Roma

Qualche domanda su Roma

A Roma sono in corso trasformazioni importanti: progetti di grande impatto, nuovi attori, processi dagli esiti non ancora evidenti. Sappiamo già di chi sono “le mani sulla città”, o c’è bisogno di farsi qualche domanda in più?

22 Luglio 2026

C’è un concorso internazionale di idee (“Una visione per Roma”), che ha lo scopo di «elaborare una prospettiva organica di crescita della città con un approccio integrato che valorizzi le vocazioni del territorio». È lanciato da Roma REgeneration, una fondazione nel cui Consiglio Direttivo sono presenti tre società di gestione del risparmio: DeA Capital Real Estate, Fabrica Immobiliare e Investire. Tra i soci della fondazione vi sono numerose altre organizzazioni, tra le quali Sistemi Urbani, Invimit, Fondazione Roma, ecc. Il concorso raccoglie 35 proposte di altrettanti gruppi, in molti casi di livello. internazionale, formati da professionisti, esperti, società di consulenza, dipartimenti universitari, singoli ricercatori, city maker. Ne hanno scritto Giorgio De Ambrogio e Luca Tricarico, aprendo una ampia discussione.

Il concorso e la stessa fondazione sollecitano delle domande sulla trasformazione in atto nel sistema decisionale delle politiche urbanistiche a Roma. Un concorso per definire una visione strategica per una grande città, promosso da un soggetto non istituzionale, è qualcosa di inconsueto nel nostro Paese. È il segno di una innovazione nell’agenda urbana, per i contenuti e per il percorso che innesca. Dal punto di vista sostantivo, la costruzione di una nuova immagine della città può contribuire alla ridefinizione dell’agenda dei problemi, a far emergere visioni del cambiamento plausibili e potenzialmente mobilitanti, come è da tradizione negli esercizi scenariali della pianificazione. Dal punto di vista del processo, sembra una prova di modernizzazione per una città che non è mai stata moderna. Testimonia l’emergere di una nuova coalizione di attori, oppure siamo di fronte al camuffamento di protagonisti del mercato urbano ben noti?

La stessa presenza, nei gruppi che si sono candidati al concorso, di esponenti delle università e del mondo della ricerca urbana, tra consulenza e attivismo, è la spia di un fenomeno inconsueto. Cosa ci dice? Certo il concorso indicava, tra i criteri di valutazione, che «maggiore sarà il numero di discipline e materie trattate dai team, per la costruzione di una visione integrata della Capitale, maggiore sarà il punteggio assegnato», come se l’integrazione fosse effetto del numero di competenze mobilitate e non del metodo di indagine o del disegno del processo. In ogni caso, benché effetto sotto-prodotto di un criterio bizzarro, come considerare questa partecipazione così variegata? Stanno emergendo nuove policy community?

L’amministrazione comunale appare il soggetto cui è offerto il risultato del concorso. Come valutare il ruolo di Roma Capitale? È il destinatario di un’operazione di accreditamento (o consolidamento) di coalizioni di interessi, il soggetto-chiave di una “growth machine” in formazione, l’ispiratore di un “triangolo di ferro” finalmente manifestatosi? Tempo fa, l’Amministrazione comunale aveva promosso, affidandola a un gruppo coordinato da Stefano Boeri, la costruzione di una visione per il futuro della città (Roma 050): che ne è stato?

E i vecchi palazzinari? Sono residui del passato, scavalcati da SGR e fondi di investimento? Oppure, sono tra i protagonisti di un “blocco edilizio” rinnovato? Per Roma, è qualcosa di inedito. Siamo di fronte a un “regime urbano” già compiuto? Sono – quelli che osserviamo – corsi d’azione univoci, che non possono non condurre al dilagare della gentrificazione oltre il GRA (o è già avvenuta?), oppure ci sono conflitti, nuove poste in gioco, interessi che cercano convergenze, sistemi di preferenze non ancora allineati?

Nel guazzabuglio, non è facile muoversi: la macchina banale ci rassicura, il riduzionismo sollecita. Rintracciare vecchie evidenze e svelare come si siano riciclate conforta. Interrogarsi su come si stanno ridefinendo le reti che riarticolano i poteri locali richiede sforzo di ricerca e curiosità; porre questioni, piuttosto che puntare il dito; costruire argomentazioni per favorire riflessione, non accontentandosi di muovere indignazione; distinguere tra fenomeni che possono apparire uniformi ma sono in realtà diversi, come è nell’esercizio proposto qui da Bertram Niessen. È lungo le linee di confine, laddove non sai bene dove ti trovi, che si apre uno spazio di indagine. Se rifiuti l’etichetta, ti concedi la curiosità e la felicità della ricerca.

Roma è una città molto studiata e molto agita, con diversi soggetti che coniugano education e advocacy: “Roma ricerca Roma”, le ricerche di Walter Tocci (Roma come se, 2020) e Barbara Pizzo (Vivere o morire di rendita, 2023), le iniziative civiche delle università, Mapparoma e i laboratori nelle periferie (a Corviale, a Vigne Nuove, al Quarticciolo), le iniziative dal basso sostenute da Fondazione Charlemagne e Fondazione Bulgari, “Grande come una città”, e le moltissime sperimentazioni sociali nate negli ultimi anni. Una ricerca a cura di Avanzi, condotta nel 2021 nel quadro del Piano strategico metropolitano, rintracciò una complessa geografia dell’innovazione, composta da costellazioni molto variegate di attori, pratiche e spazi coinvolti.

Sarebbe interessante capire se oggi quegli insiemi si sono riconfigurati, tra defezioni, ingressi, nuove alleanze. Tutti “venduti al capitale? Sarà vero che Roma sta conoscendo un processo simile a quello che ha investito Milano, in cui gli innovatori sociali non sono altro che “utili idioti della gentrificazione”? Si potrebbe fare un interessante esercizio, a tale for two cities…, chiedendosi se c’è qualcosa da imparare, reciprocamente. Domandarsi  – come fa Luca Tricarico – “per chi è Roma?” e concedendosi di cercare ancora; esplorare l’articolazione delle morfologie sociali che popolano la città, come mi pare propone di fare Giovanni Caudo.

In entrambe le città, ci sono pratiche, attori, rappresentazioni di problemi pubblici, domande di politiche che vogliono farsi spazio, nel senso di conquistare la scena, assumendo lo spazio come veicolo di riconoscimento. In un quadro di sviluppo urbano centrato sulla rendita immobiliare, indicano una prospettiva, che un’agenda urbana avanzata dovrebbe essere in grado di cogliere e trattare.

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