Italia

La citazione e il giudizio

Dal caso Bonaccini a Sciascia: perché tagliare una frase dal suo contesto — in politica come in un romanzo — non l’accorcia, la travisa. E perché solo gli aforisti possono permettersi di stare in una riga sola.

30 Agosto 2026

Ricominciamo da dove, in fondo, non era mai cominciato niente di serio, ma che per una voglia vogliamo affrontare seriamente. Il 24 agosto, ad Albenga, Stefano Bonaccini ragiona a voce alta sulla débâcle del voto popolare a sinistra: il boom di Trump, della Brexit, di Le Pen e della destra italiana avrebbe la sua base soprattutto tra chi ha un titolo di studio più basso, vive nelle periferie e nelle aree interne, sta peggio economicamente. Bonaccini inseriva quel dato dentro un discorso più largo sulle trasformazioni sociali degli ultimi anni e sul progressivo allontanamento delle classi popolari dalla sinistra: non un affondo contro l’elettorato di destra, ma un campanello d’allarme rivolto al proprio campo. Passano tre giorni e Giorgia Meloni mette in rete un frammento ritagliato ad arte da un colloquio video che l’avversario aveva concesso giorni prima a una testata locale, e nel montaggio il bersaglio si capovolge: non più un’autocritica interna al Pd, ma un disprezzo della sinistra per chi vota a destra. Da lì la sarabanda consueta: Tajani parla di un’offesa agli elettori del centrodestra, Salvini la liquida come il solito vizio della sinistra di giudicare le persone dal titolo di studio, Nordio parla di idee confuse, Foti accusa la sinistra di un complesso di superiorità culturale e morale, Vannacci rivendica con orgoglio quel voto, il Pd ribatte che le parole sono state tagliate fuori dal loro contesto e usate in modo improprio, e infine Carlo Calenda mette il sigillo: «Bella questa polemica Meloni-Bonaccini. Degna conclusione del nulla agostano». Tre giorni di titoli, e nessuno che abbia discusso il merito, cioè perché in tutto l’Occidente il voto delle classi popolari scivoli verso la destra. Si è discusso solo del taglio.

Il taglio, appunto, è la vera notizia sotto la notizia. Ed è un meccanismo molto più vecchio di TikTok, anche se i social — con la loro grammatica della frase isolata, del video di pochi secondi, della didascalia che sostituisce il contesto — lo hanno trasformato in una macchina industriale, capace di produrre in un’ora quello che un tempo richiedeva un titolo di giornale scelto con malizia. Il taglio politico esiste da quando esiste il discorso politico: si prende un pezzo di un ragionamento, lo si separa dal resto, e lo si fa reggere da solo, sapendo che da solo non regge, o regge in un modo diverso, spesso opposto. Non è propriamente menzogna, nel senso classico: non si inventa una frase mai detta. È qualcosa di più subdolo: si usano parole vere per far dire a chi le ha pronunciate un pensiero che non ha mai avuto.

Ci sono casi più antichi e istruttivi, che riguardank non la politica ma la letteratura, e proprio per questo mostra il meccanismo allo stato puro. Uno mi sta particolarmente a cuore. Ne «Il giorno della civetta» di Sciascia, chi divide l’umanità in cinque categorie — «gli uomini, i mezz’uomini, gli ominicchi, i pigliainculo e i quaquaraquà» — non è Sciascia. È don Mariano Arena, il capomafia, che pronuncia quella classificazione nell’incontro con il capitano dei carabinieri Bellodi, per spiegargli a modo suo perché lo rispetta pur sapendo che lo manderà in carcere. È una battuta messa in bocca a un boss per fargli dire, con la sua logica di potere, chi merita rispetto e chi no; il senso del romanzo, semmai, sta nell’amarezza con cui persino un carabiniere onesto viene giudicato “uomo” solo secondo il metro morale del suo nemico. Eppure quella frase circola da sessant’anni come se fosse un aforisma di Sciascia in persona, il suo pensiero sull’umanità, buono per bacchettare il vicino di condominio. Si toglie la cornice — chi parla, a chi, perché, con quale ironia — e resta solo la sentenza, che a quel punto dice un’altra cosa. Non è più un romanzo che mette in scena una visione del mondo per giudicarla dall’esterno: sembra un’approvazione di quella visione, come se venisse da lui. È lo stesso movimento della citazione politica fuori contesto: si scambia la voce del personaggio per la voce dell’autore, la premessa di un ragionamento per la sua conclusione.

Proprio per questo non tutte le citazioni brevi sono uguali, e vale la pena distinguerle. Ci sono stati autori il cui mestiere è stato comprimere un pensiero intero dentro una riga sola, senza lasciare fuori nulla: Karl Kraus, che passò una vita a scrivere sentenze chiuse su se stesse come porte blindate; Ennio Flaiano, capace di condensare un intero trattato di disincanto in due righe di battuta; Marcello Marchesi, che dal cabaret alla pubblicità dei caroselli fece della battuta fulminante un genere autonomo. Citarli in poche parole non tradisce nulla, perché in poche parole sta già tutto: l’aforisma non ha un prima e un dopo da cui viene strappato, nasce chiuso, autosufficiente, pensato apposta per reggersi da solo. È l’esatto contrario del discorso politico, che per natura è disteso, condizionale, pieno di premesse e distinguo — e che perciò, tagliato a metà, non si accorcia: si travisa.

È questa la differenza che manca al dibattito pubblico italiano, dove ogni intervento di venti minuti viene trattato come se fosse già, di per sé, un aforisma, e dove la caccia al fotogramma incriminabile ha sostituito la lettura del discorso intero. Bonaccini avrà anche scelto male le parole, si può discutere se la sua diagnosi sia giusta o sbagliata: ma non è quella la discussione che si è fatta nei giorni scorsi. Si è discusso di un fantasma costruito con le sue stesse parole, rimontate. Nelle prossime settimane succederà a qualcun altro, di qualunque colore politico, perché il taglio non ha bandiera: è ormai l’unico genere che la metodologia italiana della politica sa ancora praticare con regolarità. Alla fine viene da pensare a don Mariano e alla sua ultima categoria, quella dei quaquaraquà, destinati a un’esistenza priva di senso non diversa da quella di anatre in una pozza d’acqua: perché è lì che sta finendo il dibattito pubblico, non più un discorso da ascoltare per intero, ma un rumore da ritagliare e far starnazzare a comando.

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