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Geopolitica

Cosa imparare da queste Midterm

La larghissima vittoria democratica alle elezioni di midterm fa tirare un respiro di sollievo. Con il controllo di Senato e Camera dei rappresentanti, i democratici potranno far valere i contrappesi della democrazia americana.

4 Novembre 2026

La larghissima vittoria democratica alle elezioni di midterm fa tirare un respiro di sollievo. Con il controllo di Senato e Camera dei rappresentanti, i democratici potranno far valere i contrappesi della democrazia americana: Donald Trump non potrà più fare e disfare a piacimento e ogni nuova nomina diventerà un calvario.

 

Che cosa farà Trump

Trump conserva comunque un grande potere, e sarebbe un errore escludere un successo repubblicano nel 2028. Ci sono però molti segnali a favore di un futuro un po’ meno fosco. L’avventura iraniana, ad esempio, è stata una catastrofe: ha irritato molti elettori dell’America rurale e ha fatto crollare la reputazione di Israele. Sarà quindi difficile aprire nuovi fronti, e la questione di Hormuz andrà chiusa il prima possibile.

Resta da capire se lo si farà con la diplomazia o con una catastrofe definitiva, perché con Trump non si sa mai. Il mese scorso sembrava cercare una cooperazione con Cina e Russia per contenere l’inflazione, che potrebbe portare a un grande accordo internazionale e smorzare almeno le tensioni. Potevano però essere mosse elettorali, pensate per accreditarsi presso l’elettorato isolazionista, contrario alle avventure militari che danneggiano la prosperità del paese. Dopo la batosta, quale Trump prevarrà: l’isolazionista o il bombardatore?

 

Le ricette dei democratici

Per i democratici il difficile arriva ora. Galvanizzati dalla vittoria, molti candidati potrebbero credere di avere la ricetta giusta per battere i repubblicani. In realtà le ricette sono molte, e queste midterm hanno premiato soprattutto i moderati, capaci di parlare a un pubblico ampio, senza pregiudizi né a destra né a sinistra.

  • I moderati. Jon Ossoff stravince in Georgia: giovane e brillante, propone leggi di buon senso, moderate e bipartisan, senza però alcun pregiudizio verso la sinistra del partito. James Talarico espugna il Texas con i toni rassicuranti dello studente di teologia, ma con contenuti radicali.
  • La sinistra. I candidati più progressisti ottengono buoni risultati e vincono dove erano leggermente favoriti: in Maine, dove Troy Jackson batte Susan Collins, e in Michigan. In Florida Angie Nixon perde di circa tre punti, ma dopo una campagna palmo a palmo, pur partendo da uno svantaggio che sembrava incolmabile. Recrimina, a ragione, su cosa sarebbe successo con più finanziamenti da Washington, invece di dare il seggio per perso in partenza.
  • I populisti. Gli esiti sono altalenanti per chi rappresenta istanze di sinistra strizzando l’occhio a destra. Il sindacalista indipendente Dan Osborn perde in Nebraska e arretra anche rispetto a due anni fa. Mary Peltola, nativa americana che vuole mettere gli interessi dell’Alaska sopra quelli del partito, potrebbe ancora vincere (il conteggio a classifica si chiuderà a metà novembre), ma finora non ha ottenuto il successo netto che ci si poteva attendere. Vincono invece il campione paralimpico Josh Turek in Iowa e Gina Hinojosa, eletta governatrice del Texas.

La sinistra è ormai a pieno titolo parte del Partito democratico. Vince quando può e sembra dettare la linea sui diritti sociali, mettendo al centro sanità e scuola. Resta una minoranza, soprattutto quando si definisce socialdemocratica, ma rappresenta una parte rilevante e rispettabile del partito vincitore.

 

Il “woke” è diventato adulto

In queste midterm la sinistra ha dovuto allentare la retorica sui diritti civili, che aveva confuso gli elettori. Basti pensare che proprio Talarico definiva Dio “non binario”, parlava di sei generi e lanciava campagne vegane. Gli elettori hanno però capito che qualche frase sciocca non è un problema, soprattutto se dall’altra parte c’è chi alimenta l’inflazione mettendo a ferro e fuoco il Medio Oriente. Per i democratici è bastato ritrattare quelle esagerazioni per riconquistare anche l’elettorato ispanico, che aveva votato Trump pure per un controllo deciso dei confini. Davanti alle deportazioni di massa, gli ispanici si sono spaventati e sono tornati all’ovile.

Sarebbe tuttavia sbagliato concludere che “il woke è morto”. Sono morti gli eccessi inutili che avevano allontanato gli elettori, come il politicamente corretto assoluto e le frontiere aperte. La lotta per i diritti civili essenziali prosegue, in forme più concrete e meno ideologiche. È stata rieletta la deputata transgender Sarah McBride, il New Hampshire ha mandato al Senato Chris Pappas, il primo uomo apertamente gay eletto in quell’aula, e in Georgia Keisha Lance Bottoms è la prima donna nera eletta governatrice di uno Stato americano. Si potrebbe dire che il “woke è diventato adulto”.

 

Le figure peggiori e le accuse infondate

Le figure peggiori le hanno fatte altri, a cominciare da Haley Stevens, democratica fervente sostenitrice di Israele. Pochi giorni prima delle midterm ha ritirato il suo appoggio ad Abdul El-Sayed, che l’aveva sconfitta alle primarie ed è ora il nuovo senatore del Michigan. Ha motivato la scelta con l’antisemitismo del rivale e ha annunciato il sostegno al candidato repubblicano. In realtà Stevens è stata sostenuta da oltre 30 milioni di dollari spesi da gruppi legati alla lobby filoisraeliana AIPAC, e le sue motivazioni appaiono un semplice pretesto.

Altrettanto imbarazzanti sono i tromboni, italiani e d’oltreoceano, che leggono la vittoria di El-Sayed come un successo dell’estremismo islamico. Secondo loro il senatore, insieme al sindaco di New York Zohran Mamdani, sarebbe un cavallo di Troia per imporre la sharia. Niente di più falso, e gli elettori lo hanno capito. Prendere posizione contro Israele non significa elogiare la legge islamica, ed El-Sayed, come Mamdani, è figlio del sogno americano: brillante studente, laureato in medicina, dirigente sanitario, pienamente integrato nelle strutture di potere.

Se due anni fa era il “woke” a esagerare, rendendo indigeste alcune questioni, in queste midterm sono i repubblicani ad abbaiare contro problemi che la popolazione non percepisce. È difficile parlare di dominio dell’Islam sulla politica americana quando Trump si accorda con Mamdani e i due si scambiano sorrisi. Un conto è la battaglia delle idee, in cui la radicalità è necessaria; un altro è credere a enormi falsità solo per delegittimare l’avversario, che si tratti dell’inclusività assoluta o dell’idea di vedere un nemico in ogni musulmano.

 

Verso il 2028

Dopo le midterm comincia la campagna elettorale democratica che ci porterà al 2028. Al momento i candidati di punta sembrano Talarico e Ossoff, e uno dei due partirà probabilmente da favorito, da front runner, come dicono gli americani. È un’arma a doppio taglio: ci sono esempi di chi, partito col vento in poppa, si è bruciato subito, e di chi è arrivato alla Casa Bianca. Può quindi aspettare con calma Alexandria Ocasio-Cortez, leader dell’ala sinistra del partito, pronta ad approfittare degli inciampi dei rivali interni.

 

Foto dalla pagina Facebook di Jon Ossoff

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