Letteratura
Ciò che Marcello Veneziani ha taciuto: lo sguardo di chi ha vissuto in Russia per trent’anni
Risposta all’articolo di Marcello Veneziani “Russia e Italia, sorelle d’anima” (del 26 luglio 2026)
Gentile Marcello,
Innanzitutto, vorrei ringraziarla per il suo articolo. Lei ha colto con finezza e assoluta giustezza quel legame metafisico, quell’invisibile ponte culturale che per secoli ha unito gli scrittori russi all’Italia. Tuttavia, proprio il rispetto per il suo talento e per la forza delle sue parole mi spinge a intraprendere un’aperta polemica con lei.
A mio avviso, il vostro articolo assume alcuni tratti tipici della comunicazione propagandistica. Propaganda nella sua accezione peggiore, perché ciò che lei scrive è falsità e un subdolo spostamento degli accenti. Che sia consapevole o meno, è solo una questione di sfumature. Dietro la splendida facciata della sua nostalgia letteraria si cela ciò che in Russia si è soliti chiamare “villaggi Potëmkin”: una vetrina sfarzosa, magistralmente allestita, dietro la quale si nasconde una realtà feroce e distruttiva.
Mi permetta di spiegarle perché mi arrogo il diritto di esprimere un simile giudizio. Nelle mie vene scorre sangue ucraino, tutta la mia famiglia è originaria dell’Ucraina. Eppure, ho trascorso trent’anni della mia vita in Russia. Lì mi sono formato e ho lavorato per molti anni nel settore culturale. Conosco quella macchina statale non per averne letto sui giornali. Ho visto dall’interno come vengono erette queste facciate, come funziona il sistema e come la grande arte viene cinicamente trasformata in uno strumento politico.
Lei apre la sua riflessione con un rimprovero: l’Unione Europea, a suo dire, «ha dichiarato guerra alla Russia, immaginando di essere stata attaccata». Questa non è semplicemente un’elegante iperbole letteraria: è una mistificazione della realtà. Non mettiamo un segno di uguaglianza tra la cultura e lo Stato inteso come soggetto politico! La tragica rottura delle relazioni e la famigerata cancel culture non sono nate nel vuoto, e lei ricorre deliberatamente alla manipolazione ignorando il contesto.
Lei sembra ignorare la tragedia principale, l’innegabile fatto che è stata proprio la Russia a scatenare una guerra su larga scala e sanguinosa nel cuore dell’Europa. Omettere questa causa primigenia dalle sue parole solleva completamente dalle proprie responsabilità la leadership politica del Paese, trasformando l’aggressore in una vittima innocente. Insomma, seguendo la sua logica, la cultura verrebbe “cancellata” da sola, come se nel mondo non fosse accaduto nulla.
Lei si rammarica per le sanzioni alla Biennale di Venezia, per la chiusura dei padiglioni, per i divieti. Ma siamo onesti: nessuno in Europa sta cancellando la cultura classica russa. Alla Scala continuano a risuonare le musiche di Čajkovskij e Musorgskij, e sui palcoscenici europei vanno in scena le opere di Čechov. Non si cancella la cultura. Si cancellano le istituzioni statali e i progetti finanziati dallo stesso bilancio che alimenta la macchina da guerra. Il padiglione russo a Venezia non è il rifugio della cultura libera, è un megafono ufficiale che nel linguaggio diplomatico viene definito soft power. È il tentativo dello Stato di coprire i propri crimini politici dietro il grande patrimonio umanistico del passato.
Ma ciò che più mi sconcerta è la sua inspiegabile cecità di fronte a ciò che accade all’interno della Russia stessa. Nel difendere la cultura russa dalla “cancellazione” europea, lei tace su come, proprio in questo momento, lo stesso Stato russo stia distruggendo la propria cultura con una ferocia spietata e maniacale.
Dov’è oggi il fior fiore della letteratura russa contemporanea? Scrittori di fama mondiale — Boris Akunin, Dmitrij Bykov, Dmitrij Gluchovskij — sono stati dichiarati dalle autorità “terroristi” e “agenti stranieri”. I loro libri vengono ritirati dalle biblioteche, la loro vendita è vietata e vengono avvolti in pellicole opache, come si fa con la pornografia. Lei scrive di teatro, ma è al corrente del fatto che, in questo preciso istante, la talentuosa regista Evgenija Berkovič e la drammaturga Svetlana Petrijčuk si trovano dietro le sbarre, condannate a reali pene detentive per il solo fatto di aver messo in scena un’opera teatrale? Sa che il leggendario “Gogol Center” del regista Kirill Serebrennikov — un faro luminoso di libertà e arte contemporanea — è stato smantellato e chiuso?
