Tutte le Università che servono all’Italia

17 Settembre 2017

«Non so se è pregio o colpa esser fatti così: c’è gente che è di casa in Serie B», cantava Guccini in Gli amici fin dal lontano 1983.

C’è chi in Serie B ci fa solo un passaggio per approdare ad altri lidi, chi ci sta sempre e si trova a proprio agio, e chi ci va controvoglia e come ripiego.

Resta il fatto che se la Serie B non ci fosse, qualcuno dovrebbe inventarla.

Cosa c’entra chi, più o meno controvoglia, è di casa in Serie B con le nostre Università? C’entra eccome.

Se prendessimo atto che le nostre Università non sono tutte uguali e giocano in campionati diversi?

E se, dopo averlo fatto, ci comportassimo in modo coerente e dicessimo apertamente che esistono realtà che si avvicinano di più alle Teaching University e altre che hanno tutti i crismi delle Research University (istituzionalizzando una realtà che già esiste)?

E se, dopo averlo messo nero su bianco, le risorse venissero allocate tenendo conto dei diversi orientamenti strategici degli Atenei?

La ripartizione del Fondo di Finanziamento Ordinario 2017 (FFO) alle Università pubbliche sta generando un certo dibattito, autorevole e fondato su basi solide, che denuncia il disallineamento tra le performance raggiunte dagli Atenei sui parametri obiettivo (qualità della ricerca, qualità della didattica, politiche di internazionalizzazione, reclutamento dei giovani) e i criteri utilizzati per il trasferimento dei fondi, che in realtà penalizzano le Università più virtuose a vantaggio di quelle più indietro (Michele Bugliesi, Rettore di Ca’ Foscari, spiega in questa intervista il meccanismo che genera il fenomeno).

Alcuni autorevoli interventi hanno segnalato che questo meccanismo deprime la propensione a miglioramento continuo, riduce la qualità e vanifica il lavoro fatto fino ad ora.

È evidente che chi lamenta queste distorsioni, lo fa con cognizione di causa e dice cose corrette: insomma, ha ragione senza se e senza ma.

Però, c’è un però.

Può lo Stato italiano permettersi di adottare un sistema di performance management e di allocazione delle risorse che porti all’aumento delle distanze tra gli Atenei?

Può il nostro Paese permettersi di avere un sistema universitario sempre più polarizzato e incentivare queste differenze, invece di sforzarsi per ridurle?

Con l’attuale sistema istituzionale, la risposta è «no, non può permetterselo» ed è anche velleitario reclamarlo, perché è (praticamente) impossibile essere presi in considerazione.

Meglio far intravvedere allo Stato che esiste una soluzione autenticamente «win-win», dove tutti gli attori in gioco possono dire di aver vinto qualche cosa, perché sono messi nelle condizioni di valorizzare ciò che sanno fare al meglio.

Senza pretesa che sia l’unica, la distinzione tra realtà tipo Teaching University e altre tipo Research University può avvicinarci a questo risultato, perché permette agli Atenei di specializzarsi e di comunicare alla società, alle famiglie e alle imprese qual è il proprio posizionamento e il valore che si impegnano a generare e trasferire. È evidente che tra i due estremi, Teaching e Research, ci possono essere varie soluzioni intermedie, perché gli Atenei non sono uniformi al proprio interno. È altrettanto evidente che servirebbero anche altri cambiamenti (ad esempio, regole più semplici per la mobilità dei docenti tra Atenei). Ma il concetto di fondo non cambia: le differenze esistono e invece di ignorarle, è meglio creare i meccanismi per valorizzarle.

Questo ragionamento è al rialzo (ma mai sopra le righe) e non al ribasso, come potrebbe apparire ad una lettura superficiale.

È una delle poche strategie che può attivare un rinnovamento accettabile (ovvero, con consenso diffuso) e nobilitare le diverse attività che si svolgono dentro le Università.

