Italia
Francesca Corrado: “Vi racconto il mio fallimento, diventato scuola”
In pochi mesi ha perso il lavoro all’università, ha visto crollare la sua impresa e la relazione col compagno. Poi ha imparato a perdonarsi e a trasformare il proprio fallimento in un’occasione per insegnare agli altri a non avere paura degli errori
Tra la fine di una vita e la rinascita corre il tempo del fallimento. In quella intercapedine filtra la penombra di un mondo che crolla, quello che la giovane Francesca Corrado ha prima vissuto con dolore e poi trasformato in riscatto fondando una scuola dove si insegna il fallimento.
Il fallimento, strano a dirsi, che diventa il sentiero di studio e apprendimento che conduce alla svolta, perché, come lei ama ripetere, è proprio passando da lì che “ognuno può riprendersi la parte migliore della propria vita”.
La voce di Francesca conserva ancora la dolcezza della bambina intenta a giocare, che lei rivede a fianco dei genitori nella spiaggia di Kursaal, in Calabria. Siamo all’esordio della sua storia e c’è lei che gioca con la sabbia. “Oggi mi rivedo molto in quella bambina che nel frattempo, senza accorgermene, avevo perso”. La sabbia, tuttavia, non ha lo stesso sapore delle competizioni che la riportano ai campi di pallavolo, vissuti in adolescenza, nei quali dinanzi alle sconfitte lei faticava a stringere la mano agli avversari.
Il “perfezionismo” di allora, come lo definisce, atterra presto sulle scelte adulte che la porteranno a crescere molto velocemente e conquistare importanti riconoscimenti. Francesca, in pochi anni, scala la carriera universitaria diventando docente a contratto, fonda una impresa innovativa e avvia una relazione appagante con un ragazzo. Affisse sul muro del successo di quella stagione ci sono le immagini di una ragazza sorridente e realizzata che ritira un premio per la sua creatura imprenditoriale e quella dei tanti lavori di ricerca prodotti per l’Università di Modena.
Immagini ma principalmente ruoli, non un passaggio casuale perché in coda alla rappresentazione della donna affermata arriva quella di una cantina polverosa nella quale sono stati abbandonati libri, ricerche e trofei di una vita presto naufragata e, con lei, anche i “ruoli conquistati sul campo”. “Da vicepresidente e docente in meno di tre mesi sono tornata ad essere solamente Francesca e in quella cantina con la mia vecchia immagine sono morte sia la carriera che avevo sognato che la mia rappresentazione agli occhi degli altri”.
Il fallimento per lei si consuma in pochi mesi nei quali viene meno l’incarico in università, è costretta a chiudere la società che aveva fondato e il ragazzo col quale aveva progettato un futuro la lascia. Dietro la strada sbarrata del futuro in lei ritorna l’immagine della donna senza più titoli dentro un’auto, carica di tutto ciò che le rimaneva, che nelle settimane successive si sposterá da un alloggio di fortuna all’altro. “È stata la mia stagione dell’odio verso un destino che non riuscivo ad accettare. Agli altri ho scelto di mentire e non raccontare cosa mi era accaduto, ingannando in primo luogo me stessa”. La sera però Francesca in quei mesi è sola e l’immagine del suo ufficio universitario pieno di libri che ritorna la fa stare male, al punto da dovere ricorrere alle cure mediche. È il momento più basso della sua storia ma anche quello dal quale inizia la risalita, accompagnata dalle parole di quel medico che oggi spesso ricorda ai propri studenti: “lei sta ingoiando troppi bocconi amari”.
Francesca nel momento più difficile prende un foglio nel quale annota le persone che l’avevano fatta stare male e le sue responsabilità. In alto sul taccuino nero campeggia la parola “perdonarsi”. “A volte risucchiati dal frullatore del fallimento dimentichiamo tutto quello che di buono resta del passato e, ancor più spesso, che quelle scelte, nel momento nel quale sono state prese, erano le più giuste. È per questo che bisogna perdonarsi”.
La strada della consapevolezza prenderà ancora più forma di lì a pochi mesi quando, lasciata Modena, è costretta a rientrare in Calabria per accudire il padre malato di Alzheimer. L’onda d’urto della malattia la aiuta a capire che in fondo “quando perdi qualcosa inevitabilmente acquisisci dell’altro”. È così che decide di ripartire dal gioco, come faceva da bambina nei lidi calabresi. Di rientro a Modena Francesca organizza una festa del fallimento alla presenza di tutte le persone alle quali aveva mentito per raccontare loro la storia reale degli ultimi mesi.
È di fatto l’inizio del progetto di creazione della scuola del fallimento. “La scelta nasce dalla volontà di diffondere agli altri il messaggio che la mia storia insegna, la consapevolezza che la vera trasformazione non evita il cambiamento ma lo accetta. È dalla ripartenza che spesso è possibile dare luce al nostro talento”.
Siamo così alla nuova vita di Francesca, percorsa senza “titoli nobiliari”, come dice con un sorriso. Una esistenza ricca di progetti formativi e circondata da giovani, studenti e lavoratori. Laboratori ed esperienze provano a ricostruire diversamente la base navale perfetta realizzata con i Lego da un bambino che doveva rappresentare l’errore e ha associato alla costruzione un post-it con scritto: “nessun errore”. “Ai genitori, in questa società iper competitiva, non smettiamo di ripetere che bisogna educare i bambini allo sbaglio e non alla perfezione. L’errore va normalizzato a partire dalla famiglia per potere crescere ragazzi migliori”.
Il seme dell’esperienza che prova a contaminare il mondo, dentro un album nuovo nel quale è presente la sua istantanea frontale, a colori, che la ritrae in aula circondata da bambini e studenti di ogni età. Il passato per Francesca è invece una raccolta in bianco e nero con immagini di spalle e senza altri soggetti. Il cambio di prospettiva che riconsidera il fallimento come “strumento condiviso capace di aprire una seconda possibilità”.
Alla domanda su cosa farebbe se dovesse ripartire nuovamente da zero risponde in modo possibilista e con le idee chiare. “Inizierei raccontando i miei nuovi fallimenti alla vecchia Francesca e muoverei i primi passi in una libreria nella quale proverei a cercare il mio nuovo futuro”. Il modo migliore per ricordare ancora una volta a sé stessa che errore significa “deviazione” e che nel perdersi ognuno di noi può trovare strade alternative che mai avrebbe immaginato.
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