Partiti e politici
Sopravvivere a Trump e al referendum: Giorgia non ha sfondato, lo sa, e prepara la battaglia di fine legislatura
A inizio legislatura sembrava un obiettivo possibile: occupare il centro della scena politica, sfruttare un po’ alla volta le divisioni e i disorientamenti del frastagliato fronte delle opposizioni, fondare un nuovo polo conservatore che, consolidandosi, avrebbe costruito egemonia sul sistema politico italiano, stritolando gli alleati e mangiando spazi elettorali anche agli avversari, a cominciare dal mitologico voto moderato: piccolo, lo sappiamo, ma ricco, influente e rilevante, soprattutto in epoca di bassa affluenza elettorale. Anche da queste parti, immaginavamo una Meloni che si allontanava dalla barricata e affievoliva la fiamma, perdendo qualcosa a destra e mangiando voracemente pezzi di elettorato e rappresentanza politica. Non è ancora detto che tutto questo non succeda, ma la sceneggiatura che voleva una Meloni avvicinarsi all’ultimo anno di legislatura col vento in poppa e la strada tracciata verso il trionfo è rimasta nel cassetto; e non per meriti degli avversari ma, principalmente, per scelte sue, intoppi con gli alleati, strade senza uscita imboccate nel nostro Paese e nel mondo. Lo sfondamento non è arrivato: il suo partito, Fratelli d’Italia, veleggia incontrastato nei sondaggi attorno al 30%, e non sembra realistico che altri partiti possano insidiare il primato relativo.
E tuttavia, la crescita del partito fondato dalla premier, fino a oggi, sembra avvenuta a spese degli alleati, e la somma dei partiti di centrodestra conferma una maggioranza relativa che, senza clamorose divisioni nel campo avverso, non può lasciarla tranquilla mentre si avvicina la fine della legislatura e, con lei, le prossime elezioni politiche. Intendiamoci bene: il suo si avvia comunque a essere il primo governo della storia repubblicana che resta in carica per l’intera legislatura, e non è un dettaglio. Non ha sfondato, è vero, ma nemmeno ha perduto consensi, anzi: sembra aver consolidato il suo perimetro, e anche questa è una novità, e neppure questo è un dettaglio. Ma la prossima legislatura, che inizierà con le elezioni politiche nel 2027, sarebbe la piena consacrazione per Meloni, qualora fosse la prima politica della storia italiana a tornare a Palazzo Chigi sulle ali del consenso per la seconda volta consecutiva. Una legislatura che eleggerà il successore di Sergio Mattarella, dopo quattordici anni di Presidenza della Repubblica. Ci torneremo. Ma prima di questo futuro che inizia “dopo Mattarella” e al quale Meloni pensa ogni giorno, più volte al giorno, vale la pena di guardare al presente e al recente passato, per provare a intuire la traiettoria della politica italiana nel prossimo futuro.
Trump e la riforma della Giustizia, i cerchi nel fuoco del consenso
Lo schema, in politica internazionale, era e resta chiaro: la fedeltà atlantica e il rapporto preferenziale con Trump sono l’emozione di politica internazionale che Giorgia Meloni non vuole e non può interrompere. L’Europa è un dovere che — in ottima compagnia nel Vecchio Continente — la destra italiana punta ad alleggerire, rafforzandone l’anima di luogo di negoziazione degli interessi nazionali invece che la cucina nella quale si amalgamano per diventare interessi comuni. Non è la prima volta, e mai come questa volta sono in tanti a pensare che sia la strada giusta. Naturalmente, nel nostro caso, ragionevolmente non per caso, il disegno di Palazzo Chigi assomiglia molto al desiderio dell’inquilino della Casa Bianca. Anche i predecessori di Trump volevano un bene piuttosto tiepido all’Unione Europea, ma mai nessuno era arrivato al punto di dichiarare e perseguire l’isolazionismo e la guerra commerciale nella forma diretta ed esplicita scelta dall’attuale presidente degli Stati Uniti. Sarebbero rimaste questioni lontane dal percepito del cittadino italiano se Trump non fosse arrivato a minacciare la Groenlandia, l’Iran, ad agire una mutevole guerra commerciale della quale continuano a cambiare i confini, se non avesse avallato la dura repressione delle proteste di Minneapolis salvo poi fare una tardiva marcia indietro. Anche nei bar di periferia, ascoltando discorsi tra avventori che non hanno l’aria nè i toni dei fan di Elly Schlein, lo stile della Casa (Bianca) sembra arrivato come fonte di preoccupazione e, forse, sentire la propria presidente del Consiglio così timida nella critica ha sorpreso e disturbato anche chi la politica la vive con distacco, e pensa a Meloni senza alcun pregiudizio negativo. Anzi, magari l’ha votata e la rivoterebbe.
