Terzo Settore

Con le policy non si mangia

14 Marzo 2026

A ben pensarci potremmo utilizzare la (s)fortunata espressione dell’ex ministro Tremonti riferita alla cultura (e che ha dato origine a un certo dibattito con annessa produzione editoriale dimostrando quindi che qualcuno riesce a mettere insieme il pranzo con la cena) per trasferirla al campo del policy making.

Contribuire alla costruzione di politiche pubbliche è una competenza riconosciuta anche in termini formali alle organizzazioni di terzo settore ormai da tempo. Basti pensare ai Piani di zona istituiti dalla legge di riforma dei servizi sociali ormai più di un quarto di secolo fa. Ma oggi il quadro è evoluto grazie all’istituto della coprogranmazione inserito nelle norme di riforma del Terzo settore che estende il policy making a svariati settori (non solo il welfare in senso stretto) e inoltre lo accosta ad attività di coprogettazione degli interventi realizzando così una “combo” attrattiva.

A rendere ancora più rilevante il tema ha contribuito anche l’affermarsi di una nuova stagione di politiche come l’agenda 2030 delle Nazioni Unite orientate a missioni trasformative quindi con obiettivi di cambiamento espliciti, misurabili in termini d’impatto e realizzate da una pluralità di soggetti anche al di fuori del perimetro della sfera pubblica dove collaborano pubbliche amministrazioni e attori della società civile.

Un’evoluzione importante quindi – anche al netto di realizzazioni parziali o addirittura ambivalenti – ma con un problema di fondo ovvero l’assenza di un business model. A rilevare questa mancanza sono, comprensibilmente, gli attori del privato sociale orientati in senso imprenditoriale come le imprese sociali, ma non solo. “Stare ai tavoli”, come si usa dire, costa in termini di tempo (e quindi di risorse, anche perché di solito ci vanno “i migliori”) senza contare l’apporto in termini di dati, conoscenze, esperienze che finisce in un calderone dove il ritorno non è chiaro. E risolvere la cosa affermando che si tratta di contributi per il bene comune o di vantaggi in termini reputazionali e di posizionamento, pur essendo vero, non risolve la questione in termini di sostenibilità. Se poi dalle policy si passa al codesign degli interventi con il medesimo approccio il conto economico rischia di essere molto salato.

Non sorprende quindi che gli enti di terzo settore chiedano sempre più spesso di vedere riconosciuti i costi della governance sia in senso diretto, cioè pagando queste attività, o almeno riconoscendole come contributo in kind all’interno di budget che magari si ricavano da progettualità conseguenti allo sforzo pianificatorio. In questo modo però la questione non viene risolta alla radice perché si tratta di drenare risorse all’interno di voci di spesa spesso striminzite.

Fare politiche rimane quindi un’attività intrinsecamente debole perché non ricompresa in una vera e propria catena del valore. Un centro di costo con ricavi indefiniti o al massimo ascritti a esternalità positive e quindi non continuative ed esposte a forme di ridimensionamento. Non una grande prospettiva, soprattutto se si rappresenta la governance come un contesto più confacente all’azione degli attori sociali rispetto agli eccessi di mercatizzazione competitiva legati alla fornitura di beni di interesse collettivo. Un quadro che peraltro potrebbe ulteriormente esasperarsi se coprogrammare diventasse non un’attività preliminare alla progettazione ma un cantiere sempre aperto. Allora il rischio della insostenibilità economica diventerebbe davvero elevato.

A fronte di queste sfide si apre, o riapre, uno spazio di azione per “imprenditori di politiche” seguendo almeno due percorsi, entrambi piuttosto impegnativi. Il primo consiste nel ridefinire gli schemi di contabilità attraverso catene del valore dove tra le risorse di input vengono budgettizzate anche quelle di policy making e non solo di esecuzione delle attività, ben sapendo che le prime fanno riferimento a una pluralità di soggetti non solo apicali o specialistici, per cui ci sono sempre più persone nella stessa organizzazione che svolgono, in modo diverso, queste attività. In sintesi le politiche come parte integrante della proposta di valore che diventa oggetto di produzione e non solo scenario o quadro di riferimento. La seconda strada consiste, con un gioco di parole, nel “battere nuove piste” che collegano interventi settoriali a policy trasformative. L’economia sociale da questo punto di vista è emblematica perché il piano di azione europeo e a cascata quelli nazionali e locali non si limitano a definire l’identità di questo settore in termini di missione e di soggetti che ne fanno parte ma costruisce una serie di “passerelle” verso le transizioni hard come quella green e digitale, piuttosto che nel campo delle economie di prossimità (molto legate a rigenerazioni urbane e aree interne) dove si concentrano più risorse in cerca di allocazione, soprattutto se in forma d’impatti. Essere imprenditori di politiche in questa prospettiva può essere quindi non solo una condizione di efficacia ma anche di sostenibilità.

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