Breve riflessione sulla scienza

:
8 settembre 2017

Una breve riflessione su ciò che possiamo e dobbiamo chiedere alla scienza, per vincere la paura che troppi dimostrano di nutrire nei suoi confronti

Un amico si chiede da che cosa nasca questa rivolta antiscientifica, questo movimento che vede anche nella scienza un complotto ai danni della gente, e opporvisi lo interpreta come una contestazione del sistema attuale di poteri – politici, economici, sociali – che governano il mondo. Un altro amico cerca una risposta e avanza l’ipotesi, suggeritagli da Jung, che la perdita dei significati simbolici nella lettura del reale possa esserne la causa. Pasolini avrebbe parlato di perdita del senso sacrale della vita e del mondo, in una parola di perdita del sacro. Scomparse religioni e ideologie, subentrerebbero le illusioni di risposte immediate, semplici, a fenomeni che non si capiscono e, soprattutto, non si controllano. Poiché sono, queste, riflessioni che spesso hanno attraversato anche la mia mente, cerco di raccogliere le briciole di quanto ho elaborato tra me e me in proposito. Eccone un breve resoconto.

La perdita di fiducia nei simboli, già additata da Jung, è solo una parte, credo, della possibile spiegazione. Jung va preso con le molle. La sua idea di archetipo culturale è affascinante, ma non del tutto convincente. Non è questo, tuttavia, lo spazio per dibattere problemi così complessi. Butto perciò là un’ipotesi, solo un’ipotesi, di spiegazione, che sarà certo parziale, e non esaustiva. Parto da lontano, perché da lontano il problema si è posto alla riflessione degli uomini. Ciò che la scienza da sempre propone, infatti, è la messa al bando delle certezze, di ogni tipo di certezza, scientifica, politica, morale, per inseguire con fatica una ricerca di spiegazioni comprensibili del reale – inseguire, si badi, la ricerca di spiegazioni, non le spiegazioni. Tra Ottocento e Novecento, la “fede” positivistica nel progresso scientifico aveva assai poco di scientifico, assomigliava di un più a una religione senza dio, non direi laica, e già nel primo Ottocento Leopardi ironizzava su questa fiducia incondizionata. L’atteggiamento scientifico è un’altra cosa e lo riscontriamo già nei presocratici, vedi la negazione degli dei e la ricerca di un principio naturale, anzi materiale, delle cose. Platone ha poi cercato d’individuare lo spazio concettuale di ciò che materiale non sembra, ma guarda caso lo cerca nella matematica. Aristotele capisce che questa ricerca deve far capire come la semplicità dei concetti astratti possa spiegare la complessità del reale, e intravede due vie, una concettuale, e l’altra sperimentale – il medio evo non capì questa doppia apertura – scoprì, tra l’altro, il sistema sanguigno delle mosche, il suo allievo e genero Teofrasto ci dà la prima classificazione delle piante, quella degli animali l’aveva già schizzata Aristotele, vertebrati e invertebrati, capì che balene e delfini non sono pesci ma mammiferi, ecc. ecc., anche la teoria dei temperamenti ha radici sperimentali, e il Problema XXX sulla malinconia anticipa intuizioni della moderna neurobiologia. Il resto è la storia che ancora viviamo. Aristotele dovette scappare da Atene, accusato, come Socrate, di empietà. Ipazia, sette secoli dopo, fu sbranata e scuoiata viva dai cristiani, perché sosteneva, tra l’altro, che gli antipodi sono abitati e la gente non vi cammina a testa ingiù. Quali le loro colpe, per gli ateniesi del IV secolo a. C. e gli alessandrini del IV/V secolo d. C.? cercare una spiegazione comprensibile e non mitica, del reale. Credo che questo sia il punto. Non tanto la gratificazione dei simboli, quanto il rifiuto dell’incertezza. La scienza non dà certezze, ma solo metodi di ricerca. E la gente vuole invece certezze, sì e no, bianco e nero. Il medico ti dice che il tuo cancro, per ora, non si può curare, tutt’al più si può arrestare. Arriva uno e ti dice che ha trovato il filtro per curarlo. La gente che fa? Crede al ciarlatano, perché lo libera dall’incertezza di una soluzione della malattia e gli dà la certezza di una guarigione, dunque lo libera dalla certezza spaventosa della morte. La gente non solo vuole certezze, ma certezze consolanti. Le certezze d’insuccesso, di morte, di malattia sono rimosse, evitate, rifiutate. L’incertezza della guarigione fa inoltre più paura della certezza della morte. Gli esempi possono continuare. Accade anche nelle discipline umanistiche: anche qui una resistenza ai metodi di ricerca critica, è talmente bello rifugiarsi nel sentimento della poesia! Che importa se “Tanto gentile e tanto onesta pare” non significa oggi quello che significava per Dante, e chi se ne frega? a me mi emoziona così come la capisco. E’ questa la risposta, compreso il rafforzativo a me mi, per ribadire qual è il vero interesse. E così via. Probabilmente tutto ciò fa parte della psicologia di massa, ma in Italia Croce e Gentile vi hanno aggiunto un carico da undici: parte da loro, infatti, la svalutazione del lavoro scientifico, in tutti i campi. ne paghiamo ancora le conseguenze. Per esempio con un insegnamento vecchio, accademico, in cui la scienza ha una parte risicata. Aristotele faceva esercitare