Italia
Guardare l’Italia e Milano da un piccolo altopiano solitario
Racconto di un’estate in una valle lombarda. La città sembra lontana: proprio un altro mondo.
Ho passato l’inizio dell’estate su un piccolo altopiano solitario. A un’ora e mezza da Milano, a qualche decina di chilometri dalla città, eppure in una dimensione di tempo e spazio che col capoluogo ha in comune poco, quasi niente. Ogni tanto qualche parola nel dialetto di quassù echeggia il vocabolario ormai dimenticato, in città, di quello di Milano. Ogni tanto incontri un prete che ha studiato nei seminari della diocesi, la stessa, di Milano. Ogni tanto, proprio quassù, dove si può davvero dormire con le porte aperte, qualcuno si barrica in casa spaventato, proprio come molti fanno a Milano. Ma per il resto, niente, proprio niente, unisce il capoluogo a questa pendice lontana di una valle impervia e spopolata. Sono tornato in questo mondo a parte, mal collegato fisicamente e poco connesso digitalmente, mentre a Milano esplodeva il primo picco canicolare. Nel pieno dell’inverno, avevo prenotato una piccola casa quassù, ricordando l’estate prima, e temendo a buona ragione quella che sarebbe arrivata. Sono arrivato nel pomeriggio di un lunedì, non preoccupandomi troppo del fatto che quassù e laggiù sono due mondi diversi, lontani. Quel lunedì, l’unico negozio che vende tutto l’indispensabile in una cinquantina di metri quadrati chiudeva un po’ prima, e avrebbe comunque avuto poco da vendere, fino all’arrivo del carico, la mattina dopo. Lassù, giugno non è ancora alta stagione, e i due ristoranti e l’unico albergo sono chiusi durante la settimana. Così, recuperati due panini dal retro di una baita-ristoro, mi è stato regalato alla prima sera l’angolo visuale migliore, più preciso, per guardare con gli occhi allenati alla metropoli padana i luoghi di margine che le sono prossimi. Senza pretesa di raccontare tutto, o di raccontarli tutti vivendone uno per un po’. Così ho cercato, come il Barone di Munchausen, di sollevarmi sollevarmi per il mio stesso codino fino a questi 1500 metri di altitudine, sfruttando una vista senz’altro fortunata, a tacere della temperatura.
”Io non li sopporto più, mi stanno qui tutta mattina con un caffè al tavolo. Sono nata in un bar, ma non morirò in un bar. Appena vado in pensione qui tiro giù la saracinesca!”. Poco più sotto, a tiro di passeggiata, fin dove possono arrivare le macchine e dove arriva anche un’onda un po’ più forte di connesione internet, c’è un’altra baita-bar. Ci si arriva, dal mio piccolo altipiano, attraversando un villaggio di seconde case, che a inizio stagione sono quasi tutte chiuse, salvo che nel week end, e poi un bosco. Alla barista proprietaria fanno eco due vecchi avventori che le danno ragione, e in dialetto dicono che ci vuole rispetto per chi lavora. Il bar è vuoto, non sembra che qualcuno che stia anche a lungo a sorseggiare un caffè possa diventare un problema, sottrarre tempo o spazio ad altri. Non sembra a me. Mentre ascolto il biasimo condiviso, sfoglio l’unico giornale sul tavolo. È La Verità: il direttore spiega in prima pagina che non è vero che i migranti “ci pagano le pensioni”, e con calcoli spannometrici – “all’ingrosso”, li chiama lui – racconta che invece siamo noi a pagare per loro, che guadagnano poco e che il loro contributo Irpef è molto più bassi di quello che prendono dal welfare italiano. Più sotto, a valle, sui muri si inizia a vedere chi incita ai nuovi “eroi” della Remigrazione. Guardo bene la proprietaria del bar. Porta senza sorridere mai i suoi cinquanta e pochi anni. “Ma quanto ti manca alla pensione?”, le chiede uno. Quattro o cinque anni, dice, “poi addio”, ribadisce. Faccio due rapidi conti, immagino l’inizio della contribuzione ai sedici anni compiuti, trentacinque anni fa circa. Ben prima dei sessanta andrà in pensione: liberata dal suo bar, convinta che fossero quelle mura, la sua prigione e che fuori, dopo, inizi davvero, per magia, la libertà.
