L’epidemia della solitudine gay

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19 marzo 2017

Pubblico la traduzione di un articolo eccezionale scritto da Michael Hobbes. Se parlate inglese, leggete l’articolo originale:
http://highline.huffingtonpost.com/articles/en/gay-loneliness/.

Buona lettura! Ogni studio citato è anche linkato, tramite collegamento ipertestuale, nell’articolo originale in lingua inglese.

 

“Ero così eccitato quando le metanfetamine smettevano di fare effetto”
Jeremy, un mio amico.

“Quando ce l’hai”, dice, “continui a farne uso. Quando è finita, pensi ‘Oh bene, posso tornare alla mia vita ora’. Di solito rimango sveglio tutto il weekend e vado a questi sex parties e poi mi sento una merda fino a mercoledì. Circa due anni fa, sono passato alla cocaina, perché mi permetteva di lavorare il giorno successivo.”

Jeremy mi racconta questo da un letto d’ospedale, a Seattle. Non mi dirà le esatte circostanze in cui è andato in overdose, solo che uno sconosciuto ha chiamato l’autoambulanza e che si è svegliato qui.

Jeremy non è l’amico con il quale avrei immaginato di avere una conversazione del genere. Fino a poche settimane fa, non avevo idea che usasse qualcosa di più forte del martini. È snello, intelligente, gluten-free, il tipo di ragazzo che veste una camicia indipendentemente da che giorno della settimana sia. La prima volta che ci siamo incontrati, tre anni fa, mi chiese se conoscessi un buon posto dove praticare CrossFit. Oggi, quando gli chiedo come è stata la degenza, la prima cosa che mi dice è che non c’è il Wi-Fi, ed è rimasto arretrato con le email di lavoro.

“Le droghe erano una combinazione di noia e solitudine” dice. “Tornavo esausto da lavoro il venerdì notte e pensavo, ‘e adesso?’. Quindi chiamavo qualcuno per farmi arrivare le metanfetamine e controllavo su internet se ci fossero sex parties in svolgimento. Potevo scegliere tra questo e vedere un film da solo”

Jeremy non è il mio unico amico gay in difficoltà. C’è Malcolm, che riesce appena ad uscire di casa, oltre a quando lo fa per lavoro, tanto che è forte la sua ansia. C’è Jared, la cui depressione e dismorfia hanno costantemente ristretto la sua vita sociale a me solo, la palestra e gli incontri occasionali su internet. E poi c’è Christian, il secondo ragazzo che ho baciato, che si è ucciso a 32 anni, due settimane dopo che il suo ragazzo lo aveva lasciato. È andato a un negozio di articoli per feste, ha affittato una bombola di elio, e ha iniziato ad inalarlo, poi ha scritto al suo ex per dirgli di raggiungerlo affinché fosse sicuro avrebbe trovato il suo cadavere.

Per anni ho notato la divergenza tra i miei amici etero e quelli gay. Mentre la prima metà della mia cerchia sociale è scomparso a causa di relazioni stabili, bambini e vita in periferia, l’altra metà ha arrancato tra isolamento e ansia, droghe pesanti e sesso non protetto.

Nessuno rientra nella narrativa che ci è stata raccontata, quella che mi sono raccontato. Come me, Jeremy non è cresciuto subendo atti di bullismo o ripudiato dalla sua famiglia. Non ricorda nemmeno se è mai stato chiamato frocio. È stato cresciuto da una mamma lesbica, in una periferia della costa occidentale. “Venne da me quando avevo 12 anni,” dice, “E mi disse due frasi dopo che sapeva io fossi gay. Io ne ero appena consapevole in quel periodo.”

Jeremy ed io abbiamo 34 anni. Durante la nostra vita, la comunità gay ha fatto più progressi riguardo l’accettazione sociale e giuridica di qualsiasi altro gruppo demografico nella storia. In un periodo così vicino come la mia adolescenza, il matrimonio era un’aspirazione distante, qualcosa che i giornali scrivevano ancora in virgolettato.  Ora, è stato sancito per legge dalla Suprema Corte. Il supporto dell’opinione pubblica ai matrimoni gay è cresciuto dal 27 percento, del 1996, al 61 percento del 2016. Nella cultura pop siamo passati da “Cruising” a “Queer Eye” a “Moonlight”. I personaggi gay sono così comuni che non gli è permesso nemmeno avere difetti.

Ebbene, anche mentre celebriamo la grandezza e la velocità di questo cambiamento, i tassi di depressione, solitudine e abuso di sostanze nella comunità gay sono rimati bloccati nello stesso posto dove sono stati per decadi. Le persone gay sono ancora oggi, ci dicono gli studi, tra le 2 e le 10 volte più a rischio degli eterosessuali di togliersi la vita. Il doppio più a rischio di avere un episodio depressivo grave. E come l’ultima epidemia che abbiamo attraversato, il trauma sembra concentrato tra gli uomini. In un sondaggio effettuato tra omosessuali recentemente arrivati a New York, tre quarti di loro soffriva di ansia o depressione, abuso di droghe o alcool o praticavano sesso in condizioni rischiose  – o una qualche combinazione delle tre cose. Nonostante tutto il parlare delle nostre “chosen families” (la libera scelta di formare una famiglia non tradizionale), gli uomini gay hanno meno amici stretti di quelli eterosessuali o delle donne omosessuali. In un altro sondaggio, di una clinica che si occupa di trattamenti per persone sieropositive, un paziente disse al ricercatore: “La questione non è che non sappiano come preservare le proprie vite. È se pensano che ne valga la pena.”

