Tennis
Lenglen contro Wills, molto di più di una partita di tennis
Un secolo fa, il “match del secolo” mise l’una contro l’altra due tipi di donne, mentre il Novecento prendeva forma fra esibizione di corpi, rivalità nazionali e nuove libertà femminili
Conclusi gli Australian Open, il tennis ha ripreso la propria corsa lungo un calendario che si fonda su una circolarità quasi ininterrotta. Dopo Melbourne, la diaspora di giocatori e giocatrici si è rivolta verso Europa, Medio Oriente e America. Quale che sia il luogo, il gioco della racchetta conferma la propria narrazione peculiare, costantemente alla ricerca di una legittimazione nel passato. Non ha fatto eccezione, nelle brevi settimane di off-season, la stanca riproposizione di una presunta “battaglia dei sessi”, consumata sotto forma di esibizione tanto rumorosa quanto concettualmente esangue, più attenta al baccano e al denaro che alla capacità di interrogare davvero lo sport. Eppure, anche in questo caso, era evidente l’intenzione di riannodare i fili con altri tempi memorabili, a dimostrazione di come l’immaginario del tennis continui a essere forgiato dai lasciti delle sue partite leggendarie.
Per rintracciarne una davvero fondativa occorre tornare indietro di un secolo, a un’epoca in cui il tennis femminile era uno spazio di conflitto simbolico, attraversato da tensioni sociali e culturali. Il 16 febbraio 1926, Suzanne Lenglen e Helen Wills si affrontarono nella finale del Carlton Club di Cannes, in quello che la stampa internazionale definì senza esitazioni il “match del secolo” e che mise in scena una frattura di portata ben più concreta di qualsiasi clownesca provocazione attuale. In campo non scesero soltanto due tenniste imbattute, ma due visioni antagoniste della modernità e soprattutto due modelli di donna

Lenglen vi giunse soffusa di un’aura di leggenda, non soltanto per il record di 341 vittorie e sole 7 sconfitte, ma per l’impatto che ebbe sulla cultura e sul costume dei “ruggenti” anni ‘20. Chiamata “la nostra Suzanne” dai media francesi e conosciuta in tutto il mondo come “La Divina”, Lenglen demolì barriere, creò mode e divenne oggetto di culto, affascinando i regnanti non meno delle folle.
Nata a Parigi nel 1899 da una coppia di cattolici benestanti, Suzanne condusse la vita agiata delle famiglie affluenti, abituate a svernare sulla Costa Azzurra, dove erano di moda gli sport praticati dall’alta borghesia anglofila. Fra questi, preferì il tennis, anche su decisa pressione del genitore, che vedeva nella volitiva ragazza il surrogato del figlio maschio deceduto in tenera età. Charles Lenglen sottopose la figlia ad allenamenti draconiani, non accontentandosi mai di uno standard inferiore all’eccellenza. Un regime di preparazione così intenso era all’epoca riservato ai soli maschi e le conferì un sicuro vantaggio nel circuito femminile. Per giunta, il padre la costringeva a prendere a modello gli uomini e a misurarsi contro di loro. Da loro, la giovanotta mutuò il servizio dall’alto e un gioco aggressivo e spavaldo, entrambi inusuali per le compassate signore che stazionavano sulla riga di fondo e alzavano alti pallonetti, perché poco altro era loro concesso dall’imprigionante dress code che imponeva graziosi cappellini, busti in stecche di balena e gonne ingombranti. Con gli avambracci nudi e le caviglie scoperte, Lenglen scandalizzava i benpensanti, ai quali il suo abbigliamento non pareva meno audace delle arrembanti discese a rete e dell’abitudine di sorseggiare cognac ai cambi di campo.