“Faccio questo lavoro da quando ho undici anni, è una tradizione di famiglia. Ma oggi non la vuole fare più nessuno questa vita”. Il racconto del pastore, in questa valle silenziosa, assolata d’estate e ghicciata d’inverno, ha invece una voce calda, appassionata, luminosa. Sveglia all’alba, estate e inverno. “Quando ho iniziato, la sera, ero talmente stanco che a volte mi addormentavo mangiando. Non riuscivo a tenere gli occhi aperti, e avevo fame, eh… Io questo lavoro lo amo, e voglio continuare a farlo, ma non trovo nessuno che lo voglia fare”. Neanche i migranti? “Ma qui non arrivano…Qualche anno fa c’erano alcune famiglie di profughi siriani, ma non vedevano l’ora di andare verso la città, da dove ci si può spostare… qui muoversi senza macchina è proprio difficile”. Racconta l’assottigliarsi della popolazione che lavora in allevamenti, agricoltura, produzione di latte e formaggi. Anche il cambiare delle regole e dei protocolli di sicurezza ha cambiato questa vita antica. I test alle cagliate, i veterinari che vedono gli animali vivi prima della macellazione, perché sia certo che ci arrivano vivi: la fatica resta la stessa, forse anche di più. Il ritmo degli alpeggi, il fondovalle d’inverno, le baite di mezzo a mezza stagione, l’alta montagna di estate. Un ritmo antico, il benessere degli animali rappresentato fuori dalle retoriche. “Stando al pascolo, sai, capitano tante cose. Settimana l’altra ho perso otto vitelli, chissà che fine han fatto…”. La sera i pochi ragazzini presenti, un pugno di residenti e un altro pugno di villeggianti, sciamano tra i viottoli e i pascoli: ogni tanto una corsa improvvisa, il loro fiatone che spezza il silenzio nelle stellate, qualche parola sui giochi di ruolo che fanno insieme durante il giorno.
Nel bosco che mi separa dal Bar-prigione gli incontri nei giorni feriali sono rari. Passeggiando, in un giorno fresco e blu, mi salutano sorridenti due uomini sui sessantacinque. Sono il parroco del paese, e un suo confratello che invece esercita il ministero in centro a Milano. Ben due preti, per chiacchierar. Il curato di montagna racconta dell’oratorio feriale – nella diocesi di Milano un’istituzione consolidata, che accompagna migliaia di ragazzini e ragazzine dalla fine della scuola per quattro settimane – che riesce a tenere aperto solo al pomeriggio. Spesso l’altopiano è una metà delle gite dei ragazzi delle parrocchie. “La mattina gli animatori devono lavorare alle loro attività, e poi i bambini sono pochi. Sono proprio pochi in generale, quassù”. Chiedo se neanche i migranti fanno figli. Mi confermano il racconto del pastore. “I migranti qui non ci sono, non arrivano proprio, non essendoci il treno”. Il racconto del parroco e del pastore coincidono coi dati riportati dalle statistiche: in questo comune e in quelli in zona i residenti stranieri sono il 7% circa, sensibilmente al di sotto della media nazionale e di quella lombarda. L’incidenza è addirittura pari a un terzo di quella degli stranieri residenti a Milano. Inoltre, ben oltre la metà delle persone straniere arrivate fin quassù sono di nazionalità filippina: cedendo allo stereotipo, possiamo ragionevolmente crederle dedite alla cura di case abitate da anziani italiani: stanziali e recluse dalla nostra vecchiaia padana. Di certo, non minacciose, e su questo probabilmente sarebbe d’accordo perfino Vannacci. Una sommaria ricerca negli archivi non riporta di fatti di cronaca terribili, o neanche spiacevoli. Quel che è certo, lo si trova sul sito del Ministero dell’interno, è che qui Fratelli d’Italia e la Lega Salviniana insieme arrivano stabilmente oltre il 70%. Per ironia della sorte, con queste percentuali bulgare, alle ultime elezioni politiche, è stato eletto in queste valli Maurizio Lupi, moderato e centrista, tra i più accreditati candidati alla poltrona di sindaco di Milano per il centrodestra, proprio in quanto radicalmente alternativo al populismo di destra che – si sa – non funziona nella città da 15 anni in mano al centrosinistra nè, tendenzialmente, in nessuna città cosmopolita dell’Occidente di oggi.