Qualcuno potrebbe pensare che solo pochi studenti e poche famiglie ambiranno a frequentare i corsi di laurea di un Ateneo che agisce in prevalenza come Teaching University e che tutti vorranno andare in quelli qualificati come Research University, perché giocano in Serie A. La realtà è un po’ più articolata.

Se questo qualcuno ci fosse, risponderei con un capolavoro degli studi organizzativi che spiega come funzionano le organizzazioni complesse (come lo sono sia la nostra società contemporanea e le nostre Università, sia le aspirazioni delle nuove generazioni e delle loro famiglie):

«Immaginate di essere arbitro, allenatore, giocatore o spettatore di una singolare partita di calcio: il campo ha forma circolare; le porte sono più di due e sono sparse disordinatamente lungo i bordi del campo; i partecipanti possono entrare e uscire dal campo a piacere; possono dire “ho fatto goal” per quanto vogliono; in ogni momento e per quante volte vogliono; tutta la partita si svolge su un terreno inclinato e viene giocata come se avesse senso».

Situazioni come quella descritta sono tutt’altro che infrequenti. Assecondiamole con metodo, progettualità e visione, tenendo presente che non tutti vogliono o possono giocare in Serie A e altri sono di casa in Serie B.

 

Nota: la foto di copertina è di Andrea Ravanetti

TAG: FFO Università, Meritocrazia, Università
CAT: scuola, università

4 Commenti

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  1. astaiti 3 anni fa

    Occorrerebbe tener conto della differenza strutturale che vige (aggiungerei grazie al Cielo) tra l’istruzione in ambito Anglosassone e quella in ambito Europeo Continentale, anzitutto in Italia. Le cosiddette teaching university negli Stati Uniti esistono perché l’istruzione primaria e superiore è largamente scadente. In Italia chi dovrebbe andare a studiare in una teaching university, uscendo da un Liceo (fatto bene)? Inoltre occorrerebbe tener conto che l’educazione e la ricerca non sono né partite di calcio con vincitori e perdenti, né realtà di stampo aziendale. Il rischio è creare un sottoproletariato accademico come l’esercito di adjunct professors e post-doc usa e getta che tengono in piedi le Università statunitensi e dall’altra parte una schiera di professori super pagati che praticamente non vedono gli studenti. Full disclaimer: a fronte di diversi anni di insegnamento in una Università statunitense considerata di buon livello sono arrivato a considerare l’impostazione universitaria americana come disastrosa (consiglio diverse letture in merito, ad esempio il bel libro “The Fall of the Faculty”) e vorrei che in futuro l’Italia se ne tenesse alla larga il più possibile. In questo caso più che mai la sindrome del “Tu vo’ fa’ l’Americano” ritengo vada arginata e non propagata…

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  2. piero-marcati 3 anni fa

    La dicotomia teaching/research univerisities in Italia è impraticabile poiche in tutte le nostre università esistono punte di eccellenza nella ricerca e aree deboli. la differenza è nella maggiore o minore estensione delle due. Per separare il sistema in due gruppi di università bisognerebbe generare un gigantesco meccanismo di entrata/uscita e trasferimenti da avere costi economici inaccettabili (per non parlare dei costi personali). D’altra parte poichè la valutazione VQR è una istantanea dell’ ultimo quadriennio, non è detto che quei docenti/ricercatori valutati negativamente non abbiano alle spalle una storia di ricerca di 15/20 anni di alto livello. Queste persone non si rimbecilliscono da oggi al domani e il loro rimarrà comunque un insegnamento di valore. Allora la domanda sorge spontanea. al paese serve una qualità medio alta diffusa o numero limitato di punte in mezzo al deserto? Serve di più produrre molti ingegneri con una solida preparazione di base e facilmenti riconvertibili vistà la rapidità dei cambiamenti tecnologici oppure formare 100 super bravi e avere sotto migliaia di ingegneri/tecnici di basso livello capaci solo di inserire dati in un software e spingere il tasto INVIO sul computer ?

