Criminalità
Riciclaggio transnazionale: i PVR senza licenza come sportelli bancari abusivi
I PVR senza licenza operano come banche abusive: il contante della droga entra, diventa credito di gioco su server offshore e rientra come vincita pulita. Il riciclaggio corre su scommesse, poker e slot e ripulisce il denaro del narcotraffico
In una strada anonima della periferia di una città qualsiasi, un negozio senza insegna vende ricariche telefoniche. Ma dietro il bancone, un registratore di cassa segna incassi che non corrispondono alle vendite dichiarate. I clienti entrano con buste di contanti e se ne vanno senza alcun prodotto in mano. È uno dei tanti “Punti Vendita Ricarica” (PVR) che, secondo le indagini dell’Agenzia delle Dogane e dei Monopoli (ADM) e delle Direzioni Distrettuali Antimafia (DDA), sono diventati il terminale fisico di una rete finanziaria parallela. Una rete che usa il gioco d’azzardo, scommesse sportive, poker online, slot machine, per ripulire il denaro del narcotraffico. Il contante della droga entra in questi punti vendita, viene convertito in crediti digitali su piattaforme offshore, “giocato” in modo da simulare vincite, e infine prelevato come denaro pulito. È la nuova frontiera del riciclaggio: silenziosa, diffusa, e difficilmente tracciabile.
La metamorfosi del riciclaggio: dal contante al click
Per decenni, il riciclaggio di denaro sporco si è appoggiato ai canali bancari tradizionali: depositi frazionati, società di comodo, fatture false. Ma la stretta normativa antiriciclaggio, l’introduzione di limiti all’uso del contante e l’obbligo di segnalazione delle operazioni sospette da parte degli intermediari finanziari hanno reso quei canali più rischiosi per la criminalità organizzata. I clan hanno quindi cercato alternative più fluide, meno regolamentate e più difficili da intercettare. Il settore del gioco d’azzardo, in particolare quello online e quello fisico diffuso tramite piccoli esercizi commerciali, ha offerto una soluzione quasi perfetta.
Il meccanismo è semplice nella sua architettura, ma sofisticato nella sua esecuzione. Il denaro contante proveniente dal traffico di stupefacenti viene introdotto nel circuito legale attraverso la ricarica di conti di gioco su piattaforme online, spesso registrate in giurisdizioni offshore con controlli antiriciclaggio blandi o inesistenti. Una volta convertito in credito digitale, il denaro può essere “giocato” su scommesse sportive, partite di poker online o slot machine virtuali. Le vincite, spesso frutto di puntate preordinate o di partite truccate, vengono poi prelevate tramite bonifici, carte prepagate o criptovalute, e rientrano nell’economia legale come proventi da gioco, fiscalmente giustificabili in molti Paesi.
Secondo le relazioni annuali dell’Unità di Informazione Finanziaria (UIF) e i rapporti della Direzione Investigativa Antimafia (DIA), il comparto del gioco illegale e non regolamentato rappresenta una delle principali aree di rischio per il riciclaggio. Le segnalazioni di operazioni sospette provenienti dal settore del gioco sono aumentate costantemente negli ultimi anni, con un’incidenza elevata di casi collegati a contante, prestanome e trasferimenti verso paradisi fiscali.
I Punti Vendita Ricarica: sportelli bancari senza licenza
Il cuore fisico di questo sistema sono i Punti Vendita Ricarica. Si tratta, nella maggior parte dei casi, di tabaccherie, bar, edicole, internet point, phone center o sale giochi che, oltre alla loro attività principale, offrono la possibilità di ricaricare conti di gioco online. La normativa italiana distingue nettamente tra la raccolta di scommesse fisiche, che richiede una licenza di pubblica sicurezza ai sensi dell’articolo 88 del Testo Unico delle Leggi di Pubblica Sicurezza (TULPS) e una concessione rilasciata dall’ADM, e la semplice vendita di ricariche elettroniche per conti di gioco. Quest’ultima attività, nella prassi commerciale, è spesso considerata un mero servizio accessorio, assimilabile alla vendita di ricariche telefoniche o di carte prepagate, e non richiede una specifica licenza di pubblica sicurezza.