i suoi allievi nel disegno e nell’apprendimento della musica e li obbligava a imparare i fondamenti della matematica. Poi, quando diventavano cittadini, a 16 anni, impartiva loro i fondamenti della logica e dell’analisi del linguaggio. Strano, ma questo sistema è rimasto alla base delle scuole francesi, inglesi e tedesche. Che poi hanno altri limiti e sono anch’esse in crisi. Cavour aveva immaginato per l’Italia una scuola di orientamento soprattutto tecnico e scientifico, come in Inghilterra. Ma poi ha prevalso l’orientamento umanistico di De Sanctis. Ed eccoci qua! Scusatemi la lunga digressione. Ma è quasi niente rispetto a ciò che si potrebbe dire. Per esempio: le conseguenze politiche di questo rifiuto dell’incertezza. Un tempo sia la DC sia il PCI non si mascheravano la complessità dei problemi e formavano i propri politici in scuole apposite per affrontarla, spiegarla ai cittadini. Oggi anche i partiti preferiscono le semplificazioni facili e illusorie. Ed eccoci qua! ;a la scienza propone certezze, dice qualcuno. Come i guaritori. No, la scienza non cerca affatto la certezza. Chi se n’è illuso non era uno scienziato. Problemi suoi. La scienza è ricerca di una spiegazione comprensibile del reale, confortata dalla sperimentazione, ma ogni scienza è sempre disponibile a rivedere le spiegazioni acquisite (preferisco usare il termine spiegazione a certezza). Wittgenstein, che era insieme filosofo e matematico, lo riassume bene nell’aforisma: ogni spiegazione è un’ipotesi. Pensiamo alle discussioni sui quanti, sulla teoria delle stringhe, sulle probabili (probabili) infezioni contratte tra specie diverse (spillover, travasi), oggi sappiamo che certi virus ci sono trasmessi da certi pipistrelli, la malaria dalle zanzare, ma di altre malattie cerchiamo ancora l’origine. Questa è la scienza, sempre disponibile a rivedere e se nel caso a smentire le spiegazioni acquisite. E’ questo che io chiamo l’incertezza della scienza, il rifiuto della verità definitiva, della certezza di un risultato ultimo. Ma questo fa paura alla gente. E come, non posso saperlo? e come faccio, se non lo so? No, non lo sai – per esempio, perché sulla terra si è manifestata la vita e con la vita anche i virus, mica sono venuti degli extraterresti a portarceli, e chi li ha visti? – con questa ignoranza devi convivere, devi fartene una ragione, ti piaccia o no. A molti non piace, e non riuscendo a procurarsi vere certezze, cercano allora surrogati di certezze. E qui il discorso contemporaneo si apre sulla incapacità, da parte di chi sa, di dare risposte a chi le chiede. Bisognerà dire a tutti chiaramente: non abbiamo risposte. Dovete imparare a vivere con problemi che non hanno risposte, che ancora non si sono trovate, poi chi sa! Questo dovrebbe essere insegnato fin dall’asilo nido, invece di dare per il momento risposte provvisorie ai bambini, un contentino su due piedi solo per farli stare buoni. Già i bambini devono invece sapere che non a tutto c’è una risposta. Chiudo con una citazione letteraria. Nella sua ultima, bellissima, tragedia, l’Edipo a Colono, Sofocle ci fa assistere a un dialogo intenso, stupendo tra Edipo e Teseo. Teseo chiede a Edipo se sapesse di commettere i mali che ha commesso. Edipo risponde che non lo sapeva. Sono innocente del male che ho fatto, dice. Ma chiedo: perché io? Teseo non risponde, si ode il canto delle Eumenidi nel boschetto, Edipo ci va a incontrare la propria morte, seguito da Teseo, a cui però chiede di non rivelare ciò che vedrà. La tragedia finisce così: resta la domanda di Edipo: perché io? Sofocle pone la domanda, ma come tutti i grandi drammaturghi non risponde, perché la risposta non la sa. Il mito la chiama destino. Ma il destino non è una risposta, non è una spiegazione, è una certezza provvisoria. Ed Edipo non vuole certezze provvisorie, vuole la risposta definitiva, ultima: perché io? Sofocle lo abbandona, solo, con quella domanda che non ha risposta. Ecco, questo è un atteggiamento non solo correttamente drammaturgico, ma che uno sta alla base del rapporto razionale con il mondo, e due alla base anche della scienza. E’ questo non avere risposte, non averne nessuna che risponda a tutte le domande, ciò che disturba la gente. Ripeto, bisognerebbe cominciare da bambini, e dire ai bambini, quando fanno domande terribili, a cui non sappiamo rispondere, che appunto non sappiamo, non possiamo rispondere, che non abbiamo le risposte. Ma i più, ne hanno paura. Preferiscono inventare qualsia risposta, qualsiasi fantasia. Ma il bambino ci crede. E dopo sarà difficile sradicare dalla sua mente la cognizione falsa, la risposta che non risponde, perché dice tutto e non dice niente, perché propone una soluzione immaginaria, inesistente, a un problema reale. E questa paura, invece, dobbiamo sradicarla. Come dobbiamo sradicare la risposta provvisoria, sbagliata, che illude, ma non spiega. Dobbiamo sradicarla, perché in questa paura si annidano i germi di molti comportamenti sbagliati dell’uomo, violenti, aggressivi, criminali: si annidano le radici del razzismo, dell’intolleranza, dell’incapacità di affrontare la complessità del mondo, di riconoscere la problematicità irrisolvibile del reale.

