A. Aparo: “Per far crescere una coscienza non serve un controllo persecutorio”

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14 dicembre 2017

È uno psicoterapeuta che lavora in carcere, da 38 anni. Lui è Angelo Aparo, Juri per gli amici, nome affibbiatogli da ragazzino dalla propria compagnia di amici.

Di solito il giornalista dovrebbe osservare la regola di raccontare i fatti separandoli dalle opinioni. In questo caso mi è difficile, avendo potuto avere il privilegio di vederlo lavorare con i detenuti. Sono stato diverse volte nel carcere di Opera. Per visitare il nuovo ufficio di collocamento. Aperto per dare modo a chi può  essere reinserito nel tessuto sociale, di trovarsi un luogo, un’azienda, in cui poter lavorare senza rischiare di tornare a delinquere.

Ho partecipato come spettatore ad alcuni spettacoli della compagnia teatrale che nel frattempo si è creata all’interno del penitenziario.

Ho visitato i laboratori di lingue. Ho visitato la liuteria.

Attività nate grazie all’operato  del professore, autorizzato e supportato dal direttore Giacinto Siciliano. Aparo ha creato il così detto “Gruppo della Trasgressione” a San Vittore, durante la direzione di Luigi Pagano. Poi continuato ad Opera, ed estesa ai detenuti appartenenti alla criminalità organizzata. Un luogo che mi sarebbe facile definire come un circolo ellenico, più che come un semplice luogo di psicoterapia di gruppo. Tuttavia per mantenere la giusta distanza vi racconto quello che ho personalmente visto con i miei occhi, durante un incontro.  Tenutosi in un’aula di una scuola, prima del confronto con gli studenti. Senza aggiungere nulla.

Arrivo attorno alle 15. All’interno di una sala  si trova un lungo tavolo circolare. C’è il professore, ci sono alcune studentesse con lui, e poi ci sono loro: i detenuti. Alcuni hanno l’ergastolo, il “fine pena mai”. Altri sono dentro da meno, per reati come lo spaccio. Molti di loro, quindi, hanno ucciso.

Quando entro ci sono – poco distante dal tavolo – il Prof e un detenuto, uno accanto all’altro. Stanno recitando una scena.

Il detenuto sta chiedendo una bottiglia d’acqua per dissetare suo figlio. È rimasto senza acqua suo figlio e anche sua moglie. Il Prof interpreta la parte di chi invece dispone dell’acqua. Ma si rifiuta di fargliela avere. Tra i due si accende una discussione.

– Ho bisogno dell’acqua, dice il detenuto, e lei non ne ha bisogno –

– È  vero, non mi serve – ma poiché l’acqua è  mia e sono il padrone della bottiglia – a lei ho deciso di non fargliela avere

– Ma io ne ho bisogno, dice il detenuto, ne ho bisogno per mio figlio che è piccolo e altrimenti starebbe male.

– Non se ne parla, replica Aparo, l’acqua è  mia e decido io a chi darla. E a te non voglio darla.

La scena si conclude con un inseguimento: Aparo scappa con la sua bottiglietta, il detenuto lo insegue: per simulare di ucciderlo e prendergli la bottiglia.

A scena finita comincia un dibattito tra Aparo e i detenuti.  Il Prof domanda: che cosa avete provato?

Il primo che interviene dice:

– chi ha negato l’acqua a chi ne aveva bisogno, ha il diritto di tenersi la bottiglia. Chi ha subìto il rifiuto,  non ha il diritto di uccidere chi pure gli ha rifiutato l’acqua per il figlio sofferente. Questo significa rispettare la legge –

Interviene un altro detenuto più  giovane e straniero.

– Prof, quello che sento è che io vorrei uccidere il lato oscuro che c’è in me –

Ecco. Quello è stato il momento in cui mi sono detto: “Cacchio, ma queste persone hanno una coscienza. Una coscienza lucida e stanno provando a guardarsi coraggiosamente dentro”.

Interviene Aparo. E mi spiazza completamente. Alza la voce. Insulta bonariamente ( ma neanche tanto bonariamente) alcuni dei presenti. S’incazza proprio.

– Ma che minchia mi state raccontando? Vi negano l’acqua per vostro figlio, e uno mi dice che è giusto, e l’altro mi dice che vuole uccidere il suo lato oscuro? Ma che cazzo dite? –

I ragazzi si guardano straniti. Io pure non capisco.

Di nuovo, Aparo.

– Ragazzi se non imparate a guardare le vostre reali emozioni, a a dire a voi stessi la verità, non capirete mai perché siete diventati delinquenti dediti alla cocaina e alle pistole. Per quanto doloroso, bisogna che voi diciate a voi stessi cosa davvero provate pensando che qualcuno possa negarvi un diritto: quello di avere dell’acqua per vostro figlio, ad esempio. Perché solo così capirete la rabbia che vi ha portato a diventare dei delinquenti. Ed è giusto che scontiate  la vostra pena. Che siate qui, in carcere. Ma quando vi rivolgete ad un giovane per aiutarlo a capire perché ha deciso anche lui di usare la cocaina e la pistola, cosa gli direte? Dovete partire dalle vostre ferite. Dalla vostra rabbia. Dalla comprensione di essere cresciuti senza una guida, violati nei vostri diritti. E di avere deragliato diventando assassini per questa ragione. Se volete diventare uomini migliori si parte da qui. Dal vostro dolore, dalla vostra fragilità. È  quello che vi ha resi omicidi. Ed è  per quello che oggi scontate la vostra pena –

Ci guardiamo tutti un pò stupiti. Uno si alza e dice:

– si è vero, la mia rabbia è  nata dal fatto di non aver mai potuto scegliere. Non ho scelto. Sono stato cresciuto in un clima di sopraffazione e violenza. Ma io oggi voglio essere un uomo libero. Voglio disporre della mia libertà, almeno di quella interiore. Poi sconto la mia detenzione fisica, ma la mia anima è libera –

Suona la campanella. Il gruppo è  finito. Il ragazzo straniero – un gigante di quasi due metri – va dal Prof.

– Ho capito cosa vuol dire, dice rivolto ad Aparo, ma penso davvero che io voglio uccidere il mio lato oscuro. Voglio farlo fuori ed essere un altro –

Aparo sorride. Dentro il gruppo della trasgressione c’è  – insita – una sfida. Quella di aprire  le porte a quelli che ancora non si sono pentiti. Che sono ancora arrabbiati e violenti.  Loro nel gruppo – forse – ci arriveranno tra qualche anno. Quando, stando vicini ai loro compagni di cella che nel frattempo tornano a vivere “dentro”, verranno contagiati da quella sensazione di benessere. Essere in carcere e riuscire a sentirsi liberi, più  di quando si stava in prigione pur essendo a piede libero ma costretti a spacciare e ad uccidere.

Mi si è aperto un mondo. Il carcere come luogo di libertà. Di vita. In cui rilanciare sul tavolo dell’esistenza le proprie “fiche” per salvare se stessi e provare a salvare anche altri, magari più giovani. Il Gruppo della Trasgressione infatti è la vittoria di Giovanni Falcone e Paolo Borsellino. Parla ai mafiosi, sconfiggendoli “dentro”, con il  suo esempio. Portando la libertà dove la mafia porta la schiavitù.

Ecco l’intervista con il Prof Angelo Aparo

La fragilità per diventare cittadini di una comunità.

Il carcere come luogo in cui insegnare il controllo di sé

Far crescere la coscienza.

TAG: Angelo Aparo, Carcere di Opera, Giacinto Siciliano, Guardie penitenziarie, mafia
CAT: Milano

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