Lungo le settimane dei campionati mondiali di calcio, con poco internet e nessuna alternativa, arriva solo la tv generalista. Un vecchio arnese del Novecento, rimasto immutabile. Paolo Ferrari invita il pubblico femminile ad ammirare Javier Bardem in tribuna, in paritaria risposta ai telecronisti che avevano poco prima sottolineato la presenza di Penelope Cruz, sugli spalti di una partita dei futuri campioni del mondo. Per il resto lo zigzag televisivo racconta di tanta cronaca, soprattutto nera. Le paure della valle echeggiano quassù, dove non arrivano minacce di alcun tipo, i pochi si conoscono tutti, e si potrebbe dormire con le porte aperte. Una o due volte alla settimana, una macchina dei carabinieri fa il giro dell’alpeggio a passo d’uomo: sorveglia sul niente che succede. Tra i pochi villeggianti, per lo più residenti in provincia a nord della Città Metropolitana, ogni volta che dico che vengo da Milano, la reazione quasi unanime porta a parlare di quanto sia pericolosa, insicura. È ovviamente tutto sentito dire, che però sembra non trovare argine nell’esperienza e nella voci di chi in città abita. Men che meno nell’obiezione fattuali dei dati, o nel ricordo di passati tutto sommato recenti, e segnati da ben altre emergenze sociali e criminali.
L’altra emergenza, davvero più minacciosa e attuale, che arriva dalla pianura, è quella del caldo. Non serve arrivare alle città: basta scendere dall’altopiano a fondovalle, coi suoi 800 metri sul livello del mare, per sentire “un caldo mai visto, a inizio estate”. Sull’altopiano, anche se qualcuno si lamenta, un po’ perchè echeggiano le parole della pianura, un po’ perchè anche qui fa più caldo che in passato, il vero caldo non lo si soffre mai. La notte serve il piumone, di giorno aquazzoni regolari portano via ogni principio di vaghissima, sopportabile afa. Sarebbe una grande risorsa attrativa, in tempi di canicola. Eppure, l’unico albergo apre solo nel fine settimana, fino a luglio inoltrato, e le seconde case, quasi tutte molto curate, appaiono tutte chiuse per la maggioranza del tempo. Nessuno, a quanto pare le affitta. Potere delle rendite. L’altopiano si anima il sabato, soprattutto la domenica: seconde case che aprono per una notte o due, e gite in giornata per scappare dai quaranta gradi. Ma la sera tutto torna silenzioso e vuoto. Una magia, certo, e anche un’opportunità non colta. In compenso, capita di sentire parlare dello sci, di ipotesi di investimenti ingenti per rilanciare e ampliare impianti sciistici che da molti anni, ormai, soffrono per il cambiamento climatico. “pare che la regione abbia approvato il finanziamento per collegare le due piste, con una nuova seggiovia…”, dicono al bar, parlando di milioni, come se bastassero quelli a far tornare e durare la neve, su un altopiano esposto per lo più a ovest. In fondo, è nostalgia di un tempo passato, che non può tornare e che è così spessa da non permettere di vedere il presente, le sue difficoltà e le sue opportunità.
A ben guardare, una questione ben più grande di questo piccolo altopiano.








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