Non farò finta di essere obiettivo su queste cose. Sono un ragazzo gay perennemente single, cresciuto in una città da genitori PFLAG (associazione di genitori di figli omosessuali ndt). Non ho mai conosciuto nessuno morto di AIDS, e non ho mai avuto esperienza diretta di discriminazione e ho fatto coming out in un mondo dove il matrimonio, una staccionata e un golden retriever non sono solo fattibili, ma quasi scontati. Sono anche entrato e uscito dalla terapia psicologica più volte di quante abbia scaricato e cancellato Grindr (una dating app).

“Il matrimonio egualitario e il cambiamento nello status legale sono stati un miglioramento per alcuni uomini gay”, dice Christopher Stults, un ricercatore alla New York University che ha studiato le differenze nella salute mentale tra uomini gay ed etero. “Ma per molti altri, è stata una delusione. Come se, pur avendo questo status legale, ancora ci si senta insoddisfatti.”

Il sentimento di vuoto, si è visto, non è solo un fenomeno americano. Nei Paesi Bassi, dove il matrimonio gay è legale dal 2001, gli uomini gay continuano ad essere 3 volte più a rischio di disordini dell’umore di quelli etero, ed è 10 volte più probabile che tentino il suicidio o pratichino autolesionismo. In Svezia, che ha le unioni civili dal 1995 e il matrimonio egualitario dal 2009, tra gli uomini sposati con altri uomini vi è un tasso di suicidi triplo rispetto a quelli sposati con donne.

Tutte queste statistiche insopportabili portano alla stessa conclusione: è ancora pericolosamente alienante affrontare la vita come uomini attratti da altri uomini. La buona notizia, almeno, è che gli epidemiologi e i sociologici sembrano essere più vicini che mai a capirne le ragioni.

Trevis Salway, un ricercatore del “BC Centre fo Disease Control in Vancouver”, ha speso gli ultimi 5 anni a capire perché gli uomini gay continuano a suicidarsi.

“Nell’immaginario collettivo, la caratteristica peculiare degli uomini gay era la solitudine di chi non è dichiarato” dice. “Ma oggi, ci sono milioni di uomini gay che si sono dichiarati e continuano a percepire lo stesso isolamento.”

Pranziamo insieme al hole-in-the-wall noodle bar, è novembre, e lui arriva vestendo jeans, galosce e una fede nuziale.

“Matrimonio gay, eh?” dico.

“Persino monogamo,” dice. “Credo ci daranno le chiavi della città.”

Salway è cresciuto in Celina, Ohio, un paese-fabbrica pieno di ruggine di forse 10’000 persone, quel tipo di posto, ci dice, dove il matrimonio compete con il college per i ventunenni. Ha subìto atti di bullismo omofobo prima che lui sapesse di essere gay. “Ero effemminato e cantavo nel coro,” dice. “Per loro era abbastanza.” Quindi ha iniziato ad essere più cauto. Ha avuto una ragazza per quasi tutto il periodo delle scuole superiori, e cercava di evitare i ragazzi fino a che non ha potuto lasciare quel posto.

Negli ultimi anni duemila lavorava come sociologo ed epidemiologo e, come me, fu colpito dalla crescente distanza tra i suoi amici gay ed etero. Iniziò a dubitare che la storia che si racconta sempre riguardo gli uomini gay e la loro salute mentale fosse completa.

Quando la disparità venne notata per la prima volta negli anni ’50 e ’60, i dottori pensarono fosse un sintomo dell’omosessualità stessa, una delle manifestazioni di cosa fosse, a quel tempo conosciuta come “inversione sessuale”. Tuttavia, mentre il movimento per i diritti dei gay acquisiva maggiore forza, l’omosessualità sparì dal DSM e la sua interpretazione passò a quella di trauma. Gli uomini gay venivano cacciati dalle loro famiglie, le loro vite sentimentali erano illegali. Ovviamente devono avere tassi di suicidio e depressione allarmanti. “Era l’idea che avevo anche io,” dice Salway, “che i suicidi gay fossero un prodotto di un’era ormai passata, che fossero concentrati tra gli adolescenti che non vedevano altra via d’uscita.”

E poi ha studiato i dati. Il problema non era solo il suicidio, non riguardava solo gli adolescenti, e non stava succedendo solo in aree con forte tendenza omofoba. Ha scoperto che gli uomini gay, dappertutto, ad ogni età, hanno maggiore rischio di soffrire di malattie cardiovascolari, cancro, incontinenza, disfunzione erettile, allergia e asma – tu ne nomini una, noi l’abbiamo. In Canada, Salway ha scoperto che morivano più omosessuali di suicidio che di AIDS, e che è stato così per anni. (Potrebbe avvenire lo stesso negli Stati Uniti, ha detto, ma nessuno si è scomodato a studiare la questione.)

“Vediamo uomini gay che non sono stati mai sessualmente o fisicamente aggrediti con sintomi da disturbo post traumatico da stress simili a quello di persone che sono state stuprate in zone di guerra,” dice Alex Keuroghlian, uno psichiatra al Fenway Instute’s Center for Population Research in LGBT Health.

Gli uomini gay, come sostiene Keuroghlian, sono “pronti ad aspettarsi un rifiuto.” Stiamo costantemente a scansionare situazioni sociali per trovare ragioni per le quali non siamo adatti ad esse. Abbiamo difficoltà ad affermarci. Riviviamo i nostri fallimenti sociali in un loop continuo nella nostra testa.

La cosa più bizzarra di questi sintomi, tuttavia, è che la maggior parte di noi non li vede come sintomi. Dal momento in cui studiò i dati, Salway ha iniziato ad intervistare uomini gay che sono sopravvissuti ad un tentativo di suicidio.

