Letteratura
Fiori infelici ossia il silenzio delle cose non dette
Una storia lugubre e avvincente ambientata in un isolato paesino alpino alla fine del fascismo e negli anni immediatamente successivi.
La cosa più terribile, leggendo Il giardino dei fiori infelici di Nicola Lucchi, vincitore del “Premio Nazionale di Narrativa” Neo Edizioni – 2025 e in uscita l’11 febbraio prossimo, è la sensazione di trovarsi in una spirale senza via di scampo. Fin dall’inizio si respira un’aria di maledizione, come se un destino già scritto avesse preso le sue decisioni, senza nemmeno consultarsi colla divinità, la quale assiste impotente a tutto ciò che accade nel romanzo. E non sembra che sia il libero arbitrio a vincere ma una sorte avversa, certamente nutrita dall’ignoranza e dall’irrazionale, su cui pende una spada di Damocle decisa altrove. Una sorte di fato all’antica, superiore anche all’Olimpo, da tragedia greca.
Il racconto viene riportato da Olga, la madre di Lucas, il protagonista della storia, entrambe figure titaniche e maledette. È un racconto d’infelicità, un’infelicità diffusa ovunque, nel paesino, nella gente, nel territorio. La Natura assiste inerte alle vicende, non gliene importa nulla che gli uomini ci siano o no, lei va avanti lo stesso e si nutre della stessa umanità non rilasciando che le ossa. È sempre l’uomo l’artefice delle sciagure. Più a valle una diga, dall’uomo costruita, crollando, ha cancellato famiglie, case, tutto. Più a monte c’è questo paesino alpino sperduto, dove tutti sono contro tutti e vivono ubriacandosi e lasciandosi andare all’irrazionale. Gli uomini e le donne, lì, sanno esprimere solo un sentimento: la rabbia.
L’unico che non è arrabbiato è Lucas, il figlio della strega Olga, che tutti credono una mentecatta, così come lo credono del figlio, e, come succede nei piccoli borghi isolati dal mondo, credono in un maleficio del demonio.
Ma i veri demoni sono tutti gli abitanti di quel posto, nati e cresciuti da incesti, da matrimoni consanguinei, in un’era fascista dove la violenza era la regola, accentuata dalla guerra, dai nazisti, dai partigiani e da un’ignoranza che si spalma su tutto e su tutti.
Pur ignoranti, Lucas e sua madre, però, leggono la Bibbia, anzi è lui che insegna a leggere a lei, raccontandole ciò che avviene in quel libro, dove la violenza regna sovrana.
E la violenza, protagonista assoluta del romanzo, si esprime attraverso delitti terribili commessi proprio da Lucas bambino, il quale, ormai uomo fatto ma ancora giovane, viene fatto confessare al maresciallo del paese dai genitori di quei bambini scomparsi, convinti che sia stato lui, il figlio maledetto della strega, figlia e nipote di una dinastia di uomini che si sono tutti impiccati al ciliegio del giardino. Forse perché incapaci di reggere la verità, una verità sottomessa al silenzio.
Ma è un’altra confessione che lui vuol fare e per questo ha bisogno di Don Raffaele, un prete che conosceva tutto e tutti nel paesino ma che ne è fuggito, ufficialmente per la sua missione vocazionale, segretamente per altri motivi che si scoprono solamente a romanzo inoltrato. E Lucas non rivelerà il luogo dove sono sepolti se non ci sarà lui, quel prete e non un altro.
Lucas, il bambino privo di emozioni, che non ride e non piange, è fatto oggetto di scherno da tutti, adulti e giovani, e ha solamente amici bambini, a cui è affezionato, a modo suo, e a cui lui fa, secondo il proprio genio, un favore assoluto, ossia li priva di una vita che sarebbe un peso, in quell’ambiente oscuro e negativo.
Olga, la “strega” che vede i fantasmi e ci parla, edotta dai racconti degli spettri di quei piccoli che hanno seguito la via crucis nel bosco alla ricerca dei corpi degli scomparsi, racconta tutto ciò che successe quel giorno di rivelazioni e di sepolture, in cui Lucas, ormai arrestato e reo confesso, dialoga con Don Raffaele, seguiti dai carabinieri a distanza. Presto il ruolo del peccatore e del confessore s’invertono, con Lucas che mette in difficoltà il prete attraverso le mille contraddizioni della Bibbia, che il giovane conosce meglio di chiunque altro, anche del prete stesso, il quale, a un certo punto, assediato dai propri ricordi, sbrocca e si arrende. E i segreti vengono fuori. Sembra quasi la lucidità di Hannibal Lecter che si scontra con Clarence Starling, assassino e inquisitrice, in un vortice di orrore e di filosofia sui massimi sistemi.
I fiori e gli alberi danno il titolo agreste a ogni capitolo, i boschi sono lo scenario ameno dove ogni cosa accade, ma tutto è immerso nell’infelicità, anche la bellezza. E questa Natura, pagina dopo pagina, diventa una gabbia sempre più stretta, angosciante, la gabbia del silenzio, delle cose non dette che, però, a un certo punto, non possono più restare nascoste. E, proprio quando lo spazio resta sempre più angusto, il silenzio, che prima si disperdeva nell’immensità dello spazio e del tempo, diventa un rumore assordante dal quale non ci si può riparare.

Non si salva nessuno in questa storia agghiacciante di Nicola Lucchi, in una prosa lenta, elegante, implacabile come Lucas e sua madre, forse le uniche persone che si amano veramente e veramente lucide di tutta la vicenda, dove bene e male si confondono, dove vittime e carnefici si scambiano di posto, dove la famiglia, quella che viene intesa come famiglia da tutti gli abitanti del villaggio, è una trappola per tutti, dove sembra non esistere più una forza di gravità che regoli il moto delle cose, dove non si notano colori ma solo sfumature di grigio, come gli occhi ipnotici di Lucas, che vedono la realtà unicamente per come gli si è presentata, non conoscendone altre. Alla fine ci si chiede come sarebbero stati Lucas e Olga se fossero vissuti in un altro posto, più favorevole allo sviluppo di qualità migliori e non in quel paesino di orrori, dove il Fato sembra imprigionare tutto e tutti.
Leggere Il giardino dei fiori infelici potrebbe far ravvisare una metafora del nostro tempo, perché è esattamente la spirale dove tutti noi camminiamo in fila indiana, una spirale dove la violenza si rivela e ingigantisce a ogni giro e la causa di tutto è il silenzio, il silenzio davanti alle prepotenze, alle guerre, alle complicità e dove i cadaveri sepolti sono ben più di quelli delle vittime del romanzo.
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