Teatro
Biennale, il teatro rinasce ad Oriente
Nella seconda parte del festival sulla Laguna gli spettacoli degli indonesiani Bumi Purnati, i danzatori indiani Odissi diretti da Sharmila Biswas e lo straordinario “Star Returnin Venice” diretto dal regista samoano Lemi Ponifasio
VENEZIA _ Teatri dell’altro Mondo. Il secondo tempo della Biennale quello seguito alle opere del geniale Satoshi Miragi, dei Leoni d’oro e argento, la siciliana Emma Dante e la giovane promessa greco-albanese Mario Banushi – appare sempre più, a qualche giorno di distanza dalla calata del sipario, come una importante intuizione culturale del direttore artistico Willem Dafoe e del suo team. Importante perché necessaria. Rimette piedi per terra chi continua ad avere uno sguardo etnocentrico sul teatro e snobba forme e generi che, pur legati a tradizioni popolari, hanno il coraggio di innovare, provando a immaginare un futuro diverso per questa arte vecchia come il mondo. Così si è guardato, come non avveniva da tempo, ad Oriente. E’ stato infatti come uno scoop l’arrivo in Laguna delle troupe indonesiane, indiane e quella dei cinesi Yi guidata da un poeta audace come il regista samoano Lemi Ponifasio (e tra gli eventi di queste compagnie, ha trovato posto anche il coinvolgente concerto della signora del canto black, Angelique Kidjo, con la sua trascinante miscela di roots, blues e soul e gli omaggi a Cesaria Evora e Mirian Makeba).
Tutti gli spettacoli mostrati di questo secondo round in Laguna in modo differente associano rispetto e conoscenza delle tradizioni artistiche ma inseriscono elementi di innovazione nel linguaggio scenico, diventando quindi manifesti di cambiamento, momenti di sperimentazione e rivoluzione teatrale al di là del confronto artistico tra Oriente e Occidente. Allestimenti che rientrano cioè nello spirito “alternative” ricercato in questa edizione di Biennale teatro.

Ha aperto la galleria “Under The Volcan”, prodotto dalla comunità artistica Black-Whitedi Sumatra Occidentale, in collaborazione con Bumi Purnati Indonesia, guidata da Restu Imansari Kusumaningrum. L’idea dell’allestimento è tratta dal libro “Krakatoa: Saat Dunia Meledak 27 Agustus 1883”, opera di Simon Winchester e dalla poesia di “Lampung. Karam” di Muhammad Saleh, testimone diretto dell’eruzione del vulcano Krakatoa. Queste due fonti sono divenute parte di un testo teatrale a cura della drammaturga Rhoda Grauer con la direzione di Yusril Katil che ne ha ricavato un’opera che, andando oltre il catastrofico evento del 1883, riflette sui disastri originati da cause naturali tout court, mettendo in risalto le reazioni umane. Opera quindi dal carattere universale nella quale chiunque potrebbe riflettersi. Nel caso dello spettacolo mostrato a Venezia – raccontato in sei quadri seguendo il ritmo delle quartine, che è poi la forma, “syair”, del poema tradizionale malese usato per il racconto popolare – si osserva come quella tragedia si sia incistata nel cuore della gente partendo dalla fotografia di una piccola comunità che, come accadde a Pompei, viveva nelle pendici di un vulcano.