“Quando gli chiedi perché hanno tentato il suicidio,” dice, “la maggior parte di loro non dice nulla riguardo il fatto di essere gay.” Invece dicono che stanno avendo problemi con le loro relazioni, problemi di carriera, problemi economici. “Non percepiscono la loro sessualità come l’aspetto più saliente delle loro vite. Sebbene siano un ordine di grandezza sopra il resto della popolazione per la frequenza di tentativi di suicidio.”

Il termine che i ricercatori usano per spiegare questo fenomeno è “stress di minoranza.” Nella sua forma più diretta, è molto semplice: essere membro di un gruppo marginalizzato richiede sforzo maggiore. Quando sei l’unica donna in un incontro aziendale, o l’unico ragazzo nero in un dormitorio del college, devi pensare ad un livello a cui i membri della maggioranza non devono. Se affronti il tuo capo, o fallisci nel farlo, sarà per qualche ragione tipica degli stereotipi riguardanti le donne a lavoro? Se non superi un test, penseranno che è per via della tua razza? Anche se non ti aspetti stigmatizzazione evidente, considerare queste possibilità diventa logorante nel tempo.

Per le persone gay l’effetto è amplificato dal fatto che il nostro status di minoranza è nascosto. Non solo dobbiamo fare tutto questo lavoro extra e rispondere a tutte le domande che ci poniamo quando siamo dodicenni, ma dobbiamo anche farlo senza la possibilità di poterne parlare con amici o genitori.

John Pachankis, un ricercatore che studia lo stress a Yale, dice che il vero danno viene fatto nei cinque o più anni che passano da quando capisci il tuo orientamento sessuale e quando inizi a parlarne con le persone. Anche piccoli motivi di stress in questo periodo hanno un effetto smisurato, non perché siano direttamente traumatici, ma perché iniziamo ad aspettarcene di altri. “Non c’è bisogno che qualcuno ti chiami “queer” affinché tu inizi a corregger il tuo comportamento in modo da evitare che accada,” dice Salway.

James, oggi ventenne, mi dice che alle scuole medie, quando non era dichiarato e dodicenne, una compagna di classe gli chiese cosa pensasse di un’altra ragazza. “Sembra un uomo” rispose, senza pensare, “quindi sì, potrei fare sesso con lei.”

Immediatamente andò in preda al panico.

Questo è il modo in cui ho speso la mia adolescenza anche io:  ponendo troppa attenzione in ogni cosa facessi, stressandomi, sovracompensando (overcompensating). Una volta, ad un parco giochi acquatico, un amico mi sorprese a fissarlo mentre aspettavamo il nostro turno allo scivolo. “Mi stai guardando?” chiese. Tentati di deviare, con qualcosa del tipo “Scusa, non sei il mio tipo” e poi spesi le settimane successive preoccupato di cosa potesse pensare di me. Ma lui non ne ha mai più parlato. Tutto il dramma avvenne nella mia testa.

“Il trauma per gli uomini gay è la sua natura prolungata,” dice William Elder, un ricercatore e psicologo che si occupa di trauma sessauli. “Se sei vittima di un singolo evento traumatico, hai qualche tipo di DPTS che può essere risolto in quattro o sei mesi di terapia. Ma se sperimenti anni e anni di piccoli fattori di stress -piccole cose in cui pensi, è stato a causa della mia sessualità?- può essere persino peggio.”

 

O, come dice Elder, essere “in the closed” (non dichiarati) è come avere qualcuno che ti dà dei deboli pugni sul braccio, ancora e ancora. All’inizio è scocciante. Dopo un po’, diventa insopportabile. Alla fine è tutto ciò a cui riesci a pensare.

E poi lo stress che ne deriva ogni giorno inizia a costruirsi nel tuo corpo.

Crescere gay, sembra, sia dannoso in molti degli stessi modi in cui lo è crescere in povertà estrema, uno studio del 2015 ha scoperto che le persone gay producono meno cortisolo, l’ormone che regola lo stress. I loro sistemi sono così attivi, così costantemente, durante l’adolescenza, che finiscono per essere rallentati una volta cresciuti, dice Katie McLaughlin, una dei co-autori dello studio. Nel 2014, i ricercatori hanno confrontato il rischio cardiovascolare di adolescenti gay ed etero. Hanno scoperto che i ragazzini gay non avevano avuto un maggior numero di eventi stressanti nella propria vita (anche le persone etero hanno problemi), ma quelli che avevano vissuto, avevano fatto maggiori danni al loro sistema nervoso.

Annesa Flentje, una ricercatrice che si occupa di stress alla University of California, San Francisco, si è specializzata sugli effetti dello stress di minoranza sull’espressione dei geni. Tutti questi piccoli pugni, si combinano con il nostro adattamento ad essi, dice, e diventano “Un modo automatico di pensare che non viene mai messo in discussione o spento, anche 30 anni dopo.” Che ce ne rendiamo conto o meno il nostro corpo porta con sé gli effetti del periodo adolescenziale nell’età adulta. “Non abbiamo gli strumenti per affrontare lo stress da ragazzini, e non riconosciamo esso come trauma da adulti,” dice John, un ex consulente che ha lasciato il suo lavoro per fare ceramiche e guidare tour avventurosi nei monti Adirondack. “La nostra reazione istintiva oggi è di gestire le cose come facevamo da bambini.”

Anche Salway, che ha dedicato la sua carriera a capire lo stress di minoranza, dice che ci sono giorni in cui si sente poco a suo agio a camminare per Vancouver con il suo partner. Nessuno li ha mai aggrediti, ma c’è stato qualcuno che gli ha urlato qualche insulto in pubblico. Non deve succedere molte volte prima che inizi ad aspettartelo, prima che il tuo cuore inizi a battere un po’ più veloce quando vedi una macchina avvicinarsi.

