore. Ti amo per la generosità che ti porta a considerarmi addirittura un poeta quando sai ascoltare per l’ennesima volta, con interesse, quello che il mio cuore riesce ad esternare e fissare sulla carta. Ti amo perché ti vedo ancora ridere alla vecchia barzelletta raccontata agli amici come se l’ascoltassi per la prima volta. Ti amo perché sai guardare con indulgenza alle mie debolezze portandomi – senza far vedere – a considerarle come gradini per crescere. Ti amo, Francesca, per tutto ciò che mi dai, ma ti amo sopra ogni cosa perché mi hai fatto ritrovare il mio cuore bambino che le tristi vicende della vita mi avevano rubato e poi gettato via, quel cuore bambino che era tutta la ricchezza che avevo. Tu lo hai raccolto con delicatezza, lo hai curato e guarito con la purezza dei tuoi sentimenti, lo hai riempito del tuo amore e me lo hai ridato. Ed è stato così che dal 23 maggio del 1981 quel cuore bambino ha riportato nei miei occhi la riscoperta dell’emozione di una meraviglia sempre nuova, quel cuore che è tornato a farmi sognare e volare, assieme a te!
    Il tuo Raffaele
    raffaelepisani41@yahoo.it

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  2. silvia-bianchi 4 anni fa

    Nemmeno tra gli animali il maschio aggredisce la femmina che lo respinge: al massimo ci si “scorna” tra pretendenti, ad armi pari…

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