Storia
La memoria esclusiva al tempo dell’odio
All’ombra della Shoah, prima ancora che un libro utile, è un libro indispensabile.
Mi spiego.
I libri indispensabili non sono quei libri che fanno scoprire cose a cui l’opinione pubblica non coglie. I libri indispensabili sono quei testi che principalmente hanno la funzione in un tempo in cui le cose sono molto complicate o comunque si presentano come confuse, sia di rimetterle a posto, sia di metterle sul tavolo qualora siano completamente scomparse dall’orizzonte del proprio tempo il linguaggio pubblico le abbia mandate dietro l’angolo.
Un libro indispensabile è dunque prima di tutto un libro che va controcorrente rispetto al mainstream. In quanto tale è contemporaneamente non consolatorio e provocatorio.
Non consolatorio perché obbliga a riprendere la misura delle cose, e dunque a scuotere alle radici molti luoghi comuni; provocatorio perché obbliga a ripensare.
Perché All’ombra della Shoah appartiene a questa categoria e soprattutto perché svolge questa funzione? Per vari motivi.
Almeno quattro credo siano importanti.
Il primo riguarda la necessità di riprendere la misura con le trasformazioni indotte dalla storia di Israele in cui un segmento importante è dato dalla storia dei flussi migratori dagli arrivi e dalle partenze. Nei primi una storia particolare l’ha il flusso proveniente dai paesi arabi, un flusso che in gran parte è conseguente a espulsioni dai paesi di origine.
Connesso con questo tema, l’etnicizzazione del voto. Esiste un Israele di prima generazione che accoglie quel flusso migratorio come cittadini da “rieducare” e che con quella politica in gran parte regala quell’elettorato alla destra sionista.
Il secondo riguarda la memoria del rapporto di convivenza tra arabi ed ebrei lungo il corso della storia. Una memoria che Meghnagi chiede di misurare e di non schiacciare su due narrazioni, scrive “di facile consumo”. Più precisamente: “La prima è quella che idealizza la convivenza ebraico-musulmana come un’epoca di armonia ininterrotta. La seconda, diametralmente opposta, è quella che riduce la storia dei rapporti tra ebrei e musulmani a una sequenza di ostilità e persecuzioni.” [p.77].
Narrazioni che è importante ricondurre al loro percorso storico vero, fuori dal mito Elemento che è importante perché produce due percorsi ideologici artificiali
Scrive Meghnagi:
“Nel discorso classico del nazionalismo arabo, l’esodo di massa degli ebrei orientali dopo il 1948 è stato spesso interpretato come la prova del loro tradimento nei confronti della nazione araba.1 Questa lettura riduttiva cancella la complessità del loro vissuto e ignora le responsabilità dirette dei regimi arabi nella persecuzione e nella spoliazione delle comunità ebraiche. L’antiebraismo arabo, pur avendo radici e forme storiche diverse dall’antisemitismo europeo, è stato perlopiù rimosso o minimizzato nella memoria pubblica dei paesi del Medio Oriente e del Nord Africa, dove la responsabilità dell’esodo degli ebrei locali viene attribuita – quando e se viene ricordata – esclusivamente al sionismo e al colonialismo occidentale. Specularmente, la narrazione classica filoisraeliana tende a negare o marginalizzare secoli di coesistenza, interdipendenza e contaminazione culturale tra ebrei e musulmani nel mondo arabo-islamico”. [78].
Il terzo – che costituisce la macchina generativa di tutto il libro – riguarda come si sia definita una riflessione pubblica sullo sterminio ebraico e sull’uso comparativo di quello sterminio nel discorso pubblico.
Premesso che la memoria di quello sterminio ha impiegato decenni per emergere come tema della coscienza pubblica, perché a lungo rimossa, il paradigma memoriale anziché svolgersi lungo un asse rigenerativo, ovvero fondativo di una nuova idea di cittadinanza, ha avuto un percorso volto a d affermare solo sé. Ovvero
Il risultato e l’effetto si sono così strutturati in un percorso di neonazionalismo vittimario, autocompiacente ed escludente.
Non vale solo in Italia ma vale in Germania, nella Francia della Quinta Repubblica e nella Russia postcomunista per non considerare le culture politiche e le esperienze, proprie delle della realtà ex Patto di Varsavia, dove quella svolta successiva al “crollo del Muro” si è tradotta nella rivendicazione orgogliosa della propria identità nazionale (punita o colpevolizzata negli anni del Secondo dopoguerra) e dunque nella conferma del paradigma xenofobo. In quel paradigma stanno anche i propri antisemitismi storici.
È il paradigma che usa il linguaggio dell’antisemitismo, ma ora prevalentemente rivolto contro i fenomeni migratori. Quel linguaggio, osserva Meghnagi, trova anche consenso in una parte del mondo ebraico, proprio perché si presenta come antiislamico. Un risultato che dimostra che la pratica memoriale non ha appunto avuto un effetto rigenerativo, ma, al più, solo riparativo [p.118 e sgg.].
Il quarto percorso riguarda molte questioni inerenti a una memoria non affrontata sia da parte israeliana sia da parte araba e palestinese riguarda la dimensione vittimaria con cui si affrontano le narrazioni identitarie al tempo attuale. Sullo sfondo c’è un passaggio essenziale che riguarda il vissuto dei torti subìti.
“È in questo quadro – scrive Meghnagi – che la sofferenza rischia di trasformarsi nel fondamento di nuove identità morali, individuali e collettive, concepite come pure, intangibili e sottratte a ogni forma di critica”. [p. 166].
Una condizione che mette al centro un punto debole degli studi postcoloniali che si accreditano come riscatto, ma che spesso hanno un vulnus.
Il fatto che la rivendicazione della propria identità avviene con un paradigma totalitario che non accoglie varianti interne. Una visione che ha una sola versione di storia e che non è il risultato di conflitti interni (laddove si fossero verificati, comunque gli oppositori o i riformatori della propria identità sono destinati all’espulsione).
Un principio che quando pensa la cultura nazionale come depositaria della propria identità etnica ripresenta tutti quegli elementi che imputa al nemico cui dichiara di contrapporsi verticalmente: una visione xenofobica, una cultura del tutto etnocentrica della propria identità.
Un impianto politico che in nome dell’identità, propone un codice di radicale rifiuto, fino alla distruzione, di ciò che non è conforme al proprio dettato, che assume come astorico. Vale ovviamente per chi non appartiene al gruppo, ma vale anche, nella stessa misura, per chi è dentro il gruppo e non concorda.
Riguarda, in misura diversa, tutte le realtà politiche e culturali di questo XXI secolo. Nessuno escluso. Il suo fondamento è nella categoria di odio proposto come virtù.
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