Internet
Riappropriarci della nostra intelligenza è possibile?
Nel suo libro “Comunismo digitale” il filosofo Maurizio Ferraris sviluppa una proposta politica per ridistribuire la ricchezza generata dallo sfruttamento dei dati generati dai cittadini, su cui la Big Tech ha costruito imperi globali.
Parlare di comunismo, allo scadere del primo quarto del nuovo secolo, può apparire soltanto una provocazione. Il profilo di Maurizio Ferraris, professore di filosofia teoretica e saggista di lunghissimo corso, ci garantisce invece un percorso che nulla ha di nostalgico, ma è anzi fortemente proiettato nel futuro e ne focalizza alcuni punti che stanno caratterizzando il presente. L’incipit del libro merita una citazione completa:
“Gli abusi del potere generano le rivoluzioni, le rivoluzioni sono peggiori di qualsiasi abuso. La prima frase va detta ai sovrani, la seconda ai popoli.”
È una citazione di Von Metternich, cancelliere di Stato per quasi trent’anni nell’impero austriaco di fine Ottocento, conservatore passato alla storia come un abile diplomatico e acuto negoziatore. Lo stesso che, con una fulminante frase, definì l’Italia «come una pura espressione geografica» e non uno Stato vero e proprio.
Con questi ingredienti di riferimento appare subito intrigante come Ferraris, già nel titolo “Comunismo digitale. Una proposta politica”, esponga dichiaratamente un’ipotesi politica, nel tentativo di riannodare i tanti fili che hanno attraversato ad altissima velocità questi primi anni del Millennio.
Il titolo, a prima vista, può sembrare un ossimoro, specialmente dopo il cambio di paradigma del mondo del Web, da auspicato territorio di libertà e di accessibilità a club (molto) ristretto per oligopolisti di spropositata ricchezza, orientati verso un potere ancora più vasto anche in altri ambiti. Sempre di potere, s’intende, mai di attenzione alle fragilità individuali e globali. Il mondo digitale, negli ultimi decenni, ha visto crescere enormemente i suoi campi di azione, veicolando meccanismi che hanno profondamente rivoluzionato il pianeta e flussi finanziari che hanno modificato altrettanto in profondità il rapporto tra economia e finanza, influenzando contemporaneamente geografie politiche e istituzioni democratiche. In tutto questo il concetto di lavoro ne è uscito stravolto.
Già alla fine del secolo scorso figure di spicco come Jeremy Rifkin, che prefigurava una società veicolata dal digitale a costo marginale zero, basata su un concetto che nasceva dall’osservazione di quello che si stava configurando, argomentavano: se riprodurre beni (informazioni, software, progetti di stampa 3D) non costa nulla, le leggi del mercato basate sulla scarsità (domanda/offerta) crollano. L’informazione tende a diventare un “bene comune” (Commons) accessibile a tutti, analoga all’idea comunista di proprietà collettiva.
Lo stesso Rifkin, circa 30 anni fa, aveva scritto La fine del lavoro dando slancio a una sequela di autori che incominciarono a riflettere sul rapporto tra lavoro e tecnologia, tra la conoscenza e le nuove relazioni con il lavoro che essa genera, anche attraverso altri temi che guardavano al tempo libero o all’ozio (vedi Domenico De Masi) come risorse per l’uomo e non come tempo sprecato per la centrifuga sempre più automatizzata della produzione, peraltro con un deciso spostamento verso i paesi asiatici.
Il “comunismo digitale” vede una sua nuova dimensione all’interno dell’economia del dono, una prateria molto varia che vede la sua origine nell’Open Source. Macroesempi, molto strutturati, sono il software Linux e Wikipedia, dove il contributo bottom up diffuso ed eticamente performante rafforza e dà stabilità anche ai prodotti nati per fini etici, oppure licenze che veicolano la libera circolazione delle opere dell’ingegno come Creative Commons fanno da barriera al totem privatistico della proprietà intellettuale (copyright) oggi bypassato dall’intelligenza artificiale.
Operando una sintesi del pensiero marxiano, anche se riduttiva e forse fin troppo semplicistica, internet viene vissuto come una gigantesca infrastruttura socialista (o da alcuni addirittura comunista) dove “da ognuno secondo le sue capacità, a ognuno secondo i suoi bisogni” si realizza nello scambio di informazioni.
