Criminalità
Sicilia: la casa sul confine che ha cambiato gli equilibri della droga: inizia così l’ascesa di Denny Lalollari
Quarta Puntata – Nel casolare tra Vittoria e Gela vengono trovati hashish e cocaina. Dopo il sequestro Luzim Ndreu viene arrestato e affida a Lalollari il compito di rappresentarlo . È da quel momento che Denny comincia la sua ascesa e incrocia u puorcu e i matriali.
Nelle prime tre puntate abbiamo seguito il presente, ricostruendo gli equilibri criminali che si muovono tra Vittoria, Santa Croce Camerina, Scoglitti e Comiso, il peso crescente della componente albanese, il ruolo di “u Puorcu” e dei Matriali, i tentativi di conquistare le piazze di spaccio e una rete nella quale droga, uomini e territorio finiscono per incontrarsi senza necessariamente appartenere alla stessa organizzazione. Abbiamo visto alleanze, fratture, pestaggi, auto incendiate, ordini impartiti e rifiutati, fino a una domanda che attraversa tutta l’inchiesta: quando comincia davvero a prendere forma il sistema che oggi prova a governare una parte del mercato della droga nel Ragusano?
Per trovare una risposta bisogna lasciare per un momento il presente e tornare indietro di sette anni, al febbraio del 2019, quando in un casolare costruito sulla linea di confine tra Vittoria e Gela gli investigatori trovano hashish, cocaina e tre uomini destinati, ciascuno in modo diverso, a lasciare un segno negli equilibri successivi: Luzim Ndreu, Pandeli Prifti e Kujtim Rapushi. È da quella casa, da un carico sequestrato e soprattutto dal debito che sopravvive alla perdita della droga, che comincia a emergere una gerarchia e prende forma l’ascesa di Auglent “Denny” Lalollari.
La casa sul confine: gli arresti del 2019 e l’ascesa di Denny Lalollari
Per capire quando Auglent “Denny” Lalollari comincia a diventare qualcosa di più di un uomo inserito nel circuito bisogna tornare al momento in cui quella rete mostra per la prima volta una parte della propria struttura, non dentro un bar, una piazza di spaccio o una strada di Vittoria, ma in un casolare nelle campagne tra Vittoria e Gela, dove nel febbraio del 2019 gli investigatori trovano Luzim Ndreu, Pandeli Prifti e Kujtim Rapushi, insieme a hashish e cocaina, parte della quale nascosta dentro un’intercapedine dell’immobile, facendo emergere da quella casa un metodo destinato a sopravvivere agli arresti, alle uscite di scena e ai cambiamenti degli uomini.
Quel casolare oggi è ancora lì, con i suoi ricordi e i suoi segreti.
La casa che divide due territori
È il 2 febbraio 2019 quando vengono arrestati Luzim Ndreu, Pandeli Prifti e Kujtim Rapushi e, nel corso dell’operazione, vengono sequestrati circa cinquanta chilogrammi di hashish e quasi un chilogrammo di cocaina tra il casolare e un’automobile, mentre una parte dello stupefacente viene trovata dentro un’intercapedine dell’immobile, un particolare che suggerisce una funzione diversa da quella di un semplice rifugio occasionale e restituisce l’idea di un luogo scelto per custodire la merce e mantenerla lontana dagli occhi indiscreti.
Il casolare si trova esattamente sulla linea di confine tra Vittoria e Gela, in una posizione che consente di raggiungere rapidamente entrambi i territori, e gli uomini avrebbero potuto scegliere una masseria più interna, un’abitazione maggiormente isolata o uno dei tanti immobili disseminati nelle campagne, ma utilizzano proprio quel punto, dove la droga può arrivare, essere nascosta, suddivisa e rimessa in movimento senza costringere uomini e automobili a gravitare sempre attorno allo stesso centro urbano.
La scelta del luogo restituisce già un primo elemento del metodo, perché la geografia criminale non segue necessariamente i confini amministrativi ma le esigenze della filiera, i tempi di percorrenza, le possibilità di occultamento, le vie di accesso e la rapidità con cui la merce può passare da chi la riceve a chi dovrà distribuirla, e il casolare del 2019 mostra così un sistema nel quale lo stupefacente viene tenuto lontano dalle piazze, custodito in punti funzionali e successivamente frammentato verso mercati differenti.
Ma è ciò che accade dopo il sequestro a mostrare che dietro quella merce non ci sono soltanto tre uomini e un nascondiglio, perché proprio nel momento in cui il carico viene perduto cominciano a diventare visibili rapporti economici, debiti e gerarchie che fino a quel momento erano rimasti nascosti dietro la movimentazione della droga.
