Letteratura

‘La sicurezza della nazione ungherese’, il libro delle domande di László Krasznahorkai

La recensione del nuovo romanzo di di László Krasznahorkai

8 Settembre 2026

La sicurezza della nazione ungherese (2026) è il primo romanzo di László Krasznahorkai dopo la vittoria del Premio Nobel per la Letteratura 2025. Il libro, pubblicato da Bompiani e tradotto da Dóra Várnai, si colloca come un’opera della maturità che riprende i grandi temi filosofici dell’autore – il caos, la crisi e l’implacabilità del reale – unendoli a una vena più intima, lirica e metanarrativa. Il titolo del romanzo è volutamente fuorviante, in quanto l’autore non intende con esso scrivere un saggio politico dedicato al proprio paese di origine. Quest’opera segna il ritorno di Krasznahirkai alla forma romanzesca a seguito del prestigioso riconoscimento internazionale, raccogliendo l’eredità della sua poetica apocalittica ma con toni rinnovati. Nel testo c’è tutto lo stile di László Krasznahorkai, un’impostazione di scrittura per cui è stata insignito del Premio Nobel per la Letteratura. Una scrittura fluviale, dal carattere ipnotico, fatta di un periodare denso e lungo, cifra stilistica inconfondibile di altre sue opere come ‘Satantango’ e ‘Melancolia della resistenza’. In questo suo ultimo lavoro László Krasznahorkai introduce un suo alter ego che dialoga con un entomologo, András Papp, inserendosi in un filone di scrittura esistenziale che caratterizza altre opere di questo autore. 

Di András Papp l’autore ci fornisce questa descrizione: “Amava tutti coloro che vivevano sulla terra, e anche quelli che vivevano sugli alberi, nell’aria, nelle grotte, nei fiumi, o nelle terrificanti profondità degli oceani, e non sarebbe stato in grado di misurare questo suo amore con la bilancia.” András Papp ci viene presentato come un bambino solitario, allevato dai nonni, segnato da un difetto fisico, ma determinato e a modo suo forte, acceso dalla passione per un prato vicino al Danubio che è diventato il suo mondo: il mondo delle farfalle, che ha scelto perché non pizzicano, non pungono, non mordono. 

Ormai adulto, sempre solitario, buono, ricco di una certa fama che gli consente di continuare le sue ricerche pur dentro le insensatezze della macchina burocratica pubblica a cui appartiene, András Papp è circuito da uno strano tipo che dice di essere uno scrittore, un certo László Qualcosa (cognome impronunciabile). Lo incalza al telefono e poi dal vivo per sapere da lui una cosa, una sola cosa: perché la vita vuole così tanto vivere? Qual è il motivo di questa ostinata volontà vitale della vita? Un quesito cruciale, ossessionante, che segna l’inizio di una strana amicizia tra il mite studioso e il ciarliero, sciatto scrittore nerovestito, un legame rinsaldato da serene escursioni nella natura alla ricerca di una rarissima farfalla ungherese. Lo scrittore premio Nobel 2025 ci spiazza con un titolo da pamphlet che apre una storia di uomini e bruchi, e ci porta nei campi, tra l’erba alta, armati, come lui, di un retino di tulle, pronti ad acchiappare un sacco di domande, ma risposte nessuna, perché è questo che fanno i bei libri: ci travolgono con le loro domande. 

Altre recensioni di Marco Bennici

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