Tennis
La “gentrificazione” del tennis e dello sport
La finale degli Internazionali d’Italia offre il destro per una riflessione sul prezzo crescente dei biglietti di ingresso agli eventi sportivi
Angelo Binaghi, il presidente della Federazione Italiana Tennis e Padel (FITP), lo ha detto senza giri di parole: «Dobbiamo scegliere la tipologia di utente che può entrare a vedere i grandi incontri di tennis, che è migliorato dal punto di vista della sportività rispetto ai decenni passati. Il nostro modello di sviluppo è diretto agli altospendenti e tutto quello che guadagniamo lo reimmettiamo nel sistema».
Insomma, nell’Italia morsa dalla crisi innescata dalle molte guerre che insanguinano il pianeta, i più si mettano il cuore in pace. Oggi, a vedere dal vivo Jannik Sinner nella finale degli Internazionali di Roma, saranno i pochi privilegiati col portafoglio così gonfio da potersi permettere di sborsare cifre esorbitanti per un biglietto di ingresso al Foro Italico, palcoscenico principale di uno sport che in Italia sta vivendo un’inedita età dell’oro.
Il torneo romano ha infatti conosciuto una crescita vertiginosa: dai soli 5,8 milioni di ricavi del 2002, quando la Federazione ne prese in mano le redini, si è passati agli oltre 70 milioni delle ultime edizioni, con la sola biglietteria ormai stabilmente sopra i 30 milioni e proiezioni che puntano a sfondare quota 40 milioni. Parallelamente sono cresciute le presenze – prossime o superiori alle 400.000 – e l’impatto economico complessivo sulla città, stimato nell’ordine di 900 milioni di euro. Ovviamente sono in salita anche il numero dei tesserati e quello degli appassionati, che – sempre Binaghi – stima ormai intorno ai 19 milioni, ormai prossimi ai 21 milioni di tifosi che seguono il calcio. Il maggior coinvolgimento del pubblico è attestato anche dalle menzioni su social e web, che nel torneo del 2025 sono state centinaia di migliaia, in forte crescita rispetto agli anni precedenti, generando interazioni nell’ordine dei miliardi e una diffusione globale che coinvolge oltre centocinquanta nazioni.
Baciato dalla dea bendata che ha fatto nascere un campione generazionale appena pochi chilometri prima del confine austriaco, Binaghi può comunque intestarsi il merito di un movimento giunto a una tale prosperità grazie a un lavoro organizzativo e strategico di lungo periodo. Il costante incremento di spettatori testimonia che la politica dei prezzi elevati non scoraggia la partecipazione: i posti si riempiono comunque, e spesso in anticipo. Tuttavia, viene da chiedersi se una federazione sportiva pubblica, oltre a massimizzare i ricavi nel periodo delle vacche grasse, non dovrebbe anche porsi l’obiettivo di ampliare – oltre le fasce sociali benestanti – la fruizione dal vivo del proprio “prodotto agonistico”.

Poiché vari studi e semplici confronti certificano che, fra i Masters 1000 del circuito, quello di Roma è stabilmente tra i più costosi e che anche i tornei minori italiani si collocano nelle fasce alte di prezzo, è difficile sottrarsi alla conclusione che il tema dell’accessibilità non rappresenti una guida per il governo tennistico nazionale. D’altra parte, ribattono dalla FITP, i tagliandi d’ingresso sono venduti con il sistema del dynamic pricing, una strategia commerciale che regola i prezzi in tempo reale sulla base della domanda, dell’offerta e di altre variabili. Grazie all’onnipresente algoritmo e all’utilizzo dell’intelligenza artificiale, il meccanismo permette di aumentare i ricavi, alzando i prezzi quando la domanda è elevata e abbassandoli quando langue. Dato che in questo periodo la richiesta è altissima, l’effetto sui prezzi è facilmente comprensibile.
Ma proprio qui si colloca un nodo più profondo. Il dynamic pricing, presentato come strumento neutrale e “oggettivo”, non è in realtà privo di conseguenze sociali. Al contrario, è un dispositivo estremamente efficace di selezione economica: vendendo ogni posto al prezzo massimo che il mercato è disposto a pagare, finisce inevitabilmente per privilegiare chi ha maggiore capacità di spesa. Non si tratta di una distorsione accidentale, ma dell’esito logico del modello: il prezzo non si limita a riflettere la domanda, ma contribuisce a modellarla, filtrando il pubblico.
Al di là della presunta oggettività delle strategie impiegate per definire il livello dei prezzi, pare dunque sfuggire, accantonata come non problematica, la conseguenza più eclatante: una vera e propria “gentrificazione” del pubblico pagante degli eventi sportivi. Spalti e gradinate sono infatti sempre più frequentati da ricchi e super-ricchi, allo stesso modo in cui la riqualificazione urbana di quartieri popolari o degradati attira nuovi residenti danarosi, espellendo al contempo gli abitanti originari e producendo una sostituzione sociale a causa dell’aumento del costo di immobili e affitti. Così come nei processi urbani la crescita dei valori immobiliari cambia la composizione sociale di un quartiere, nel mercato degli eventi sportivi l’aumento dei prezzi dei biglietti ridefinisce la platea degli spettatori, a vantaggio di pochi e a danno di molti: meno studenti, meno famiglie a reddito medio, meno tifosi “storici”; più turisti, più biglietti regalati come benefit aziendali, più pubblico occasionale ma ad alta capacità di spesa. Il rischio è che questa trasformazione incida anche sulla natura stessa dell’esperienza sportiva, rendendola (forse) più ordinata, più “consumistica”, ma più asettica e meno radicata socialmente.
Niente di nuovo sotto il sole, verrebbe da dire, viste le crescenti diseguaglianze di reddito che affliggono anche le società più avanzate. Si tratta infatti di un processo ben noto, in atto da almeno un trentennio e che è partito dal calcio, a lungo lo sport di massa per eccellenza e poi trasformato – tra ristrutturazioni degli stadi, nuove norme di sicurezza e strategie commerciali aggressive – in uno spettacolo sempre più costoso.
Restano allora alcune domande di fondo, che vanno oltre il caso specifico degli Internazionali di Roma: fino a che punto è legittimo applicare logiche di massimizzazione del profitto a eventi che hanno una dimensione pubblica, culturale e identitaria? E quale equilibrio sarebbe più opportuno perseguire tra sostenibilità economica e accesso democratico? E quale specie di comunità umana stiamo preparando se si chiudono tutti gli spazi alle forme di aggregazione non filtrate dal reddito e se anche la vecchia ricetta consolatoria del panem et circenses diviene un lusso per pochi?
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