In quella fase Luzim Ndreu, Pandeli Prifti e Kujtim Rapushi avrebbero avuto un peso comparabile dentro il circuito, non semplicemente come uomini incaricati di trasportare droga da un punto all’altro, ma come soggetti capaci di mantenere collegamenti tra chi dispone dello stupefacente e chi deve riceverlo, dentro una filiera nella quale garantire continuità agli affari vale spesso quanto possedere materialmente la merce.
È il sequestro a rompere questa apparente parità e a far emergere con maggiore chiarezza la posizione di Ndreu, perché quando la polizia porta via il carico quella droga non perde il proprio valore soltanto perché è finita nelle mani degli investigatori: qualcuno l’ha affidata, qualcuno dall’altra parte della filiera aspetta comunque di essere pagato e, a quel punto, qualcuno deve decidere se rispondere di quella perdita oppure lasciare che il rapporto con i fornitori si spezzi.
Ndreu sceglie di rispondere.
Dal carcere si fa garante della restituzione del denaro corrispondente alla droga sequestrata e fa sapere a chi aveva messo a disposizione il carico che gli accordi sarebbero stati rispettati, perché il carico è ormai perduto ma il debito resta e quella perdita non deve spezzare i rapporti con chi aveva fornito la merce. In un sistema costruito sulla fiducia e sul credito, nel quale la parola data tiene insieme affari che non possono essere affidati a contratti, assumersi il peso economico di una partita ormai nelle mani dello Stato significa dimostrare di poter rispondere dell’affare anche quando tutto è andato storto e, soprattutto, di essere ancora in grado di garantire la continuità dei rapporti.
È proprio in quel momento che la posizione di Ndreu assume un significato diverso, perché il suo peso non dipende più soltanto dalla disponibilità della droga o dalla capacità di muoverla, ma dalla possibilità di continuare a tenere insieme relazioni e accordi anche mentre si trova in carcere.
Per far arrivare all’esterno la propria parola, tuttavia, Ndreu ha bisogno di qualcuno capace di portare i suoi messaggi, mantenere aperti i collegamenti e rappresentarlo nei rapporti che non possono essere lasciati sospesi, ed è in questo spazio che compare Auglent “Denny” Lalollari.
Denny diventa il suo messaggero e referente, incaricato di comunicare che il debito sarebbe stato onorato e di tenere vivi i rapporti mentre Ndreu è detenuto, in un passaggio fondamentale per entrambi, perché Ndreu conferma il proprio peso continuando a rispondere degli affari anche dalla cella, mentre Lalollari, scelto come uomo di fiducia, entra attraverso quella delega in relazioni che fino a quel momento appartenevano a un livello superiore al suo e comincia a conoscere interlocutori, dinamiche e meccanismi ai quali prima aveva soltanto un accesso parziale.
È da quel momento che le loro strade si legano definitivamente.
Lo spazio aperto dagli arresti
Con Ndreu, Prifti e Rapushi in carcere, una parte della rete rimane priva dei suoi uomini sul territorio e Lalollari, proprio grazie alla funzione ricevuta, comincia progressivamente a occupare quello spazio, non attraverso un’investitura pubblica o un passaggio di consegne formalizzato, perché in ambienti di questo tipo non esistono organigrammi da aggiornare, ma attraverso qualcosa di molto più concreto: la fiducia di chi conserva un ruolo nella rete, la possibilità di conoscere interlocutori, comprendere meccanismi e consolidare relazioni che fino a quel momento gli erano soltanto parzialmente accessibili.
È in questa fase che comincia realmente la sua carriera, mentre cresce all’ombra di Ndreu e, nello stesso tempo, costruisce uno spazio proprio, garantendo continuità a rapporti che gli arresti avrebbero potuto indebolire e diventando progressivamente un uomo capace non soltanto di muoversi nel circuito, ma di tenerne insieme una parte.
Nel frattempo Prifti e Rapushi, dopo il carcere, cominciano ad allontanarsi dal giro, non attraverso una rottura consumata in una sola notte ma con un arretramento progressivo, e quando Lalollari tenterà in seguito di farli rientrare, provando a ricomporre almeno una parte del vecchio gruppo, non riuscirà a riportare indietro uomini che avevano ormai imboccato un’altra strada.
L’equilibrio originario non si ricostruisce più, perché Prifti e Rapushi escono progressivamente dalla scena, Ndreu conserva la propria posizione e Lalollari, entrato in quella fase come uomo di fiducia, ne esce con un peso molto maggiore rispetto a quello che possedeva prima degli arresti.
L’altra metà del sistema
Per capire dove conduce quella trasformazione bisogna però allargare lo sguardo oltre il gruppo albanese, perché la storia cominciata nel casolare tra Vittoria e Gela non rimane confinata dentro quella componente e soprattutto non cresce in un territorio vuoto, dal momento che a Vittoria esiste già un mondo criminale capace di controllare uomini, piazze e relazioni, mentre gli albanesi sviluppano una forza differente, legata soprattutto all’approvvigionamento dello stupefacente, ai collegamenti e alla capacità di muovere droga da un territorio all’altro.
