Tecnologia

Perché il silicio è diventato più prezioso del petrolio?

Il potere dell’IA oggi è nei chip più che nei software. L’Europa è prima nel regolamentare, ma ultima nel produrre, mentre Stati Uniti e Asia spingono sempre più avanti i confini della potenza computazionale.

1 Febbraio 2026

Il World Economic Forum di Davos 2026, che si è tenuto a Davos (Svizzera) dal 19 al 23 gennaio, ha riunito capi di Stato e investitori internazionali per discutere di crescita, sicurezza e governance. Al summit erano presenti anche i vertici delle Big Tech, impegnati in un confronto su data center, consumi energetici, infrastrutture digitali e sicurezza dell’intelligenza artificiale.

Mentre i leader di Nvidia, Microsoft e Amazon si sono concentrati sulle strategie di espansione e sull’efficienza delle risorse, Dario Amodei – cofondatore e CEO di Anthropic, la società che sviluppa il modello di intelligenza artificiale «Claude» – ha spostato l’asse della discussione sulla tenuta delle democrazie. Nel suo intervento ha lanciato un avvertimento diretto: il controllo dell’hardware è oggi l’unico argine rimasto per garantire la sicurezza globale.

L’ex dirigente di OpenAI, che lasciò la società proprio per divergenze sulla sicurezza dei sistemi, ha descritto i modelli di frontiera (i sistemi di IA più complessi oggi esistenti) come «a country of geniuses in a data center»: una una nazione di menti geniali racchiusa in un data center. Una potenza tale da imporre una revisione del concetto di sovranità nazionale; nella sua visione, non è più il codice a dettare le regole, ma gli asset fisici, ovvero i chip.

Per Amodei, il controllo dei semiconduttori avanzati rappresenta l’unica “maniglia” strategica rimasta per impedire che l’intelligenza artificiale sfugga al perimetro delle democrazie occidentali, proprio quando la tempestività normativa non riesce più a tenere il passo dell’innovazione. Se l’egemonia del XX secolo si è giocata sugli idrocarburi, quella del XXI si misura sulla capacità di processare dati.

Il rischio è che questa asimmetria diventi uno strumento nelle mani di regimi autocratici, capaci di «automate repression at industrial scale» — ossia di automatizzare la repressione su scala industriale. In questo contesto la Cina, che ha già integrato gli algoritmi nella gestione della stabilità interna, emerge come il principale attore di una nuova “tecnocrazia della sicurezza”.

Tale preoccupazione trova conferma nel Global Risks Report 2026, secondo cui la strumentalizzazione delle tecnologie di frontiera, innovazioni emergenti che sfuggono alle normative attuali, rappresenta una delle minacce globali più serie per i prossimi dieci anni.

Il settore di questi componenti è blindato da elevate barriere d’ingresso e da una carenza di offerta strutturale. Come sottolineato da Amodei, i microchip rappresentano la risorsa strategica per l’evoluzione dell’IA avanzata. L’addestramento dei modelli richiede infrastrutture di calcolo monumentali, ovvero cluster formati da migliaia di processori NVIDIA.

Per limitare questo potenziale, Washington ha imposto restrizioni all’export, volte a drenare la potenza computazionale cinese e a frenare sviluppo di tecnologie civili con applicazioni militari. Tuttavia, Pechino ha risposto accelerando gli investimenti: aziende come Huawei stanno incoraggiando la creazione di una filiera del silicio interamente indipendente e alternativa a quella occidentale.

Europa sospesa tra dipendenza tecnologica e regolamentazione

Se da un lato l’Europa guida il settore normativo con l’AI Act, dall’altro sconta un deficit manifatturiero che ne accentua la dipendenza strategica. Il nostro sistema poggia infatti su Taiwan per la produzione fisica e sulla tecnologia dell’olandese ASML, l’unico attore globale capace di fornire i macchinari per la litografia ultravioletta estrema. Senza queste “stampanti” di precisione, necessarie per i processori di nuova generazione, la produzione mondiale si fermerebbe. In tale contesto, proteggere i propri asset tecnologici diventa per Bruxelles l’unica via per mantenere un peso diplomatico e industriale tra Washington e Pechino.

Sul fronte della trasparenza, Amodei propone di obbligare le Big Tech a rendere pubblici i criteri di addestramento dei modelli, aprendo finalmente la “black box” che nasconde il funzionamento interno degli algoritmi.

Su un piano strutturale resta centrale il tema della Constitutional AI: Anthropic ha sviluppato un framework che vincola il comportamento dei modelli a una sorta di “costituzione” digitale ispirata a principi universali. Tuttavia, finché questi vincoli rimangono procedure interne e non soggette a uno scrutinio indipendente, l’IA resta un’area grigia soggetta ad autocertificazione privata.

Chip, sovranità e democrazia: la nuova politica industriale

Il segnale che arriva da Davos è chiaro: il controllo dei chip è diventato politica pura. Per l’Italia e per l’Europa, comprendere le dinamiche delle fonderie di silicio è oggi determinante quanto monitorare i flussi energetici. Non è un caso che l’Unione Europea abbia accelerato sul Chips Act 2.0, conscia che la sovranità si costruisce nelle “camere bianche”, i laboratori ad atmosfera controllata dei poli tecnologici nazionali.

In questo scacchiere, l’Italia occupa una posizione di nicchia ma strategica che dimostra come l’autonomia passi per il controllo fisico dei componenti. Sebbene marginale nella produzione dei processori avanzati, il Paese vanta un primato in segmenti come il carburo di silicio (SiC) e i MEMS, i microscopici sensori che permettono alle macchine di interagire con il mondo fisico. Poli come Catania e Agrate Brianza non sono solo centri produttivi, ma presidiano i “sensi” e i “muscoli” dell’intelligenza artificiale applicata all’industria.

Proprio questa capacità di produrre hardware specifico definisce i margini di manovra di uno Stato. Controllare i componenti e i data center oggi equivale a possedere le chiavi delle infrastrutture vitali: se l’accesso a queste risorse non è garantito, la capacità di un Paese di innovare o difendersi dipende interamente da decisioni prese altrove.

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