 

TAG:
CAT: Scienze Naturali

5 Commenti

Devi fare per commentare, è semplice e veloce.

  1. latomm 1 anno fa
    D'accordo con l'analisi, ma quanto all'idea che si possa con l'educazione, anche se precocissima, estirpare quella che è una richiesta congenita del nostro cervello temo che sia un'illusione. Dalle più recenti ricerche sul nostro cervello sembra che una delle richieste primordiali del bipede umano sia da sempre quella di esser circondato da certezze necessarie ai più elementari movimenti dell'esistenza.Se ci basiamo su queste acquisizioni dobbiamo immaginare di scomporre il nostro istinto in una parte che richiede e usa infinite anche minime certezze (anche semplicemente che il suolo resti sempre al suo posto e non oscilli come in un terremoto) e un' altra capace di serenamente l'accettazione dell'incerto. Possibile, credo, in persone molto razionali, le quali già ora si sottraggono a fedi inutili come religioni o ideologie, ma tutti gli altri? Può l'educazione modificare una certa attitudine individuale che probabilmente ci differenzia l'uno dall'altro anche in questo campo?
    Rispondi 0 0
  2. beniamino-tiburzio 1 anno fa
    Credo che latomm non abbia afferrato bene il concetto. E' sicuro che sia preferibile che il bipede ( ex quadrupede ) sia educato con risposte certe a tutte le domande ? Dino Villatico sostiene di no ed io con lui. A tutte le domande la scienza risponde. E la risposta è questa : a questa domanda OGGI non c'è risposta ; oppure : a questa domanda questa è la risposta di OGGI. Questo intende Villatico e non capisco cosa si possa obiettare. Peraltro non mi risulta che " dalle più recenti ricerche "......ecc.ecc.
    Rispondi 1 0
  3. dionysos41 1 anno fa
    Grazie, Beniamino Tiburzio. Dico esattamente ciò che sostieni anche tu. ma preciserei un punto. Non è vero che l'educazione non può modificare le attese. Le modifica eccome! Altrimenti staremmo lì ancora a credere che la terra sia piatta invece che sferica. Quanto alle "più recenti scoperte", quali? di chi? A me risulta, per esempio, che le ultime ricerhe sul funzionamento del cervello hanno portato a riscontrare che le zone che presiedono all'emozione e quelle che presiedono alla razionalità sono contigue e interdipendenti, il cattivo funzionamento dell'una fa funzionare male anche l'altra. Antonio Damasio lo divulga bene in due suoi libri: L'errore di Cartesio e Alla ricerca di Spinoza (Adelphi, in italiano). Ma ci si può arrivare anche per altre vie. Per esempio, lo spiega già assai bene Aristotele nel Problema XXX sulla malinconia. E, a confutare Croce, come distinguere ciò ch'è poesia e ciò ch'è filosofia nella Commedia di Dante? Questo per dire che la cultura italiana mi sembra soffrire di un'artificiosa contrapposizione tra sapere scientifico e sapere umanistico. Dobbiamo ricuperare invece l'unità del sapere, e proprio partendo dalla scienza, che nell'istruzione italiana è la parte più trascurata. Galilei era una grande scienziato, ma profondo conoscitore anche della letteratura e appassionato lettore dell'Ariosto. Ma soprattutto una maggiore istruzione scientifica educherebbe prima il bambino (mio padre, matematico, diceva che la matematica va insegnata subito, fin dalla prima elementare, per i bambini è divertente come un gioco), poi il ragazzo, infine l'adulto, che la verità non è data per grazia, ma va cercata con fatica e con costanza, e che non sempre si ottiene di sapere ciò che si cerca. Avremmo meno presuntuosi, e soprattutto meno creduloni, tra i cittadini, anzi avremmo finalmente davvero cittadini e non pecore ubbidienti al primo imbonitore che sa ingannarle.
    Rispondi 0 0