È dentro questo spazio che, negli anni successivi, acquistano peso “u Puorcu” e i Matriali, destinati a diventare uno dei principali baricentri degli equilibri criminali vittoriesi e a incrociare la componente albanese riconducibile a Ndreu e, durante la sua assenza, a Lalollari, non necessariamente dentro una struttura unica o un’organizzazione nella quale tutti rispondono allo stesso comando, ma attraverso mondi distinti che finiscono per avere interesse a parlarsi perché ciascuno possiede qualcosa che serve all’altro.
Da una parte ci sono lo stupefacente, i collegamenti e la capacità di approvvigionamento, dall’altra il territorio, gli uomini e l’accesso alle reti locali, e la forza che ne deriva non dipende più soltanto dal controllo di una piazza o dalla disponibilità di un carico di cocaina, ma dalla capacità di mettere insieme funzioni differenti senza necessariamente fondere le organizzazioni che le esercitano, perché il punto nel quale quei mondi finiscono per incontrarsi rimane sempre lo stesso: l’affare.
Il casolare del 2019 non dimostra che questi rapporti esistessero già allora e non consente di retrodatare automaticamente alleanze maturate negli anni successivi, ma permette di osservare uno dei pezzi del sistema prima che quel sistema assuma la forma che conosciamo oggi, con la droga tenuta lontano dalle piazze, i depositi collocati in punti strategici, la merce frammentata verso territori differenti e uomini capaci di garantire continuità ai rapporti anche quando un arresto interrompe temporaneamente la catena.
Quando Prifti e Rapushi escono progressivamente dalla scena, Lalollari ha ormai conquistato relazioni, autonomia e interlocutori che prima non possedeva, ma quella crescita non è senza limiti, perché sopra lo spazio che Denny è riuscito a costruire continua a esserci una gerarchia e quella gerarchia porta ancora il nome di Luzim Ndreu.
“Zio” e “nipote”
Quando Ndreu esce dal carcere e torna a occupare direttamente la posizione che aveva lasciato, Lalollari fa un passo indietro senza che emerga uno scontro per il comando, senza che si consumi una frattura e senza che quella crescita maturata durante l’assenza dello “zio” si trasformi in una guerra interna, perché Denny riconosce quel ritorno e, con esso, il ruolo dell’uomo che per primo gli aveva affidato un compito tanto delicato.
Quel passo indietro non cancella il peso conquistato da Lalollari, ma mostra con chiarezza la gerarchia dentro la quale la sua stessa crescita era maturata, perché durante l’assenza di Ndreu aveva acquisito relazioni, autonomia e capacità operative senza però trasformare quel percorso in una sfida all’uomo dal quale tutto era cominciato.
La confidenza tra i due arriva al punto che Lalollari chiama Ndreu “zio” e Ndreu chiama Lalollari “nipote”, pur non esistendo tra loro alcun rapporto di parentela, perché quelle parole raccontano altro, definiscono una posizione, riconoscono una gerarchia e allo stesso tempo certificano un legame costruito sulla fiducia, nel quale Lalollari conosce il posto di Ndreu e Ndreu riconosce il peso conquistato da Lalollari durante la propria assenza.
Non è semplicemente un modo di dire, ma un modus vivendi, una regola non scritta che stabilisce chi può avanzare, fino a dove può farlo e soprattutto quando deve fermarsi, perché in un ambiente nel quale denaro, droga, debiti e violenza convivono nello stesso spazio riconoscere la gerarchia non rappresenta soltanto una forma di rispetto, ma può diventare una condizione necessaria per continuare a muoversi all’interno del sistema senza trasformare ogni avanzamento in una sfida e ogni sfida in una resa dei conti.
È dentro questa relazione che si comprende fino in fondo l’ascesa di Lalollari, perché durante l’assenza di Ndreu entra nei rapporti che contano e acquista autonomia, mentre quando lo “zio” torna conserva il peso conquistato ma riconosce la gerarchia dalla quale quella crescita era cominciata, dimostrando che in quel mondo sapere quando avanzare conta quanto sapere quando fermarsi.
Resta allora una domanda, forse la più importante per capire ciò che accadrà negli anni successivi: perché Ndreu sceglie proprio lui?
Nella prossima puntata tornerò indietro di qualche mese, a Comiso, quando il nome di Lalollari comincia a emergere e la violenza, prima ancora della cocaina, lascia intravedere le caratteristiche dell’uomo sul quale Ndreu avrebbe deciso di puntare.
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