Musica
Il filo nascosto di Aix
Da Mozart a Strauss, da Filidei a Castellucci, l’edizione 2026 del Festival di Aix-en-Provence trova una coerenza inattesa nel racconto di un cammino “umano troppo umano”
A volte non serve dichiarare un tema preciso perché un festival costruisca, quasi inconsapevolmente, un percorso di senso attraverso la sua programmazione. È un po’ quello che è successo ad Aix-en-Provence quest’anno, la prima edizione diretta da Ted Huffman, anche se il cartellone era già stato definito da Pierre Audi prima della sua improvvisa scomparsa, avvenuta lo scorso anno. Pur privo di un manifesto esplicito, il festival sembra attraversato da un’unica domanda: che cosa significa diventare umani? Una domanda che assume forme diverse – il passaggio dall’infanzia all’età adulta, la conquista di una coscienza, la maternità, la nascita, la morte – ma che finisce per unire spettacoli lontanissimi per estetica e linguaggio.
Il dialogo più evidente è quello tra Die Zauberflöte e Die Frau ohne Schatten, proprio perché Strauss e Hofmannsthal concepirono quest’ultima come una risposta moderna al Singspiel di Mozart: due mondi contrapposti, una fitta trama simbolica e un itinerario iniziatico verso la redenzione. Ma alcuni di questi temi riaffiorano con sorprendente naturalezza anche nella nuova opera di Francesco Filidei, Accabadora, e persino nel Requiem di Romeo Castellucci, che trasforma la messa per i defunti in un arco drammaturgico capace di congiungere la morte di un’anziana donna all’apparizione finale di un neonato. In fondo è come se ogni opera del festival raccontasse, da un punto di vista diverso, l’attraversamento di una soglia.

La produzione destinata a lasciare il segno è probabilmente Die Frau ohne Schatten, grazie a un cast straordinario, alla raffinata e imprevedibile regia di Barrie Kosky, ma soprattutto perché segna l’ingresso nel panorama operistico del trentenne Klaus Mäkelä. Pensare che si tratti della sua prima grande produzione teatrale è quasi sconcertante. Colpisce anzitutto l’istinto drammatico del giovane direttore: la partitura non viene trattata come un monumento sinfonico, ma come un organismo teatrale in cui orchestra e palcoscenico respirano insieme. Le voci non sono mai sommerse dalla massa orchestrale, e tuttavia non vengono neppure artificialmente isolate, ma emergono dal tessuto sonoro per poi riaffondarci come personaggi che appartengono alla stessa materia musicale dell’orchestra. È una direzione che vive di equilibri, di attese, di impercettibili calibrature dinamiche sempre orientate all’efficacia teatrale.
Dal canto suo Kosky accompagna questa lettura con un allestimento che procede inizialmente lungo coordinate quasi realistiche, salvo incrinarle progressivamente attraverso immagini perturbanti, fino a precipitare nel terzo atto in uno spazio completamente altro: una sorta di backrooms, per citare il recente horror di Kane Parsons, stanze mentali dove gli oggetti disseminati durante lo spettacolo riappaiono come reliquie di un sogno di cui ormai conosciamo la grammatica.

Proprio il confronto con Die Frau ohne Schatten rende ancora più evidente la fragilità del nuovo Flauto magico affidato a Clément Cogitore. L’idea di fondo è tutt’altro che trascurabile: leggere il capolavoro mozartiano come il doloroso ingresso di Tamino e Pamina nell’età adulta, con tanto di controfigure bambine e preadolescenti che agiscono sul palcoscenico. Le intuizioni tutto sommato non mancano, ma sul fronte della traduzione scenica il risultato è deludente. Dopo una partenza promettente, fatta di immagini d’archivio che sanno molto di neorealismo del dopoguerra, la macchina teatrale sembra progressivamente sfuggire al controllo del regista, che appare sopraffatto dalla complessità dell’opera. La messinscena perde di compattezza, l’azione si fa confusa e alcuni momenti raggiungono un grado di approssimazione sorprendente per un festival di questo livello. Neppure la direzione di Leonardo García-Alarcón, spesso imprecisa, riesce a compensare queste debolezze, aggravate da un cast nel complesso poco convincente.

Passando alla prima assoluta di Accabadora, tratta dal romanzo di Michela Murgia, Francesco Filidei conferma di essere oggi uno dei compositori che oggi meglio sanno fare teatro e, in generale, raccontare storie in musica, senza dubbio il migliore nel repertorio italiano che sta provando, anzi riuscendo a rifondare. Ancora una volta, dopo Il nome della rosa, il materiale di partenza è un romanzo, e ancora una volta Filidei, anche autore del libretto insieme a Manuelle Mureddu, non tenta di comprimere il racconto entro una narrazione lineare, ma accetta la frammentarietà come principio costruttivo. È proprio questa successione di episodi, continuamente variati per stile e colore, a stimolare una scrittura musicale sorprendentemente ricca, che riesce però a mantenere un’identità coerente, anche grazie all’attenta, coinvolgente direzione di Lucie Leguay. Solo la lunga scena di un’eutanasia messa in pratica dall’accabadora Tzia Bonaria (la bravissima Noa Frenkel) sospende questa logica episodica, mostrando una continuità d’azione che diventa il cuore emotivo dell’opera.
La regia di Valentina Carrasco asseconda perfettamente la natura composita della partitura e ne valorizza la dimensione più lirica. Il realismo quotidiano si dissolve continuamente in una dimensione poetica fatta di piccoli gesti, nella quale i personaggi acquistano una delicatezza commovente. Lo spettacolo di Carrasco, atteso a Bologna il prossimo anno, non teme di mettere in mostra il carattere anche bozzettistico dell’opera, senza calcare la mano ma definendo un ambiente preciso che Filidei, che non a caso cita spesso Puccini tra i suoi punti di riferimento, usa per definire la “tinta” – per usare un termine verdiano – del suo lavoro.

Infine, la ripresa del Requiem di Romeo Castellucci chiude idealmente questo itinerario. Lo spettacolo appartiene forse a una stagione ormai conclusa della ricerca del grande regista, quella in cui il rapporto tra parola, immagine e simbolo era più esplicitamente dichiarato rispetto ai lavori degli ultimi anni. Eppure conserva intatta la propria forza. L’elenco delle specie estinte, la successione di immagini autonome, le brusche discontinuità narrative continuano a esercitare sullo spettatore una forza visionaria che il tempo non sembra aver minimamente attenuato. Merito anche della direzione di Raphaël Pichon che, alla guida del suo versatile ensemble Pygmalion, evita qualsiasi monumentalità liturgica per costruire un flusso musicale di grande tensione drammatica.
Foto di copertina © Monika Rittershaus
Devi fare login per commentare
Accedi