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La “guerra delle torri” scuote le telecomunicazioni italiane

Tim e Fastweb+Vodafone rompono con Inwit che rifiuta di abbassare i canoni di affitto delle torri tlc. Tra disdette e nuova joint venture, il modello TowerCo vacilla e il futuro della rete mobile entra in una fase di incertezza.

9 Aprile 2026

Per tutti è ormai è la “guerra delle torri”. Dove le torri sono i tralicci o piloni in cemento che sostengono antenne e apparati radio, visibili in città come nelle zone rurali e lungo le autostrade. Tim e Fastweb+Vodafone (gruppo Swisscom), i due principali operatori tlc italiani, si muovono contro Inwit, la società proprietaria di quasi 26mila torri, la più estesa infrastruttura di rete mobile del Paese. Oggetto del contendere è l’entità dei canoni che le prime pagando a Inwit per usare la sua rete di torri di telecomunicazioni.

Le tensioni sono esplose il 19 marzo quando i due operatori telefonici hanno annunciato, senza fornire dettagli, una joint venture per la costruzione e gestione di nuove torri (fino a 6mila), con l’obiettivo di accelerare il passaggio al 5G. Praticamente, il primo nucleo di una rete parallela, una spada di Damocle sulla ragione d’essere della stessa Inwit, che ha peraltro rivendicato di essere per contratto il fornitore privilegiato delle due società, diritto che opererebbe anche verso la nuova joint venture.

Il crescendo di ostilità è continuato il 25 marzo, quando Fastweb + Vodafone ha comunicato la disdetta dell’accordo quadro di servizio (Msa, Master service agreement) con Inwit, con efficacia dal 2028. E è culminato domenica 29 marzo quando Tim ha annunciato la sua disdetta, con efficacia 2030. Manco a dire che anche su questo, Inwit non è d’accordo: l’Msa, dice, è valido finto al 2038.

Con queste tre mosse viene scosso alle fondamenta il modello Tower Company, fondato sulla separazione e terzietà della rete mobile (le torri e le altre infrastrutture digitali wireless) rispetto alle compagnie tlc che le utilizzano da clienti in modo condiviso, pagando un canone.

Ma da qui ad abbatterlo del tutto il modello, ce ne passa, osservano gli addetti ai lavori. Primo, perché creare una nuova rete proprietaria è un’impresa titanica anche per le prime due compagnie telefoniche del Paese. Secondo, perché far saltare il modello TowerCo significherebbe far saltare l’equilibrio su cui si è retto il sistema delle telecomunicazioni italiane da dieci anni a questa parte. E le implicazioni non si limiterebbero alle tre aziende interessate, ma investirebbero tutta la collettività, coinvolgendo le amministrazioni pubbliche e la politica.

Ma come si è arrivati a questo punto? La genesi del modello TowerCo

Per comprendere la portata della crisi occorre tornare al 2015. Fino ad allora, i due grandi grandi operatori avevano ciascuna la propria rete, con evidente duplicazione delle infrastrutture su tutto il territorio. All’epoca il mantra imperante era la separazione della rete e così nel 2015 Tim scorpora le proprie torri, 11mila siti, crea Inwit e la quota alla Borsa di Milano.

La vendita è accompagnata dalla stipula di contratti di lunga durata per utilizzare gli asset ceduti dietro pagamento di un canone: il classico schema del “sell & lease-back”, i cui gli asset ceduti vengono contestualmente riaffittati dal venditore dietro pagamento di un canone. Tim monetizza così un’infrastruttura costruita negli anni, liberando capitale e riducendo il debito che schiacciava i conti o comunque trovando liquidità per altri investimenti.

Nel 2020 anche Vodafone Italia aderisce al nuovo modello, e apporta a Inwit altre 11mila torri.

In totale, Inwit effettua un investimento di circa 10 miliardi di euro per l’acquisto dell’infrastruttura detenuta da Tim e Fastweb, che grazie al beneficio economico e finanziario immediato, hanno potuto liberare capitale e ridurre i debiti.

Nel tempo, il numero di siti/torri gestiti da Inwit è cresciuto. Tra il 2015 e il 2024, gli investimenti cumulati di Inwit in Italia hanno raggiunto 1,4 miliardi di euro, con ulteriori 1,5 miliardi di euro previsti nel periodo 2025–2030, per un totale complessivo di circa 2,9 miliardi di euro. Inwit è così arrivata 25.700 torri a fine 2025 puntando poi a 28.500 entro il 2030, anche se le odierne vicende comporteranno dei rallentamenti.

