Olimpiadi

130 anni di Olimpiadi e di universalismo imperfetto

Il 6 aprile 1896, il barone De Coubertin riuscì nell’impresa di resuscitare il mito classico delle disfide atletiche, ma quello che fu presentato come un progetto globale portava i segni indelebili della propria origine occidentale

6 Aprile 2026

Le prime Olimpiadi estive della storia si tennero in primavera. L’edizione inaugurale dei Giochi moderni prese infatti il via il 6 aprile 1896 ad Atene, dopo una lunga serie di tentativi falliti. Nel 1850 il chirurgo, magistrato e botanico inglese William Brookes aveva promosso nello Shropshire una serie di “Giochi olimpici” locali, che però rimasero confinati alla dimensione della sagra paesana. Negli stessi anni, in Grecia si fecero vari tentativi di resuscitare la tradizione dei Giochi classici, che però passarono quasi del tutto inosservati fuori dalla penisola ellenica. Nel 1891, John Astley Cooper cominciò a caldeggiare un grande festival sportivo pan-britannico per celebrare la coesione imperiale, che però non vide la luce che nel 1930 con i Giochi del Commonwealth.

A riuscire nell’impresa fu invece il barone Pierre De Coubertin, che seppe trasformare suggestioni sparse in un progetto internazionale coerente. Pedagogo e storico di formazione, il nobiluomo francese ebbe successo sbandierando l’ideale dell’universalismo, anche se l’olimpismo (ri)nacque in realtà dentro un orizzonte culturale tutto occidentale, generando una tensione che ne avrebbe segnato l’intera parabola. Come noto, la principale idea-forza consistette nel promuovere i Giochi come uno strumento di educazione e di pace tra le nazioni.

Nella seconda metà dell’Ottocento erano in corso profonde trasformazioni politiche, economiche, sociali e culturali, alla cui origine potevano individuarsi il compimento della rivoluzione industriale e la nascita degli Stati-nazione: in questa temperie, nacque lo sport come lo conosciamo oggi. Come osservato dal sociologo Allen Guttmann (Dal rituale al record. La natura degli sport moderni, ESI, 1994), l’agonismo venne progressivamente sottratto alla dimensione festiva e comunitaria per essere sottoposto a regole uniformi, calendari stabili e precisi criteri di misurazione. Cronometri, classifiche e record resero le prestazioni comparabili nello spazio e nel tempo, mentre federazioni e comitati internazionali garantirono la standardizzazione delle discipline. In questo senso, le Olimpiadi del 1896 rappresentarono la consacrazione di un nuovo modello sportivo: secolarizzato, razionalizzato e orientato alla quantificazione del risultato. Il progetto di De Coubertin incastonò le pratiche sportive ormai modernizzate in una cornice simbolica coerente con una trasformazione già in atto nelle società occidentali, la cui influenza delineò un tipo di ecumenismo del tutto particolare che ne costituì la sovrastruttura teorica e ideale, ma che in ultima istanza ne limitò il reale messaggio universalista: il perseguimento degli obiettivi di solidarietà globale poggiava infatti sul concetto già allora ineffabile ed escludente di “Occidente”.

Alcuni membri del Comitato Olimpico Internazionale nel 1896. In piedi: Willibald Gebhardt, Jiří Stanislav Guth-Jarkovský, Ferenc Kemény, Viktor Balck. Seduti: Pierre de Coubertin, Dīmītrios Vikelas, Aleksej Butovskij

Europei e nordamericani costituivano l’intero nucleo originario del Comitato Internazionale Olimpico (CIO), un organismo che si presentava come rappresentante dell’intera umanità sportiva pur coincidendo, nei fatti, con l’élite sociale e geografica dell’Occidente industriale. A rafforzare il conflitto fra la retorica universale e la pratica selettiva, soltanto da quest’area giunsero i concorrenti invitati nel 1896. I circa 240 partecipanti non rappresentavano ancora nazioni in senso moderno, ma sé stessi o i propri club, in un mondo politico in cui le nazionalità non erano ancora ben definite o facevano parte di imperi che non le riconoscevano. A riprova dell’appena descritta specificità geografica, solo nel 1956 i Giochi uscirono dall’Europa o dagli USA per arrivare in Australia – e Melbourne non poteva certo considerarsi il fulcro della cultura non occidentale.

