Costume

L’odio, protagonista del nostro tempo

3 Maggio 2026

La legittimazione pubblica del discorso d’odio è in crescita: retoriche xenofobe riemergono nei linguaggi della politica, nei media e nello spazio digitale, trovando eco in movimenti che fanno dell’ostilità verso l’altro un principio identitario. È ciò che sostiene Orlando Paris nel suo Pensare l’odio.

Rispetto all’odio nel tempo si sono prodotte due strategie: la prima è quella che ha caratterizzato il secondo dopoguerra ed è contraddistinta dalla determinazione a fare i conti con gli elementi strutturali che hanno posto in essere i totalitarismi e le macchine di sterminio. Al centro di questa indagine sta soprattutto Auschwitz.

La seconda traiettoria si inaugura negli Stati Uniti a partire dagli anni ’60 e l’elemento generativo è dato dall’impegno e dalla riflessione pubblica su come costruire un movimento di coscienza intorno alla segregazione razziale. Il tema diventa la questione dei diritti civili della popolazione afro-americana.

Orlando Paris propone sei diversi percorsi di indagine.

A un primo livello il tema è dato dalla connessione tra odio razzista, odio antisemita e logiche biopolitiche del potere. I punti di riferimento per Paris sono soprattutto Arendt, Foucault e Giorgio Agamben. L’odio razziale e antisemita è concepito come un dispositivo funzionale a una logica di potere. Un profilo su cui Agamben interviene costantemente in queste settimane (per esempio nella sua rubrica una Voce sulle pagine web di Quodlibet).

A un secondo livello il suo tema è costituito dalla critica alla razionalità occidentale pensando soprattutto alle riflessioni proposte da Horkheimer e Adorno sull’illuminismo (il riferimento è al loro  Dialettica dell’illuminismo) quando sostengono che sia da affrontare un’indagine critica sull’illuminismo non negando la connessione tra libertà e illuminismo, ma al tempo stesso vedendo e cogliendone tutti gli elementi critici e contraddittori.

A un terzo livello sta l’indagine sugli esecutori e sulle macchine persuasive che rendono possibili gli stermini. Un percorso che negli anni ’80 ha avuto il suo testo fondativo in due libri fondamentali: da una parte Uomini comuni di Christopher R. Browning; dall’altra Modernità e olocausto di Zygmunt Bauman.

A un quarto livello il tema è indicato nel meccanismo che Primo Levi ci ha lasciato con il suo I sommersi e i salvati, un testo che ha molti spunti, ma con cui complessivamente Orlando Paris non mi pare faccia i conti.

Il quinto livello è dato dagli studi sull’odio che a partire dagli anni ‘80 hanno proposto questa categoria al centro dell’attenzione soprattutto scavando intorno al concetto di genocidio, un dato, sottolinea Paris, al centro del quale sta la categoria politica, culturale e mentale di «spersonalizzazione del nemico». Categoria che precisa “genera quella distanza emotiva che consente al carnefice di percepire la vittima non più come individuo, ma come categoria astratta”.

Questione molto pertinente, oltreché interessante, perché non classifica la categoria in relazione ai «numeri» per mettere al centro la questione degli atteggiamenti mentali che producono azione, come giustamente non hanno mancato di sottolineare anni fa Simona Forti nel suo I nuovi demoni e più recentemente Paolo Finzi nel suo Genocidio. Una storia politica e culturale.

Ma soprattutto questione, e qui sta il sesto livello di indagine proposto da Paris, che mette al centro l’analisi dei linguaggi, delle parole che si usano, e dunque dell’immaginario che accompagna l’azione di odio.

Un aspetto da cui nessuno esce innocente. Soprattutto non sono innocenti coloro che a gran voce dichiarano di esserlo narrandosi esclusivamente come vittime e dunque non assumendo la responsabilità della trasformazione indotta dalla loro azione perché ogni volta raccontata come «eccezionale» e soprattutto si cui è unico responsabile il nemico che va radicalmente punito e che, soprattutto, è meritevole di quella punizione.

Postura mentale che soprattutto non salva nemmeno il vasto cosmo degli spettatori – meglio dei «tifosi». Ovvero di coloro che in tribuna si affannano e si affollano a parteggiare, senza mettere nel conto che nella trasformazione che conduce al sostegno di pratiche sterminative ci sta anche la tifoseria, mascherata, – o meglio vestita – di domanda di giustizia.

Un percorso che ci riguarda molto da vicino. Soprattutto quelli che urlano in nome dell’umanità, pensando che l’evcazione di quella parola li renda innocenti. Comunque non responsabili.

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