Lavoro
Maledette casalinghe
L’impegno per ridurre le persone inattive e aumentare l’occupazione è rivolto in particolare alle donne che si prendono cura della casa e dei figli, le casalinghe. Però l’economia non raggiunge i tassi di crescita di quando queste erano molto più numerose. C’entra la natalità?
I numeri dell’occupazione: un record che nasconde la realtà
L’Italia oggi conta 59 milioni di abitanti. Di questi, solo 24,2 milioni sono occupati (41% della popolazione totale), 1,5 milioni sono disoccupati (2,5%), e 12,3 milioni sono inattivi tra i 15 e i 64 anni (20,8%), cioè persone che non lavorano e non cercano lavoro. A questi si aggiungono circa 7 milioni di minori sotto i 15 anni (11,9%) e 14,6 milioni di anziani oltre i 64 anni (24,7%), categorie che non rientrano nelle statistiche del mercato del lavoro. Tra gli inattivi in età lavorativa, 7,8 milioni sono donne (13,2% della popolazione totale), il 63,5% del totale degli inattivi. Il 27,7% delle donne italiane tra i 30 e i 69 anni si dichiara “casalinga”. Quasi una donna su tre.
Più occupati, meno reddito pro-capite: il paradosso del lavoro povero
Eppure, il record storico di occupazione al 62,7% viene celebrato come un traguardo. Ma è davvero così? La forbice tra crescita occupazionale e crescita economica racconta un’altra storia. Nel 2025 il tasso di occupazione ha toccato livelli mai visti prima, ma il PIL è cresciuto solo dello 0,7%. L’occupazione, misurata in unità di lavoro, è aumentata a un ritmo quasi doppio rispetto al prodotto interno lordo. Questa forbice non è un’anomalia: è la fotografia di un’economia che assorbe sempre più persone con paghe da fame. Tra i nuovi occupati, il 42,7% entra in professioni a basso reddito e solo il 6,9% in quelle più remunerative. Oltre tre milioni di italiani lavorano e restano sotto la soglia di povertà assoluta. Il lavoro povero non è una marginalità del mercato, ma è la sua tendenza principale.
A questo si aggiunge un ulteriore elemento che viene regolarmente trascurato nel racconto dei record occupazionali. Una parte della crescita del tasso di occupazione è ottenuta non creando nuovo lavoro, ma trattenendo i lavoratori esistenti. L’età effettiva di accesso alla pensione ha raggiunto i 64,8 anni nel 2024 e la riforma Fornero ha codificato un meccanismo di adeguamento automatico all’aspettativa di vita che continuerà a spostare il limite in avanti: dal 2027 sono previsti ulteriori incrementi dell’età pensionabile. In altre parole, il tasso di occupazione sale anche perché sempre meno persone escono dal mercato del lavoro quando lo farebbero altrimenti. È un risultato ottenuto in parte a spese della qualità della vita di chi lavora fino a un’età sempre più avanzata.
L’ossessione per l’occupazione femminile
Tra gli obiettivi principali delle politiche del lavoro contemporanee c’è proprio la riduzione delle cosiddette persone inattive. Per i decisori politici l’inattività rappresenta un problema in sé. Ridurla significa far crescere il tasso di occupazione, migliorare gli indicatori macroeconomici, aumentare la base contributiva e sostenere il sistema previdenziale. In particolare, l’aumento dell’occupazione femminile è diventato una sorta di totem del progresso economico e sociale: avere più donne che lavorano viene presentato come un bene in sé, a prescindere dalle condizioni concrete in cui questo lavoro viene svolto.
Chiunque osi mettere in discussione questo paradigma viene immediatamente sospettato di maschilismo o nostalgia patriarcale. Proporre che una donna possa scegliere di non lavorare fuori casa, o che la società possa valorizzare ruoli diversi dal lavoro retribuito, equivale quasi a suggerire un ritorno a un passato di subordinazione femminile. Il dibattito si chiude così, prima ancora di essere affrontato.
