Salute mentale
Tra cura e medicalizzazione: ripensare la salute mentale
Negli ultimi anni, complice anche l’impatto della pandemia e l’uso dei social media come luogo di narrazione personale, la salute mentale è progressivamente uscita dalla dimensione specialistica per diventare una categoria interpretativa quotidiana.
Questo processo ha certamente contribuito a ridurre stigma, silenzi e marginalizzazione, ma ha anche favorito una tendenza, meno discussa ma altrettanto significativa, di progressiva sovrapposizione tra sofferenza esistenziale, disagio sociale e psicopatologia in senso clinico.
Parallelamente, termini clinici sempre più spesso vengono utilizzati nello spazio pubblico e digitale senza adeguate competenze o in modo semplificato e fuorviante, con il rischio di banalizzare esperienze psicopatologiche reali e, paradossalmente, di creare ulteriore incomprensione proprio per chi quei disturbi li vive concretamente.
Questa maggiore esposizione pubblica rende evidente come il linguaggio contribuisca a costruire la realtà sociale e, nel particolare, come contribuisca a cambiare il modo in cui individui e istituzioni percepiscono la vulnerabilità, come orienti politiche pubbliche, ridefinisca aspettative educative e modelli di cura.
Come già evidenziato da Marie Jahoda, nel volume Current Concepts of Positive Mental Health (1958), la salute mentale non coincide con l’assenza di sintomi, ma con un insieme complesso di fattori come integrazione identitaria, autonomia, relazioni significative e senso di efficacia personale.
Richiamare questa prospettiva aiuta a comprendere come la crescente diffusione del linguaggio diagnostico nella vita quotidiana rischi di restringere questa visione ampia della salute mentale, favorendo una lettura sempre più clinica anche di forme di sofferenza che appartengono alla normale complessità dell’esperienza umana.
In questo slittamento culturale, il disturbo mentale tende a essere percepito prima come classificazione diagnostica che come esperienza di dolore.
È l’etimologia stessa di “patologia” a venire in aiuto rimandando al “pathos”, alla sofferenza, all’essere attraversati da qualcosa che perde il controllo.
Recuperare questa dimensione non significa disconoscere il valore delle etichette diagnostiche, strumenti essenziali per orientare i progetti di cura, ma evitare che la diagnosi diventi identità totalizzante o scorciatoia interpretativa, andando a penalizzare l’aspetto più importante, quello umano.
La crescente medicalizzazione del disagio psicologico rappresenta uno degli esiti più evidenti di questo mutamento culturale, non solo nell’aumento delle prescrizioni farmacologiche, ma di un cambiamento più profondo nel modo di pensare il disagio. Michel Foucault, già in La nascita della clinica (1963) e successivamente in Sorvegliare e punire (1975), descriveva l’estensione delle categorie medico-sanitarie alla vita quotidiana come parte di una più ampia riorganizzazione del sapere e del potere.
Oggi questo processo si intreccia con una cultura della performance che tende a richiedere anche al dolore di essere rapidamente gestito e reso funzionale, favorendo una lettura sempre più tecnica delle difficoltà emotive.
I dati relativi alla prescrizione di psicofarmaci in età evolutiva offrono un indicatore concreto di quanto detto sopra. Il Rapporto OsMed dell’Agenzia Italiana del Farmaco del 2024 segnala un incremento significativo delle prescrizioni di psicofarmaci in età evolutiva, in particolare tra gli adolescenti, pur restando su livelli complessivamente inferiori rispetto ad altri Paesi occidentali.
Negli Stati Uniti, dati del Centers for Disease Control and Prevention e del National Institute of Mental Health pubblicati negli ultimi anni mostrano un aumento della prevalenza di depressione e disturbi d’ansia tra gli adolescenti nell’ultimo decennio, accompagnato da un più ampio ricorso alla farmacoterapia rispetto al contesto europeo.
Il confronto internazionale suggerisce cautela nelle interpretazioni, ma indica una tendenza culturale che merita attenzione.