  4. latomm 1 anno fa
    Mi spiace "beniamino-tiburzio", credo che mi abbia frainteso o forse mi sono espressa male. Lungi da me l'idea che si debbano propinare miti o false verità per rassicurare chicchessia. Anzi, e in questo sono molto d'accordo con l'idea di "dionysos41", credo fermamente che si debba insegnare la matematica e primi rudimenti della scienza ai bimbi fin dalla più tenera età, perché è provata la grande ricettività in tale periodo. (In molti dei paesi occidentali la scuola comincia un anno prima che da noi). La paura e ostilità alla scienza che c'è in Italia non è comune nella civiltà occidentale (quanto c'entra la mancata riforma protestante?) e andrebbe fortemente combattuta. E' grave perché fa mancare il rigore del "metodo" nel ragionare e nell'agire. Ciò detto, vorrei sottolineare che l'educazione, per quanto ben concepita, capillarmente diffusa e precoce non ha un potere totale. Nel dire questo faccio riferimento alle ricerche di Steven Pinker che nel suo 'The Blank Slate: The Modern Denial of Human Nature', mette in evidenza come la mente umana non nasca quale una 'tabula rasa' su cui educazione e ambiente abbiano un potere completo. E nella stessa direzione vanno altre ricerche di nomi altrettanto importanti. Penso a Richard Dawkins, a Herbert Simon e agli italiani Girotto, Pievani e Vallortigara. Tutti mettono in evidenza una tendenziale difficoltà - non impossibilità e non uguali per tutti - ad accettare certe verità. Progettare qualsiasi cosa senza tener conto di questa realtà significherebbe illudersi e cioè andare proprio in una direzione che qui volgiamo tutti combattere.
    Rispondi 1 0
  5. dionysos41 1 anno fa
    Iatomm, ovvio che il processo è lungo e lento. E che esistono resistenze, ma credo quelle culturali maggiori di quelle predisposte neurologicamente. L'insegnamento, e di conseguenta l'apprendimento, sono processi assai complessi. Ma come riconosci anche tu, l'educazione all'uso critico dell'esperienza va insegnato subito, fin da bambini. E proprio Vallortigara, che tu citi, sostiene, come sosteneva mio padre che era un matematico, che i bambini hanno una innata predisposizione alla matematica, perché già in possesso del sistema ANS (sistema numerico approssimato), risultato dell'evoluzione biologica. Il problema dunque non sono i bambini, ma gli insegnanti. Per mia esperienza potrei dire lo stesso riguardo all'apprendimento delle lingue. Anche delle lingue classiche. E' assurdo che i nostri studenti dopo cinque anni di lingua straniera al liceo, escano che non sanno parlare né inglese né francese (per fortuna non dappertutto). Così come per il latino, che hanno bisogno di un vocabolario per tradurre una paginetta di Cicerone o di Suetonio. I miei allievi li abituavo a leggere molto, ad andare avanti con la lettura, anche se non capivano tutto, dopo un po' avrebbero capito. L'esercizio era affiancato dall'obbligo d'imparare a memoria un certo numero di vocaboli al giorno. Arrivavano così a capire un testo senza l'ausilio del vocabolario, che però poi era adoperato se il passo appariva complesso, o per precisare meglio la comprensione della prima lettura. I più bravi potevano esercitarsi a tradurre in latino un testo greco o a svolgere un breve tema direttamente in latino. Che era quello che si faceva nelle scuole dei nostri nonni. Insomma il latino non come tormentone da decifrare, ma come lingua da leggere e da scrivere. Per il greco è più complicato. Ma non impossibile. Leopardi scriveva anche in greco antico. Insomma, l'insegnamento può molto, se applicato con il metodo giusto, e senza pedanterie.
    Rispondi 0 0
CARICAMENTO...