De sharing economy e dintorni

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10 ottobre 2016

Il caso Foodora sta facendo molto discutere e immediatamente il dibattito trascende e divide  chi è pro sharing da chi si dice contrario.
A pochi, da quanto sto notando, interessa interrogarsi su una domanda: ma questa Foodora è davvero un esempio di sharing economy? e cosa sarebbe, dunque, questa sharing economy?
Non è mia intenzione scrivere un articolo scientifico (ci sto lavorando, ma non è questa la sede adatta), quindi farò alcune banalizzazioni.
Partiamo col dire che la sharing economy può essere descritta come quel fenomeno in grado di mettere in condivisione asset dormienti o sotto utilizzati per far sì che riacquisiscano capacità produttiva. La regoletta che consente il suo svolgimento è semplice: abbiamo asset poco utilizzati e che, fino a poco tempo fa, richiedevano un costo di coordinamento troppo alto per poter essere produttivi. L’avvento delle piattaforme, o comunque delle facilitazioni impressionanti alla comunicazione, ha consentito di abbassare quasi a zero i costi di coordinamento e di far interagire quegli asset con i bisogni.
Un esempio: una casa utilizzata solo in parte o non utilizzata è un asset dormiente. La sua destinazione produttiva ha dei costi di coordinamento, richiede l’assunzione di rischi e, in alcuni casi, determina una scarsa convenienza da parte del proprietario ad investirci tempo e denaro per la sua redditività.

Una piattaforma consente, attraverso un banale post, di inserire quell’asset in una rete visitata da milioni di persone e, quindi, di rischiare quasi 0 per verificarne le possibilità produttive.
Gli effetti di tale evoluzione sono definiti dirompenti. Ecco perchè:

  1. innanzitutto perchè l’occidente è un luogo caratterizzato da un enorme stock di asset accumulati e una delle grosse inefficienze attiene alla difficoltà di preservare il carattere produttivo di quegli asset. In Italia il patrimonio immobiliare, per rimanere nell’esempio, rappresenta un valore di riserva per famiglie, imprese e anche per la PA. Metterlo a reddito è una sfida complessa e il riuscirci grazie all’impatto delle piattaforme consente di smuovere capitale dormiente verso la generazione di valore.
  2. la produttività distribuita crea un effetto molto interessante su come si allocano i rischi fra gli agenti, cambiando il paradigma di offerta nei settori investiti dalla sharing economy. Sempre nell’esempio proposto: la possibilità di mettere a reddito case inutilizzate crea una maggiore offerta di ricezione turistica e pone maggiore possibilità di scelta all’utente-turista. Sarebbe sbagliato, quindi, ragionare in termini statici sull’effetto sostituzione tout court, perchè occorre valutare l’ampliamento della domanda. In poche parole, aumenta il numero di persone che ha accesso al turismo grazie ad una maggiore possibilità di scelta fra soluzioni differenziate per prezzo/zona/qualità.
    In ogni caso, però, va considerato un parziale effetto spiazzamento sull’offerta per ciò che attiene al differenziale di rischio fra chi compie un investimento “centralizzato” per costruire un hotel e chi invece ha rischio quasi 0 perchè mette in offerta un bene che non prevede ingenti investimenti e che ha possibilità di ridivenire produttivo grazie ad un post sulla piattaforma.
    Mentre il primo, l’albergatore, deve sostenere costi fissi e ha un vincolo al raggiungimento del break even point, il secondo avrà “tutto da guadagnare” dalla domanda aggiuntiva che il suo post su piattaforma sarà stato in grado di attivare.
    Per cui i rischi di un investimento centralizzato sono alti, mentre i rischi di una rete molecolare diffusa, che ha nella piattaforma il suo hub, sono molto bassi perchè distribuiti fra migliaia di host.
  3. con una rete distribuita, diffusa e molecolare si aziona molto più facilmente la leva della relazionalità, che ha un forte impatto in termini di empatia con l’utente e, in ultima analisi, un forte impatto sul successo dell’iniziativa imprenditoriale. Il bene relazionale, dunque, trova un ambiente molto più favorevole in reti di condivisione che in offerte tradizionali caratterizzate dalla concentrazione produttiva.

L’insieme di questi effetti produce un cambiamento nelle modalità di produzione. Ma questo sarebbe un discorso lungo e complesso, che rimando ad altri approfondimenti.
Ora, cosa c’è di tutto ciò nel caso Foodora? A me pare nulla. Se non un aspetto: il fregiarsi di questa etichetta di “sharing” senza alcun legame con le logiche di condivisione, con l’obiettivo di coprire deficienze (nel vero senso della parola) del modello di business attraverso la foglia di fico di un hype entro cui pare possa starci tutto e il suo contrario.
Quindi, mi spiace deludere, ma tutto questo far polemica non ha a che fare con la sharing economy, ma con un modello di business che o non regge o ha una sperequazione troppo ampia fra chi il valore lo genera e chi lo riceve.
Una importante riflessione andrebbe svolta su questo ultimo aspetto: il legame fra generazione e allocazione del valore generato. I modelli puri di sharing economy prevedono, non a caso, l’idea della contribuzione al valore, legando le remunerazione alla quota di valore aggiunto che ciascun partecipante al processo è in grado di apportare. Qui sta il grosso della sfida e delle aspettative cui questo fenomeno deve dare risposta: è o non è in grado di generare maggiori condizioni di uguaglianza, accesso e opportunità di cittadinanza rispetto ai modelli “business as usual”?

Per rispondervi sto conducendo una ricerca ad hoc, su quanto la sharing economy consente la reinclusione nei processi economici di quote di cittadini esclusi dalla crisi economica e dai suoi effetti diretti ed indiretti.
L’altro aspetto centrale, a mio avviso, è cogliere il portato dell’economia collaborativa come forma di evoluzione della sharing economy: non solo condividere asset per fargli riconquistare capacità produttiva, ma integrare gli obiettivi per cui quella condivisione ha luogo. Condividere i mezzi, certamente, ma in base ad una integrazione dei fini.

Questa, secondo me, non è soltanto la sfida, quanto la missione sociale, economica e politica per cambiare il modello di sviluppo nella direzione dell’uguaglianza e del benessere.

TAG: sharing
CAT: Innovazione

Un commento

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  1. silvia-bianchi 10 mesi fa
    In effetti la bici e lo smartphone propri come asset sembrano un po' pochino... Scherzi a parte: da profana totale della materia, ho l'impressione che si rischi di ripetere con la sharing economy lo stesso guaio che c'è stato con le partite Iva, ovvero di usarla come "mantello" rispettabile e alla moda per coprire le vergogne del "nuovo" mondo del lavoro...
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