“Il velo del silenzio” che copre una mostruosa normalità

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22 Dicembre 2021

Non è facile presentare un libro come “Il velo del silenzio” di Salvatore Cernuzio (ed.San Paolo) per una persona come me che ha vissuto alcuni anni di vita religiosa, senza sentire una profonda vicinanza con le undici donne che hanno raccontato la propria storia all’autore, giornalista di Vatican News. Non è facile perché, pur nella diversa gradazione di sofferenze e fatiche, è emotivamente soverchiante la sensazione di capire fin troppo bene quello che hanno vissuto le testimoni del libro, dal momento che si tratta di storie tutt’altro che eccezionali o estreme.
Questa è per me, la maggior forza e drammaticità de “Il velo del silenzio”: il senso di spersonalizzazione, controllo e la scoperta che “la maggior virtù è la conformità” sono esperienze comuni per chiunque abbia vissuto o conosca da vicino la vita religiosa femminile.
Questi racconti, dunque, risuonano come straordinariamente normali, solo più drammatici per le conseguenze che hanno avuto sulla vita e la salute di queste donne, ma comunque normali, se così si può dire. Per questo colpisce lo stupore che ha caratterizzato molte delle reazioni al libro, in particolare dalla stampa laica, mentre invece Papa Francesco ha manifestato una grande consapevolezza quando, nel citarlo, ha affermato che interviene: “sul problema degli abusi, ma non degli abusi eclatanti, sugli abusi di tutti i giorni che fanno male alla forza della vocazione”. Esattamente questo essere “abusi di tutti i giorni” è il nucleo più terribile perché, ben prima e ben più che far male alla forza della vocazione, ferisce e a volte uccide le persone (è di poche settimane fa la notizia del suicidio di una giovane suora in India), persone che avevano scelto il convento per trovare quella vita “in abbondanza” promessa da Gesù e che, invece, hanno trovato egoismi e piccinerie capaci di diventare crudeltà e tormento nel chiuso di quattro mura.
Le storie di queste undici donne mi risuonano in testa, ma non è solo la crudeltà delle loro superiore a spaventarmi, mi spaventa ancor più l’idea che torna e ritorna sulla presunta volontà di Dio che porterebbe a soffrire offrendo a Gesù il proprio dolore. È questa visione dolorista, rinvenibile nelle pieghe di un plurisecolare insegnamento cattolico, ad aver aperto il varco a questi abusi: è nell’idea che soffrire per Dio possa essere in qualche modo parte della Sua volontà ad aver portato queste donne a subire – a volte per decenni – gli abusi e ad aver portato altre donne a infierire, giustificandosi col pensiero che anche questo potesse santificarle.
“Ci vogliono molte umiliazioni per guadagnare un po’ di umiltà” mi hanno insegnato in noviziato, ma queste undici donne l’hanno imparato molto meglio di me, scoprendo che però l’unica conseguenza di accettare in silenzio le umiliazioni è quella di perdere la salute, l’amore di sé, la propria stessa vita.
Si può pensare di intervenire su queste dinamiche malate senza metter mano a queste distorsioni del messaggio evangelico e della morale? E possiamo dimenticare che queste comunità religiose non sono “casi isolati”, ma frutti prevedibili di un’impostazione ecclesiale fatta di autoritarismo certo, ma anche di disprezzo e paura del corpo femminile, così ben interiorizzato che sono le stesse donne a negare a queste ragazze la possibilità di curare la propria igiene personale e perfino di curarsi?
Questo libro è importante perché rende giustizia a tutti quei mali che sono sempre passati sotto silenzio, ignorati non perché sconosciuti, bensì perché considerati accettabili nel quadro di riferimento della religione del dolore e dell’umiliazione delle donne.
Sono dei mali, sono peccati nel senso etimologico perché sbagliano il bersaglio e lo fanno sbagliare: ciò che era un mezzo per meglio amare e servire Dio (la vita religiosa), diventa fine in sé stesso e si premia il conformismo per meglio autoconservarsi nel tempo.
Queste undici donne sono incredibili esempi di forza, sono delle sopravvissute letteralmente, ma mi colpisce che però non arrivino a portare la propria consapevolezza fino alle sue estreme conseguenze: il fatto cioè che la Chiesa tutta sia responsabile per queste aberrazioni, per averle permesse quando non favorite; invece è evidente un’ansia di difendere l’Istituzione, di non mettere in discussione l’autorità maschile, in particolare di magnificare l’operato della Congregazione Vaticana per gli Istituti di Vita Consacrata. La Chiesa Istituzione non si tocca, come non si tocca il problema della condizione di minorità nella quale le suore – tutte le suore, superiore carnefici comprese – vivono rispetto ai preti, in un sistema maschile e gerarchico che le condanna irrimediabilmente all’insignificanza.
Questo mi dispiace perché vedo due sole possibili ragioni: la prima è che queste donne siano ancora del tutto o in parte dipendenti dalla Chiesa per i loro bisogni primari e non possano parlare neppure ora apertamente, la seconda è che non abbiano compiuto fino in fondo il cammino di consapevolezza di sé cui ogni donna è chiamata e che rappresenta la più grande lezione del femminismo, quel “donne si diventa” di Simone de Beauvoir. E io spero che prima o poi lo compiano, magari con l’aiuto di altre donne.

