Mondo

Tempi oscuri nuovi

Il XXI secolo non ci governerà, ci programmerà. Il futuro è dietro di noi.
Quello che stiamo vivendo non è una crisi della democrazia ma lo smottamento verso un nuovo regime. Non sono ritornati tempi oscuri del passato, ma si avvicinano tempi oscuri nuovi.

28 Luglio 2026

Stiamo sprofondando nell’incubo degli anni Trenta? Asma Mhalla con il suo Resistere ai tempi oscuri ci dice che ci sono delle somiglianze, ma soprattutto ci dice che stiamo messi peggio. E dunque il problema non è evitare di tornare a quel tempo, ma rispondere al percorso di questo tempo che per molti aspetti ha delle somiglianze con quel tempo, ma presenta, anche, delle differenze profonde e maggiormente inquietanti.

Dunque il primo aspetto è individuare le caratteristiche di questo nuovo tempo segnato da una svolta che si inaugura negli anni ’90 quando a fronte della prospettiva dell’omologazione culturale iniziano a prendere forma controtendenze violente: nazionalismi e fondamentalismi.

La diversità culturale è per la specie umana una ricchezza inestimabile: ma si tratta di una ricchezza, oggi come in passato, generatrice di conflitti, spesso sanguinosi.

Soprattutto, e qui sta la prima novità rispetto agli anni ’30 del secolo scorso, se il meccanismo è che dichiararsi vittima dà la legittimazione a ogni atto, di cui appunto non si hanno responsabilità perché la responsabilità è nel campo avverso.

Questa tendenza rimane sottotraccia fino a che i protagonisti hanno un passato o un percorso precedente che li identifica come vittime. Solo che ciò che avviene negli ultimi venti anni è l’assunzione di questa retorica da parte di coloro che intendono agire senza vincoli. Meglio: senza regole valide per tutti perché appunto questa è dipinta come condizione di vittima.

È il profilo che descrive Resistere ai tempi oscuri.

Il tema sono i nuovi oligarchi, il cui codice culturale è segnato dalla riflessione di Nick Land  in una prima raccolta di scritti degli anni ’90 dal titolo Collasso  e rafforzata nel 2013 con il suo Illuminismo oscuro pubblicato a puntate su un piccolo blog nel 2013, e diventato, in breve tempo, uno dei più importanti manifesti dell’alt-right nel mondo anglofono. Pamphlet apocalittico, le cui idee anti-democratiche e anti-egualitarie hanno giocato un ruolo fondamentale nell’elezione di Donald Trump alla Casa Bianca.

Il tema è il nostro futuro è espresso dall’alternativa Autocrazie e democrature? il rischio è quello di nuovi totalitarismi?

È probabile sostiene Asma Mhalla.

Per comprenderlo si tratta forse di misurare la forza del consenso. Nella lunga riflessione che ha accompagnato la modernità forse non è inutile mettere a confronto tra loro tra due testi che stanno, per certi aspetti, a monte e a valle.

Il primo – Vittorio Alfieri Della tirannide (1777) – illustra come si vive in quel tipo di regime e eventualmente come se ne può uscire; il secondo – Ece Temelkuran Come sfasciare un paese in sette mosse (2019) – illustra come si vive oggi e cosa può avvenire.

Per Vittorio Alfieri la tirannide è il tempo presente, per Ece Temelkuran la dittatura è il probabile tempo futuro.

Ma la definizione di chi sia il tiranno, con Alfieri si statuisce. La leggiamo all’inizio del suo trattato:

“Il nome di tiranno, poiché odiosissimo egli è oramai sovra ogni altro, non si dee dare se non a coloro, (o sian essi principi, o sian pur anche cittadini) che hanno, comunque se l’abbiano, una facoltà illimitata di nuocere: e ancorché costoro non ne abusassero, sì fattamente assurdo e contro a natura è per se stesso lo incarico loro, che con nessuno odioso ed infame nome si possono mai rendere abborrevoli abbastanza” [Della tirannide , Libro I, Capitolo 1]

Li accomuna un dato e un dato li distingue: il dato che li accomuna è che il motore per entrambi è il potere; il dato che li distingue è che mentre nel primo non c’è il popolo se non come attore passivo ovvero come attore che subisce; nel secondo il popolo c’è come attore attivo. La cosa che sottolinea Temelkuran è che la presenza attiva del popolo non è di per sé un dato di garanzia per la continuità della democrazia.

Asma Mhalla sembra in gran parte concordare con Ece Temelkuran.  Proprio laddove riprende la suggestione di Michel Foucault (nel suo Introduzione alla vita non fascista) a proposito del fatto che occorra combattere e contrastare “il fascismo che è in noi, che possiede i nostri spiriti e le nostre condotte quotidiane, il fascismo che ci fa amare il potere, desiderare proprio la cosa che ci domina e ci sfrutta”.

L’uscita dalla condizione di democratura non sarà l’azione di un salvatore della patria, ma conseguenza della presa in carica di una responsabilità dal basso.

L’allusione è alle prime pagine de L’uomo in rivolta di Albert Camus dove si legge:

“Nell’esperienza assurda, la sofferenza è individuale. A principiare dal moto di rivolta, essa ha coscienza di essere collettiva, è avventura di tutti. Il primo progresso di uno spirito intimamente straniato sta dunque nel riconoscere che questo suo sentirsi straniero, lo condivide con tutti gli uomini, e che la realtà umana, nella sua totalità, soffre di questa distanza rispetto a se stessa e al mondo. Il male che un uomo solo provava diviene peste collettiva. In quella che è la nostra prova quotidiana, la rivolta svolge la stessa funzione del “cogito” nell’ordine del pensiero: è la prima evidenza. Ma questa evidenza trae l’individuo dalla sua solitudine. È un luogo comune che fonda su tutti gli uomini il proprio valore. Mi rivolto, dunque siamo”.

 

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