Il movimento delle cose, quando accelera oltre la soglia della prevedibilità, non si limita a modificare gli equilibri: li espone, li mette a nudo, li costringe a dichiararsi. È in questo spazio di evidenza che si colloca la decisione assunta da Pietrangelo Buttafuoco, nella sua qualità di presidente della Biennale di Venezia: la riammissione della Russia nel perimetro espositivo della Biennale.
Non una semplice scelta organizzativa, ma un atto a densità simbolica elevata, che si inserisce in un contesto storico segnato dall’Invasione russa dell’Ucraina e che, per ciò stesso, non può sottrarsi alla dimensione politica delle sue implicazioni. La riammissione – parola che già contiene in sé un lessico di ritorno, di reinclusione, di sospensione del giudizio – si presenta come un gesto che ambisce all’universalismo culturale, ma che inevitabilmente si espone al rischio dell’ambiguità.
Le conseguenze non si sono fatte attendere. Il comitato della Biennale ha rassegnato le dimissioni, trasformando una decisione in una crisi, e una crisi in un fatto pubblico, visibile, difficilmente ricomponibile nel breve periodo. È qui che l’astrazione teorica cede il passo alla realtà istituzionale: quando un organismo collegiale si dissolve, non siamo più nel campo delle opinioni, ma in quello delle fratture.
Non è in discussione, sia chiaro, la libertà personale di Buttafuoco. Non lo è la sua traiettoria, non lo è la sua conversione all’Islam, non lo è il nome che ha scelto per sé – Giafar al-Siqilli – evocazione di una pluralità identitaria che, in un’altra sede, potrebbe essere letta come ricchezza e complessità. Tutto questo appartiene alla sfera dell’individuo e, come tale, merita rispetto.
Ma qui il punto è un altro. Quando si esercita una funzione pubblica, la libertà si misura con la responsabilità. E la responsabilità, quando è chiamata a operare in un contesto conflittuale, non può rifugiarsi nell’indeterminatezza.
Io considero questa vicenda un guaio, nel senso più pieno e meno retorico del termine: non uno scandalo, non una colpa, ma una complicazione profonda dell’ordine simbolico e istituzionale. Un guaio perché mette in tensione principi che dovrebbero coesistere – libertà culturale e coerenza politica – e li costringe invece a divergere.
È per questa ragione che non parteciperò all’inaugurazione. Non per sottrarmi, ma per rendere visibile una distanza. Non per delegittimare l’istituzione, ma per segnalare che, in questo passaggio, l’equilibrio è venuto meno.
Perché vi sono momenti in cui la presenza rischia di essere interpretata come adesione, e l’assenza come chiarificazione. E in tali momenti, scegliere diventa inevitabile. E io ho scelto.
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