Proprio in un momento così, arriva a maturità il processo della riforma della Giustizia e del referendum previsto dalla Costituzione che si terrà il 22 e 23 marzo. Fino a qualche mese fa, sondaggisti e osservatori sembravano sicuri: il margine a favore del sì, cioè della conferma popolare della riforma firmata da Nordio sulla separazione delle carriere e la riforma del CSM, risultava ampio, più o meno in qualunque condizione di affluenza. Poi, a un certo punto, la musica è cambiata e la partita è aperta. Come sempre, quando una partita che sembrava chiusa si riapre, seguendo onde emotive insondabili e difficilmente ricostruibili, diventa favorito chi era sfavorito. Pur non credendo, personalmente, che l’esito della partita sarà decisivo per il futuro della politica italiana e per gli equilibri complessivi, resta innegabile che la posto in gioco è alta, per tutti, e per il morale delle truppe della destra italiana ancora di più. Non a caso, mentre quasi tutti pensano a molto altro, in parlamento il centrodestra accelera su una nuova legge elettorale, che preveda un premio di maggioranza per la colazione vincente che prenda oltre il 40% dei voti, e il ballottaggio tra le coalizione nel caso (improbabile, a perimetro invariato) che nessuna delle coalizioni in campo raggiunga la medesima soglia. Con la legge attualmente in vigore, lo sanno tutti, basta che il Campo Largo arrivi più o meno unito al voto e per Meloni sarebbe impossibile avere la maggioranza al Senato, e quindi governare. Sarà dunque questa la vera task force del dopo-Referendum, comunque vada, con più forza negoziale con gli alleati in caso di sconfitta, buttando un occhio al centro, dove Carlo Calenda continua a dirsi alternative ai due populismi forse attendendo argomenti che lo voncincano a considerare uno dei due peggio dell’altro, e uno a destra dove il Futuro Nazionale del Generale Vannacci potrebbe creare diversi problemi, anche prendendo il 2% o poco più. Con entrambi, così diversi, sarà comunque probabile la necessità di una trattativa. Gli altri due, Salvini e Tajani, sembrano poco convinti di fornire alla padrona della coalizione una sponda per rafforzare la propria presa sul centrodestra e sul paese, rendendo il proprio potere negoziale di alleati inferiore. In caso di sconfitta al referendum di Marzo, paradossalmente, potrebbe diventare più facile convincere tutti che è meglio una legge elettorale che – almeno teoricamente – renderà più agevole vincere di nuovo, senza fare troppo gli schizzinosi. Anche perchè, il prossimo parlamento, nel 2029, sarà chiamato a eleggere il successore di Sergio Mattarella.
Il primo presidente della Repubblica eletto dalla destra italiana
Come un’oasi nel deserto, o come l’agognata terra promessa che attende al termine di un deserto infinito, c’è per Giorgia Meloni e i suoi infatti questo obiettivo. È il vero bersaglio grosso, che si raggiunge solo colpendo tanti bersagli intermedi. Come fosse una gara di biathlon che abbiamo rivisto in queste settimane olimpiche, chi sbaglia meno colpi ha più probabilità di vincere, chi ne sbaglia di più deve poi recuperare e spingere più forte: chi non ne sbaglia proprio ha un grandi vantaggi, atletici e psicologici. Da quando l’ha fondata nel 1994 Silvio Berlusconi, la destra italiana non si è mai trovata nelle condizioni di trainare o condizionare in modo decisivo l’elezione del presidente della Repubblica. Le grandi vittorie del fondatore non hanno mai coinciso col calendario istituzionale del rinnovo quirinalizio. Questa dunque è “la volta buona”, o potrebbe esserlo. Sarebbe la definitiva consacrazione di Giorgia Meloni a fondatrice di una destra di governo capace di cambiare perfino la traiettoria delle istituzioni, e di farlo dopo che il rapporto con il Presidente (ri)eletto da tutti gli altri, e contro i voti di Fratelli d’Italia, ha continuato a non decollare. Per coincidenza, l’uomo di bandiera su cui puntò Meloni, per contrastare il bis di Mattarella, fu proprio Carlo Nordio. Difficilmente potrà essere lui il candidato del 2029. Vedere approvata la sua riforma potrebbe però dare la spinta psicologica e il coraggio che servono per una lunga campagna elettorale. In caso di sconfitta, si cercheranno contro mosse. La modifica della legge elettorale, per quanto complicata, è a portata di mano. Cambiare la testa e la lingua di Trump è decisamente più difficile. La speranza meloniana è che cali un po’ la temperatura, e l’Italia possa arrivare al referendum pensando a Sanremo e non alla prossima “nuova idea” dell’uomo più potente del mondo, al quale, nel mondo, restano pochi veri amici. Una delle più affidabili sta a Roma, e fa la presidente del Consiglio.
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