Ma lo stress di minoranza non spiega completamente perché gli uomini gay hanno una tale ampia batteria di problemi di salute. Perché mentre il primo danno avviene prima del coming out, il secondo, forse il più severo, avviene dopo.

Nessuno ha mai detto ad Adam di non comportarsi in modo effemminato. Ma lui, come la maggior parte di noi, ha imparato in qualche modo a farlo.

“Non mi sono mai preoccupato riguardo il fatto che la mia famiglia potesse essere omofoba,” dice. “Ero abituato a fare cose del tipo mettermi una coperta addosso, come se fosse un vestito, e danzare nel cortile. I miei genitori pensavano fossi carino e quindi fecero un video e lo mostrarono ai miei nonni. Quando loro lo videro, mi nascosi dietro il divano perché mi vergognai davvero tanto. Avevo sei o sette anni.”

Negli anni successivi, fino all’iscrizione alle scuole superiori, Adam aveva imparato a gestire la sua mascolinità così bene che nessuno sospettò mai fosse gay. Ma nonostante ciò, “Non potevo fidarmi di nessuno, perché c’era questa cosa che dovevo portare. Dovevo agire con un agente solitario” dice.

Fece coming out a 16 anni, si laureò, e poi si spostò a San Francisco dove iniziò a lavorare sulla prevenzione dell’HIV. Ma la sensazione di distanza dalle altre persone non andò via. Quindi la trattò “con tanto sesso. È la nostra risorsa più accessibile nella comunità gay. Ti convinci che fare sesso con qualcun altro sia un momento intimo. Finisce per essere una stampella.”

Lavorava per molte ore. E tornato a casa esausto fumava un po’ di erba, beveva un bicchiere di vino rosso e poi iniziava a cercare qualcuno da invitare a casa tramite le app di incontri. Qualche volta anche due o tre ragazzi di fila. “Non appena chiusa la porta con l’ultimo ragazzo, pensavo ‘no, non mi ha soddisfatto,’ e ne cercavo un altro.”

È andata avanti così per anni. All’ultimo giorno del ringraziamento, mentre era a casa dei suoi genitori per una visita sentì un bisogno compulsivo di fare sesso perché  sotto stress. Quando finalmente trovò qualcuno nelle vicinanze, corse nella stanza dei suoi genitori e iniziò a cercare tra i cassetti per trovare del Viagra.

“È lì che hai toccato il fondo?” chiedo.
“La quarta o la quinta volta, sì” risponde.

Adam ora è in un programma di riabilitazione per dipendenza dal sesso. Sono passate sei settimane dall’ultima volta che ha fatto sesso. Prima di questo, i periodi più lunghi di astinenza erano di 3-4 giorni.

“Ci sono persone che fanno molto sesso perché è divertente, e va bene così. Ma io continuavo a strizzarlo come uno straccio, per ottenere qualcosa che non era lì – supporto sociale, compagnia. Era un modo per non affrontare la mia vita. E continuavo a negare che fosse un problema perché avevo sempre detto a me stesso, ‘ho fatto coming out, mi sono trasferito a San Francisco, sono arrivato, ho fatto tutto quello che dovevo fare come persona gay.’”

 

Per decenni, questo è quello che anche gli psicologi pensavano: che i passaggi chiave nella formazione dell’identità per ogni uomo gay portavano tutti al coming out, che una volta a proprio agio con se stessi, avremmo potuto costruirci una vita all’interno di una comunità di persone che hanno attraversato la stessa cosa. Me negli ultimi 10 anni, quello che i ricercatori hanno scoperto, è che la difficoltà di adattamento è solo diventata più intensa. Uno studio pubblicato nel 2015 ha trovato che i tassi di ansia e depressione sono più alti negli uomini che hanno recentemente fatto coming out, rispetto a quelli non ancora dichiarati.

“È come uscire dalla crisalide e aspettarsi di essere questa bellissima farfalla e poi la comunità gay ti schiaffeggia l’idealismo via da te (slaps the idealism out of you),” dice Adam. Quando iniziò a parlare liberamente della sua sessualità, dice, “andai a West Hollywood perché pensavo che fosse lì che la mia gente fosse. Ma fu terrificante. È un posto per i gay adulti, e non è accogliente per i giovani adulti. Vai da casa di tua mamma a un club gay dove un sacco di persone sono sotto effetto di droga e ti chiedi, è questa la mia comunità? È un cazzo di giungla.”

“Ho fatto coming out a 17 anni, e non ho trovato un posto per me nella scena gay,” dice Paul, uno sviluppatore di software. “Volevo innamorarmi come avevo visto fare le persone etero, nei film, per tutta la mia vita. Ma mi sentivo solo come un pezzo di carne. Divenne così brutta la situazione che iniziai ad andare al fruttivendolo che era a 40 minuti da casa invece di quello a 10, solo perché ero spaventato di camminare nella strada gay.”

La parola che sento da Paul, da tutti, è “ri-traumatizzato.” Cresci con questa solitudine, accumuli tutti questi bagagli, questi pesi, arrivi a Castro (quartiere gay di San Francisco) o Chelsea o Boystown pensando che finalmente sarai accettato per ciò che sei. E poi realizzi che anche tutti quanti gli altri hanno i bagagli. Improvvisamente non è più la tua omosessualità che ti fa rifiutare. È il tuo peso, il tuo salario, la tua razza. “I ragazzini vittime di bullismo della tua generazione,” dice Paul, “crescono e diventano bulli a loro volta.”

“Gli uomini gay in particolare non sono molto carini gli uni con gli altri,” dice John, la guida dei tour-avventura. “Tutti noi eravamo profondamente confusi o siamo stati per conto nostro per un buon pezzo della nostra adolescenza. Ma non siamo a nostro agio a mostrarlo ad altre persone. Quello che mostriamo alle altre persone è quello che il mondo ci ha mostrato, cattiveria.”