Nella Russia di oggi, musicisti, attori e altre figure di spicco dell’arte non vengono semplicemente cancellati ed epurati dalla cultura: vengono ufficialmente bollati come “agenti stranieri”, “estremisti” e “terroristi”, costringendoli di fatto all’espatrio. È la Russia stessa, proprio in questo momento, a cancellare con crudeltà i suoi stessi artisti per il solo fatto di dissentire con il regime. Ma lei sceglie di ignorare questa realtà. Per lei, la chiusura di un singolo padiglione statale in Europa rappresenta una catastrofe, mentre il sistematico annientamento della cultura indipendente all’interno della Federazione Russa sembra essere un fatto del tutto irrilevante.
Ho letto con particolare amarezza il suo passaggio su Nikolaj Gogol. Lei sostiene che, dal momento che Gogol era ucraino ma scriveva in russo, ciò dimostrerebbe l’appartenenza dell’Ucraina al “mondo russo e non a quello europeo”. Questa è una narrativa imperialista pura, incontaminata, che nega a un intero popolo il diritto alla propria autodeterminazione e soggettività. Gogol è una figura biculturale di estrema complessità. È vero, scriveva nella lingua dell’Impero, ma la sua opera è vivificata dal folclore ucraino, dalla mitologia e da quello spirito libertario che è sempre rimasto estraneo alla metropoli russa. Seguendo questa logica, visto che Lev Tolstoj ha scritto enormi capitoli di Guerra e pace in francese, dovremmo forse considerarlo parte del mondo francese? E se Polonia, Finlandia, Paesi Baltici, Kazakistan e molte altre nazioni hanno fatto un tempo parte dell’Impero russo, questo autorizza forse a negare loro il diritto a una propria cultura e indipendenza?
L’uso della lingua di un ex impero non priva certo un popolo del diritto alla propria identità. Una doppia identità culturale consente piuttosto di guardare al mondo con maggiore profondità e ampiezza: sia dall’interno che dall’esterno.
Lei si appella ai nomi di Gogol e Tolstoj nel tentativo di difendere la Russia odierna. Ma oserei presumere che i grandi classici inorridirebbero nello scoprire che oggi i loro nomi vengono usati per giustificare il revanscismo imperiale. Le anime morte e L’ispettore generale non sono affatto un inno all’Impero, bensì una condanna spietata della sua burocrazia, della sua corruzione e della sua sclerosi spirituale. Gogol insegnava la compassione, l’onestà, ed era un grande umanista. Esattamente come Lev Tolstoj, autore dei più importanti testi contro la guerra del suo tempo. Nella Russia contemporanea, sia Gogol, per la sua satira sul potere, sia Tolstoj, per il suo pacifismo, verrebbero oggi sbattuti in prigione. Pertanto, cercare di giustificare la guerra attuale usando i nomi di scrittori che hanno trascorso la vita intera a criticare quell’ordine imperiale, è un profondo errore e uno stravolgimento dell’essenza stessa della loro opera.
Se si trovassero nella Russia di oggi, verrebbero immediatamente arrestati per “discredito delle forze armate”. Le rammento una citazione di Lev Tolstoj:
«Di nuovo la guerra. Di nuovo sofferenze inutili, ingiustificate, di nuovo la menzogna, di nuovo lo stordimento generale, l’imbarbarimento degli esseri umani… Si compie qualcosa che non dovrebbe, che non può accadere: si vorrebbe credere che sia un sogno e svegliarsi. Ma no, non è un sogno, bensì una realtà agghiacciante.»
Cosa crede che scriverebbe degli eventi di oggi?
Gentile Marcello, la letteratura non deve diventare un’arma nelle mani di manipolatori politici. Usare l’eredità umanistica del XIX secolo per giustificare le tragedie del XXI secolo significa tradire l’essenza stessa di quella letteratura. L’Italia e la Russia potrebbero effettivamente essere “anime gemelle”, ma un’autentica e profonda affinità d’animo si costruisce sempre sulla verità, non sulle illusioni, sulla propaganda e sulle belle scenografie dei villaggi Potëmkin.
E per concludere, richiamando ancora le parole del grande scrittore russo Lev Tolstoj, le pongo una domanda: perché fa eco alla propaganda e avalla l’impunità della guerra?
«Si può comprendere come queste persone infelici, condotte da secoli di violenza e inganno a considerare il crimine più grande del mondo — l’assassinio dei propri fratelli — come un atto valoroso, possano compiere tali orrori senza ritenersi colpevoli. Ma come possono le persone cosiddette illuminate predicare la guerra, favorirla, parteciparvi e, fatto ancora più terribile, senza esporsi in prima persona ai pericoli della guerra, incitarvi e mandarvi i propri infelici e ingannati fratelli? Dopotutto, queste persone cosiddette illuminate, per non parlare della legge cristiana, se si ritengono suoi seguaci, non possono certo ignorare tutto ciò che è stato scritto, si scrive, è stato detto e si dice sulla crudeltà, l’inutilità e l’insensatezza della guerra. È proprio per questo, del resto, che sono considerate persone illuminate: perché sanno tutto questo.»
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