È un libro importante, dicevo, ma che vede una grande mancanza, come ben rileva Ludovica Eugenio su Adista, manca l’elemento maschile nelle storie, c’è solo un prete predatore sessuale, che però viene in qualche modo offuscato nel suo crimine dall’insistenza sulla superiora che lo copre, nulla si dice sull’influenza maschile sulla vita religiosa femminile che pure gli ultimi documenti (si pensi all’Istruzione Cor Orans del 2018) non mancano di confermare. In compenso è molto maschile il libro stesso: è un uomo l’autore, di un uomo la firma dell’introduzione (Padre Giovanni Cucci sj al cui articolo per Civiltà Cattolica Cernuzio si rifà), ma sono uomini anche gli esperti coinvolti e intervistati al termine del volume. Uomini che danno voce alle donne in maniera seria e empatica, ma anche che parlano delle donne, come se queste non sapessero o potessero parlare da sé. Unica voce femminile, nella prefazione, suor Nathalie Bequart che è un’eccezione nella Chiesa in senso assoluto, vicesegretaria al Sinodo dei Vescovi e – al momento – unica donna per la quale sia stato garantito il voto al prossimo Sinodo. E pensare che le donne autorevoli nella Chiesa siano ancora un’eccezione è parte integrante del problema.

Come donna impegnata nella promozione delle donne nella Chiesa e anche, in rete con altre donne e associazioni di donne, per scoperchiare gli abusi sessuali sulle religiose, non posso che essere grata a Salvatore Cernuzio per questo lavoro che, però, dev’essere considerato solo un tassello di un processo più grande e che si dirà compiuto solo quando le donne sentiranno di poter finalmente parlare in prima persona, perché questo vorrà dire che le premesse del cambiamento saranno davvero poste.

TAG: abusi di potere, Chiesa cattolica
CAT: Questioni di genere, Religione

5 Commenti

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  1. andrea-lenzi 5 giorni fa

    Purtroppo dove c’è superstizione religiosa, a qualsiasi latitudine e con pochissime eccezioni, c’è maschilismo.
    Da Eva in poi, passando per la madonna, ingravidata a 13 anni senza consenso da un dio capriccioso che si fa uomo per indurre le persone a credere in lui per salvarsi ed arrivando alle foglie di Loth proposte in pasto alla folla vergini, ed in seguito sue concubine… a sua insaputa (cioé le colpevoli sono sempre loro) ;-)

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  2. andrea-lenzi 5 giorni fa

    Una donna che abbracci il cattolicesimo è come una mucca che adora la statua del proprio macellaio: ancora oggi alle donne si impedisce di abortire con l’obiezione di coscienza, la si colpevolizza nei family day e circondando le cliniche dove si abortisce; si impedisce una corretta informazione sessuale a scuola e sui media di stato, mentre la propaganda cattolica è onnipresente col suo carico di sessuofobia e maschilismo

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  3. andrea-lenzi 5 giorni fa

    qando quando ci sarà una vera scuola laica, cioè la superstizione religiosa sarà tenuta fuori dalla scuola, allora il maschilismo e l’omofobia avranno un declino, poiché questi disvalori li supporta la chiesa cattolica, nei fatti e nelle parole, come la lotta contro ddlzan ed eutanasia mostrano ben bene

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  4. andrea-lenzi 5 giorni fa

    Ancora oggi tutte le atlete delle categorie sportive femminili in Italia per legge non possono definirsi professioniste, ma semplici prestatrici d’opera.

    Ancora oggi allattare in pubblico non è legge.

    Ancora oggi la gestazione per altri è impedita, di fatto condannando a non aver figli quelle donne colpite da tumore all’utero.

    Ancora oggi la legge 194 (aborto) è ostacolata scorrettamente dal vaticano e lo stato non fa nulla (in alcune regioni il 99% dei ginecologi è costretto ad essere obiettore, altrimenti viene
    mobbizzato).

    Ancora oggi il Vaticano impedisce l’educazione sessuale nelle scuole e sui media (e paradossalmente ostacola l’aborto di gravidanze indesiderate dovute proprio all’ignoranza dei metodi contraccettivi);
    in quest’ottica occorre ricordare che Papa Giovanni Paolo II Woytila fece una campagna incivile contro il preservativo in Africa, che portò sovrappopolazione ed AIDS, principalmente a danno delle donne.

    Fino a qualche mese fa l’IVA sui tamponi mestruali era la stessa dei beni di lusso, come se fossero beni dei quali si possa fare a meno.

    Solamente quest’anno è stata data la possibilità alle donne che intendono abortire, di farlo farmacologicamente, cioè senza operazione chirurgica, e senza doversi ricoverare.