Come tutte le piattaforme, a partire dalla GDO per gli alimenti e le merci per la persona e per la casa, la distribuzione diventa il collo di bottiglia di tutto il processo. E illustri intellettuali come Byung Chul Han e Slavoj Zizek e tanti altri da anni chiosano sulle Big Tech della distribuzione avvertendo che, alla ormai acclarata retorica delle comunità e della condivisione, si accompagna una centralizzazione del profitto nelle pochissime mani di questi oligopolisti.
Anche perché in questo schema gli utenti producono i contenuti (foto, post, recensioni) gratuitamente, come figure professionali digitali non pagate, mentre le piattaforme incamerano il valore tramite la pubblicità e i dati. Nonostante la rete sia distribuita, i dati sono concentrati in pochissimi conglomerati di server privati, creando monopoli che possono evocare una pianificazione centrale di stampo sovietico, gestita però da algoritmi privati secondo i dettami del “Capitalismo di Sorveglianza” ben tratteggiato da Shoshana Zuboff.
Nel tempo questa corsa all’automazione totale, sottolineata per esempio dall’esibizione al Consumers Electronics Show (CES) di Las Vegas all’inizio di quest’anno, ha incontrato favori di alcuni pensatori e divulgatori tra cui, per esempio, Aaron Bastani, secondo cui l’automazione (AI e robotica) dovrebbe eliminare la necessità del lavoro umano salariato, andando verso la fornitura gratuita di servizi universali (trasporti, energia, educazione, sanità) grazie all’abbattimento dei costi di produzione tecnologica. In sostanza, potrebbe creare una società dell’abbondanza dove il lavoro è una scelta, non una necessità di sopravvivenza.
Il conflitto in corso, tra Novecento e terzo Millennio, avviene tra un’economia capitalista ormai quasi vetusta che vuole vendere prodotti scarsi basandosi sulla scarsità o unicità dei beni (e servizi) e una tecnologia che vuole replicare informazioni all’infinito e gratuitamente.
Ferraris sottolinea la trasformazione radicale del concetto di produzione e valore. Con il crollo del tempo di lavoro, e anche quello di vita dedicato sempre più a favore del secondo in termini di disponibilità, e con una crescente situazione di incertezza rispetto al primo, Ferraris con il termine “Mobilitazione Totale” afferma che l’uomo non è più solo un lavoratore e/o un consumatore, ma viene perennemente mobilitato da web e smartphone per la produzione di un capitale costituito dai dati.
E introduce il concetto di “Plusvalore Documediale”. Le piattaforme (Big Tech) non fanno i loro profitti soltanto vendendo merce, quanto accumulando le tracce di consumo e comportamento che lasciamo nella rete. Il nostro comportamento online è registrato e in quanto tale diventa a tutti gli effetti un documento che ha un grande valore economico, perché permette la profilazione, l’automazione, la strategia e la programmazione.
Di fatto, sostiene il filosofo, siamo i produttori di una materia prima (i dati), ma non riceviamo un compenso per questa che, a tutti gli effetti, è una prestazione. Anzi, spesso paghiamo per fornire i nostri dati, facendo un acquisto, per esempio. Con un ribaltamento di paradigmi: mentre nel comunismo classico l’obiettivo era l’espropriazione dei mezzi di produzione, a partire dalle loro sedi (fabbriche), oggi il vero capitale è l’uomo stesso e la registrazione dei suoi comportamenti in rete, al fine di fornire queste informazioni a produttori e commercianti sia per mirare le proposte di produzione e di vendita.
L’uomo diventa perciò il capitale fisso delle piattaforme, e come tale, l’asset principale, e il suo utilizzo delle piattaforme diventa produzione di valore. Lavoro vero e proprio che deve essere remunerato sul valore complessivo (non individuale) dei dati che vengono “estratti” dai movimenti degli utenti in rete.
Questo valore complessivo potrebbe andare a sostituire le tasse sui profitti delle piattaforme, facilmente eludibili rispetto alle geografie finanziarie attuali, costituendo un dividendo del lavoro svolto digitalmente. La tesi è che, se tutti rinunciassimo a frequentare la rete, l’infrastruttura, l’hardware, non potrebbe essere tratto alcun profitto dalle piattaforme. Tesi che può apparire estrema, ma che è anche una risposta indiretta al tema del lavoro in calo costante, al tema di una demografia che si proietta in calo dopo il 2050 anche nei paesi più arretrati, e all’altro tema per cui un reddito universale o di cittadinanza apparterrebbe a un sistema di welfare che di fatto privilegia chi non lavora, con il sottotesto che non ne ha alcuna volontà, non che il lavoro è sempre meno centrale in qualsiasi produzione.