Ogni uomo gay che io conosca porta con sé un portfolio mentale di tutte le schifezze che altri gay gli hanno detto e fatto. Arrivai ad un appuntamento una volta e l’altro ragazzo si alzò immediatamente, disse che ero più basso di quanto non sembrasse dalle foto e se ne andò. Ad Alex, un istruttore di fitness a Seattle, fu detto da un ragazzo nel suo team di nuoto, “ignoro la tua faccia se mi scopi senza condom.” Martin, un inglese che vive a Portland ha preso circa 5 Kg da quando si è trasferito lì e gli è stato detto – il giorno di natale – “Eri sexy. Un peccato che hai rovinato tutto.”

Per altri gruppi minoritari, vivere in una comunità con persone come loro, ha come effetto livelli più bassi di stress e depressione. Aiuta ad essere vicini a persone che istintivamente ti capiscono. Ma per noi, l’effetto è opposto. Diversi studi hanno mostrato che vivere in quartieri gay porta ad alti tassi di sesso non protetto e uso di metamfetamine e di meno tempo speso in altre attività comunitarie, come volontariato o la pratica di sport. Nel 2009 uno studio suggerì che gli uomini gay più legati alla comunità gay stessa erano meno soddisfatti della loro relazione sentimentale.

“Gli uomini gay e bisessuali parlano della loro comunità come una importante fonte di stress nella loro vita,” afferma Pachankis. La ragione fondamentale di ciò, dice, è che la discriminazione all’interno del proprio gruppo fa più danni alla tua psiche rispetto al rifiuto della maggioranza. È facile ignorare, alzare gli occhi, e mostrare il dito medio a una persona eterosessuale a cui non piaci, comunque non hai bisogno della loro approvazione in ogni caso. Rifiuti da parte di altri gay, invece, ti fanno sentire come se stessi perdendo il tuo unico modo di fare amicizia e trovare l’amore. Essere spinto via dalla tua stessa gente fa più male perché hai più bisogno di loro.

I ricercatori a cui ho parlato mi hanno spiegato che i ragazzi gay si fanno questo tipo di danno gli uni agli altri per due ragioni principali. La prima, e quella di cui ho sentito più frequentemente parlare, è che gli uomini gay sono stronzi gli uni con gli altri, praticamente, perché siamo uomini.

“La sfida della mascolinità è amplificata in una comunità di soli uomini,” dice Pachankis.
“La mascolinità è precaria. Deve essere costantemente attuata, difesa o raccolta. Lo vediamo in tutti gli studi: puoi minacciare la mascolinità tra gli uomini e poi vedere quali cose stupide faranno. Si porranno in modo più aggressivo, inizieranno ad accollarsi rischi finanziari, vorranno prendere a pugni le cose.”

Questo aiuta a spiegare la stigmatizzazione pervasiva contro i ragazzi gay effemminati. Secondo Dane Whicker, uno psicologo clinico e ricercatore al Duke, la maggior parte degli uomini gay hanno affermato di voler uscire con qualcuno che sia maschile, e vorrebbero che essere più maschili loro stessi. Forse questo perché, storicamente, gli uomini maschili sono stati più capaci di mischiarsi nella società eterosessuale. O forse è omofobia interiorizzata: i gay femminili sono anche stereotipati come passivi, il partner recettivo nel sesso anale.

Uno studio longitudinale durato due anni ha evidenziato che, gli uomini gay che sono stati dichiarati per più tempo, e che quindi hanno fatto coming out prima, tendono più probabilmente ad assumere il ruolo di attivo nel rapporto sessuale. I ricercatori dicono che questo tipo di esercizio, cercare deliberatamente di apparire più maschili e assumere un diverso ruolo sessuale, è uno dei modi in cui gli uomini gay esercitano pressione sugli altri per ottenere un “capitale sessuale,” l’equivalente di andare in palestra o farsi le sopracciglia.

“l’unico motivo per il quale ho iniziato ad andare in palestra era quello di sembrare più plausibile come attivo,” dice Martin. Quando fece coming out la prima volta, si convinse di essere troppo magro, troppo effemminato, che gli altri gay avrebbero pensato che potesse assumere solo il ruolo di partner ricettivo. “Quindi ho iniziato a fingere questo comportamento iper-mascolino. Il mio ragazzo di recente ha notato che abbasso ancora la voce di un’ottava quando ordino un drink. Sono i rimasugli di quando, durante i primi anni dopo il coming out, pensavo dovessi parlare come Christian Bale in Batman per ottenere un appuntamento.”

Grant, un ragazzo ventunenne cresciuto a Long Island e che ora vive a Hell’s Kitchen, ci dice che era autoconsapevole della sua postura, mani sui fianchi, una gamba leggermente piegata, come una Rockette (compagnia di ballo). E allora, al suo secondo anno, iniziò a guardare le posture che assumevano abitualmente i suoi insegnanti, iniziando a stare deliberatamente con i piedi aperti, le braccia lungo i fianchi.

Queste norme esercitano una pressione su ognuno, anche sui chi le attua. I gay effemminati soffrono di un più alto rischio di suicidio, solitudine e malattie mentali. Quelli maschili, invece, sono più ansiosi, praticano sesso non protetto e usano droghe e tabacco con maggiore incidenza. Uno studio che ha investigato sul perché vivere in una comunità gay aumenta i tassi di depressione, ha trovato che in realtà che tale effetto si manifesta solo nei gay più maschili.

Il secondo motivo per cui la comunità gay agisce come un unico fattore di stress per i suoi membri riguarda il modo in cui si viene rifiutati.

