Immigrazione
La disinformazione che prende di mira i migranti
Un mercato del raggiro digitale promette ai migranti traversate sicure e lavori garantiti, ma dietro post e annunci si nascondono inganni e sfruttamento.
Quando si parla di disinformazione e migrazione, si tende a pensare alla miriade di notizie false costruite sui migranti, rivolte all’opinione pubblica dei Paesi di destinazione. Esiste però un fenomeno speculare – emerso di recente con la crisi di Ceuta – e cioè quello della disinformazione costruita per i migranti. Si tratta di un mercato del raggiro che promette traversate sicure, visti lavorativi e impieghi garantiti e che trova nell’ecosistema digitale una cassa di risonanza senza precedenti.
La voce online che ha spinto migliaia verso Ceuta
L’estate è stata segnata dalla crisi migratoria di Ceuta. Secondo le stime ufficiali, tra il 30 luglio e il primo agosto, 72.000 persone hanno raggiungo l’exclave via terra e mare, provocando il più grande afflusso tra Marocco e Spagna degli ultimi anni, con oltre 80 morti.
A scatenare l’episodio sarebbero stati una serie di post sui social – da pubblicazioni su Instagram che suggerivano che il confine con il Marocco si stesse aprendo, seguiti da utenti Facebook che monitoravano le pattuglie della guardia costiera e da video TikTok su dove nuotare per raggiungere il territorio europeo. Un’indagine di CBC News, con il collettivo Bellingcat, ha ricostruito come decine di account anonimi abbiano diffuso lo stesso messaggio nei giorni precedenti all’evento, gonfiando l’idea che un intervento della Corte Suprema spagnola avesse aperto la strada agli ingressi. In realtà, la sentenza citata limitava la possibilità di rimpatrio immediato a chi forzava fisicamente le barriere di confine, escludendo chi attraversava a nuoto in assenza di ostacoli fisici in mare, ma online è stata travisata per un via libera generale.
Ad oggi rimangono degli interrogativi aperti sull’attribuzione dell’accaduto, che una serie di attori hanno sfruttato per il proprio tornaconto, lucrando sulla disperazione di chi cerca una vita migliore. Ad esempio, la giornalista investigativa Marianna Spring, per conto della BBC, ha creato un profilo Instagram fittizio per contattare una rete di account anonimi che promettevano, in cambio di un pagamento anticipato di 5000 dirham (circa 400 sterline) tramite bonifico, indicazioni su percorsi segreti per entrare a Ceuta senza essere intercettati.
La disinformazione attraversa le rotte migratorie dal Mediterraneo agli USA
Ceuta non è un caso isolato nello sfruttare le aspettative di chi vorrebbe raggiungere l’altro lato del Mediterraneo. L’ONG SOS Méditerranée riporta le bugie più ricorrenti per convincere i migranti a partire. Gli scafisti mentono sulle distanze, spacciando le luci delle piattaforme petrolifere per quelle delle coste italiane, promettono l’arrivo di navi umanitarie pronte a soccorrere i migranti al largo e fanno credere che i telefoni satellitari per chiamare i soccorsi funzioneranno in mare aperto, quando spesso non è così.
Il problema della disinformazione rivolta ai migranti tocca anche l’altro lato dell’Atlantico. Con l’intensificarsi delle retate dell’amministrazione Trump contro l’immigrazione illegale, sono raddoppiate le truffe nei confronti degli stranieri, per un ammontare di almeno 94 milioni di dollari sottratti negli ultimi cinque anni secondo le denunce alla Federal Trade Commission. Un meccanismo ricorrente è noto come la “notario fraud” ossia la pratica non autorizzata del diritto dell’immigrazione, dove individui non abilitati alla professione forniscono consulenze e altri servizi legali che si rivelano poi inesatti.