Ferraris non demonizza la tecnologia ma afferma che si trova dentro un feudalesimo digitale i cui pochi feudatari (le Big Tech) possiedono le infrastrutture (cioè la terra da coltivare come durante il Medioevo e anche fino ai giorni nostri, in alcune aree del mondo) non pagando le tasse come tutte le altre imprese. Gli utenti come moderni servi della gleba lavorano gratis ricevendo in cambio alcuni servizi (sistemi di relazione e di visibilità, anche se controllata come sui social, sistemi di comunicazione e altro) ma cedendo, senza alcun modello di contratto, il risultato di questo tempo (e lavoro) cioè la raccolta dei dati.
In questi anni, per una serie di motivi che non possiamo approfondire qui per non andare fuori tema, il tempo che viene utilizzato all’interno di queste piattaforme è notevolmente aumentato, per cui anche il considerare il “vivere online” come un lavoro a tutti gli effetti ha acquistato più peso. Ferraris prefigura una società basata sul “Webfare”, una interessante definizione che trasla il welfare all’interno di questo contesto di Comunismo Digitale. Con una serie di regole nuove: tassare quantità e qualità dei dati estratti legati a un geografia territoriale, cioè al territorio dove vengono prodotti, anche perché la sempre cangiante geografia finanziaria permette alle Big Tech, e in generale alle multinazionali, di eludere le tasse sui profitti quando non di evaderle in toto. Inoltre, i server fisici e i dati degli utenti sono localizzati in luoghi precisi che non hanno quasi mai una coincidenza con le sedi amministrative.
In sintesi la proposta politica di Ferraris è tassare le piattaforme sulla base della quantità e qualità dei dati estratti in un determinato territorio, indipendentemente da dove l’azienda dichiari la sede legale. I dati vengono trattati giuridicamente come il petrolio o l’acqua, ossia come una risorsa nazionale o sovranazionale. L’utilizzo dei dati appartenenti ai cittadini di un determinato stato ha un costo che viene pagato allo Stato, esattamente come le compagnie petrolifere pagano per estrarre greggio o le compagnie private per gestire l’acqua.
Ma il vero passaggio che colloca il lavoro in un’altra dimensione è quello tra Reddito di Base (Reddito Universale o Reddito di Cittadinanza) come definito per esempio da uno dei suoi primi promotori, il filosofo Philippe Van Parijs, a una vera propria misura retributiva. Se i primi sono spesso visti come misure assistenziali (ricevi un reddito perché sei senza lavoro o in una situazione di povertà), il Webfare stabilisce una misura retributiva. Un vero e proprio stipendio conseguenza del fatto che AI e algoritmi si nutrono e funzionano grazie ai dati (il mio comportamento, le mie foto, i miei testi). Di fatto ho diritto ai dividendi in quanto partecipo alla produzione, non solo individualmente ma collettivamente in quanto afferente a un territorio fisco. Posso essere considerato a tutti gli effetti un azionista di quell’IA.
Lo Stato, perciò, incassa le royalties sui dati dalle Big Tech e le redistribuisce ai cittadini sotto forma di Dividendo Universale. Non è assistenza, sono una parte dei dividendi di un’impresa collettiva: l’umanità connessa.
Non ci addentriamo qui nel rapporto che in questi anni si è creato tra finanza e tecnologia e manutenzione delle democrazie, né tanto meno su quanto questo abbia creato numerose disuguaglianze. Grossolanamente possiamo dire di riferirci a tre macro modelli.
Una sorta di liberismo che possiamo trovare negli Stati Uniti, con gli aggiornamenti di questi tempi quotidiani rispetto alle loro regole di democrazia, e definito appunto feudale: i dati sono proprietà privata delle aziende. Massima libertà per le piattaforme, zero redistribuzione sociale, altissima disuguaglianza.
Un modello incarnato dalla Cina con un dirigismo concentrato sulla sorveglianza: lo Stato controlla dati e piattaforme. C’è redistribuzione (sviluppo infrastrutturale), il prezzo, molto alto, sta nella totale perdita di libertà e di privacy del cittadino. E una ipotesi di cui forse la difficoltà dell’Europa di uscire dalla sua tecnocrazia per diventare un soggetto politico a tutto tondo superando le sovranità nazionali dei suoi stati membri avrebbe molto bisogno: mantenere la libertà di mercato e la democrazia, ma nazionalizzare o europeizzare tout court il valore prodotto dai dati per finanziare il welfare a partire da Educazione (istruzione, formazione, modelli didattici anche non formali che utilizzino in forma più intensa le possibilità offerte continuamente dalle tecnologie) che l’automazione altrimenti renderebbe insostenibile. Ricordiamoci che le macchine non pagano le tasse, ma consumano (tanti) dati. In questo contesto anche le figure sindacali, oggi giocoforza soccombenti di fronte al rapporto domanda e offerta nel prosciugamento delle acque stagnate del lavoro, potrebbero trovare una nuova identità. In questa ipotesi dovrebbero nascere dei sindacati dei dati a difesa di tutti i cittadini, nessuno escluso. Semplicemente perché i dati oggi sono oggetto di sfruttamento massivo e andrebbero trattati – per il loro ruolo nella produzione – come lavoro riconosciuto.