 

Negli ultimi 10 anni, gli spazi gay tradizionali – bar, nightclubs, saune – hanno iniziato a sparire, e sono stati sostituiti dai social media. Almeno il 70% degli uomini gay utilizza app per incontri. Nel 2000, circa il 20% delle coppie gay si incontrava online. Nel 2010, si è arrivati al 70%. Nel frattempo, la percentuale delle coppie gay formatesi grazie ad amici in comune è calata dal 30 al 12 percento.

 

Solitamente, quando si sente parlare della scioccante importanza delle app di incontri nella vita gay                -Grindr, la più popolare, dice che il suo utilizzatore medio spende 90 minuti al giorno usandola- è in qualche storia dei media riguardo omicidi o omofobi che adescano vittime, o riguardo il problema della “chemsex scene” che sta spuntando a Londra e a New York. E sì, questi sono problemi. Ma l’effetto più concreto e dissuso delle app è meno appariscente, meno sotto osservazione, in un certo senso più profondo: per molti di noi è diventato il modo principale con il quale interagiamo con altre persone gay.

“È più facile incontrare qualcuno per un incontro occasionale su Grindr di quanto non lo sia andare in un bar tu stesso,” dice Adam. “Specialmente se ti sei appena trasferito in una nuova città, è così facile lasciare che le app di incontri diventino la tua vita sociale. È più difficile cercare situazioni sociali dove dovresti fare un sforzo (psicologico ndt) maggiore.”

“Ci sono momenti in cui mi voglio sentire desiderato e quindi apro Grindr,” dice Paul. “Carico una foto senza maglia, e inizio a ricevere messaggi che mi dicono che sono attraente. Mi fa sentire bene al momento, ma non porta a nulla, e tutti i messaggi smettono di arrivare dopo pochi giorni. Mi sento come se mi stessi grattando il prurito, ma si tratta di scabbia. Semplicemente, continua a diffondersi.”

La cosa peggiore delle app, però, e perché siano così importanti per le disparità nello stato di salute tra uomini gay ed etero, non è solo che le usiamo molto. È che sono praticamente perfettamente progettate per sottolineare i credi negativi che abbiamo di noi stessi. Dalle interviste che Elder, il ricercatore che si occupa di disturbo post-traumatico da stress, ha condotto con gli uomini gay nel 2015, è emerso che il 90% ha affermato di volere un partner alto, giovane, bianco, muscoloso e maschile. Per la maggior parte di noi, che appena soddisfa uno solo di questi criteri, molti di meno tutti e cinque, le app di incontro forniscono un modo molto efficiente per sentirsi brutti.

Paul afferma di sentirsi “elettrizzato nell’aspettarsi un rifiuto” non appena ne apre una. John, l’ex consulente, ha 27 anni, è alto 185 cm e ha degli addominali così scolpiti che li puoi vedere attraverso il maglione di lana. E anche lui dice che alla maggior parte dei messaggi non riceve risposta, che spende probabilmente 10 ore a parlare con persone sulle app per ogni ora che spende incontrando di persona.
È persino peggio per gli uomini gay di colore. Vincent, che gestisce sessioni di counseling con uomini di colore e latinoamericani attraverso il San Francisco Department of Public Health, dice che le app restituiscono alle minoranze razziali due tipologie di feedback: rifiuto (“scusa, non mi piacciono i ragazzi di colore”) e feticizzato (“ciao, mi piacciono davvero i ragazzi neri.”) Paihan, un immigrato taiwanese a Seattle, mi mostra la sua inbox. Come nella mia, alla maggior parte dei saluti non riceve risposta.

 

Niente di tutto ciò è nuovo, ovviamente. Walt Odets, uno psicologo che ha scritto sull’isolamento sociale fin dagli anni ’80, dice che gli uomini gay usavano le saune nello stesso modo in cui usano Grindr oggi. La differenza che vede nei suoi pazienti giovani è che “se qualcuno è rifiutato in una sauna, può ancora avere una conversazione dopo. Magari si può finire col diventare amici, o comunque può diventare un’esperienza sociale positiva. Con le app vieni semplicemente ignorato se non sei percepito come una possibile conquista sessuale o sentimentale.” Gli uomini gay che ho intervistato parlano delle app di incontri nello stesso modo in cui gli eterosessuali parlano di Comcast: fa schifo, ma cosa possiamo farci? “Devi per forza usare app del genere nelle città più piccole,” dice Michael Moore, psicologo a Yale. “Sostituiscono la funzione di un bar gay. Ma il lato negativo che hanno contrubuito a creare tutti questi pregiudizi.”

Quello che le app rinforzano, o semplicemente accelerano, è la versione adulta di quello che Pachankis chiama “the Best Little Boy in the World Hypothesis”. Come ragazzino, crescere senza essere dichiarati, ci fa concentrare di più sul nostro valore, su ciò che il mondo vuole che noi siamo – bravi a scuola, bravi nello sport, o altro. Come adulti, le norme sociali nella nostra comunità esercitano una pressione su di noi che ci spinge a concentrarci sul nostro valore persino di più- su come appariamo, sulla nostra mascolinità, sulle nostre performance sessuali. Ma poi, anche quando riusciamo ad essere competitivi su tutte queste cose, anche se raggiungiamo l’ideale di maschio attivo sessualmente e dominante o qualsiasi altra cosa stiamo cercando, tutto ciò che abbiamo realmente fatto è condannare noi stessi ad essere inevitabilmente devastati quando lo perdiamo.

