Giornalismo

Il giornalista da copertina: quando l’ego mangia la notizia e nasce il “nulla cosmico”

Quando la vanità cancella la notizia, l’informazione si riduce a mero teatrino: l’analisi caustica del giornalismo moderno, dove la caccia alla fama ha travolto l’autorevolezza, trasformando la cronaca nell’esibizione di un guscio vuoto e autoreferenziale

12 Ottobre 2026

C’era una volta il giornalista. Quello che cercava le notizie. Quello con la suola delle scarpe consumata, il taccuino sgualcito, la smania di cercare la verità e l’ossessione per i fatti. Oggi, specie nel teatrino mediatico che ci circonda, quella figura nobile è stata spesso fagocitata da un clone grottesco: l’influencer della notizia.

Il meccanismo è subdolo ma palese. A un certo punto, la sedia dello studio televisivo o la firma in prima pagina smettono di essere strumenti per raccontare il mondo. Diventano lo specchio di Narciso. Il giornalista si innamora perdutamente del proprio riflesso, scambia il proprio ego per la bussola del pianeta e inizia a credere che il pubblico non stia lì per capire cosa succede, ma per applaudire la sua imperdibile, sublime opinione su tutto e il contrario di tutto.

Dalla notizia al solipsismo mediatico

Quando l’ego prende il sopravvento, la gerarchia delle priorità si ribalta miseramente. Il fatto scompare, ossia non conta più ciò che è accaduto, conta come il giornalista lo commenta per strappare il titolo a effetto o la clip virale sui social. Inoltre si genera un fenomeno che potremmo definire quello del protagonismo tossico, quando l’ospitata televisiva, anche di carattere regionale, o il tweet polemico diventano il fine ultimo, non un mezzo. La notizia è solo un pretesto per dire “Io c’ero, io l’avevo detto, io valgo”. È questo il momento in cui nasce la sindrome da primadonna. Si pontifica di geopolitica, economia, costume e cronaca giudiziaria con la stessa superficialità spocchiosa, pretendendo di salire in cattedra di fronte a un paese che avrebbe solo bisogno di risposte serie, non di lezioni di morale da chi ha scambiato l’informazione per un red carpet personale.

La metamorfosi nel “nulla cosmico”

Nel preciso istante in cui la ricerca della visibilità batte il sacro rispetto per la notizia, si compie il miracolo alchemico inverso: il professionista si dissolve e si trasforma nel nulla cosmico.

Un guscio vuoto, risonante e autoreferenziale. Un algoritmo di vanità che produce solo chiacchiere a uso e consumo del proprio brand personale. Privi di ironia verso se stessi, gonfi di certezze inesistenti, questi individui occupano spazi preziosi urlando nel vuoto, convinti di fare opinione pubblica mentre fanno solo rumore bianco. Il vero giornalismo fa luce sui fatti. Il giornalismo egoriferito accende i riflettori unicamente su se stesso. E quando la luce del riflettore si spegne, non resta che il buio: il regno incontrastato del nulla cosmico.

L’insana voglia di diventare famosi e non autorevoli

Quando l’ambizione si riduce alla smania di accumulare applausi digitali, comparsate e notifiche, il giornalismo smette di essere un contrappeso democratico e diventa un banale talent show. L’autorevolezza richiede studio, fatica, silenzio, rispetto per le fonti e il coraggio di ammettere un errore. La popolarità a tutti i costi, invece, chiede solo una cosa: la mercificazione della propria faccia e della propria credibilità sull’altare dell’algoritmo.

Si preferisce urlare per un titolo acchiappaclic piuttosto che scavare in una notizia scomoda. Si sceglie il ruolo della macchietta televisiva o del polemista da salotto perché la risonanza immediata dà dipendenza, mentre il lavoro oscuro del cronista richiede tempo e non fa guadagnare copertine. È il trionfo della sciatteria vestita da griffe, dove il peso specifico di un’inchiesta viene misurato in base ai mi piace.

Ma il conto, alla fine, lo paga la democrazia. Perché un Paese senza giornalisti autorevoli, ma pieno di narcisi in cerca di gloria, è un Paese cieco. E a furia di cercare i riflettori, questi signori non si accorgono che l’unica cosa che stanno illuminando è proprio il loro fallimento professionale.

Restituiteci i cronisti. Ridateci i giornalisti che preferiscono il basso profilo, non per nascondersi ma per poter fare al meglio il proprio “sporco” lavoro. Perchè la notizia è più importante di chi la scrive. Lasciate che i narcisi tornino a guardarsi allo specchio, ma rigorosamente a telecamere spente e a taccuini chiusi. Grazie.

Commenti

Devi fare login per commentare

Accedi

Gli Stati Generali è anche piattaforma di giornalismo partecipativo

Vuoi collaborare ?

Newsletter

Ti sei registrato con successo alla newsletter de Gli Stati Generali, controlla la tua mail per completare la registrazione.