Giornalismo

Rai e Ranucci, oltre le tifoserie

Ranucci può difendersi, ma non trasformare una vicenda personale in una battaglia sulla libertà di stampa. La Rai spieghi le sue scelte. Ai cittadini servono fatti, non tifoserie.

25 Settembre 2026

Intervengo solo ora sulla vicenda Ranucci-Rai, per non alimentare un confronto che troppo spesso assume i toni da tifoseria.

La decisione della Rai di sostituire Ranucci alla conduzione di Report ha aperto un confronto che comprende la contestazione del giornalista, il ricorso alla magistratura e il procedimento disciplinare avviato dall’azienda. Sullo sfondo c’è anche la vicenda giudiziaria relativa all’attentato subito da Ranucci e ai suoi rapporti con Valter Lavitola.

Sono piani diversi. Un procedimento disciplinare non è una sentenza, un’indagine non equivale a una responsabilità accertata e una scelta editoriale non è automaticamente censura. Allo stesso modo, contestare una decisione aziendale non ne dimostra di per sé l’illegittimità.

È proprio questa distinzione che sembra perdersi nel dibattito pubblico, sempre più simile a una partita di calcio: da una parte i sostenitori di Ranucci, dall’altra quelli della Rai, con ogni nuovo elemento interpretato secondo appartenenze già definite.

È una deriva da evitare. La libertà di informazione non appartiene a una parte politica e non richiede giornalisti trasformati in simboli intoccabili. Ma neppure le decisioni della Rai diventano corrette per il solo fatto di provenire dai suoi vertici.

Ranucci ha naturalmente il diritto di difendere il proprio lavoro. Ma proprio qui emerge una questione che merita di essere detta con chiarezza: la difesa della propria posizione non dovrebbe essere sovrapposta alla difesa della libertà di stampa.

Ranucci è un giornalista, non la libertà di informazione. Report è un programma del servizio pubblico, non il suo patrimonio personale. Presentare ogni contrasto con la Rai come uno scontro fra il giornalismo libero e il potere rischia di personalizzare una questione che dovrebbe invece essere valutata attraverso fatti, regole e procedure.

È una critica che non riguarda la qualità del lavoro svolto in passato, ma il modo in cui viene interpretato il conflitto presente. La fermezza è legittima; la trasformazione della propria vicenda in una battaglia simbolica rischia invece di impoverire il confronto e di alimentare proprio quella polarizzazione che il giornalismo dovrebbe contribuire a superare.

L’autorevolezza professionale merita rispetto, ma non può diventare immunità dalle regole. Chi esercita un ruolo pubblico, soprattutto nel servizio pubblico, deve accettare che anche le proprie scelte e le proprie condotte siano sottoposte a verifica.

La Rai, dal canto suo, ha una responsabilità altrettanto precisa. In quanto servizio pubblico, deve rendere comprensibili le ragioni delle proprie decisioni, soprattutto quando riguardano una figura e un programma di forte esposizione pubblica. Criteri, procedure e motivazioni devono essere chiari e verificabili.

Autonomia editoriale e responsabilità devono procedere insieme. Report non può coincidere con Ranucci, così come la Rai non coincide con i suoi dirigenti. Il valore di un programma e quello di un servizio pubblico dovrebbero sopravvivere alle singole persone.

Anche la politica dovrebbe mantenere le distanze. Trasformare questa vicenda in una battaglia di schieramento significa sottrarre spazio alle domande che contano: quali sono i fatti, quali regole sono state applicate e se le procedure sono state rispettate.

Ranucci ha il diritto di difendersi, la Rai il dovere di motivare le proprie scelte. Ai cittadini spetta il diritto di conoscere i fatti e di poter contare su un’informazione libera, rigorosa e pluralista.

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