“Under the Volcan” scorre come un film in virtù di una narrazione collettiva che racconta per immagini, danze, canti e musiche una giornata qualunque. Mentre il centro del villaggio è occupato dalle bancarelle del mercato e si odono i richiami dei venditori. Improvvisamente la terra trema, le case crollano e il villaggio scompare. E’ il panico: la gente fugge mentre si fa strada impetuoso uno tsunami che tutto travolge e inghiotte. E’ una lotta disperata contro il tempo per chi cerca di scappare via e al quale rimane l’ostinata voglia di resistere con la speranza di sopravvivere. In quella furia di fuoco che genera distruzione, paradossalmente, si nasconde anche la culla primigenia, il caos da cui tutto ha avuto origine. Ma nonostante il dramma la vita non è finita: lo raccontano con delicata forza poetica alcuni danzatori copiendo evoluzioni su scale di legno mobili (queste vengono scalate o composte in forma di gabbia, come un luogo di riparo) procedendo in un ardito e acrobatico gioco di spostamenti, come fossero su dei trampoli, inseguiti dal suono di fiati che ricordano le cornamuse per lasciare infine spazio ad un canto melanconico e intenso come un lamento blues. La tragedia, parallelamente, è anche visiva per la presenza di inserti filmati proiettati su teli con i disegni del vulcano e dell’eruzione. Anche le animazioni con immagini di isole e tsunami arricchiscono il racconto offrendo ulteriori spazi di lettura. Ogni movimento degli attori-danzatori conosce l’essenzialità e la precisione delle arti marziali, accompagnato dai suoni e dai ritmi di diversi tamburi che scandiscono il tempo dei cambi di scene.

I danzatori-attori, i loro corpi e gli oggetti con cui si relazionano-dai piatti agli ombrelli, dalle ceste alle vesti di seta- definiscono meglio il quadro totale diventando segni da decodificare e riconoscere per una comunità che, alle prese anche con drammi individuali -un bimbo ritrovato solo e senza i genitori dentro la giungla-, afferma con decisione la voglia di ricominciare. Un uomo su di una scala grida: “Il sole sorgerà di nuovo”. Così, mentre gli uccelli tornano a posarsi sui rami degli alberi travolti dalla furia dello tsunami, la comunità decide di andare avanti. Insieme.
Quello che si legge ad una prima analisi (sarà ancora più evidente con lo spettacolo di Ponifasio) è che i movimenti in scena, le abilità straordinarie dei danzatori-attori e musicisti, prendono solo apparentemente forma nel solco narrativo tradizionale, in realtà, grazie anche alla regia di artisti come Yusril Katil, pur facendo tesoro di capacità espressive degli artisti impiegati, come della conoscenza di rituali, musiche e canti tradizionali, la messa in scena supera di molto le forme di allestimenti teatrali staticamente narrativi e, persino, quelli moderni da teatro borghese occidentale per diventare racconto postmoderno nel senso indicato ad esempio dagli insegnamenti di Bob Wilson.

Per capire ancora meglio come sarebbe riduttivo vedere in questa scelta di opere una semplice opposizione Occidente/Oriente, ma piuttosto episodi significativi di ricerche e trasformazioni in atto nel pianeta teatrale, occorre fare riferimento anche all’altro episodio della stessa compagnia indonesiana dove il viaggio alla ricerca del sé o del dio è alla base di “Hikayat Perahu/The Tale of boat”, nato dalla lettura dei versi del poeta sufi del sedicesimo secolo, Hamzah Fansuri, “Syair Perahu”, considerato uno dei precursori della moderna letteratura indonesiana. La metafora alle fondamenta è che il corpo umano è la barca che naviga sul mare. Un viaggio virtuale che è un traghettamento verso un’altro momento dell’esistenza per la quale occorre maggiore equilibrio e consapevolezza. A dirigere il lavoro è la giovane attrice e regista di origine balinese Sri Qadariatin, che ha alle spalle una collaborazione con Bob Wilson nello spettacolo “La Galigo” (2003) e in “Persephone” (2011). Il racconto di “Tale of boat” unisce canti e racconti e storie ancestrali. Il simbolismo della barca come mezzo tra il mondo ordinario e quello trascendentale ha svolto un ruolo importante nei riti sciamanici di diverse popolazioni dell’arcipelago malese-indonesiano, compresi gli stessi malesi. Nella tradizione sufi di Sumatra il percorso è spesso rappresentato da simboli associati a immagini di navi e altre collegate alla navigazione, anche se questi non sono i simboli più comuni nella letteratura sufi araba e persiana.