La contraddizione rimossa: lavoro e natalità
Eppure, c’è una contraddizione evidente che viene sistematicamente rimossa. Le stesse classi dirigenti che si affannano a ridurre l’inattività femminile si dichiarano contemporaneamente allarmate per il crollo della natalità. Da un lato si chiede alle donne di entrare o rientrare nel mercato del lavoro, dall’altro ci si stupisce che sempre meno scelgano di avere figli. Come se le due cose non fossero in correlazione inversa tra loro.
La realtà è che queste politiche finiscono per imporre a un numero crescente di donne un doppio obbligo: essere lavoratrici e madri, entrambe a tempo pieno. Il lavoro retribuito viene considerato l’unica forma di realizzazione socialmente riconosciuta, mentre il lavoro di cura continua a essere dato per scontato, invisibile e scaricato quasi interamente sulle spalle femminili. Il risultato è una compressione del tempo, delle energie e, in definitiva, della qualità della vita.
In questo quadro, la figura della casalinga diventa quasi un’anomalia da correggere, una devianza statistica da eliminare. Non importa se quella scelta è consapevole o subita, desiderata o temporanea: l’importante è che si trasformi in occupazione, qualunque essa sia. Anche lavoro povero, precario, sottopagato. L’essenziale è che sia contabilizzabile.
Ripensare il lavoro nell’era dell’intelligenza artificiale
Questa ossessione per l’occupazione nasce da un presupposto raramente messo in discussione: l’idea che il lavoro umano sia una risorsa da massimizzare. Ma è un’idea sempre più anacronistica in un’epoca in cui l’intelligenza artificiale e le nuove tecnologie stanno rendendo possibile una sostituzione crescente del lavoro umano con quello artificiale, infinitamente più efficace e produttivo.
Se prendessimo sul serio questa trasformazione, la domanda da porci non sarebbe come costringere sempre più persone, e in particolare sempre più donne, a entrare nel mercato del lavoro, ma come ridurre progressivamente la quantità di lavoro umano necessario per garantire il benessere collettivo. In altre parole, come usare la tecnologia per restituire tempo di vita alle persone, invece di sottrarglielo.
In una società che producesse ricchezza grazie al lavoro artificiale, il problema dell’inattività semplicemente non si porrebbe nei termini attuali. Non lavorare non sarebbe una colpa né una patologia sociale, ma una condizione normale, compatibile con una vita pienamente umana. In questo contesto, la scelta di dedicarsi alla cura dei figli, della casa o delle relazioni non apparirebbe come un arretramento, ma come una possibilità tra le altre e per molti, maschi e femmine, una possibilità preferibile alle altre.
Inevitabilmente, una società meno ossessionata dal lavoro sarebbe anche una società più favorevole alla natalità. Avere figli richiede tempo, stabilità, energie mentali ed emotive. Tutte risorse che vengono erose da un modello che pretende la massima partecipazione al mercato del lavoro lungo tutto l’arco della vita adulta.
Casalinghe, ma indipendenti
Il lavoro retribuito è stato uno strumento essenziale di emancipazione femminile, in quanto ha garantito un reddito e, di conseguenza, l’indipendenza economica. Tuttavia, se il lavoro umano viene progressivamente sostituito da quello artificiale, l’indipendenza non potrà più derivare dal lavoro inteso in senso tradizionale. In questo scenario, un reddito garantito a chi non lavora, come madri, casalinghe, padri e “casalinghi”, garantirebbe quell’indipendenza che oggi solo i redditi da lavoro assicurano, senza imporre il doppio obbligo di produrre e riprodursi.
La vera questione, dunque, non è se salvare o eliminare la figura della casalinga, ma se mettere in discussione un paradigma economico che, con l’avanzare del lavoro artificiale, avrà sempre meno senso. Continuare sulla strada percorsa finora, invece, significa condurre la nostra società verso un’eutanasia economica e sociale neanche troppo lenta.
Pertanto, invece di “maledire” le casalinghe, dovremmo chiederci se non sia il culto del lavoro a meritare una critica radicale.
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Fabio Massimo Rampoldi è autore di Scritti di ALTER EGOnomia, una raccolta di riflessioni sull’impatto delle nuove tecnologie sul lavoro e sulla ridistribuzione del benessere.
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