Il 2 aprile 2026 sono arrivate le dimissioni di Gravina e Buffon da presidente della Figc e da capo della delegazione italiana

Calcio

Dopo un po’ di melina arrivano le dimissioni inevitabili di Gravina e Buffon

2 Aprile 2026

La botta è stata talmente grossa che, alla fine, non è rimasto molto spazio per la melina: dimissioni per Gabriele Gravina e Gianluigi Buffon, che hanno fatto le valigie dai ruoli di vertice che occupavano in FIGC. Colpisce la tempistica per i rinnovi: la Federazione si riunirà a Giugno inoltrato, il 22, probabilmente per aspettare la fine della stagione, e capire anche chi potrà assumere il ruolo di Commissario Tecnico al posto di Rino Gattuso. Non proprio di loro spontanea volontà, diciamolo: più che dimissioni meditate, sembrano dimissioni inevitabili, di quelle che arrivano quando restare diventa più complicato che andarsene.

Gravina ha resistito a lungo, dopo aver inanellato già diversi fallimenti da Presidente, tra critiche, pressioni e risultati che non aiutavano certo a rasserenare l’ambiente. Questa ennesima umiliazione, dopo la mancata qualificazione ai mondiali per mano della modesta Bosnia, ha resto impossibile un’ulteriore resistenza sulla poltrona. E così, quella che doveva essere una gestione di rilancio si è trasformata in una doverosa quanto tardiva uscita di scena, culminata in un passo indietro che sa più di resa che di scelta strategica.

Diverso il copione, ma simile l’epilogo per Buffon, capo delegazione e direttore sportivo del Club Italia. Uno abituato a parare di tutto, tranne forse le tempeste fuori dal campo. Il suo ruolo dirigenziale aveva il fascino della leggenda prestata alla scrivania, ma quando la situazione si complica davvero, nemmeno il carisma basta. E allora anche lui, più che uscire, è sembrato scivolare via, come chi capisce che la partita non si può più raddrizzare. Anche perchè la scelta di Rino Gattuso CT, rivelatasi fallimentare, portava proprio la firma del compagno di tante imprese, il portiere della nazionale che nel 2006 vinse il mondiale.

Non si tratta evidentemente solo di due poltrone liberate da persone che hanno avuto, in gradi diversi, la responsabilità di questo fallimento. Si tratta di un terremoto inevitabile e profondo, e resta da capire davvero servità a qualcosa o se sarà l’ennesimo giro di valzer: cambiano i nomi, restano i problemi. Il rischio è che, passata la botta, tutto torni esattamente come prima. Di sicuro, se invece della meritocrazia prevarranno ancora logiche di affiliazione e vicinanza, cambieranno i colpevoli ma i risultati resteranno gli stessi.

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