Carlotta
Ferrara degli Uberti

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Carlotta è nata nel 1977 a Roma, città del cuore che ha lasciato a 19 anni per studiare storia all’università di Pisa e in Normale, dove si è dottorata nel 2006. Dopo il dottorato è stata per otto anni una ricercatrice precaria, passando da un contratto e da un progetto di ricerca all’altro e lavorando [...] in Italia e all’estero (Pisa, Milano, Parigi, Londra, USA), con intervalli di disoccupazione e tanto lavoro a titolo gratuito. Da settembre 2014 è Lecturer in Italian Studies a UCL e pendola tra Pisa e Londra, alla ricerca di un nuovo equilibrio fra vita familiare e professionale. Tra i suoi interessi principali: storia ebraica, storia dei nazionalismi, storia dell’antisemitismo, storia del matrimonio e del divorzio da fine ‘700 ad oggi.

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Ultimi commenti

Pubblicato il 07/11/2014

in: NON FACCIAMO LA GUERRA TRA POVERI IN UNIVERSITA'

Piccola aggiunta. Personalmente non sono più precaria da due mesi (devo ancora abituarmi all'idea), ma il prezzo è stato come per tanti andare all'estero. Ho vinto un ottimo posto in un'ottima sede e non posso certo lamentarmi, ma sarò costretta a fare la pendolare internazionale (con conseguenze pesanti sul piano personale e familiare) e soprattutto [...] avrei voluto potermela giocare anche in Italia. Potersela giocare a viso aperto, senza trucchi e in un ambiente che rispetti le persone e il loro lavoro dovrebbe essere il minimo garantito a tutti.

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Pubblicato il 07/11/2014

in: NON FACCIAMO LA GUERRA TRA POVERI IN UNIVERSITA'

Rispondo a Michela Cella. Sono stata ricercatrice precaria e a tratti disoccupata per 8 anni e se c'è un contesto che conosco bene è quello accademico, soprattutto italiano. So che tanti ricercatori non sono più giovani e non guadagnano abbastanza, ma resta il fatto che sono in una posizione completamente diversa e del tutto privilegiata [...] rispetto agli assegnisti o ai TDA, che a loro volta sono in una posizione sia pure temporaneamente privilegiata rispetto ai disoccupati. In effetti continuiamo a parlare in modo generico di precari, ma in realtà molti di questi sono disoccupati. Un misero assegno è diventato una sorta di miraggio, per persone che avrebbero curricula da associato e in alcuni casi anche da ordinario. E' semplicemente disonesto mettere sullo stesso piano chi ha uno stipendio a tempo indeterminato, con tutte le garanzie del caso, e chi deve mese per mese valutare se potrà o meno continuare a fare il suo lavoro perché non ha uno straccio di contratto e ha bisogno di uno stipendio per vivere, nonché di un minimo di riconoscimento. L'unica soluzione vera sarebbero concorsi davvero aperti, davvero meritocratici, che vedano precari e strutturati, interni ed esterni lottare ad armi pari, e a quel punto sarebbero certo utili anche più risorse economiche. Se non si affronta questo nodo cruciale, la lagna sui soldi rischia di diventare una foglia di fico.

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Pubblicato il 07/11/2014

in: NON FACCIAMO LA GUERRA TRA POVERI IN UNIVERSITA'

Trovo il finale del pezzo inaccettabile. 1. Per quanto ci siano tanti ricercatori meritevoli di una promozione, di questi tempi i veri poveri sono gli altri, quelli che sono fuori, a età non più tanto verdi, con borse da fame o spesso senza alcuna retribuzione. Molto frequentemente queste persone hanno curricula almeno analoghi, se non [...] superiori, a quelli degli strutturati. La guerra tra poveri è la guerra tra i precari che devono lottare con le unghie e con i denti per sopravvivere e agguantare qualche briciola, non quella tra precari e ricercatori strutturati che vogliono diventare associati. 2. Vorremmo tutti più soldi, ma non ci si può nascondere solo dietro la lamentatio sulle risorse. I concorsi sono truccati, da tanto (tantissimo) tempo, a tutti i livelli e con pochissime eccezioni, e questo è ancora più grave rispetto alla carenza di fondi. Tutti gli ordinari, in servizio o pensionati, che hanno gestito il sistema negli ultimi decenni sono corresponsabili di questo sfacelo.

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