Letteratura

Prima che scada il tempo.Paolo Massobrio e il gusto umano delle relazioni

“Prima che scada il tempo” di Paolo Massobrio è un viaggio dentro ciò che resiste alla velocità del presente. Le persone, i paesi, le trattorie, la memoria. E il gesto sempre più raro dello stare insieme senza trasformare tutto in rappresentazione.

27 Maggio 2026

Ci sono libri che raccontano il vino e altri dove le bottiglie restano sul tavolo, ma lentamente diventano altro. Un pretesto per parlare delle persone, di quello che rimane quando le serate finiscono e qualcuno spegne le luci della sala. Il libro dell’enogastronomo Paolo Massobrio, “Prima che scada il tempo. Quando nella vita conta l’istante” (edizioni Il Golosario e golosaria), fa esattamente questo.

A un certo punto, leggendo, puoi anche dimenticarti i nomi delle etichette, ma rimangono gli amici che invecchiano senza dirlo troppo. I produttori che continuano a potare vigne mentre i figli magari fanno altro. Restano certi paesi attraversati al mattino presto dove il silenzio ha ancora un peso. Rimangono le trattorie con le tovaglie stanche, le persone che aggiungono una sedia a tavola senza chiederti niente. Nemmeno chi sei.

Massobrio non usa mai l’Italia come pretesto per fare colore. Non trasforma i territori in cartoline da gourmet. Li lascia respirare. Li lascia persino invecchiare davanti agli occhi del lettore.

Si sente la fatica, il lavoro, i chilometri fatti per arrivare in un posto e ripartire subito dopo. Ma soprattutto si percepisce una cosa che oggi compare sempre meno nei libri e nelle persone. Una forma antica di attenzione.

E allora, lentamente, al centro risaltano i volti dei compagni di strada, quelli dei genitori che rallentano il passo.

“Prima che scada il tempo” è un titolo duro. Il verbo “scadere” sembra appartenere più ai supermercati che alla letteratura. E invece funziona proprio per questo. Perché dentro quel verbo si nasconde una domanda che attraversa tutto il libro. Che cosa rimane delle persone quando il tempo comincia a portarsele via piano? Anche se continuiamo a riempirci le giornate di cose inutili. Anche se diventiamo sempre più poveri del tempo necessario per guardarci davvero.

Le pagine più forti sono quelle dove entra improvvisamente qualcosa di umano che cambia il respiro del racconto. Un amico che manca. Una tavolata diversa da come la ricordavi. Una nascita che arriva mentre tutti stanno facendo altri conti con la vita. Una donna anziana che continua a dire “mangiate ancora” come se bastasse quel gesto semplice a tenere insieme il mondo per qualche minuto in più.

Ed è qui che Massobrio dismette perfino il mestiere del narratore gastronomico e trascende, con una specie di anarchia silenziosa, ogni regola aurea del racconto enologico. Perché capisce che il gusto non riguarda soltanto quello che mangiamo. Riguarda il tempo che decidiamo di perdere per qualcuno. Il bicchiere riempito prima ancora che venga chiesto. Le persone che sanno ancora stare sedute ad ascoltare una storia già sentita.

Torna la memoria, la gratitudine, la fedeltà ai luoghi, le persone che sanno ancora condividere senza trasformare tutto in rappresentazione. Mai l’esibizione.

E leggendo il libro viene quasi da pensare che la paura più grande non sia perdere i grandi vini o le vecchie trattorie. Ma perdere il gesto semplice dello stare insieme. Sedersi accanto a qualcuno senza avere subito voglia di andarsene. Mangiare senza fotografare tutto. Aggiungere una sedia senza fare domande.

Per questo, qui, la tavola conta così tanto. Non come un lusso, ma come memoria. Quest’ultima non è un dono immutabile, acquisito o insito nel genere umano. Per vivere ha bisogno di esercizio, di persone capaci di prenderla per mano, recuperandola dagli anfratti più nascosti, dall’abbandono e dalla trascuratezza. Non basta ricordare. Non è sufficiente. Serve aggrapparsi alla genesi, scavare nella propria sofferenza più intima, lasciare che certe ferite guariscano al vento. Ci vuole cura per la memoria, passione per l’umano e una certa sfrontatezza. Non è mai un coraggio effimero quello che si rende necessario al cospetto del passato. È un’audacia silenziosa quella richiesta dalla narrazione.

E Paolo, in questo libro, riesce a raccoglierla senza trasformarla in nostalgia. La lascia invece camminare dentro le persone, nei gesti minimi, nelle cucine ancora illuminate, in quelle vite che continuano ostinatamente a cercarsi anche mentre tutto sembra andare altrove.

C’è un passaggio invisibile che attraversa tutto il libro e che forse riguarda anche noi. Ci siamo abituati a consumare ogni cosa troppo in fretta. Anche certe persone. A volte persino il tempo necessario per ascoltarle davvero.

E allora diventano importanti dettagli minuscoli che Massobrio continua ostinatamente a raccogliere. Un tortello mangiato quasi in silenzio, il rumore lieve della forchetta nel piatto. Un monastero sulle colline visto dalla strada mentre cala la sera. Un bicchiere d’acqua arrivato al tavolo senza che nessuno debba chiederlo. Un bambino addormentato sulle ginocchia della madre mentre gli adulti abbassano la voce. Un dialetto che resiste in fondo a una stanza come una brace che non si spegne.

Sono cose piccole. Ma certe volte la vita si salva così, non nei grandi discorsi. In una sedia aggiunta all’ultimo momento.

Alla fine del libro resta addosso soprattutto questo. La sensazione di avere attraversato un’Italia, forse fragile e imperfetta, ma ancora piena di luoghi, persone e gesti che continuano a tenere insieme qualcosa. Un’energia ostinata, concreta, quotidiana. La stessa che Massobrio rincorre da anni nelle osterie, nei mercati, nei paesi dimenticati, nelle cucine dove si discute ancora per ore davanti a un piatto e a un bicchiere di vino.

E forse il senso del libro è tutto lì. Nel ricordarci che un Paese vive finché qualcuno continua a guardarlo con fame, curiosità e gratitudine.

Perché Massobrio, in fondo, non è soltanto uno che racconta di vino e di cibo. È uno scrittore che usa i buoni frutti della terra, le tavole e le strade per raccontare gli uomini, le relazioni, le crepe e perfino la felicità minuta delle nostre vite. E la cosa più rara è che riesce a farlo senza atteggiarsi mai a maestro. Cammina, osserva, ascolta. Poi scrive. E dentro quelle pagine, quasi senza accorgersene, continua a salvare pezzi d’Italia che altri hanno smesso persino di vedere.

 

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