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Famiglia

Quanti bonus servono prima di ammettere che il problema è il sistema dei bonus?

E’ un loop senza fine: salgono i prezzi, le bollette tornano a fare paura, una parte del Paese non arriva a fine mese. E la politica che fa? Il governo risponde sempre in un modo “trito e ritrito”: un nuovo contributo, una soglia di tolleranza, un modulo da compilare.

8 Ottobre 2026

Questa settimana, Philip Lane, capo economista della Banca Centrale Europea, nel corso di una conferenza a Francoforte, ha ribadito come con un’inflazione elevata gli aiuti vadano concentrati sui redditi più bassi. I sussidi a pioggia rischiano di alimentare la domanda, e quindi farebbero solo aumentare i prezzi, senza togliere dai guai chi è davvero in difficoltà.

Di certo, non si sta dibattendo sul fatto di aiutare le famiglie o meno. La problematica esiste e intervenire è un dato di fatto. La questione dirimente è: in che modo? In Italia, abbiamo costruito una politica degli aiuti fatta di contributi temporanei, detrazioni, agevolazioni e soglie Isee. Misure, spesso, indispensabili nell’emergenza, che, sommate, somigliano a una scatola di cerotti applicati su una ferita che nessuno ha mai deciso di ricucire.

Prendiamo, ad esempio, cento euro. Non valgono allo stesso modo per tutti: difatti, per chi guadagna poco sono una bolletta pagata, una settimana di spesa e finiscono in poche ore; al contrario, per chi ha un reddito alto sono più che altro un arrotondamento. Trattare allo stesso modo situazioni così diverse sembra equo sulla carta, ma nella quotidianità rappresentano uno spreco, e talvolta danno luogo ad un’ingiustizia.

Intanto, la prossima legge di Bilancio prende forma in un quadro piuttosto angusto; il governo invoca prudenza, ma sul tavolo continuano a spuntare sgravi, agevolazioni, ritocchi fiscali. La solita domanda quale bonus possiamo aggiungere? non funziona più, perché non è risolutiva. Sarebbe più opportuno, e doveroso, chiedersi chi abbia davvero bisogno dell’intervento pubblico e per quanto tempo. La risposta è meno scontata di quanto sembri, dato che c’è una fascia sempre più larga di famiglie che le statistiche non classificano come povere, ma che vive quasi rasentando la soglia della povertà. Basta poco per cadere in difficoltà: un affitto rinnovato al rialzo, una rata del mutuo che cresce, una visita specialistica pagata di tasca propria, un figlio fuori sede all’università, e un bilancio in apparenza normale si scopre fragile.

In poche parole, basta avere un euro sotto il confine per aver diritto a tutto, e con un euro sopra non avere niente. D’altro canto, poche centinaia di euro di reddito annuo possono separare due famiglie che affrontano esattamente le stesse difficoltà. E chi resta appena oltre la linea finisce per precipitare in un paradossale beffa: guadagnare un po’ di più può voler dire avere di meno.

Dunque, ci vorrebbe meno fantasia nel battezzare nuovi bonus e più coraggio nel costruire un sistema fiscale e sociale che sappia graduare gli aiuti, invece di accenderli e spegnerli. Si auspica una misura che segua il reddito disponibile reale e non una fotografia scattata due anni prima; in poche parole, andrebbe fatto un sussidio che risolvesse con chiarezza l’emergenza dalle politiche strutturali.

Un welfare produttivo non costringe milioni di persone a chiedersi, ogni anno, a quale contributo avranno diritto o se ce la faranno ad arrivare a fine mese, ma fa in modo che non ne abbiano continuamente bisogno.

Se ogni nuova crisi richiede un nuovo bonus, vuol dire che non stiamo più curando le ferite; anzi, stiamo finanziando, una rata alla volta, la fragilità che non abbiamo avuto il coraggio di risolvere.

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