È proprio in questo vuoto normativo che si insinua la criminalità organizzata. Un PVR senza licenza di pubblica sicurezza può operare come un vero e proprio sportello bancario abusivo: accetta contante in grandi quantità, non applica adeguati controlli di identificazione (o li elude con documenti falsi o prestanome), e trasforma quel contante in moneta elettronica accreditata su piattaforme di gioco. In molti casi, i PVR sono gestiti direttamente da soggetti legati ai clan, oppure sono compiacenti e ricevono una percentuale per ogni operazione di ricarica.
Le indagini condotte dalla Guardia di Finanza e dalle DDA hanno documentato come questi esercizi commerciali, apparentemente innocui, registrino volumi di ricariche del tutto sproporzionati rispetto alla loro posizione o alla loro clientela. In alcuni casi, i registratori di cassa riportano incassi per centinaia di migliaia di euro al giorno, nonostante il negozio venda solo bibite e schede telefoniche. Il contante viene poi drenato verso conti correnti intestati a società di comodo, o trasferito all’estero tramite circuiti di money transfer o criptovalute.
La definizione di “filiali bancarie abusive” non è un’iperbole giornalistica. Questi PVR svolgono di fatto funzioni di deposito e trasferimento di denaro senza essere autorizzati come istituti di pagamento o istituti finanziari, violando la normativa bancaria e antiriciclaggio. In numerosi provvedimenti di sequestro preventivo, i giudici per le indagini preliminari hanno qualificato tali attività come esercizio abusivo del credito, riciclaggio e, in taluni casi, associazione per delinquere finalizzata al trasferimento fraudolento di valori.
Il circuito offshore: server esteri e giurisdizioni compiacenti
Le piattaforme di gioco utilizzate per il riciclaggio non sono, nella maggior parte dei casi, i concessionari autorizzati dallo Stato italiano. Sono invece piattaforme create o acquisite ad hoc, registrate in giurisdizioni offshore o in Paesi con regolamentazioni permissive e scarsa cooperazione internazionale. Malta, Curaçao, Gibilterra, Alderney, Kahnawake, Cipro e alcune isole dei Caraibi sono tra le destinazioni più ricorrenti. Qui, ottenere una licenza di gioco è relativamente semplice ed economico, e i controlli antiriciclaggio sono spesso superficiali o facilmente aggirabili.
La criminalità organizzata non si limita a utilizzare piattaforme esistenti: in diversi casi emersi dalle inchieste, i clan hanno creato vere e proprie società di gestione di gioco online, intestate a prestanome, con server collocati in data center esteri. Queste piattaforme “parallele” replicano l’aspetto e le funzionalità dei siti legali, ma sono completamente al di fuori del perimetro regolatorio italiano. L’ADM ha il potere di oscurare i siti non autorizzati che offrono gioco in Italia, ma l’oscuramento è spesso aggirato tramite mirror, domini alternativi e VPN. Inoltre, l’oscuramento colpisce il sito web, ma non i flussi finanziari che continuano a scorrere attraverso i PVR.
Il denaro raccolto nei PVR italiani viene aggregato su conti correnti nazionali, spesso intestati a società di comodo o a persone compiacenti, e poi trasferito all’estero. I tracciamenti finanziari effettuati dalla Guardia di Finanza e dall’ADM mostrano un flusso costante verso paradisi fiscali come Panama, le Isole Vergini Britanniche, le Seychelles e, in Europa, Malta e Cipro. Una parte dei proventi viene convertita in criptovalute, che offrono un ulteriore livello di anonimato e rendono ancora più complessa la ricostruzione della catena del denaro.
Il ruolo dell’ADM e i buchi normativi
L’Agenzia delle Dogane e dei Monopoli è l’organismo deputato alla regolazione del gioco pubblico in Italia. Tra i suoi compiti vi è il contrasto al gioco illegale, l’oscuramento dei siti non autorizzati e la vigilanza sui concessionari. Tuttavia, la struttura normativa presenta falle significative che facilitano l’infiltrazione criminale.