Molto probabilmente, secondo diversi studiosi sono da prendere in considerazione gli strati culturali esistenti prima della diffusione coranica e questi sono da rimandare sia a tradizioni appunto di riti sciamani come a quelle preesistenti induiste e buddiste. Singolare il racconto con cui si apre “The Tale of boat” : una madre tranquillizza la figlia raccontando come l’alluvione che ha cancellato un villaggio sotto il fango fosse causato dal “malessere” della montagna che ha dovuto liberarsi della terra e dei detriti espellendoli dal proprio ventre. Da qui si introduce il vero e proprio racconto del viaggio in barca di due fratelli alla ricerca della saggezza e della verità. Ritroviamo tutte le abilità dei danzatori-attori che avevano dato vita a “Under The Volcan” e così alla sensibilità dei musicisti ma il racconto pur avendo una forte motivazione spirituale “libera” le azioni lasciando filtrare le emozioni di chi lascia la propria casa e la propria terra per andare verso l’ignoto affrontando pericoli di ogni sorta. Si legge anche una connotazione di tipo ambientalista come la stessa regista dice nelle sue note “la natura è qui intesa come partner spirituale dell’essere umano, anziché un oggetto da conquistare. Da questa prospettiva, la salvezza umana sta nel vivere in armonia con il mondo naturale non nel dominarlo. La tempesta descritta nel poema, simbolo dei desideri mondani, può essere letta oggi come mtaforadell’eccessivo sfruttamento della natura”.

E ancora di viaggio occorre parlare nel caso dei danzatori Odissi indiani che hanno portato in scena “Mischief Dance: A Joiurney Through Rhythm and Spirit”, un corpo di artisti molto giovani e talentuosi diretti con severa maestria dalla danzatrice e coreografa Shamila Biswas reputata una delle migliori esponenti e conoscitrici di questa antica arte tradizionale indiana. E’ lei che ha curato le quattro coreografie in cui si mostra il filo che lega in modo rituale la danza e la musica. Ed è una festa per gli occhi seguire le evoluzioni e la precisione di questi danzatori, la delicatezza dei movimenti, gli sguardi che si sfiorano, il tripudio di colori esagerati, verdi, rosso infuocato, azzurro… E’ una breve ma ficcante antologia che si apre con l’invocazione al Ganesha, raffigurato con la testa di elefante, venerato per la maestria delle arti, si prosegue con “Gativilas” che celebra l’abilità dei performer che si muovono prendendo in prestito da uccelli e altri animali le movenze e le posture. “Pranasangini” è invece un sipario teatrale divertente con Krishna che si intrufola nella casa della giovane Radha travestito da estetista conquistandola con abilità e l’eleganza dei suoi gesti. Infine “Murchhana Vadja” o danza estatica. Domina il suono di un tamburo di argilla: i suoi ritmi e le sue texture complesse liberano l’energia e il movimento dei danzatori regalando una gioia collettiva. Anche in questo caso lo spettacolo è una finestra aperta su un mondo antico fatto di spiritualità e arte con un modo di raccontare e rappresentare in continua innovazione.

Le lancette hanno così segnato un tempo diverso, quello delle origini dell’arte e il viaggio dell’infinito ritorno. Pur differenti tra loro gli spettacoli di questi artisti hanno espresso una comune tensione che invita ad aprire gli occhi sul mondo, soprattutto a chi lì dentro si sente oggi perduto. In modi e forme differenti hanno indicato dove trarre l’energia per navigare e aprirsi agli altri, condividendo assieme storie e identità, patrimoni di millenni di civiltà costruiti dagli antichi, basi per crescere, avanzare e affrontare il domani. Anche perchè la realtà è in continuo cambiamento e, come afferma Eraclito, non ci si può bagnare due volte sulla stessa acqua di un fiume. Gli errori di ieri, le guerre, le carestie, il dolore insegnano e, quando queste tornano vanno affrontate con senso di condivisione e partecipazione collettiva. Questa la lezione che viene da codeste realtà orientali a cui oggi si guarda da una parte con rinnovato stupore, dall’altra con il desiderio e la necessità di apprendere e trovare risposte per vivere meglio.