    La pillola del giorno dopo, che non è abortiva, è stata fuori legge in Italia fino a soli 5 anni fa.

    La legge 40 (procreaz. Assistita) così come fu voluta dai cattolici in parlamento, danneggiava la salute della donna e impediva aiuto alle coppie sterili fino a quando è stata abbattuta a colpi di sentenze.

    Fino al 1981 nel nostro codice penale era previsto il “delitto d’onore”, che “perdonava” al marito/padre/fratello il femminicidio della moglie/figlia/sorella che avesse disonorato la famiglia.

    Fino al 1971 alle donne è stato impedito usare mezzi di contraccezione.

    Fino al 1963 per legge alle donne è stato vietato fare il magistrato.

    Ancora oggi la festa della donna NON è festa nazionale, mentre lo sono assunzioni celesti e le paradossali immacolate concezioni, e questo fa luce sulla principale causa del perché il maschilismo sia così radicato nella società:

    Nella bibbia:
    la donna è chiamata inferiore da “san” Paolo, con tanto di limitazioni a lei imposte come il coprirsi il capo, non poter insegnare agli uomini et cetera (*);
    Eva fu la prima e sola peccatrice;
    Maria fu ingravidata a 14 anni dal boss celeste senza il proprio consenso;
    La caccia alle streghe fu inventata dalla chiesa cattolica per punire le donne che apparivano uguali o migliori degli uomini, andando quindi contro la bibbia:
    Caterina da Broni (cercate su wikipedia o leggete il romanzo storico: Io sono la strega) ed Ipazia (c’è il film omonimo), sono ottimi esempi di femminicidi cristiani.

    Ancora oggi nella chiesa cattolica:
    -il papa non può essere donna;
    -le donne non possono dare i sacramenti e dire messa;
    -papa Woytjla disse che se ci fossero state donne “prete” a dare i sacramenti, esse sarebbero state un’offesa a Gesù;
    -Cardinale Ratzinger scomunicò sette donne ordinate dal Vescovo Braschi in Austria;
    -le suore NON ricevono uno stipendio come i colleghi uomini, ma vivono degli oboli dei fedeli;
    Un occhio di pietà va alle suore, donne che mortificano la loro femminilità e la loro vita coperte da un sacco di patate, come le loro colleghe islamiche, in ossequio ad una superstizione religiosa che è dichiaratamente contro di loro, solamente perché convinte dalla propaganda cattolica, ancora più persuasiva presso i paesi poveri dai quali le aspiranti suore provengono.

    Quando e se ci sarà la parità nella chiesa cattolica, vorrà dire che sarà stato rimosso un problema creato e praticato dalla chiesa cattolica stessa, che non ci sarebbe mai stato senza questa, esattamente come accade per l’omofobia, ancora presente anche nelle leggi.
    Inoltre, come accaduto per l’antisemitismo, anch’esso praticato dai cristiani per 2000 anni, non basterà che la chiesa cattolica chieda scusa per farlo cessare, poiché l’eco sarà dura a spegnersi.

    Senza il condizionamento che tutti subiamo a partire dal battesimo, catechismo, comunione, col papa in tv ogni 3 secondi in ogni TG nazionale, film e telefilm di don Matteo et similia, ci sarebbero meno donne in sacchi di patate e più collaboratrici di Emergency, più ricercatrici, più dottoresse, più donne che fanno del bene SENZA bisogno di una superstizione alle spalle, libere di vivere pienamente la loro vita.

    SOLUZIONI POSSIBILI

    1.aderire a scioperi come questo.
    2.non dare 8×1000 alla chiesa cattolica (se proprio dovete scegliere una religione, allora date la preferenza alla valdese, che devolve il 99% in beneficenza).
    3.non votare quei partiti/persone che appoggiano il vaticano (in primis il centro-destra).
    4.votare per partiti/persone che vogliono fare rispettare la laicità nelle scuole pubbliche e nello stato, di modo che la pubblicità religiosa diventi meno forte.

    (*)
    “ma ogni donna che prega o profetizza senz’avere il capo coperto da un velo, fa disonore al suo capo, perché è lo stesso che se fosse rasa. Perché se la donna non si mette il velo, si faccia anche tagliare i capelli! Ma se è cosa vergognosa per una donna il farsi tagliare i capelli o radere il capo, si metta un velo. Poiché, quanto all’uomo, egli non deve velarsi il capo, essendo immagine e gloria di Dio; ma la donna è la gloria dell’uomo; perché l’uomo non viene dalla donna, ma la donna dall’uomo; e l’uomo non fu creato a motivo della donna, ma la donna a motivo dell’uomo. Perciò la donna deve, a motivo degli angeli, aver sul capo un segno dell’autorità da cui dipende.” (San Paolo 1 Co 11:5-9)

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  5. andrea-lenzi 5 giorni fa

    Ogni donna che compirà fino in fondo il cammino di consapevolezza di sé abbandonerà la superstizione religiosa, fatta da cialtroni per creduloni, con la scusa di fare del bene, cosa fattibile senza religione alcuna; anzi, meglio

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