Mondo

Di passaggio

Su di un volo Emirates deviato mentre Israele attacca l’Iran. Sotto di noi, la guerra. Sugli schermi dei poggiatesta, i bombardamenti. Rientrati a casa senza disagi per un caso del destino.

1 Marzo 2026

«Ταὐτὸ τ΄ἔνι ζῶν καὶτ

εθνηκὸς καὶ ἐγρηγορὸς

καὶ καθεῦδον καὶ νέον

καὶ γηραιόν· τάδε γὰρ

μεταπεσόντα ἐκεινά ἐστι

κἀκεῖνα πάλιν [μεταπεσόντα] ταῦτα.»

«È la medesima realtà il vivo

e il morto, il desto e il dormiente,

il giovane e il vecchio:

questi infatti

mutando son quelli,

e quelli di nuovo [mutando] son questi

(Eraclito di Efeso, Frammenti, 88[1])

(da l’inizio di Di Passaggio– Franco Battiato)

 

A volte la storia ti passa accanto e tu non fai in tempo nemmeno a capire cosa hai sfiorato. Sei lì, in mezzo — geograficamente, temporalmente — e poi esci dall’altra parte quasi intatto, con la sensazione strana di chi ha attraversato qualcosa senza averlo vissuto davvero. Spettatore e testimone allo stesso tempo. Dentro e fuori.

È quello che mi è successo la mattina del 28 febbraio, mentre ero in volo da Dubai a Roma. In Italia era ancora notte.

Il volo Emirates è decollato quasi in contemporanea con i primi attacchi israeliani. Non lo sapevo ancora. L’ho  scoperto in tempo reale, da solo, sullo schermo posizionato sul poggiatesta del sedile davanti a me — scorrendo la BBC, CNN, i servizi a tamburo battente nella notte occidentale che per me era già mattina, le notifiche che si accumulavano. Ero probabilmente il primo sull’aereo ad accorgersene, visto che quasi tutti i miei compagni di viaggio dormicchiavano, alle prese con transiti da altri paesi o da sveglie antelucane.

La prima cosa che ho fatto, ancora prima di dirlo a chi mi era accanto, è stata guardare la mappa di volo. La nostra traiettoria passava sopra l’Iraq. Letteralmente in mezzo a quello che stava succedendo. Brutta storia. Non ho fatto in tempo a finire il pensiero e l’analisi delle possibili conseguenze.

L’aereo, che era in volo da circa un’ora, ha cominciato una rotazione lenta, quasi impercettibile all’inizio — il tipo di virata che non senti nelle ossa ma vedi sullo schermo, quando la freccia del percorso smette di puntare dove dovrebbe. Centottanta gradi. Sembravamo tornare verso Dubai. Poi altri novanta. La nuova rotta ci portava verso occidente, sull’Arabia Saudita — il lungo giro del mondo arabo per stare lontani da quello che stava esplodendo poco più a nord-est.

Ed è in quel momento, mentre sorvolavamo il deserto saudita, che sugli stessi schermi incastonati nei poggiatesta davanti a noi — quelli da cui un attimo prima guardavo la mappa di volo — cominciavano ad arrivare le notizie dei bombardamenti di risposta di Teheran, con le basi americane sparse per la penisola arabica, colpite una dopo l’altra. Le notizie scorrevano sullo schermo mentre sotto di noi scorreva, invisibile dalla nostro altezza, il deserto. Non vedevo nulla fuori dal finestrino — solo nuvole — ma sapevo cosa stava succedendo laggiù, e quella distanza fisica non bastava a rendere tutto irreale.

Le notizie si erano sparse per l’aereo. Qualcuno leggeva il telefono connesso con il web a pagamento dell’aereo, qualcuno guardava lo stesso schermo che guardavo io, qualcuno altro comunicava a casa che a noi non era successo niente e che avevamo avuto solo una deviazione. L’Emirates — quella livrea blu scuro, quella sensazione di ovatta e aria condizionata — era diventata un osservatorio sospeso su una guerra.

Il sollievo è arrivato quando abbiamo sorvolato il Sinai e il Mediterraneo si è aperto davanti a noi. Quella striscia d’acqua che separa tutto — il caos da una certa idea di normalità, la storia in corso da qualcosa che ti riguarda meno direttamente. Un sollievo ovattato, però. Il tipo di sollievo che conosci bene dai tempi del Covid, quando ti trovavi immerso in qualcosa di più grande di te senza averlo scelto, e l’unica cosa che potevi fare era stare a guardare e sperare di essere solo tra i testimoni e non tra le vittime.

Siamo arrivati a Roma con un ritardo tutto sommato contenuto. Davanti all’attesa per i bagagli ci si scambiava storie di altri compagni di viaggio che per scelte di ruolo diverse erano rimasti fermi a Dubai, negli stessi terminal da cui eravamo partiti poche ore prima, e che di lì a poco sarebbero stati colpiti. Immagini che ho visto  di ritorno a casa, seduto in  salotto, con la valigia ancora in mano. Uno scalo che avevo attraversato indifferente, il tempo di trovare il gate. Adesso era nelle breaking news. E molti degli altri passeggeri con cui avevo condiviso quell’aereo erano rimasti lì, bloccati, in attesa di voli che non sarebbero partiti.Tra chi è rimasto bloccato lì c’era anche Guido Crosetto, il ministro della Difesa italiano. Era arrivato a Dubai il giorno prima con un volo di linea, per raggiungere la famiglia e rientrare insieme in Italia. Il volo del ritorno è stato cancellato. Il ministro della Difesa di un paese della NATO, bloccato in un albergo di Dubai mentre seguiva in videoconferenza il vertice d’urgenza convocato a Palazzo Chigi. La storia ha i suoi paradossi: chi avrebbe dovuto essere più informato di tutti si è ritrovato nella stessa condizione di migliaia di turisti e viaggiatori comuni — in attesa, fermo, a guardare uno schermo.

Come me. Come tutti noi, in fondo, quella mattina. Siamo usciti indenni per una coincidenza di orari. Il nostro volo partito qualche minuto prima che qualcuno premesse il bottone.

La storia continuava da qualche altra parte, senza di me. Io ero stato solo di passaggio.

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