Cronaca

Il feed della rabbia: perché le piazze dei ragazzi non si possono ridurre agli scontri

i trend di TikTok e le piazze europee: meme, inni e solidarietà generazionale, le proteste giovanili superano i vecchi schemi. Oltre la narrazione degli scontri, emerge una richiesta di futuro a cui la politica tradizionale non sa ancora dare risposta.

17 Ottobre 2026

Non solo un telegiornale o un pezzo ben scritto possono raccontare il sabato 17 ottobre di proteste giovanili in tutta Europa, basta entrare su Tik Tok e scrollare il feed qualche minuto, fino a che apparirà  un video girato a Parigi, con una musichetta allegra dei Videoclub in sottofondo, a qualche boulevard di distanza da Place de la République. Da un lato il cordone della polizia in tenuta antisommossa. Vicino a loro i pompieri, scesi in piazza per sostenere la protesta, schierati compatti senza caschetto. Nel mezzo, un ragazzo vestito con un costume gonfiabile da dinosauro che cammina al centro della scena.

Non è evidentemente il giugno 1989 in Piazza Tienanmen, ma la potenza comunicativa non è minore.

Perché è in questa convivenza surreale tra tensione istituzionale, solidarietà di categoria ed estetica dell’assurdo che si riflette la forza delle manifestazioni che in queste ore stanno attraversando l’Europa. Succede a Madrid, a Tirana, ma anche nei presidi degli autotrasportatori che bloccano gli snodi logistici nel Sud Italia e nelle piazze delle nostre città.

Il filo conduttore è una contestazione diffusa che non risponde ai vecchi apparati e che trova in rete una cassa di risonanza immediata.Scorrendo il feed di TikTok, i video che rimbalzano da una piazza all’altra mettono insieme registri apparentemente inconciliabili. Ci sono colonne sonore fatte di canzoni patriottiche – non partitiche, patriottiche – accostate a un’estetica pop dove il legame con la propria terra viene rivendicato non come un’ideologia chiusa, ma come il medium per pretendere un futuro dignitoso nel posto in cui si è cresciuti.

Dentro questo racconto, però, c’è di tutto: ci sono i meme, le maschere di Carnevale e i dinosauri gonfiabili, ma ci sono anche scene di una solidarietà umana spontanea: le immagini dei professori che fanno da scudo agli studenti a Torino e altrove, le nonne che scendono in strada tra le vie parigine per abbracciare i ragazzi in marcia.

Fotogrammi che mostrano un’alleanza generazionale e sociale reale, impossibile da archiviare con le solite etichette.

Ed è proprio sui social che sta emergendo un altro dato interessante: il sostegno aperto a queste mobilitazioni da parte di creator, figure della moda e profili che di solito popolano nicchie decisamente più “leggere”: un altro trend di queste ore ha una caption che sintetizza bene il punto: “It takes a shitload of privilege to be apolitical” (poeticamente traducibile “Serve un privilegio smisurato per restare apolitici.). Pretendere che chi si occupa di estetica, consumo o cultura visiva resti chiuso nel proprio perimetro è un’idea superata.

L’analisi della società non è un’esclusiva degli addetti ai lavori della politica tradizionale, e chi sa leggere i linguaggi del presente ha non solo il titolo, ma il dovere di raccontare queste piazze, finendo per appoggiare la protesta anche quando, di fronte ai video dei ragazzi francesi che cantano inni giacobini davanti ai Giardini del Lussemburgo invocando di “tagliare la testa agli aristocratici”, un brivido lungo la schiena lo si è avvertito eccome.

C’è ovviamente un limite netto da tracciare, ed è quello della violenza. Gli episodi di guerriglia e gli atti vandalici commessi da alcune frange vanno condannati, è buonsenso ricordare che la violenza non ha alcuna giustificazione.

Ma l’errore che le istituzioni e i media talvolta commettono è quello di schiacciare il racconto di un intero movimento solo ed esclusivamente sugli scontri: concentrarsi unicamente sul cassonetto in fiamme o sul blocco stradale è un modo sbrigativo per non interrogarsi sulle ragioni profonde di chi protesta, riducendo la voce di migliaia di persone a una banale questione di ordine pubblico.

La verità è che la stragrande maggioranza di chi sta scendendo in piazza pone domande enormi sul proprio futuro e sulla tenuta del sistema, e qui si apre una frattura: chi è che parla davvero a questa generazione e a questi lavoratori? Esiste oggi una forza politica o una rappresentanza istituzionale capace di intercettare questo dissenso senza provare a cooptarlo o a colpevolizzarlo? Nel vuoto lasciato dai vecchi schemi di partito, le piazze d’Europa ci consegnano un interrogativo che nessuno potrà ignorare a lungo: chi si farà carico di dare risposte a quelli che hanno smesso di stare a guardare?

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