L’unica cosa che non puoi comunicare

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2 febbraio 2019

Quando ero solo una matricola mi capitava di sedere ai vari corsi e di sentirmi un pesce fuor d’acqua. Vedevo gente prendere pile e pile di appunti e mi chiedevo come facessero a capire tutto quello che veniva detto quando io perdevo il filo del discorso già al terzo concetto. Poi ho scoperto (circa tre anni dopo) che non ci capivano niente neanche loro, ma che per paura di perdere il filo prendevano appunti mentre io avevo adottato l’approccio “prova a stare a sentire e non fare nient’altro”.

Questa sensazione di profondo disagio da non ci capirò mai niente-non mi laureerò mai veniva ad accentuarsi in maniera ancora più acuta durante le lezioni di Teoria Sociologica del beneamato Manfré, che tutti gli studenti ricordano per almeno tre motivi:

  • È stato allievo di Piazzi (rinominato Piazzi-Stica**i da tutti coloro che dal 2007 in poi dovettero comprendere il reale significato del libro Il Principe di Casador);
  • Ha sposato una delle sue assistenti;
  • L’ansia perenne da Luhmann.

(In effetti a ripensarci i punti sarebbero quattro, ci sarebbe anche il taglio di capelli. Ma torniamo a noi).

Nello studiare quella che non era esattamente definibile “Scienze delle Merendine“, capitava di dover affrontare alcuni scontri tra titani del pensiero, e che a farne le spese fosse la tua media ponderata.

Uno di questi scontri, forse il più comune, riguardava uno degli assiomi della Comunicazione per eccellenza, quello del Watzlawick, secondo cui È impossibile non comunicare; fin qui ci potevamo arrivare. Infatti, sia che stiate in silenzio sia che parliate, qualunque cosa facciate o non facciate, il vostro interlocutore provvederà ad interpretare ciò che voi, in maniera più o meno consapevole, gli trasmetterete, che lo vogliate o meno.

Poi però dall’altro lato Luhmann, questo orgoglio teutonico d’archivio, scappa fuori e ci dice che in realtà vi è un elemento non comunicabile nonostante tutti i mezzi disponibili, tutta la buona volontà e tutti gli artifici attuabili. Un elemento non da poco, tra l’altro: la Sincerità.

Giusto per far comprendere cosa significasse all’epoca studiare Luhmann appena arrivati nel contesto universitario da una media formazione liceale, si riporta qui un breve estratto sull’argomento:

Sembra che così la società moderna abbia raggiunto un limite al quale non c’è niente che non sia comunicabile, con la sola vecchia eccezione: la comunicazione della sincerità. E infatti, se non si può dire che non si intende dire ciò che si dice, perché, allora, non si può sapere che cosa si vuol dire quando si dice che non si intende dire quello che si dice – non si può neppure dire che si intende dire quello che si dice, perché questa sarebbe allora o una duplicazione superflua e sospetta o la negazione di una negazione assolutamente incomunicabile. 

Traduzione: anche se diceste “Credimi, sono sincero” in realtà non state comunicando la vostra sincerità: potreste ricorrere ad un’affermazione simile anche se non lo foste, e se lo foste davvero e rimarcaste il concetto a parole, sarebbe solo una ridondanza superflua in grado di generare sospetti sul perché stiate rimarcando il concetto in questione visto che si dà già per scontato che lo siate (sinceri). Quindi, la sincerità intesa come atteggiamento, come intento, non può essere comunicata.

Tuttavia, può essere percepita.

In che modo? 
Quando posi questa domanda ad un docente di un’altra disciplina correlata a fine lezione, col solito imbarazzo di chi sapeva di non saperne niente, ricordo che mi sorrise bonario e mi disse: Il comunicatore. Contenitore e contenuto possono essere copiati, la percezione dell’intento con cui nascono e vengono inviati, no”. 

TAG:
CAT: Scienze sociali, università

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