Un altro limite all’universalismo olimpico risiedeva nell’ipocrisia del cosiddetto “appello alla gioventù del mondo”, quella che avrebbe dovuto alimentare le schiere dei partecipanti e che in realtà non copriva per intero nemmeno il centro d’irradiazione del movimento olimpico: a titolo di esempio, i primi cechi gareggiarono a Parigi nel 1900, i primi polacchi nel 1924, la Russia zarista spedì una rappresentanza a Londra nel 1908, mentre quella sovietica fu di fatto bandita fino al secondo dopoguerra. Quanto ai cinesi della Repubblica popolare, esordirono solo a Los Angeles nel 1984. I primi neri africani corsero la maratona di S. Louis nel 1904 ma erano aggregati alla squadra inglese, mentre nelle kermesse successive l’Africa inviò solo bianchi dal Sud Africa e per trovare il primo oro del continente nero bisogna arrivare fino al 1960, grazie al maratoneta etiope Abebe Bikila. Il Sud America vinse per la prima volta nel 1924 con Guilherme Paraense nel tiro a segno, mentre l’India conquistò il titolo nell’hockey su prato ad Amsterdam nel 1928.

Anche sul piano sociale, l’ecumenismo di facciata si scontrava con limiti concreti, a partire dalla pregiudiziale dilettantistica quale requisito per la partecipazione. A onor del vero, De Coubertin riteneva tale dogma un puro anacronismo, che non si giustificava neanche col richiamo alla classicità, dato che gli antichi greci erano atleti del tutto dedicati alla loro disciplina, che potevano essere sovvenzionati dalle pólis, che competevano per vincere e che per questo guadagnavano e riscuotevano. Il CIO era però un consesso di imprenditori, borghesi danarosi e affluenti aristocratici che prendevano sul serio i propri privilegi e che giudicavano del tutto naturale sostenere il principio dilettantistico, anche se questo voleva dire vietare la pratica sportiva a quanti non potevano dedicare il proprio tempo a impieghi non utilitaristici.

Le esclusioni non furono soltanto geografiche o di classe, ma anche di genere, dato che De Coubertin riteneva “impraticabile e anti-estetica” la presenza delle donne sui campi di gara. A partire dal 1900, le ragazze aprirono una breccia con le golfiste e le tenniste, per poi inviare le arciere, le nuotatrici e le ginnaste. Solo dal 1928 presero parte alle gare dell’atletica leggera, superando la strenua resistenza dei membri conservatori del CIO e di molte donne pur impegnate nelle organizzazioni sportive nazionali, le quali giudicavano “disgustosa” l’attenzione eccessiva che gli uomini riservavano alle atlete, il che avrebbe fatto regredire le relazioni fra i sessi allo stato primitivo dei selvaggi.

La gara dei 100 metri nello Stadio Panathinaiko

Per le discipline, De Coubertin evitò un pedante calco dell’antichità. Accanto ad atletica e lotta, comparvero nuotatori e sollevatori di pesi, schermidori e ginnasti, ciclisti e tennisti: era un programma moderno che traduceva in norma universale pratiche sportive nate in un contesto sociale e culturale circoscritto, poiché modellato sulle competizioni che avevano avuto origine o che nella loro forma moderna erano state codificate nell’Europa industriale del XIX secolo. Persino il judo, introdotto ai Giochi di Tokyo nel 1964 come primo sport non occidentale, fu sfrondato della maggior parte dei retaggi delle sue origini giapponesi per adattarsi alle esigenze dell’agonismo moderno: non a caso, forse, l’oro nella categoria dei massimi fu conquistato dall’olandese Anton Geesink ai danni della stella di casa Kaminaga Akio.

Con sguardo retrospettivo, si può pertanto concludere che le Olimpiadi del 1896 contenevano già tutte le caratteristiche che avrebbero contraddistinto il movimento olimpico nei decenni a venire: un’impresa universalista nata dentro precise gerarchie socio-culturali, continuamente attraversata dalla tensione tra origine storicamente situata e aspirazioni planetarie.

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