In primo luogo, la disciplina dei Punti Vendita Ricarica è frammentata e poco chiara. Mentre i punti di raccolta delle scommesse fisiche sono soggetti a una rigorosa disciplina, licenza di pubblica sicurezza, requisiti di onorabilità, controlli periodici, la vendita di ricariche per conti di gioco online non è uniformemente regolamentata. Molti esercizi commerciali svolgono questa attività senza alcuna autorizzazione specifica, basandosi sulla generica licenza commerciale. Questo crea una zona grigia in cui è possibile operare come intermediari finanziari senza essere sottoposti agli obblighi antiriciclaggio previsti per gli istituti di pagamento.
In secondo luogo, le piattaforme estere non concessionarie sfuggono alla normativa italiana. Non sono tenute a identificare i giocatori con la stessa rigidità dei concessionari, non devono segnalare le operazioni sospette alla UIF e non sono soggette ai controlli dell’ADM. Anche quando l’ADM procede all’oscuramento, il provvedimento ha un’efficacia limitata: il sito viene reso irraggiungibile dai provider italiani, ma i giocatori possono aggirare il blocco con facilità, e i flussi finanziari non si interrompono.
In terzo luogo, manca un registro unico dei Punti Vendita Ricarica e una tracciabilità efficace delle operazioni di ricarica effettuate in contante. Le ricariche di modico importo, se frazionate, non attivano gli obblighi di segnalazione previsti dalla normativa antiriciclaggio. La tecnica dello “smurfing”, il frazionamento di grandi somme in tante piccole operazioni, è ampiamente utilizzata per eludere i controlli. In assenza di un monitoraggio aggregato, è quasi impossibile individuare i PVR che movimentano volumi anomali.
Le inchieste delle DDA: il caso delle piattaforme parallele
Le Direzioni Distrettuali Antimafia di diverse città italiane hanno condotto indagini che hanno portato alla luce la portata del fenomeno. I provvedimenti di sequestro e le ordinanze di custodia cautelare emessi negli ultimi anni descrivono un quadro inquietante: clan mafiosi che gestiscono reti di PVR e piattaforme di gioco online come vere e proprie imprese finanziarie.
In Lombardia, ad esempio, indagini coordinate dalla DDA di Milano hanno rivelato come la ’ndrangheta avesse creato una rete di punti vendita in bar e tabaccherie compiacenti, utilizzati per raccogliere il denaro dello spaccio e convertirlo in crediti di gioco su piattaforme registrate a Malta e a Curaçao. I crediti venivano poi “giocati” su partite di poker online truccate, in cui i partecipanti erano tutti prestanome collegati al clan. Le vincite, formalmente legittime, venivano prelevate tramite bonifici su conti correnti italiani e reinvestite in attività commerciali apparentemente pulite.
In Campania, le indagini hanno messo in luce il ruolo della camorra nel controllo di sale giochi e PVR. I clan imponevano l’installazione di terminali per la ricarica di piattaforme illegali, incassando una percentuale su ogni operazione. Il denaro raccolto veniva poi trasferito all’estero attraverso società di comodo con sede a Cipro e nelle Isole Vergini Britanniche, per essere infine reimpiegato nel traffico di stupefacenti o nell’acquisto di immobili.
In Sicilia, la mafia ha utilizzato i PVR per riciclare i proventi delle estorsioni e del traffico di droga. Le inchieste hanno documentato come i punti vendita fossero in grado di movimentare somme ingenti senza destare sospetti, grazie alla frammentazione delle ricariche e all’uso di documenti falsi. I provvedimenti delle DDA hanno portato al sequestro di intere piattaforme, server, conti correnti e immobili, per un valore complessivo di centinaia di milioni di euro.
