Innovazione
Ecco a voi la Silicon Valley, tra ambizione, talento e la convinzione di poter rivoluzionare il mondo
Ambizione e talento. Sono queste le due parole chiave in Silicon Valley, che a dispetto di tutto rimane il polo dell’innovazione globale. Ecco alcune delle cose che ha visto Alessandro Devo in California.
È ormai diventato un cliché parlare (o scrivere) della potente forza vitale e creativa sprigionata dalla Silicon Valley. Una giornalista che la conosce bene, Anna Wiener, nel suo libro Uncanny Valley, edito in Italia da Adelphi, ha descritto con grande acume «quello che la Silicon Valley sapeva fare, quello che si provava a essere lì. L’energia che dava essere circondati da persone che manifestavano e soddisfacevano con tanta facilità i loro desideri. La sensazione che ogni cosa fosse a portata di mano» (la traduzione non è mia ma di Milena Zemira Ciccimarra).
Wiener ha ragione. Posso assicurare che trovarsi in SV è una sensazione inebriante. Ti dà quasi alla testa. Se Milano è la città italiana più energizzante… allora la SV è una Milano all’ennesima potenza. On steroids, per così dire. Luoghi come Mountain View, San Jose, Palo Alto e la stessa San Francisco hanno una densità davvero eccezionale di creativi, innovatori e sognatori. Ho avuto la fortuna di fare colazione con un genio del biotech (il dottor Adrian Woolfson, autore del bestseller On the Future of the Species) al mitico Caffe Trieste. Ecco, immaginate di poter parlare di Artificial Biological Intelligence (ABI) e di un’imminente seconda Genesi in un locale che è stato frequentato da gente come Lawrence Ferlinghetti, Jack Hirschman, Paul Kantner.
Ovviamente la Silicon Valley ha molte ombre, oltre che luci. Provate ad esempio a trovare un alloggio degno di questo nome senza svenarvi. Il costo della vita è altissimo: un cappuccino può arrivare a dieci dollari. Ma di sicuro la SV ha una capacità eccezionale di attrarre talenti, addensarli e farli lavorare insieme. Nelle ultime settimane ho attraversato il Nordamerica dalla West Coast sino a Montréal, e posso dire che in SV c’è un’atmosfera probabilmente unica in Occidente; domina la convinzione che grazie alla scienza, alla tecnologia e ai soldi (molti soldi) le buone idee possano cambiare o addirittura rivoluzionare il mondo.
Un’ambizione fortissima, a tratti feroce, accomuna il full stack developer fresco di università, la marketer trentenne e il veterano del VC. Tutti o quasi puntano a exit gigantesche, roba che in Italia nessuno startupper sano di mente si sogna (o se lo sogna, raramente osa confessarlo). Il talento è alla base di tutto. In SV confluiscono talenti da ogni angolo del mondo: da tutto il Nordamerica, ma anche dall’America latina, dall’Asia, dall’Europa. Molti degli europei, dopo la laurea – spesso STEM – nel paese d’origine, hanno poi frequentato il Politecnico di Zurigo (ETHZ): segno che la Svizzera, a dispetto delle sue piccole dimensioni, continua a essere una potenza tecnoscientifica di rilievo globale, in grado di valorizzare il talento.
Se l’ambizione è la benzina della SV, il talento ne è il fondamento: lo attrae e si nutre di esso. Talento spesso straniero, a cui va dato spazio senza badare a preferenze culturali, religione od orientamento sessuale. Del resto negli spazi di coworking, nei bar ecc. si vedono soprattutto stranieri, ed è per questo che da tempo molti esponenti apicali della SV sono pronti a criticare aspramente le restrizioni su certi tipi di visti implementate dalle amministrazioni federali.
Spesso in Italia ci si sofferma sulla forte tradizione libertaria di San Francisco (ad esempio il suo passato hippie e la sua vibrante comunità LGBTQI), ma da quel che ho visto alla base della grande inclusività della SV c’è, più che l’idealismo, soprattutto un grande pragmatismo: se uno è bravo è bravo, e basta. Non è una novità; pensiamo all’italiano Federico Faggin: è stato Bill Gates a dire che «senza Federico Faggin, la Silicon Valley non si chiamerebbe così e sarebbe una semplice “valley”». Ecco perché uno dei temi ricorrenti in SV è quello dei Visa, i visti. Si tratta in effetti di una delle sfide principali per chi vuole lavorare negli Stati Uniti, SV inclusa.
Molti mi hanno parlato del mitico visto O1, destinato a persone particolarmente promettenti. Per ottenerlo sono previsti requisiti particolari, ad esempio essere stati giudici in un hackaton o vantare pubblicazioni scientifiche di rilievo. Un altro visto a cui molti aspirano è quello aziendale, L1: in una delle sue declinazioni ha il vantaggio di consentire la sponsorizzazione di più membri di una startup, ma lo svantaggio, non proprio secondario, di legare una persona a una determinata azienda.
La parola d’ordine in ogni caso è il talento, lo stesso su cui sono fondate realtà (europee) di successo come Bending Spoons o Mistral. E dare (almeno un po’ di) spazio al talento, senza badare al colore della pelle, al genere o all’età è una grande lezione, specie per un’Italia che fa ancora troppo poco per trattenere chi è bravo. Specie quando è giovane.
Foto di Cecilia Cristinariu




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