 

“Spesso viviamo le nostre vite attraverso gli occhi di altri;” dice Alan Downs, uno psicologo e autore di The Velvet Rage, un libro riguardo le difficoltà degli uomini gay con la vergogna e l’accettazione sociale. “Vogliamo avere un uomo dopo l’altro, più status, più muscoli, qualsiasi cosa ci porti ad una labile legittimazione. Poi ci svegliamo a 40 anni, esausti, e pensiamo, è tutto qui? E allora arriva la depressione.”

Perry Halkitis, professore alla NYU, ha studiato il gap nelle condizioni di salute tra le persone gay ed etero fin dai primi anni ’90. Ha pubblicato 4 libri sulla cultura gay e ha intervistato uomini che stavano morendo a causa dell’HIV, riprendendosi da un drugs party e in difficoltà a pianificare le loro nozze.

Questo è il motivo per cui, due anni fa, il nipote diciottenne James si presentò trepidante alla sua porta. Si sedette con Halkitis e suo marito e gli disse che era gay. “Noi gli dicemmo, ‘Congratulazioni, la tua tessera di socio e il pacchetto di benvenuto sono nell’altra stanza’” ricorda Halkitis. “Ma era troppo nervoso per cogliere la battuta.”

James crebbe nel Queens, un amato membro di una numerosa, affettuosa, famiglia liberale. Frequentò una scuola pubblica con ragazzini apertamente gay. “Ebbene,” Halkitis dice, “c’era agitazione emotiva. Sapeva che razionalmente tutto sarebbe andato bene, ma essere gay non è una questione razionale, ma emotiva.”

Con il passare degli anni, James si è convinto che non avrebbe mai fatto coming out pubblicamente. Non voleva l’attenzione che sarebbe seguita, o ricevere una serie di domande a cui non avrebbe potuto rispondere. La sua sessualità non aveva una logica per lui – come poteva spiegarla ad altri?  “In TV vedevo tutte queste famiglie tradizionali,” mi dice. “Allo stesso tempo, guardavo un sacco di porno gay, dove tutti erano super palestrati e single e facevano sesso tutto il tempo. Mi abituai a pensare che queste fossero le mie due opzioni: questa vita da favola che non avrei mai potuto avere, o questa vita gay dove non vi era sentimento.”

James ricorda il momento esatto in cui decise di nascondere il proprio orientamento sessuale. Doveva avere 10 o 11 anni, trascinato in vacanza a Long Island dai suoi genitori. “Guardavo a tutta la nostra famiglia intorno a me, i bambini che correvano dappertutto, e pensai ‘non avrò mai tutto ciò,’ così iniziai a piangere.”

Realizzai, la seconda volta che lo ascoltai, che stava descrivendo la stessa presa di coscienza che ebbi alla sua stessa età, lo stesso dolore. Per James accadde nel 2007. A me nel 1992. Halkitis dice che a lui capitò nel 1977. E fu sorpreso di sentire che qualcuno dell’età di suo nipote potesse aver avuto la sua stessa esperienza, Halkitis decise quindi che il suo prossimo libro avrebbe riguardato il trauma di chi non è dichiaratamente gay.

“Anche ora, anche in New York, anche con i genitori che ti accettano, il processo di coming out è impegnativo,” puntualizza Halkitis e aggiunge: “forse lo sarà sempre.”

Quindi cosa dovremmo fare a riguardo? Quando pensiamo alle leggi sul matrimonio o alle proibizioni sui crimini d’odio, tendiamo a pensare ad essi come protezione dei nostri diritti. Quello di cui si è meno consapevoli è che la legge influenza letteralmente la nostra salute.

Uno degli studi più impressionanti che ho trovato riguardava i picchi di ansia e depressione tra gli uomini gay nel 2004 e nel 2005, gli anni in cui 14 stati approvarono emendamenti costituzionali che definivano il matrimonio come solo tra uomo e donna. Gli uomini gay in questi stati mostrarono un aumento del 37% di disordini dell’umore, 42% di aumento di casi di alcolismo e un aumento del 248% del disordine generalizzato d’ansia.

La cosa più agghiacciante di questi numeri è che i diritti delle persone gay che vivono in questi stati non sono materialmente cambiati. Non potevamo sposarci in Michigan prima dell’emendamento e non possiamo farlo ora che è passato. Le leggi erano simboliche. Erano il modo della maggioranza per informare le persone gay che non erano benvolute. Peggio ancora, i tassi di ansia e depressione non salirono solo negli stati dove passarono gli emendamenti. Ci fu una crescita (anche se meno drammatica) tra le persone gay di tutto il paese. La campagna per farci soffrire funzionò.

Ora, a questo si aggiunge che il paese ha recentemente eletto un Demogorgone color arancio brillante la cui amministrazione sta pubblicamente, impazientemente tentando di vanificare ogni singolo guadagno ottenuto dalla comunità gay negli ultimi 20 anni. Il messaggio che arriva alle persone gay – specialmente alle più giovani, alle prese con la loro identità- non potrebbe essere più chiaro e terrificante.

Qualsiasi discussione sulla salute mentale dei gay dovrebbe iniziare da ciò che avviene nelle scuole. Nonostante i progressi fatti sul tema, le istituzioni americane dell’educazione rimangono un posto pericoloso per i ragazzini, piene di aspiranti frat boys, insegnanti indifferenti e politiche retrograde. Emily Greytak, la direttrice dell’organizzazione contro il bullismo GLSEN, mi dice che dal 2005 al 2015, la percentuale di adolescenti che dicono di aver subito atti di bullismo per il loro orientamento sessuale non è calata per niente. Solo circa il 30% dei distretti scolastici nel paese ha attivato politiche anti bullismo che menzionano nello specifico ragazzini LGBT, e migliaia di altri distretti invece hanno politiche che impediscono agli insegnanti di parlare di omosessualità in modo positivo.

