Giornalismo

Ma come fanno gli operai…

Un reportage narrativo sulla situazione dell’ex Fiat, dei suoi dipendenti e di Torino.

18 Marzo 2026

L'ultimo operaio. Canto finale della grande fabbrica - Niccolò Zancan - copertina

 

Niccolò Zancan (Torino 1971) è un giornalista della «Stampa», autore di saggi e narrativa. Per Einaudi ha pubblicato il volume L’ultimo operaio, dedicato alla situazione della ex Fiat, oggi Stellantis, e alla città che l’ha vista nascere nel 1899, crescere negli anni del boom economico, entrare in crisi tra gli anni ’80 e ’90, fino all’attuale fallimentare decadenza. È un libro scritto con evidente partecipazione emotiva, venata di sdegno e sconforto ma anche di dolente nostalgia verso un mondo di rapporti umani fatti di solidarietà, collaborazione, dedizione al lavoro, mondo ormai scomparso e sostituito da relazioni sociali anonime, fredde, prepotenti. L’autore nell’introduzione confessa di aver sperato di scrivere un testo pieno di rabbia e fragori metallici, e di essersi trovato invece a firmare una storia d’amore e di fantasmi. I dati elencati nelle prime pagine del volume sono una lampante denuncia della cattiva amministrazione industriale e degli enormi errori manageriali che hanno portato la più grande industria italiana allo sfascio, conducendo con sé nel declino un’intera città, che si identificava anche culturalmente in un giornale e in una squadra di calcio. Si è trattato di una vera mutazione antropologica: nel 1971 Torino era arrivata a contare 1.167.000 abitanti, di cui sessantamila operai di cui si decantava l’abilità, la precisione, l’attaccamento al lavoro, la consapevolezza sindacale, e che oggi si sono ridotti a poco più di quattromila, con un’età media di 58 anni, in cassa integrazione continuativamente da quindici anni. Lo stabilimento di Mirafiori, città nella città – quasi tre milioni quadrati di estensione, trentasette porte d’accesso, dieci chilometri di perimetro – dopo essere stato per decenni uno dei maggiori centri produttivi in Europa, è diventato un’area deserta, adibita a pista ciclabile dove scorrazzano i cinghiali.

Qual era stata la storia della Fabbrica Italiana Automobili Torino? Nel decennio 1960-1970 la produzione di automobili della Fiat era passata da cinquecentomila pezzi a un milione e mezzo, con una crescita esponenziale e di utili enormi, ma avviando lentamente anche un calo della qualità del prodotto che negli anni ha inciso negativamente sulle vendite. Allora l’industria piemontese dava lavoro a un milione di persone, fra dipendenti diretti e indiretti, fornitori, concessionari, pubblicitari. Il decadimento è stato improvviso e costante a partire dal 1974, con la prima cassa integrazione che ha inaugurato le sovvenzioni statali prolungatesi fino a oggi: l’attuale “ristrutturazione aziendale” ha provocato quindicimila incentivi all’esodo nel 2023, altri 600 lavoratori licenziati nel 2025, mentre solo nel 2024 il gruppo Stellantis ha speso 777 milioni in tutta Italia per concludere centinaia di rapporti di lavoro. Cinquecento aziende metalmeccaniche dell’indotto hanno chiuso negli ultimi quindici anni, trentacinquemila persone hanno perso il posto. La progressiva finanziarizzazione ha posto in secondo piano il coinvolgimento nella realtà industriale, il sistema bancario ha soppiantato la fabbrica, la cassaforte della famiglia Agnelli è stata trasferita in Olanda, la sede direttiva in Francia, gli stabilimenti delocalizzati all’estero, con l’utilizzo di manodopera locale.

Il volume di Niccolò Zancan (diviso in quattro capitoli: Mappe, Corpi, Stelle minori, Affari sentimentali) coniuga narrativa, inchiesta, saggio, interviste, producendo un affidabile affresco dello stato di desolazione in cui versa non solo l’industria italiana, ma tutta la rete sociale e familiare ad essa sottesa. Si apre con una toccante confessione in prima persona messa in bocca a un vecchio operaio: “Nel 1987, quando siamo entrati, questa era ancora la Fiat, avevamo ancora le tute blu, i vecchi dettavano le regole ai giovani, ed erano regole buone per tutti”. Continua con la descrizione del deserto di quello che una volta veniva allegramente chiamato Miraflowers, ed è sempre lo stesso protagonista a raccontarlo: “Il buio delle palazzine, le strade chiuse, i tunnel sbarrati, le luci spente, l’odore di chiuso, il rimbombo del niente, la distanza enorme fra tutte le cose…”. La voce narrante denuncia lo stato di crescenti difficoltà ambientali vissute dai pochi salariati ancora attivi: temperature gelide o torride nei capannoni; chiusura di bagni, spogliatoi e mense; ore di lavoro non calcolate; turni massacranti; trasporti interni ed esterni cancellati; pendolarismo obbligatorio verso il sud o paesi stranieri; malattie professionali. Tutto in nome di un’unica finalità: l’ottimizzazione dei costi.

L’esposizione si politicizza nel ricordare alcuni episodi della storia recente della Fiat: il referendum del 2011 voluto da Marchionne, la vendita dell’Iveco all’India, la scandalosa buonuscita milionaria di Tavares, i sacrosanti fischi a John Elkann durante la partita di Sinner, il festoso saluto fuori luogo del nuovo amministratore delegato Antonio Filosa. È opportuno a questo punto riportare un florilegio di frasi che emergono dalle pagine del libro, segnandone malinconicamente la drammaticità: “Stanno svendendo la fabbrica a pezzi, con dentro tutti noi”, “Siamo diventati operai egoisti”, “Cassa integrazione. Cassa da morto”, “Quelli come me saranno i nuovi poveri”, “Costa tutto il doppio. È così che la nostra vita si è dimezzata”. Ma a meglio definire lo spossessamento della proprietà industriale che ha riguardato anche tutte le maestranze è forse la fuorviante trasformazione del linguaggio usato dai padroni per comunicare con i dipendenti, i quali fino a qualche decennio fa si esprimevano solo in piemontese o in uno dei tanti dialetti del nostro Sud: “Quello che una volta chiamavamo il caposquadra adesso è il supervisor. Mentre il nostro vecchio capoturno da qualche anno deve essere chiamato lo shift manager. Persino gli operai non sono mica più gli operai, noi siamo gli addetti di linea. E quando un addetto di linea ha un problema, deve parlarne alle HR, Human Resources”. E poi decision making, execution stakeholder, variable pay. Come se pronunciate in inglese, le parole potessero risultare più inoffensive.

 

 

NICCOLÒ ZANCAN, L’ULTIMO OPERAIO. CANTO FINALE DELLA GRANDE FABBRICA.

EINAUDI, TORINO 2026. Pagine 156

 

 

 

 

 

 

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