Queste indagini dimostrano come il gioco d’azzardo online sia diventato uno strumento privilegiato per il riciclaggio, proprio per la sua capacità di trasformare il contante in moneta elettronica e di giustificare l’origine dei fondi attraverso vincite formalmente lecite. Le DDA hanno contestato, oltre al riciclaggio, anche il reato di associazione per delinquere di stampo mafioso, riconoscendo la gestione delle piattaforme come un’attività economica criminale strutturata.
Flussi finanziari e paradisi fiscali: il tracciamento
Il tracciamento dei flussi finanziari è uno degli aspetti più complessi delle indagini. Il denaro contante introdotto nei PVR segue percorsi tortuosi, progettati per spezzare la catena di tracciabilità. In una prima fase, il contante viene aggregato e depositato su conti correnti nazionali, spesso intestati a società di comodo o a prestanome. Questi conti sono alimentati da versamenti frazionati, inferiori alla soglia di segnalazione, per non attirare l’attenzione degli intermediari finanziari.
In una seconda fase, i fondi vengono trasferiti all’estero tramite bonifici, spesso verso società con sede in paradisi fiscali o in Paesi con una cooperazione giudiziaria limitata. Le destinazioni più frequenti, secondo i dati emersi dalle inchieste, sono Malta, Cipro, il Regno Unito (in particolare Gibilterra e le isole del Canale), Panama, le Isole Vergini Britanniche e le Seychelles. In alcuni casi, i trasferimenti avvengono tramite circuiti di money transfer o attraverso l’acquisto di criptovalute, che offrono un ulteriore livello di anonimato.
In una terza fase, il denaro rientra in Italia o in altri Paesi come “vincita” da gioco, accreditata su conti correnti personali o su carte prepagate. Queste vincite sono formalmente legittime e, in molti Paesi, godono di un regime fiscale agevolato. La documentazione fornita dalle piattaforme, estratti conto di gioco, certificati di vincita, contribuisce a rendere plausibile l’origine dei fondi.
L’Unità di Informazione Finanziaria svolge un ruolo cruciale nell’analisi delle segnalazioni di operazioni sospette provenienti dal settore del gioco. Le segnalazioni relative a PVR e piattaforme online sono in costante aumento, ma la UIF ha più volte evidenziato la necessità di una maggiore collaborazione da parte degli intermediari finanziari e di un potenziamento degli strumenti di analisi. Le difficoltà di cooperazione internazionale con i paradisi fiscali rappresentano un ostacolo significativo: le richieste di informazioni inviate alle autorità di quei Paesi spesso restano senza risposta o giungono con ritardi tali da compromettere le indagini.
Le tecniche di riciclaggio: dal money muling al gioco d’azzardo
Il riciclaggio attraverso il gioco d’azzardo si avvale di tecniche consolidate, affinate nel tempo dalla criminalità organizzata. La più diffusa è lo “smurfing”, ovvero il frazionamento di grandi somme di contante in tante piccole operazioni di ricarica, ciascuna inferiore alla soglia di segnalazione. Un PVR può effettuare centinaia di ricariche al giorno, ognuna di importo contenuto, senza che alcun sistema di monitoraggio riesca a individuare il volume complessivo.
Un’altra tecnica è il “money muling”, l’uso di prestanome che aprono conti di gioco e carte di pagamento intestate a loro, ma gestite di fatto dalla criminalità. Questi prestanome, spesso persone in difficoltà economica o reclutate con l’inganno, ricevono una percentuale per ogni operazione. I loro conti vengono utilizzati per movimentare il denaro sporco e per prelevare le “vincite”.
Il gioco d’azzardo offre anche la possibilità di simulare vincite attraverso partite truccate o scommesse preordinate. Nel poker online, ad esempio, i membri di un’organizzazione criminale possono sedersi allo stesso tavolo e far vincere deliberatamente un prestanome, trasferendo così il denaro da un conto all’altro in modo apparentemente legittimo. Nelle scommesse sportive, si possono organizzare partite truccate o scommettere su eventi dal risultato scontato, in modo da giustificare le vincite.