Queste restrizioni fanno diventare molto più difficile affrontare, per i ragazzi, lo stress di minoranza. Negli ultimi quattro anni, Nicholas Heck, un ricercatore alla Marquette University, ha gestito un gruppo di supporto per bambini gay nelle scuole superiori. Li accompagna attraverso le loro interazioni con i loro compagni di classe, i loro insegnanti, e i loro genitori, e prova ad aiutarli a separare il lussureggiante panorama di stress dovuti all’età, da quelli causati dalla loro sessualità. Uno dei suoi bambini, ad esempio, era sotto pressione da parte dei suoi genitori perché voleva specializzarsi in finanza e non in arte. I suoi genitori avevano le migliori intenzioni -stavano provando a incoraggiarlo ad intraprendere un percorso in un campo dove avrebbe incontrato meno omofobi- ma già questo gli causava ansia: se si fosse arreso con la finanza, era un modo di arrendersi allo stigma sociale? Se avesse scelto arte, e avesse comunque subito atti di bullismo, avrebbe potuto parlarne ai suoi genitori?

il trucco, dice Heck, è lasciare che i ragazzini possano fare queste domande apertamente, perché una dei sintomi caratteristici dello stress di minoranza è l’evitamento. I ragazzini ascoltano commenti dispregiativi nell’ingresso quindi ne usano un altro, o si mettono le cuffie nelle orecchie. Chiedono aiuto all’insegnante e vengono ignorati, quindi smettono del tutto di cercare sicurezza negli adulti. Ma i ragazzini nello studio, dice Heck, stanno già rigettando la responsabilità che usavano addossarsi quando venivano bullizzati. Stanno imparando che anche se non possono cambiare l’ambiente intorno a loro, gli è permesso smetterla di incolparsi per esso.

Quindi per i ragazzini, l’obiettivo è scovare e prevenire lo stress di minoranza. Ma cosa può essere fatto per quelli che lo hanno già interiorizzato?

“C’è stato un sacco di lavoro con la gioventù gay, ma non c’è nulla di equivalente per chi ha 30 o 40 anni,” mi dice Salway. Il problema, dice, è che abbia costruito infrastrutture completamente separate riguardo le malattie mentali e la prevenzione di abuso di sostanze e del contagio da HIV, anche se le evidenze indicano che non sono tre epidemie, ma una sola. Le persone che vengono rifiutate sono portate ad auto-medicarsi, che porta a maggiori probabilità di sesso non protetto, che li rende più a rischio di contrarre HIV, che li fa sentire ancora meno accettati, e così via.

Negli ultimi cinque anni, mentre le evidenze di interconnessione si sono accumulare, pochi psicologi ed epidemiologi hanno iniziato a trattare l’alienazione tra gli uomini gay come “syndemic” (non esiste traduzione): Un aggregato di problemi di salute, nessuno dei quali risolvibile singolarmente.

Pachankis, il ricercatore che si occupa di stress, ha appena lanciato il primo trial clinico controllato e randomizzato di “gay-affirming” terapia cognitivo-comportamentale. Dopo anni di evitamento emozionale, molti uomini gay “letteralmente non sanno cosa stanno provando,” dice. I loro partner dicono “ti amo” e loro rispondono “beh, io amo i pancakes.” Lasciano il ragazzo con cui stanno uscendo perché lui ha lasciato uno spazzolino da denti a casa loro. O, come tanti ragazzi a cui ho parlato, fanno sesso non protetto con qualcuno che non hanno mai incontrato prima perché non sanno come ascoltare la loro stessa trepidazione.
Un distacco emotivo di questo tipo è pervasivo, dice Pachankis, e molto degli uomini con cui lavora passano anni senza riconoscere che le cose per cui si stanno sforzando – avere un corpo perfetto, fare meglio a lavoro dei loro colleghi, procurarsi il weekend perfetto di incontri di sesso occasionale – stanno rafforzando la loro stessa paura del rifiuto.

Semplicemente evidenziare questi modelli comportamentali ha portato a grossi risultati: i pazienti di Pachankis hanno mostrato una riduzione dell’ansia, della depressione, dell’uso di droghe e del sesso non protetto in soli tre mesi. Ora sta espandendo lo studio per includere più città, più partecipanti e una maggiore durata.
Queste soluzioni sono promettenti, ma ancora imperfette. Non so se vedremo mai il gap di salute mentale tra gay ed etero chiudersi, almeno non totalmente. Ci saranno sempre più ragazzini etero di ragazzini gay, saremo sempre isolati tra loro, e dovremo sempre, in un certo senso, crescere da soli nelle nostre famiglie e nelle nostre scuole e nelle nostre città. Ma forse questo non è totalmente dannoso. La nostra distanza dal mainstream sarà la fonte di ciò che ci affligge, ma anche la fonte del nostro spirito (wit), della nostra resilienza, la nostra empatia, il nostro talento superiore nella moda, nella danza e nel canto. Dobbiamo riconoscere ciò mentre combattiamo per leggi migliori e per un ambiente migliore – e mentre capiamo come essere migliori tra di noi.

Continuo a pensare a quello che Paul, lo sviluppatore di software, mi disse: “noi gay ci siamo sempre detti che quando l’epidemia di AIDS sarebbe finita saremmo stati bene. Poi è finita, e allora che saremmo stati bene con il matrimonio. E poi che lo saremmo stati con la fine del bullismo. Continuiamo ad aspettare il momento in cui ci sentiremo uguali alle altre persone. Ma il fatto è che siamo diversi, è tempo di accettarlo e lavorarci.”

TAG: diritti gay, gay, solitudine gay, vita gay
CAT: Psicologia, Qualità della vita

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