Partiti e politici
Le scarpe e il vuoto
La polemica sulle scarpe di Silvia Salis dice poco di lei e molto di un centrosinistra che cerca un volto prima ancora di avere un’idea. Il federatore è l’idea per non trovare una soluzione.
La polemica sulle scarpe di Silvia Salis è politicamente indegna. Stabilirlo richiede mezza riga, e quella mezza riga è già sprecata. Una sindaca può permettersi Manolo Blahnik come chiunque altro voglia e possa farlo, e chi costruisce un argomento politico sul prezzo di un décolleté sta ammettendo, tra le righe, di non averne uno migliore.
La foto che l’ha scatenata, però, racconta qualcosa di preciso. Bloomberg dedica un lungo profilo a una sindaca in carica da meno di un anno, la inquadra come “il volto nuovo italiano”, le chiede se si vede come anti-Meloni, la fotografa in tailleur gessato con le scarpe firmate sul pavimento. Salis risponde che l’attenzione “la lusinga”, che di fronte a una richiesta unitaria “sarebbe una bugia” dire che non la prenderebbe in considerazione, che sviluppo economico e giustizia sociale “possono coesistere”. Poi precisa: è la sindaca di Genova, rispetterà il mandato.
Lo schema è vecchio. Appartiene alla storia ciclica del centrosinistra italiano, molto più di quanto appartenga a Salis.
Ogni volta che il centrosinistra italiano si trova in stallo, riemerge la stessa soluzione: trovare qualcuno che stia al di sopra delle parti, che non appartenga a nessun partito, che possa tenere insieme ciò che i partiti non riescono a tenere insieme da soli. Il federatore. La figura è ricorrente perché risponde a una domanda reale: come si governa una coalizione frammentata senza che nessuno dei leader esistenti ceda posizioni?
La risposta onesta è che non si può, e che il federatore serve esattamente a non doverla dare. Schlein non cede a Conte (“sono pronta a guidare il centrosinistra”, tentando di placare eventuali velleità di Salis), Conte non cede a Schlein, e nel mezzo si apre lo spazio per un nome terzo che, almeno in apparenza, non toglie niente a nessuno. Salis riempie quello spazio non perché lo abbia cercato con determinazione, ma perché il campo largo lo ha lasciato vuoto.
Il problema è che la figura del federatore, così concepita, nasce già esausta. Chiunque venga chiamato a quel ruolo senza che i partiti abbiano prima ceduto qualcosa — una quota di potere, una posizione programmatica, una rinuncia reale alla propria egemonia interna — si trova a gestire una somma di veti travestita da coalizione. Può avere il profilo giusto, la biografia giusta, le scarpe giuste o sbagliate. Non cambia niente, perché il nodo non è la persona: è che nessuno al tavolo ha ancora deciso di perdere qualcosa per vincere insieme.
Il centrosinistra italiano chiede ciclicamente a qualcuno di risolvere un problema che solo i suoi leader possono risolvere, e che finora nessuno ha avuto interesse a risolvere davvero. Invocare un federatore è più comodo che cedere un pezzo di potere personale. Costa meno, nell’immediato. E produce, puntualmente, coalizioni che si reggono sull’immagine di chi le guida anziché sulla sostanza di ciò che propongono.
“Sviluppo economico e giustizia sociale possono coesistere”: questa è la piattaforma con cui Salis entra nel dibattito nazionale. Un enunciato senza programma. Niente su come, su chi paga, su quale riforma fiscale, su quale modello industriale per il Mezzogiorno, su cosa si fa con il debito pubblico mentre si promette più welfare. Quello che manca a Salis manca a tutto il campo largo: nessuno sta costruendo quella piattaforma. Schlein e Conte si disputano la leadership su un programma comune che ancora non esiste. Le primarie di cui si discute non servono a scegliere chi guiderà un progetto: servono a decidere chi avrà poi il diritto di scriverlo. Il metodo è rovesciato, e produce precisamente quello che tutti dicono di voler evitare: la politica come competizione tra persone anziché tra idee.
Quando manca il programma avanza l’immagine. Quando manca l’immagine avanzano le scarpe.
C’è un problema concreto, che riguarda Genova prima che Roma. Una sindaca eletta da meno di un anno che guarda già oltre il mandato ha consumato una quota di credibilità locale difficile da recuperare. Ha smentito, ha precisato, ha riaffermato l’impegno verso i genovesi. Le smentite arrivano sempre un ciclo di notizie dopo. E lasciano un residuo.
La politica personalistica funziona così: brucia il capitale prima ancora di investirlo, perché antepone la proiezione alla costruzione. Chi arriva al tavolo nazionale portando solo la propria immagine si consegna alla logica di quella stessa immagine. Comprese le scarpe.
La destra lo sapeva. Quella foto era un’occasione. L’occasione è stata colta
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