Un’altra pratica riguarda l’impersonificazione di agenti dell’ICE – l’agenzia che controlla l’immigrazione negli USA – che adescano le vittime telefonicamente, via email o SMS. I truffatori spesso falsificano il numero chiamante per farlo apparire come quello di un ufficio governativo reale, e possono citare falsi numeri di pratica o persino nomi di funzionari realmente esistenti. Con tono intimidatorio, sostengono che la vittima abbia violato una legge sull’immigrazione per poi chiedere il pagamento di presunte multe o cauzioni tramite carte regalo, bonifici o criptovalute per evitare di venire arrestati o deportati.
Tuttavia, non è un fenomeno recente; già nel 2022, il Tech Transparency Project aveva documentato come Facebook e WhatsApp fossero saturi di post ingannevoli diretti agli utenti centroamericani che desideravano attraversare clandestinamente il confine tra Stati Uniti e Messico. I “coyote” (ossia i trafficanti che aiutano nella traversata) utilizzerebbero le inserzioni social per raggiungere potenziali clienti in quello che diventa un vero business della disinformazione facilitato dalle piattaforme.
Le false promette di lavoro dalle truffe al fronte
Un altro frangente è quello dei falsi annunci di visti, che intercettano chi cerca di emigrare seguendo le vie legali. Gli aspiranti lavoratori provenienti dall’India e dal Bangladesh sono particolarmente presi di mira da siti che imitano i portali ufficiali per visti turistici o lavorativi o che si pongono come intermediari e richiedono ingenti somme, millantando la possibilità di ottenere un’autorizzazione di lavoro legale o addirittura un impiego già pronto. Oltre a estorcere denaro, queste piattaforme fraudolente mirano a ottenere dati personali, magari per rivenderli ad altre aziende.
In tema di false promesse lavorative, quelle orchestrate dalla Russia mettono in gioco la vita stessa delle vittime. Reti di reclutamento di Mosca hanno attirato centinaia di giovani africani con promesse di impiego, formazione o cittadinanza russa, per poi spedirli sul fronte ucraino dopo pochi giorni di addestramento. Per Foreign Policy Research Institute è un caso da manuale di traffico di esseri umani: ossia il reclutamento tramite inganno a fini di sfruttamento in ambito militare, mentre il Cremlino afferma che si tratterebbe di volontari.
Un sistema che lascia sole le vittime
Ci sono vari elementi che legano questi casi, a partire dalla mancanza di controlli adeguati delle piattaforme che permettono la circolazione di contenuti ingannevoli rivolti a gruppi vulnerabili. Proprio attraverso il sistema delle inserzioni pubblicitarie, attori malintenzionati mossi da interessi economici generano ricavi che finiscono per beneficiare anche le piattaforme stesse – un modello di business che andrebbe colpito a monte.
A complicare il quadro si aggiunge poi il ruolo dell’intelligenza artificiale generativa, che rende sempre più difficile distinguere annunci falsi e impersonificazione di persone e organizzazioni, nonostante le politiche delle piattaforme e gli accordi di settore per contrastarli. I casi discussi dimostrano come la disinformazione nel mondo digitale possa tradursi in conseguenze molto concrete nella vita delle persone; dai danni economici fino a metterne a repentaglio la sicurezza, e in alcuni casi la sopravvivenza stessa.
Sul fronte comunitario, il Digital Services Act proibisce la diffusione di contenuti illegali online e impone trasparenza sulle pubblicità, ma l’applicazione resta frammentata e lenta rispetto alla velocità con cui si diffondono queste truffe. Inoltre, sebbene la Commissione europea abbia inserito il contrasto al traffico di migranti tra le priorità della propria agenda su migrazione irregolare e rimpatri, manca una reale tutela delle vittime. Molti migranti, specie quelli in condizione di irregolarità, non denunciano per paura che il contatto con le autorità si traduca in controlli ed espulsione.
Le crisi migratorie sono un fenomeno complesso, segnato da aspettative e preoccupazioni – le stesse leve su cui la disinformazione fa presa, trovando nell’ecosistema digitale lo spazio ideale per prosperare a spese di chi cerca semplicemente un futuro migliore.
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