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Commercio

Le nuove rotte del commercio mondiale rilanciano il Mediterraneo: l’Italia cresce nei traffici marittimi

di redazione

Dalle crisi di Hormuz e Suez al decoupling tra Stati Uniti e Cina, la geografia degli scambi internazionali cambia rapidamente. Secondo il rapporto di SRM, i porti italiani superano i 500 milioni di tonnellate di merci e il Mediterraneo rafforza il proprio ruolo strategico

10 Luglio 2026

Negli ultimi anni il commercio mondiale ha imparato a convivere con crisi geopolitiche, conflitti e tensioni che hanno rimesso al centro il valore strategico delle rotte marittime. La quasi chiusura dello Stretto di Hormuz, gli attacchi nel Mar Rosso e le difficoltà di transito attraverso il Canale di Suez hanno costretto armatori e operatori logistici a ripensare percorsi e catene di approvvigionamento, accelerando una riorganizzazione degli scambi destinata a modificare gli equilibri globali. È il quadro che emerge dall’edizione 2026 dell’Italian Maritime Economy, il rapporto realizzato da SRM, centro studi del gruppo Intesa Sanpaolo.

“Il tema scelto da SRM per il rapporto di quest’anno – Stretti e rotte marittime nel nuovo scenario globale – coglie con grande efficacia una delle sfide più rilevanti del nostro tempo. Mai come oggi il mare rappresenta una chiave di lettura privilegiata per comprendere l’evoluzione dell’economia mondiale. Le rotte marittime, i porti, gli stretti strategici e le infrastrutture logistiche non sono soltanto elementi del sistema dei trasporti: sono i luoghi nei quali si intrecciano commercio internazionale, sicurezza energetica, politica industriale e nuovi equilibri geopolitici – spiega Gian Maria Gros-Pietro, presidente di Intesa Sanpaolo. È anche per questa ragione che il settore dei trasporti marittimi e della logistica riveste per Intesa Sanpaolo una valenza strategica. Attraverso il mare transitano le esportazioni delle nostre imprese, gli approvvigionamenti energetici, i flussi turistici e una quota crescente degli investimenti che sostengono la crescita del nostro Paese. In definitiva, una parte rilevante della competitività dell’Italia si gioca proprio sull’efficienza e sulla capacità del suo sistema logistico-portuale, infrastruttura essenziale per sostenere crescita, apertura internazionale e resilienza economica”.

Tra i punti più critici resta lo Stretto di Hormuz, attraverso il quale, prima della crisi, transitava il 37 per cento del commercio mondiale di greggio, il 28 per cento del gas di petrolio liquefatto (GPL), il 19 per cento del gas naturale liquefatto (GNL) e quote rilevanti di prodotti chimici e raffinati. La quasi interruzione del traffico ha coinvolto volumi equivalenti a circa il 10 per cento della produzione mondiale di petrolio e al 5 per cento di quella di gas, con ricadute sui costi energetici, sui premi assicurativi e sui noli marittimi.

Le compagnie di navigazione hanno reagito modificando rapidamente le proprie strategie: deviazioni di rotta, maggiore ricorso al transhipment e nuove soluzioni intermodali hanno consentito di limitare l’impatto sulle supply chain, ma il risultato è una geografia del commercio internazionale sempre meno stabile e sempre più influenzata dagli equilibri geopolitici.

Parallelamente cambia anche la mappa degli scambi commerciali. Il progressivo disaccoppiamento tra Stati Uniti e Cina continua infatti a ridisegnare le catene globali del valore. Nel 2025 le importazioni statunitensi dalla Cina sono diminuite del 30 per cento, mentre quelle provenienti dai Paesi dell’ASEAN sono aumentate del 29 per cento, a beneficio soprattutto di Vietnam, Thailandia e Cambogia. Pechino, dal canto suo, ha rafforzato la propria presenza in nuovi mercati, con esportazioni in crescita del 25,8 per cento verso l’Africa e del 13,4 per cento verso il Sud-Est asiatico.

In questo scenario il Mediterraneo non perde centralità, anzi la rafforza. Nonostante le difficoltà che hanno interessato il Canale di Suez, nel 2025 i principali porti container dell’area hanno movimentato oltre 72 milioni di TEU, con una crescita del 5,9 per cento. L’area euro-mediterranea rappresenta oggi circa il 31 per cento del commercio mondiale, per un valore vicino ai 7.600 miliardi di dollari, mentre le previsioni indicano un ulteriore incremento del traffico container del 15 per cento entro il 2030, superiore alla media globale.

Per l’Italia, tradizionalmente vocata all’export, questi cambiamenti assumono un’importanza particolare. Nel 2025 il commercio estero ha raggiunto 1.235,6 miliardi di euro, con esportazioni pari a 643 miliardi. Il trasporto marittimo continua a rappresentare una componente essenziale dell’interscambio nazionale, incidendo per il 25 per cento del valore complessivo degli scambi e per il 49 per cento dei volumi movimentati.

Anche il sistema portuale mostra segnali di crescita. Le Autorità di sistema portuale hanno movimentato complessivamente 511 milioni di tonnellate di merci (+3,5 per cento), mentre il traffico container ha raggiunto i 12,8 milioni di TEU, in aumento del 7,1 per cento, trainato soprattutto dal transhipment (+13,3 per cento). L’Italia si conferma inoltre leader europeo nello short sea shipping, con 304 milioni di tonnellate movimentate e una quota di mercato del 15,6 per cento.

Secondo il rapporto, la competitività dei porti non dipenderà più soltanto dalla capacità di movimentare merci, ma soprattutto dall’efficienza delle connessioni con il territorio. Intermodalità, collegamenti ferroviari, digitalizzazione degli scali e infrastrutture dell’ultimo miglio vengono indicati come le principali leve di sviluppo. A sostegno di questo processo sono previsti oltre 13 miliardi di euro di investimenti destinati a migliorare l’accessibilità marittima, rafforzare i collegamenti ferro-mare e aumentare la resilienza del sistema logistico nazionale.

La ricerca evidenzia infine come la crescente instabilità delle principali rotte marittime renda più vulnerabile anche l’economia italiana. Oggi circa il 21 per cento delle importazioni nazionali di petrolio e gas via mare transita attraverso lo Stretto di Hormuz e gli scambi marittimi con i paesi del Golfo valgono circa 21 miliardi di euro. Eventuali nuove interruzioni potrebbero ripercuotersi non solo sul settore energetico, ma anche su comparti come chimica, metallurgia, automotive, agroalimentare e manifattura avanzata.

“Le crisi geopolitiche internazionali stanno ridisegnando rotte, tempi e costi del commercio mondiale, rendendo il mare un indicatore sempre più sensibile degli equilibri economici globali. In questo scenario il Mediterraneo conferma una centralità strategica crescente: nonostante le tensioni su Suez e Hormuz, resta una piattaforma decisiva di connessione tra Europa, Asia e Africa – dichiara Massimo Deandreis, direttore generale SRM. Per l’Italia, grande paese esportatore e manifatturiero, porti, shipping e logistica sono infrastrutture economiche essenziali, non solo nodi di transito. La competitività del sistema produttivo passa dalla capacità di connettere meglio scali, reti ferroviarie, aree industriali e mercati internazionali. I porti italiani, con oltre 500 milioni di tonnellate movimentate e investimenti rilevanti su ultimo miglio, digitalizzazione e accessibilità, possono diventare uno degli strumenti più forti per sostenere crescita, resilienza e proiezione internazionale dell’economia nazionale”. 

intesa sanpaolo
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