Le slot machine online rappresentano un ulteriore strumento: i criminali possono manipolare i generatori di numeri casuali (RNG) o sfruttare bonus e promozioni per trasformare il denaro sporco in vincite pulite. In alcuni casi, le piattaforme illegali sono progettate specificamente per il riciclaggio, con un tasso di vincita artificialmente alto per i giocatori compiacenti.
La risposta delle istituzioni: tra sequestri e nuove regole
Le istituzioni italiane hanno intensificato negli ultimi anni il contrasto a questo fenomeno. Le operazioni di polizia condotte dalla Guardia di Finanza, dai Carabinieri e dalla Polizia di Stato, coordinate dalle DDA, hanno portato a numerosi sequestri di PVR, piattaforme online, server, conti correnti e beni immobili. L’ADM ha potenziato l’attività di oscuramento dei siti illegali e ha avviato controlli più incisivi sui punti vendita di gioco fisico. Tuttavia, la risposta istituzionale sconta ancora la frammentazione normativa e la difficoltà di tracciare i flussi finanziari internazionali.
Sul piano normativo, alcune modifiche sono state introdotte per ridurre i rischi. Il Decreto Dignità del 2018 ha vietato la pubblicità del gioco d’azzardo, ma non ha affrontato direttamente il problema dei PVR. Altre iniziative legislative hanno proposto l’introduzione di un registro nazionale dei Punti Vendita Ricarica, con l’obbligo di licenza di pubblica sicurezza e di adeguata verifica della clientela. Alcune Regioni hanno adottato misure più restrittive, ma manca una disciplina uniforme a livello nazionale.
Le banche e gli istituti di pagamento sono chiamati a svolgere un ruolo più attivo nella segnalazione di flussi anomali. La UIF ha fornito indicazioni specifiche per il settore del gioco, invitando gli intermediari a prestare particolare attenzione alle operazioni di ricarica effettuate in contante e ai trasferimenti verso giurisdizioni offshore. Tuttavia, la cooperazione internazionale resta il punto debole: senza un’efficace collaborazione con i paradisi fiscali e le giurisdizioni compiacenti, il tracciamento dei flussi finanziari è destinato a rimanere incompleto.
La cassa continua è ancora aperta?
Il fenomeno dell’infiltrazione criminale nel settore delle scommesse, del poker online e delle slot machine, attraverso i Punti Vendita Ricarica privi di licenza, rappresenta una delle sfide più insidiose per il contrasto al riciclaggio. La combinazione di contante, gioco d’azzardo e giurisdizioni offshore crea un circuito finanziario parallelo, in cui il denaro sporco del narcotraffico viene trasformato in vincite apparentemente legittime e reinserito nell’economia legale.
Nonostante gli sforzi delle istituzioni, la “cassa continua” della criminalità sembra ancora aperta. I PVR abusivi continuano a operare in molte città italiane, le piattaforme offshore prosperano e i flussi finanziari verso i paradisi fiscali non si arrestano. La convenienza economica per i clan è troppo elevata, e i rischi di individuazione sono ancora contenuti, grazie alle falle normative e alla difficoltà di cooperazione internazionale.
Per chiudere questa cassa continua è necessario un intervento su più fronti: una normativa chiara e uniforme sui Punti Vendita Ricarica, con l’obbligo di licenza di pubblica sicurezza e di adeguata verifica della clientela; un potenziamento dei controlli dell’ADM e della Guardia di Finanza sui punti vendita sospetti; una maggiore cooperazione internazionale per il tracciamento dei flussi finanziari; e l’uso di strumenti di analisi avanzati, come l’intelligenza artificiale e i big data, per individuare i pattern di riciclaggio.
Solo così sarà possibile spezzare il legame tra il contante del narcotraffico e il gioco d’azzardo, e restituire al settore del gaming la sua funzione di intrattenimento legale, sottraendolo alla presa della criminalità organizzata. Fino ad allora, i Punti Vendita Ricarica resteranno le filiali bancarie abusive di un impero finanziario sommerso, alimentato dal denaro della droga e protetto dall’opacità dei paradisi fiscali.
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