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  3. gubitta 3 anni fa

    Caro Andrea,
    a me pare che la domanda di formazione universitaria, come del resto quella di formazione media superiore, sia segmentata. Se questo è vero, allora un’offerta altrettanto segmentata può soddisfare le esigenze dei vari segmenti, con benefici effetti per tutti.
    L’esempio che ho riportato (che si deve a Karl Weick) è una metafora che descrive proprio il caso delle organizzazioni scolastiche, concepite come sistemi a legame debole, in cui i vari sotto-sistemi che le compongono possono funzionare in modo “relativamente” indipendente, possono sperimentare innovazioni senza che gli effetti si trasmettano immediatamente all’intero sistema, riescono ad adattarsi a circostanze specifiche in modo rapido e puntuale, e così via.
    A me pare che questa metafora si possa applicare anche alle Università, in cui convivono diversi sotto-sistemi e, in particolare, due: la didattica e la ricerca.
    Tra i due estremi “Teaching” e “Research” (che portano agli effetti indesiderati che tu indichi), ci sono varie situazioni intermedie, che si possono “promuovere” attraverso meccanismi di incentivazione (cioè di finanziamento) coerenti e collegati alle performance dei vari sotto-sistemi di cui un Ateneo si compone e che si sforza di valorizzare. Il punto che alcuni Rettori hanno sottolineato in questi giorni è il disallineamento tra i criteri sottesi al meccanismo di finanziamento e gli obiettivi di performance.
    L’esempio di Weick ci dice che nei sistemi a legami deboli (o connessioni lasche che dir si voglia) tutti riescono a “vincere” e, quindi, non ci sono perdenti (qualcuno è eccellente nelle didattica e sufficiente nella ricerca mentre qualcun altro è sufficiente nella didattica ed eccellente nella ricerca; ma tutti hanno la possibilità di essere “premiati” in modo coerente per quello che sanno fare. La condizione affinchè il sistema funzioni (e non si trasformi in caos) è avere leader illuminati e capaci di gestire le connessioni lasche!
    Magari ne riparleremo! Ciao

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  4. gubitta 3 anni fa

    Caro Andrea, a me pare che la domanda di formazione universitaria, come del resto quella di formazione media superiore, sia segmentata. Se questo è vero, allora un’offerta altrettanto segmentata può soddisfare le esigenze dei vari segmenti, con benefici effetti per tutti. L’esempio che ho riportato (che si deve a Karl Weick) è una metafora che descrive proprio il caso delle organizzazioni scolastiche, concepite come sistemi a legame debole, in cui i vari sotto-sistemi che le compongono possono funzionare in modo “relativamente” indipendente, possono sperimentare innovazioni senza che gli effetti si trasmettano immediatamente all’intero sistema, riescono ad adattarsi a circostanze specifiche in modo rapido e puntuale, e così via. A me pare che questa metafora si possa applicare anche alle Università, in cui convivono diversi sotto-sistemi e, in particolare, due: la didattica e la ricerca. Tra i due estremi “Teaching” e “Research” (che portano agli effetti indesiderati che tu indichi), ci sono varie situazioni intermedie, che si possono “promuovere” attraverso meccanismi di incentivazione (cioè di finanziamento) coerenti e collegati alle performance dei vari sotto-sistemi di cui un Ateneo si compone e che si sforza di valorizzare. Il punto che alcuni Rettori hanno sottolineato in questi giorni è il disallineamento tra i criteri sottesi al meccanismo di finanziamento e gli obiettivi di performance. L’esempio di Weick ci dice che nei sistemi a legami deboli (o connessioni lasche che dir si voglia) tutti riescono a “vincere” e, quindi, non ci sono perdenti (qualcuno è eccellente nelle didattica e sufficiente nella ricerca mentre qualcun altro è sufficiente nella didattica ed eccellente nella ricerca; ma tutti hanno la possibilità di essere “premiati” in modo coerente per quello che sanno fare. La condizione affinchè il sistema funzioni (e non si trasformi in caos) è avere leader illuminati e capaci di gestire le connessioni lasche! Magari ne riparleremo! Ciao

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