Relazioni
Sudditi senza vie d’uscita
A lungo per rompere la condizione della propria sudditanza si trattava di trovare terreni e forme di esercizio della parola. Sostiene Donatella di Cesare che entrambi sembrano dissolti, fino ad essere percepiti come inadeguati, se non inutili.
Dominio può avere vari significati
Ne elenco alcuni:
- Piena potestà di diritto o di fatto sopra persone o cose.
- Situazione di fatto (detta anche controllo) per la quale un soggetto esercita un’influenza sulla formazione della volontà di altro soggetto (esempio tipico, quello delle società controllate).
- controllo, temporaneo o definitivo, delle comunicazioni e degli spazi (mare, cielo,….). Ovvero segnare la decisiva superiorità di una nazione belligerante sul proprio avversario.
Dissenso, una volta che questa sia la condizione a cui fare fronte, si trasforma in una pratica incerta.
A lungo nel secolo dei totalitarismi il dato era che esprimere una condizione di rivolta era possibile se si individuavano terreni di esercizio della parola.
Questi terreni, ci dice ora Donatella di Cesare nel suo Il dominio e il dissenso, (Feltrinelli) più che ristretti sembrano essersi dissolti, fino ad essere percepiti come inadeguati. Dunque le pratiche che li connotavano, prima ancora che rischiose, si presentano come del tutto inutili se il fine è rompere la condizione della propria sudditanza.
Due brevi passaggi per andare al centro del problema.
Il primo:
“Un tempo il dissenso si misurava con la repressione. Oggi accade qualcosa di più sottile e per questo più insidioso: il dissenso non viene tanto vietato quanto disperso, neutralizzato, reso innocuo. Si può parlare, ma senza incidere. Si può protestare, ma restando ai margini. E quando la parola diventa efficace, sopravviene la criminalizzazione, lo stigma, l’isolamento”. [p. 1]
Il secondo:
“La parola non viene più proibita: si ritrae. Un fenomeno ancora poco analizzato è l’autocensura nelle democrazie occidentali. […] Si tratta di un fenomeno storicamente inedito: una perdita di libertà che non deriva da una repressione esterna, né dall’introduzione di dispositivi autoritari. […] La questione non riguarda dunque i regimi apertamente illiberali, ma le democrazie che continuano a definirsi tali. […] Si tace per non esporsi, per non incrinare relazioni, per non perdere protezioni, reputazione, appartenenza. Prima di parlare si valuta il costo della parola e lo si giudica troppo alto. Non è una rinuncia consapevole, quanto un gesto preventivo. [pp. 41-44]
Il primo è l’incipit che il lettore si trova davanti prima ancora di entrare nel testo. Il secondo è nelle prime pagine del capitolo dal titolo “Il regime di guerra e la fabbricazione del nemico”, il secondo dei quattro brevi e densi capitoli che costituiscono Il dominio e il dissenso.
Libro denso ma soprattutto libro necessario e libro civile.
«Libro necessario». Ovvero libro che non lascia margini per “trovare pratiche accomodate” di dissenso.
In parole secche: il dissenso non è più una categoria pubblica. Al più riguarda una pratica eguale a quella dell’iscrizione alla palestra propria degli over 30: serve per mantenere in allenamento il corpo, ma non a insidiare il primato del campione in carica. Certamente una scelta di investimento di tempo (e di danaro) che non è uno spreco, che aiuta a farsi forza, a darsi un tono, che rafforza l’”ego”, ma non rovescia la condizione collettiva. Al più una pratica per compiacersi davanti a uno specchio. Una cura di sé, senza rischio di contagio e dunque senza possibilità di inversione o di rovesciamento della condizione «al tempo presente»
Perciò: Non sei d’accordo, oppure non ti riconosci del vocabolario pubblico, nelle pratiche dominanti? Allora trova nel tuo privato, senza disturbare o rovinare la festa agli altri, le pratiche in cui ti rintani, ti fai una cuccia di sopravvivenza. Appunto: vai in palestra. Soprattutto: sii soddisfatto del risultato.
«Libro civile».
I libri civili non sono normari o sistemi di regole da seguire. Sono testi che ci obbligano a non «fare finta»; aiutano a riflettere; consentono di arrivare a dare un nome alle cose; illustrano i percorsi di significati che assumono nel tempo, indicano significati in un tempo concreto. I termini del nostro vocabolario non sono parole con un significato fisso nel tempo, cambiano. Esprimono una condizione ed è quella condizione che si tratta di mettere a fuoco.
Una di queste è la parola indifferenza.
Come ormai è canonico da molti anni pronunciare la parola indifferenza implica fare i conti con l’urlo di Antonio Gramsci con il suo Odio gli indifferenti. Così anche Donatella di Cesare che poi con acume volge il significato vero in questo tempo: un’indifferenza che non è originaria e a cui si chiede di replicare con l’impegno, ma una indifferenza che nasce dal senso di irrilevanza del proprio agire, dalla sconfitta, dalla tristezza della propria solitudine, dalla scelta del silenzio perché la replica alle proprie parole è la messa al bando.
Una condizione che ha molte scene per ogni generazione e dipende dall’evento che la origina, tanto da divenire canone di memoria.
Quella della mia generazione è nel viaggio di ritorno a casa dopo il G8 di Genova del luglio 2001. Dopo si tratta di scegliere: se guardarsi allo specchio, piangersi, vivere di risentimento o provare a ricomporre una prospettiva di futuro.
Solo la terza uscita consente oggi di abbandonare la zona di confort dell’indifferenza, una condizione che il dominio invece incrementa a dimostrazione che questo tempo di democrature o di neoautoritarismi non è il calco dei totalitarismi del Novecento dove si trattava di esserci e partecipare alle liturgie collettive della religione politica dominante. Oggi dare il proprio consenso è esattamente non esserci, ritrarsi, tacere. Ovvero l’esercizio quotidiano e costante dell’autocensura.
Lo stesso è con la sfida segnata dall’agire di Antigone il cui atto, osserva Di Cesare, non è finalizzato a denunciare un torto, ma a mettere in questione l’architettura del potere [p. 68].
Scrive Di Cesare che quel passaggio segna la metamorfosi di una realtà e fissa una condizione con cui dobbiamo misurarci: la trasformazione dell’esercizio autoritario in pratiche burocratiche che si presentano come non discriminative.
Una condizione che mette in posizione di illegittimità chiunque provi a contestarle.
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