L’elemento che vorrei introdurre rispetto al ragionamento di Ferraris è l’usucapione della nostra intelligenza e delle nostre competenze che abbiamo riversato e che sono diventati l’energia delle piattaforme tecnologiche.
L’usucapione, nel diritto, è quel meccanismo per cui si diventa proprietari di un bene altrui (solitamente una terra o un immobile) se lo si possiede e utilizza alla luce del sole per un lungo periodo (di solito 20 anni), approfittando dell’inerzia del legittimo proprietario. Se applichiamo questa metafora al mondo digitale e alla tesi, i conti possono tornare.
Il “Possesso Continuato” (L’Archivio)
Per vent’anni (dall’avvento del Web 2.0, primi anni 2000), abbiamo lasciato che le piattaforme “occupassero” il terreno della nostra mente. Abbiamo riversato lì i nostri ricordi (foto), le nostre relazioni (social), le nostre conoscenze (Wikipedia, blog) e le nostre intenzioni (ricerche su Google). Le piattaforme hanno “posseduto” questi dati, li hanno curati, organizzati e conservati nei loro server. Hanno agito uti dominus (come se fossero proprietari).
L’Inerzia del Proprietario (Noi)
L’usucapione scatta perché il proprietario originale se ne disinteressa.
Noi, come “proprietari” della nostra intelligenza e dei nostri dati, non abbiamo mai rivendicato diritti economici. Ci siamo accontentati del “servizio gratuito” (la mail, la chat) come compensazione simbolica. Non abbiamo messo recinti (abbiamo accettato i termini di servizio senza leggerli). Non abbiamo chiesto o negoziato alcun affitto.
Il perfezionamento dell’Usucapione: l’Intelligenza Artificiale Generativa
Qui arriviamo al punto cruciale. Fino a qualche anno fa, i dati erano “lì”, in un enorme magazzino. Con l’arrivo di ChatGPT, Gemini, Claude e delle altre IA generative, l’usucapione si è compiuta. Le Big Tech hanno preso tutto il materiale accumulato in vent’anni (la nostra intelligenza collettiva, il nostro linguaggio, la nostra creatività) e lo hanno trasformato in un prodotto proprietario. Oggi, quando un’IA scrive una poesia o risolve un problema, sta usando l’intelligenza che noi abbiamo depositato con una modalità collettiva, anche sulla base di un’idea di accessibilità democratica con cui la rete è stata percepita ma che ora è diventata proprietà privata dell’algoritmo. Di fatto il sapere comune (che abbiamo creduto pubblico per molti anni e come tale è stato oggetto primario delle nostre attenzioni) ora ci viene rivenduto sotto varie forme, dall’abbonamento ai modelli commerciali più disparati e con il supporto di una finanza sempre più potente.
È esattamente quello che è successo.
Non ci hanno rubati i dati di nascosto: glieli abbiamo dati noi, ogni giorno, felici di partecipare utilizzando i loro strumenti. Abbiamo permesso che la nostra intelligenza collettiva diventasse capitale privato per “mancato esercizio del diritto di proprietà”.
Seguendo questa logica giuridica, la proposta di Webfare di Ferraris (o, per esempio le cause legali del New York Times e degli artisti contro le IA) può essere interpretata come un tentativo tardivo ma valido di “interruzione dell’usucapione”. È come se il vecchio proprietario del terreno tornasse dopo 19 anni e 11 mesi e dicesse: “Ehi, questo campo è mio, metto un recinto e voglio essere pagato”.
La battaglia politica dei prossimi anni sarà proprio questa: stabilire se l’usucapione è già avvenuta (e quindi l’IA appartiene a Google/Microsoft/OpenAI) o se siamo ancora in tempo per rivendicare che quella “terra cognitiva” è nostra. Collettivamente e individualmente.
Questo articolo è stato originariamente pubblicato su Equilibri Magazine
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