Mondo
9 novembre. Il calendario politico e civile del camerata Putin
Cento anni fa,il 9 novembre 1926, il fascismo in Italia aboliva la stampa, sopprimeva i partiti, eliminava qualsiasi voce di opposizione. Cento anni dopo,nello stesso giorno, Putin rinnova quel progetto.
Il prossimo 9 novembre «Novaja Gazeta» uscirà per l’ultima volta. Non si è registrato un coro protesta.
Si potrebbe descrivere «Novaja Gazeta» come un termometro che misura le preoccupazioni per la tutela e l’esercizio sulla libertà di parola di questo nostro tempo. Se questa fosse l’unità di misura allora si potrebbe rapidamente concludere che la libertà di parola, di opinione e, soprattutto, di scrittura vivono una condizione molto precaria.
Dal 1993, anno della sua fondazione, «Novaja Gazeta» non ha mai vissuto una situazione di tranquillità o di libertà.
Sette suoi giornalisti tra cui Jurij Ščekočichin, Anna Politkovskaja e Anastasija Baburova, sono stati assassinati dal 2000 in seguito alle loro indagini. Nell’ottobre 2021 il redattore capo di Novaja Gazeta Dmitrij Muratov è stato insignito del Premio Nobel per la pace insieme a Maria Ressa per la salvaguardia della libertà di espressione nelle loro terre d’origine. Ma questo non gli ha dato credito. Alla fine come in molte altre occasioni, quella di «Novaja Gazeta» è stata una battaglia condotta in salita e in solitudine. Al più una testimonianza per la memoria. Ammesso che qualcuno la coltivi.
E tuttavia è significativo sottolineare la data in cui scomparirà l’ultima possibilità di parola libera nella Russia di Putin.
9 novembre. Si potrebbe ritenere che Vladimir Putin e il suo sistema politico abbiano voluto festeggiare a loro modo la caduta del muro di Berlino (esattamente 37 anni prima, la sera del9 novembre 1989).
Un modo per ribadire che quella caduta è stata solo una parentesi.
Forse qualcuno osserverà che è una pura coincidenza. È probabile. Non nego.
Male date del calendario civile non sono mai neutre e consapevolmente – e ancor più significativo se inconsapevolmente – le date del calendario civile nella memoria valgono proprio per ciò per ciò che, anche involontariamente, indirettamente evocano.
Il 9 novembre non è caduto solo il Muro di Berlino. Quella data evoca un altro fatto che ha molte assonanze e fa rima sotto molti aspetti con il clima che è in atto a Mosca. È un pezzo della storia italiana. Ma anche noi non lo ricordiamo.
Riepilogo.
Roma, 8 novembre 1926.
Quella sera un gruppo di deputati comunisti, si riunisce intorno alle 18 in una sala di Montecitorio. Il tema all’ordine del giorno è l’opposizione alla mozione con la quale il deputato fascista Roberto Farinacci ha proposto che tutti i deputati che si erano astenuti dai lavori parlamentari siano dichiarati decaduti
Il clima è particolarmente teso dopo che il 31 ottobre è avvenuto l’attentato contro Mussolini. All’ordine del giorno lo scioglimento di tutti i partiti, la chiusura di tutti i giornali. Quelle misure saranno in discussione alla Camera la mattina seguente, il 9 novembre. I comunisti sono da tempo rientrati alla Camera e dunque giudicano che il provvedimento in discussione non li riguardi.
Chiudono la riunione intorno alle 20 e la decisione è quella di intervenire nella discussione la mattina dopo per opporsi al provvedimento.
Gramsci esce da Montecitorio – siamo intorno alle 21 – e si reca a casa in Via Morgagni al n. 25, vicino Porta Pia, dove ha in affitto una stanza.
Gramsci vi giunge intorno alle 22. Mezz’ora dopo ne esce in stato di arresto.
La mattina dopo il provvedimento proposto da Farinacci passa. L’Italia è definitivamente una dittatura.
È probabile che nessuno a Mosca abbia pensato a come festeggiare questo centenario. Ma è un fatto che non si poteva onorarlo meglio se non riconfermando il paradigma della eliminazione della opposizione. Complimenti, camerata Putin!
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