A questo punto l’infinito ritorno non segnala la ripetizione tout court degli eventi bensì la comprensione e la sintesi tra passato e futuro con gli occhi del presente. Studiando proprio questo concetto così presente nelle filosofie e religioni orientali , come nel pensiero di Nietzche che a questo tema aveva dedicato una parte importante del suo ricercare, Gilles Deleuze (in “Nietzche e la filosofia”) osserva che “nell’eterno ritorno l’identità non indica la natura di ciò che ritorna, ma, al contrario, il ritornare del differente; perciò l’eterno ritorno dev’essere pensato come sintesi: sintesi del tempo e delle sue dimensioni, sintesi del diverso e della sua riproduzione, sintesi del divenire e dell’essere che si afferma dal divenire, sintesi della doppia affermazione…”. Una bussola insomma per seguire l’allestimento che ha chiuso in modo sontuoso la Biennale “Alternative”: cioè “Star Returning-Venice”, regia di Lemi Ponifasio che ha lavorato con artisti della minoranza etnica Yi, una delle più numerose in Cina (oltre nove milioni): una comunità custode di un importante repertorio di canti e danze.

Un ecosistema dove “umano e sovrumano, vivi e spiriti convivono senza alcuna separazione e dove incantesimi e cerimoniali si annodano intimamente nel tessuto quotidiano della comunità” (Massimo Milella dal ben curato catalogo “Alternative”). Ponifasio, usando anche il filo dei versi del poeta Yi Jidi Majia, ha cucito una visionaria elegia lasciando a parlare gli stessi Yi. Dal canto suo ha coordinato voce e movimento, drammaturgia e coreografia, con uso raffinato di tecniche digitali, dando ampio spazio alle portentose doti canore femminili, una vocalità potente ed evocativa che ha segnato come un metronomo tutto il viaggio teatrale in cui tempo e spazio si incrociano tra passato e futuro, storie e passioni. Si ascoltano canti ancestrali misti a formule magiche, rituali per allontanare il male, propiziare il raccolto. Lo spettacolo si apre con l’immagine folgorante di una spirale di fuoco arancione che si allarga lentamente. Un coro di donne vestite con lunghe tuniche nere misura lo spazio in modo cadenzato. Una luce diagonale illumina un corpo seminudo di spalle che si contorce come una figura di dance butoh.

E’ un arazzo fatto di corpi, luci soffuse, rossi carminio, neri profondi. Lastre di ferro che camminano e un fiume d’acqua che d’improvviso scorre sul palcoscenico. Un canto accompagna la morte simile a quello delle prefiche de “s’attitidu”, il lamento funebre sardo in cui si piange il defunto e si racconta la vita. Alcune donne avanzano tenendo in mano piccoli drappi rossi mentre in alto a destra compare la scritta “Promised Land”. Silenzi, a tratti lunghi, si alternano a esplosioni vocali. L’uso architettonico dello spazio e dei protagonisti ricorda Bob Wilson, ma si trovano riferimenti anche a Romeo Castellucci, Alessandro Serra e persino a Nekrosius: ma non sono precise citazioni, bensì momenti di un linguaggio artistico originale che mette assieme amore e ricerca di tradizioni e sensibilità contemporanea. L’ultima immagine è uno scarto in avanti molto forte, in territori poco distanti dalla cultura occidentale. Una donna consegna ad un cosmonauta un fardello contenente la sabbia raccolta all’inizio dello spettacolo che come una reliquia sarà portata nel cosmo e gli porge un casco. Il cosmonauta lo indossa lentamente. Cambiano le luci, l’astronauta inizia a volteggiare fluttuando leggero nell’aria inghiottito lentamente nel buio del cielo tra dense nuvole grigie e oscurità. Inevitabilmente tornano i versi di “Space Oddity” di David Bowie: “…I’m stepping through the door/ And I’m floating in a most peculiar way/ And the stars look very different today…”

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