La logica dell’operazione Inwit

Per ogni torre acquisita, Inwit calcola di avere speso in media circa 500mila euro, mentre ciascun operatore si è impegnato a pagare un canone annuo di 20mila euro, di cui 11mila euro rappresentano la componente finanziari, (assumendo un tasso annuo del 4%).

Su ciascuna torre, dai  due big della telefonia Inwit incassa quindi 40mila euro in media. Dedotti i costi operativi, si arriva a un margine operativo lordo, al netto delle spese di leasing, di 25mila euro a torre, che su un arco di 20 anni ripagano l’investimento iniziale di 500mila euro.

Uno studio realizzato da The European House Ambrosetti per conto di Inwit, evidenzia che tra il 2015 e il 2024, il settore tlc in Italia ha potuto evitare costi di acquisto o affitto di terreni, spese di costruzione, energia e manutenzione ben  15,8 miliardi di euro. Ridurre le duplicazioni della rete mobile ha permesso anche di evitare l’emissione di oltre 2,5 milioni di tonnellate di anidride carbonica.

Tutte queste considerazioni non hanno però trattenuto i due operatori tlc dall’aprire le ostilità. «La decisione di porre termine all’Msa deriva dalla constatazione che i costi dei servizi di Inwit non risultano in linea con i benchmark di mercato, nonché dalla mancata disponibilità della società ad avviare un confronto formale volto al loro allineamento», ha scritto Fastweb+Vodafone. Tim colloca la sua disdetta «nel percorso di ottimizzazione della struttura dei costi infrastrutturali» e non fa mistero di puntare a «una revisione complessiva delle condizioni economiche e di servizio».

In breve, gli operatori utilizzano la minaccia di una infrastruttura alternativa per ottenere condizioni economiche più favorevoli, mentre Inwit difende il valore dei contratti e degli investimenti effettuati. È una dinamica tipica: chi ha monetizzato un asset in passato cerca oggi di ridurre il costo dei servizi collegati. Ma in questo caso la posta in gioco è più ampia, perché riguarda l’intero equilibrio del sistema delle telecomunicazioni.

Tim, Fastweb e il nodo degli Msa

Il cuore dello scontro è rappresentato proprio dagli Msa, gli accordi quadro di servizio per l’uso delle torri. Tim e Fastweb+Vodafone pagano un canone 20mila euro a testa per singola torre/sito. Un prezzo che risulta un po’ oneroso nel contesto del mercato tlc italiano, che ha i ricavi medi per utente (Arpu, nel gergo di settore) tra i più bassi d’Europa.

Per Inwit i canoni sono invece con gli standard di mercato europei. Stando a una recente ricerca di Newstreet Research, la Cellnex, società leader in Europa nel business delle torri tlc, chiede canoni che vanno dai 28mila euro (Svizzera) ai 16mila euro (Spagna), mentre Vantage Towers ha prezzi nell’ordine di 21-22mila euro. Allo stesso tempo, la società ha ribadito la disponibilità a valutare «interventi migliorativi rispetto all’attuale assetto del contratto».

Inwit gestisce 25.700 torri distribuite sul territorio nazionale e sostiene che circa il 75% della rete sia non replicabile. Il 35% dei siti si troverebbe in posizioni uniche, mentre un ulteriore 40% non presenta alternative praticabili per ragioni tecniche o immobiliari. Mettere in piedi una macchina burocratica in grado di gestire i processi autorizzativi, negoziare con i comuni e i condomìni, fronteggiare le opposizioni civiche e gli ambientalisti e infine realizzare la messa in opera dei siti, potrebbe rivelarsi un’impresa impossibile o quasi. Secondo la società, l’abbandono dei siti di Inwit imporrebbe la realizzazione di una rete alternativa di almeno 15 mila nuove torri: a un ritmo di 500 torri nuovi annue, ci vorrebbero almeno 30 anni per realizzarle con impatti negativi sulla qualità del servizio e con un costo di ulteriori 2 miliardi di euro. «La duplicazione delle reti infrastrutturali,  è priva di ogni ragione industriale, economica ed ambientale», taglia corto Inwit.

Il potere negoziale dei due operatori telefonici

Gli argomenti usati vorrebbero dissuadere Tim e Fastweb+Vodafone dal lanciarsi per davvero in un’avventura improba, ai limiti dell’impossibile, visto che per costruire l’attuale rete sono serviti trent’anni buoni.

