Filosofia
Addio a Luisa Muraro, la filosofa della differenza che non smise mai di interrogare il mondo
Luisa Muraro, tra le più influenti filosofe italiane del Novecento, ha segnato il femminismo contemporaneo con un pensiero originale sulla libertà femminile, la maternità e le relazioni.
Con la morte di Luisa Muraro, avvenuta oggi a Milano alla vigilia del suo ottantaseiesimo compleanno, l’Italia perde una delle sue intellettuali più originali e influenti. Filosofa, saggista, fondatrice della Libreria delle donne di Milano e anima della comunità filosofica Diotima, Muraro ha attraversato oltre mezzo secolo di storia culturale italiana lasciando un segno profondo nel pensiero femminista e nel dibattito pubblico.
Nata nel 1940 a Montecchio Maggiore, in provincia di Vicenza, Muraro non fu soltanto una studiosa. Fu una pensatrice capace di trasformare l’esperienza vissuta in teoria e la teoria in pratica politica. Per lei il femminismo non era una dottrina ma una ricerca continua di libertà. «La libertà femminile esiste», amava ripetere, invitando le donne a riconoscerla e a esercitarla senza attendere autorizzazioni o riconoscimenti esterni.
Il cuore della sua riflessione era la differenza sessuale. In un’epoca in cui molte battaglie femministe si concentravano soprattutto sull’uguaglianza, Muraro indicò una strada diversa: valorizzare la differenza tra uomini e donne come fonte di significato e non come ostacolo da eliminare. Da questa intuizione nacquero opere fondamentali, tra cui L’ordine simbolico della madre, uno dei libri più influenti della filosofia femminista europea.
Muraro attribuiva grande importanza alla relazione con la madre e alla dimensione simbolica della nascita. «Venire al mondo» non era per lei un semplice fatto biologico, ma l’origine stessa della nostra esperienza umana. Da questa concezione derivava anche la sua critica alla maternità surrogata, tema sul quale intervenne più volte negli ultimi anni.
Pur lontana da ogni approccio moralistico, Muraro considerava la gestazione per altri una pratica problematica perché rischiava, a suo giudizio, di trasformare il corpo femminile e la generazione della vita in oggetti di contratto e di scambio. La sua opposizione non nasceva da posizioni conservatrici, ma da una riflessione radicale sul significato della maternità, del desiderio e della relazione originaria tra madre e figlio. Anche su questo tema, come su molti altri, preferì sottrarsi agli schieramenti precostituiti, mantenendo una posizione autonoma che suscitò discussioni e talvolta critiche.
Negli ultimi decenni Muraro si era dedicata sempre più al rapporto tra filosofia, spiritualità e linguaggio, esplorando figure della tradizione mistica cristiana e interrogandosi sul senso dell’autorità, della fede e della libertà. Lo fece sempre con uno stile inconfondibile: rigoroso ma accessibile, colto ma mai accademico.
La sua scomparsa lascia un vuoto difficile da colmare. Eppure il lascito di Luisa Muraro continua a vivere nelle sue opere, nelle comunità di pensiero che ha contribuito a creare e nelle tante persone che hanno trovato nelle sue parole uno strumento per leggere il mondo in modo diverso.
In tempi di semplificazioni e contrapposizioni ideologiche, Muraro ha insegnato che il pensiero autentico nasce dall’esperienza e dalla relazione. È forse questa la sua eredità più preziosa: l’invito a non smettere mai di interrogare la realtà, anche quando le risposte sembrano già scritte.
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