La farmacoterapia resta uno strumento fondamentale perché il farmaco agisce sul sintomo e sulle difficoltà che questo comporta, ma è bene ricordare che molte condizioni di disagio hanno radici relazionali, educative, economiche e culturali che nessuna molecola può affrontare da sola.
Proprio per questo il tema non è opporre cura farmacologica e intervento sociale, ma comprendere come livelli diversi di risposta al disagio debbano integrarsi senza che uno sostituisca automaticamente l’altro.
È in questa prospettiva che la prevenzione assume una centralità spesso sottovalutata poiché prevenire non significa anticipare la malattia, ma costruire contesti capaci di sostenere la salute mentale prima che si deteriori. L’Organizzazione Mondiale della Sanità, in particolare nel
Comprehensive Mental Health Action Plan 2013-2030 e nel World Mental Health Report del 2022, insiste sulla promozione della mental health literacy, sulla qualità degli ambienti educativi e sull’integrazione dei servizi territoriali come pilastri della prevenzione primaria.
In Italia, il Piano di Azione Nazionale per la Salute Mentale 2025-2030 e il rafforzamento dell’assistenza territoriale previsto dal DM 77 del 2022 indicano un tentativo di spostare l’attenzione dalla gestione emergenziale alla costruzione di reti integrate tra sanità, scuola, servizi
sociali e comunità locali.
Tuttavia, la questione resta anche culturale.
L’inserimento di professionisti nei territori è necessario ma insufficiente se manca una reale collaborazione interdisciplinare.
Troppo spesso i servizi operano in parallelo, frammentando l’esperienza dell’utente e riducendo l’efficacia complessiva degli interventi.
In questo scenario di frammentazione dei servizi e medicalizzazione, la parola torna a occupare una funzione decisiva come strumento simbolico capace di trasformare l’esperienza emotiva, espressa spesso in disagi somatici o comportamentali, in pensiero condivisibile. E questo vale sia per chi sta soffrendo sia per chi accoglie quella sofferenza.
Ecco perché oggi è necessaria più che mai una grammatica del dolore.
La parola, oltre che espressione, è anche cura che restituisce complessità all’esperienza soggettiva.
Ed è proprio quando questa dimensione simbolica e relazionale si indebolisce che il dolore rischia di essere trattato esclusivamente come contenuto da esibire o come problema tecnico da risolvere.
A partire dal bisogno di centralità della parola si comprende meglio il rischio delle derive contemporanee: da un lato la spettacolarizzazione del dolore, che lo trasforma in contenuto comunicativo, dove la parola condivide un contenuto ma non una sofferenza dell’anima, e dall’altro
la sua immediata tecnicizzazione, che lo riduce a problema clinico ed etichetta diagnostica.
Entrambe le derive impoveriscono l’esperienza umana, anche perché il dolore non è necessariamente “curabile” né pedagogico; talvolta resta semplicemente una ferita e riconoscere questo, a volte, fa già parte del percorso di cura.
Ripensare la salute mentale oggi significa interrogarsi sul modo in cui una società riconosce e accompagna le diverse forme dell’esperienza emotiva, ricordando che la salute mentale non è solo assenza di disturbo, ma possibilità di abitare la propria esperienza, anche quando fragile.
La letteratura sul recovery e sulla psicologia positiva clinica mostra come il riconoscimento e l’attivazione dei punti di forza personali favoriscano agency, adattamento e qualità della vita anche in presenza di disturbi mentali, suggerendo che la cura non coincida soltanto con la riduzione del sintomo ma anche con il rafforzamento delle risorse. Allo stesso tempo, dalla “talking cure” freudiana di fine Ottocento fino agli studi sull’expressive writing di James Pennebaker dagli anni Ottanta, diverse tradizioni teoriche e di ricerca hanno evidenziato il ruolo della parola e della narrazione nel rendere l’esperienza emotiva pensabile e condivisibile.
Accanto agli interventi sanitari, sociali e politici, resta quindi decisiva anche questa dimensione simbolica: non perché basti
a risolvere il disagio, ma perché spesso è ciò che permette di riconoscerlo, attraversarlo e reinserirlo in una traiettoria di senso, individuale e collettiva.
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