Dal canto loro, però, le due compagnie tlc sono consapevoli della loro forza negoziale. Sono i due principali operatori telefonici in Italia e da essi arriva l’80% dei ricavi di Inwit. I risultati economici 2025 di quest’ultima mostrano una società ancora solida, ma già esposta alle tensioni in atto. Inwit ha chiuso l’anno con ricavi per 1,1 miliardi di euro (+4%), il margine operativo lordo after lease si è attestato a 785,9 milioni, l’utile netto a 360,8 milioni (+2%). Numeri che confermano la capacità industriale del gruppo, ma che si accompagnano a un contesto definito dalla stessa società come «di elevata conflittualità e turbolenza». Questo implica l’interruzione «sia di attività previste nei piani, ma non garantite, sia dello sviluppo di nuove iniziative di business». Al punto che la società ha annunciato una revisione al ribasso delle stime per il periodo 2026-2030, con effetti, ancora limitati ma già visibili, su ricavi e margini di quest’anno. E non va dimenticato che il giorno in cui le due compagnie hanno annunciato la joint venture, il titolo Inwit ha perso il 24% in una sola  seduta.

Arroccarsi sulle clausole contrattuali e farsi forte della solidità della sua rete esistente e della sua expertise nel medio-lungo periodo potrebbe rivelarsi un errore strategico. E il fatto che in più di un’occasione i vertici della società abbiano accennato al «ristabilirsi di una relazione costruttiva con i propri clienti» conferma che tutto si vuole tranne che lo scontro arrivi fino in fonde.

La guerra delle torri come mossa negoziale

L’annuncio della joint venture per 6mila nuove torri se da un lato il detonatore della crisi del modello TowerCo, dall’altro è una mossa che obbliga l’interlocutore a sedersi al tavolo, visto che finora, accusa di Fastweb, non è stato disponibile a un «confronto formale» sui prezzi per un loro «allineamento» a quelli di mercato.  Mancanza di dettagli su investimenti, tempi e piano operativo della ventilata joint venture farebbero  pensare il vero obiettivo fosse proprio questo: indurre Inwit a negoziare.

Ma questo non basta a rendere la minaccia congiunta dei due operatori tlc poco credibile. Non solo per il rumore fatto dall’annuncio e dal crollo del titolo Inwit a Piazza Affari.

Tim e Fastweb+Vodafone hanno già iniziato a testare spazi di collaborazione nell’ambito delle infrastrutture. A inizio anno, le due società hanno annunciato un accordo preliminare, da finalizzare nel secondo trimestre,  «per avviare una cooperazione finalizzata allo sviluppo delle reti di accesso mobile attraverso un modello di Radio Access Network (RAN) sharing». L’accordo riguarda la copertura 5G nei comuni con meno di 35mila abitanti, aree a bassa densità dove i margini sono risicati a causa dei bassi volumi di business. Ciascun operatore potrà utilizzare l’infrastruttura di accesso radio-mobile dell’altro, evitando duplicazioni infrastrutturali e sarà responsabile dello sviluppo della rete in 10 regioni (sulle 20 totali). Si punta a circa 15.500 siti entro la fine del 2028, con un risparmio di 250 milioni a testa su un arco di dieci anni.

Ora è vero che qui si non si parla di torri, ma della parte attiva della rete (antenne, apparati radio), tuttavia questo passo segnala una volontà dei due operatori tlc di collaborare per lo sviluppo di nuove infrastrutture di rete. Rappresenta un inizio di un percorso che, se le circostanze lo richiedessero, potrebbero allargarsi anche ad altri ambiti più dirompenti.

Gli analisti di mercato concordano del resto che le mosse di Tim e Fastweb rappresentino una chiara minaccia per Inwit. Ma l’esito più probabile e anche più auspicabile, sottolineano, è quello di una rinegoziazione dei canoni, che non potrà non tenere conto degli anni decorsi o dell’«anzianità» delle torri nei bilanci della società. È una dinamica tipica: chi ha monetizzato un asset in passato cerca oggi di ridurre il costo dei servizi collegati, chi ha comprato difende il valore dei contratti e degli investimenti effettuati.

Ma in questo caso la posta in gioco è più ampia, perché riguarda l’intero equilibrio del sistema di telecomunicazioni.

Sul fondo di questa battaglia aziendale resta il Paese. La “guerra delle torri” non è solo uno scontro commerciale, ma un banco di prova per il modello infrastrutturale italiano: la duplicazione delle infrastrutture genererebbe inefficienze e impatti ambientali notevoli, aumenterà i costi complessivi e rallenterà lo sviluppo della rete. Il rischio è che una partita che si è inasprita per difendere i margini di singole imprese finisca per aumentare i costi a livello sistemico. Ecco perché, viene fatto osservare, l’esito più probabile dopo questi primi round di schermaglie legali, è che tutti si siedano attorno a un tavolo, per arrivare a un nuovo equilibrio di sistema.

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