Era l’alba di un nuovo tipo di donna. Nel mondo anglosassone, la donna liberata assunse i connotati della flapper, fanatica delle gonne corte e delle sale da ballo. In Francia, spettò al romanzo di Victor Margueritte, La garçonne (subito messo all’indice), tratteggiare con l’insuperabile sintesi dell’arte il prototipo della “maschietta”: la ritrovata gioia di vivere dopo la carneficina della Grande Guerra e le speranze di avanzamento sociale innescate dall’Ottobre sovietico, spinsero la nouvelle femme verso l’indipendenza finanziaria e la libertà sessuale e morale. Il comportamento ironico e disinvolto, l’esibizione di attributi virili, la consapevolezza piena della propria individualità si compendiarono in un’inedita silhouette androgina.

Di tutto questo, Lenglen era la perfetta epitome. Allo stilista e profumiere Jean Patou, commissionò la creazione di una gonna plissettata in seta bianca appena sotto il ginocchio, un cardigan senza maniche, calze sostenute da giarrettiere e una fascia in tulle per trattenere i capelli. Aveva il fascino della femme fatale ed emanava una tale attrazione che gli uomini dimenticavano persino il suo naso importante, su cui i caricaturisti si esercitavano senza troppo riguardo.
Helen Wills, di sette anni più giovane, incarnava l’esatto contrario. Wills divenne un’icona americana, costruita su un’idea di efficienza prestazionale, autocontrollo e distanza emotiva. Silenziosa, impassibile, con un corpo asciutto e funzionale, non cercava la complicità del pubblico, né il suo favore: se Lenglen lo seduceva, Wills lo raggelava con i suoi occhi blu ghiaccio; se l’europea enfatizzava il gesto, balzando sul court ben oltre il necessario, l’americana lo riduceva all’essenziale.
Diffusamente reclamizzato dalla stampa, l’incontro di Cannes attirò una folla strabocchevole, per cui non bastò neanche montare in tutta fretta tribune aggiuntive. Pur venduti a prezzi esorbitanti, i biglietti andarono a ruba e molti escogitarono modi alternativi per assistere allo spettacolo: si arrampicarono sugli eucalipti che circondavano il terreno di gioco, affittarono lunghe scale che appoggiarono alle recinzioni o pagarono cifre ragguardevoli per occupare i balconi delle ville circostanti. Era in palio anche l’orgoglio di una nazione: la Francia si sentiva maltrattata dalla crisi economica del dopoguerra, gli Stati Uniti stavano nel ruolo del principale prepotente e spettava alla magnetica Suzanne rimettere a posto i rampanti americani. La vittoria arrise a Lenglen, che si impose 6-3 8-6 in un silenzio irreale e in un’atmosfera di massima concentrazione, per la consapevolezza che tutti avevano di guardare qualcosa che eccedeva il tennis.
A ben vedere, fu l’ultima recita della “Divina”. Per sfuggire la pregiudiziale dilettantistica cui aderivano tutti i tornei dello Slam, Lenglen accettò un ingaggio per un tour professionistico nelle Americhe. Sommersa di dollari, arrivò in piroscafo a New York come un capo di Stato. All’esordio al Madison Square Garden si vendevano bambole con le sue fattezze e 18.000 spettatori in smoking l’accolsero intonando “La Marsigliese”. Si ritirò dal tennis nel 1928, conducendo un’esistenza relativamente tranquilla e modesta. Lavorò in un negozio di articoli sportivi, aprì una scuola di tennis a Parigi e scrisse libri sul suo sport. Sebbene avesse avuto diverse relazioni di alto profilo, non si sposò mai. Nel giugno 1938, fu colta dalla leucemia e nel breve giro di tre settimane morì per quella che fu ufficialmente definita anemia perniciosa, anche se molti sospettarono che la debolezza per gli alcolici non fosse estranea al repentino decesso.
Wills ne fu l’erede nel tour, issandosi al n. 1 del mondo e assommando ben otto titoli a Wimbledon. Visse abbastanza per vederlo superato, oltre cinquant’anni dopo, quel primato straordinario: quando seppe che Martina Navratilova era giunta a nove, il suo bellissimo volto cesellato di rughe si contrasse in una smorfia di stizzito disappunto.
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