Partiti e politici
“La nostra democrazia più forte di tutto”: il sogno di Mattarella nell’Italia delle “Schede Bianche”
Ieri il Presidente Sergio Mattarella ha rivolto i tradizionali auguri per il 2026 al Paese. Il passaggio più vibrante e citato dai giornali ha riguardato la forza della “nostra democrazia”, superiore a quella di “ogni possibile ostacolo”. È interessante analizzare alla luce di queste parole, doverose quanto forse troppo ottimistiche, il livello di fiducia e di affezione alla partecipazione e pratica democratica, ben fotografata nel recente libro “Schede Bianche”, curato dagli studiosi Paolo Natale, Luciano Fasano e Roberto Biorcio, ed edito dalla LUISS.
«Abbiamo di fronte problemi vecchi e nuovi, accresciuti dall’incertezza del contesto internazionale che attraversiamo. Entriamo, inoltre, oggi, in un tempo in cui tutto diventa globale e interdipendente, dall’economia, all’ambiente, al clima, alle rivoluzioni tecnologiche che investono le nostre vite, ai rischi delle pandemie, alle reti del terrorismo integralista. Ma nessun ostacolo è più forte della nostra democrazia. Desidero ricordarlo a tutti noi e rivolgermi, particolarmente, ai più giovani.» Sul finale del suo tradizionale messaggio agli italiani, il Presidente della Repubblica ha pronunciato questa frase, candidata naturale a dare il titolo a molti giornali. È un concetto insieme indispensabile e doveroso, eppure che suona come inattuale, ottimistica, e figlia di un tempo – quello della vita pubblica e politica di Mattarella e di molti autorevoli esponenti della cosiddetta Prima Repubblica – in cui le sfide e i pericoli non sembravano meno terribili – il terrorismo, le stragi di mafia, la Guerra Fredda – eppure davvero la fiducia nella partecipazione democratica come metodo, come antidoto, non è mai stata messa in discussione. Ma oggi, è ancora così? E se non lo è, ci sono segni per una possibile inversione della rotta?
Nelle scorse settimane, mi sono dedicato a una lettura attenta del libro “Schede Bianche – Perché gli italiani votano sempre meno”, scritto dal nostro Paolo Natale, Luciano Fasano e Roberto Biorcio, che è un dettagliato viaggio nell’allontanamento del popolo italiano dalla partecipazione democratica, e potremmo dire dal sentimento democratico, che ha nell’astensionismo, dopo tutto, solo un sintomo. Il più evidente, il più facilmente misurabile e modellabile, ma resta un sintomo di ben altre malattie.
Il libro, per chi è appassionato di politica, è anzitutto un avvincente viaggio spazio-temporale nella storia elettorale delle democrazie occidentali, con particolare riferimento naturalmente alla nostra. Attraverso la lente della partecipazione, utilizzando le chiavi tecniche della politologia e della ricerca statistica, il libro ricostruisce le diverse fasi dell’astensionismo italiano, e ci riporta al lungo tempo della “Repubblica giovane” nel quale il non-voto era veramente comportamento marginale, sia nelle statistiche sia per quanto riguarda i pezzi di società dai quali proveniva. Spiegano gli autori che quanti non sentivano il voto come possibile vettore di miglioramento della loro condizione socio-economica erano quelli che non andavano a votare, e cioè circa il 10% della popolazione. Una quota piccola che, per comparazione, dovrebbe farci molto riflettere su quel che è successo dopo, in Italia e non solo.
A far da contrasto col presente, ci sono molti elementi che prendono la forma di dati e numeri estratti dal passato. C’è ad esempio del racconto di quello che è stato, con ogni probabilità e per tante ragioni, non per forza nobili, il paese democratico più politicizzato d’Occidente: l’Italia, appunto. È quello il tempo al quale si riferiva nel suo discorso Sergio Mattarella, un tempo in cui ” le legittime dialettiche tra le varie posizioni hanno contribuito a concrete realizzazioni che hanno cambiato in meglio la vita delle persone. Diritti e doveri sono diventati progressivamente fatti e non sono rimasti astratte affermazioni”. Questo senso di appartenenza a una parte, ora orgogliosa, ora rivendicativa, ora impaurita per la minaccia comunista, era però catalizzatore di un senso di appartenenza al tutto: a una società che restava una cosa sola, e a una pratica imprescindibile e in fondo desiderabile, quella del voto. Lo scioglimento del caldo ghiaccio del Novecento, in Italia combacia con il crollo del sistema partitico che aveva retto le istituzioni, e siamo a Tangentopoli. Schede Bianche racconta il leghismo, il Berlusconismo e il Movimento 5 Stelle come fenomeni politici molto diversi tra loro ma accomunati dalla capacità di fare da argine alla fuga dalla politica. Fa sorridere, pensando alla carica antipolitica che tutti portavano con sè: ma era un’antipolitica che, in fondo, prometteva che con loro, nei posti di comando, sarebbe stato tutto diverso. Se il problema era la disonestà, loro sarebbero stati puri. Se il problema era l’inefficienza, ecco l’Uomo del Fare. Se il problema era la distanza delle élite dal popolo, ecco i popolani estratti a sorte dell’Uno-Vale-Uno. Solo che, come prevedibile, il lungo ciclo delle alternative miracolose si è esaurito senza far miracoli, e lasciando il paese insoddisfatto della politica, rabbuiato dopo le parentesi tecniche e sempre meno appassionato, sempre più apatico. Così, il paese più politicizzato e partecipante d’Europa – molto interessante, nel libro, la dimensione comparativa e la sua capacità rivelatoria – è diventato uno di quelli che lo è meno: che meno crede alla democrazia, insomma, e meno la pratica. Di fronte a una democrazia che non decide, davanti a un sistema partitico che promette rivoluzioni quando è all’opposizione per poi dedicarsi al business as usual quando governa, gli italiani prima si sono arrabbiati, e ora appaiono arresi: appunto, apatici.
Ecco, l’apatia è una categoria che in Schede Bianche torna, spesso, soprattutto raccontando l’astensione di questo tempo. Una parola che ci riporta al punto da cui siamo partiti, le parole di Sergio Mattarella. L’apatia democratica è compatibile con la forza della democrazia cui ha richiamato il Presidente? Davvero la democrazia di oggi – peraltro in crisi in tutto il mondo, dal punto di vista della capacità attrattiva – è ancora più forte dei suoi avversari? E non è forse questo il vero allarme, quello dell’inutilità percepita del miglior modo di governo che gli umani hanno inventato, il problema di oggi e ancor più di domani? Domande retoriche, dalla risposta probabilmente scontata. Il 2026 che è appena iniziato sarà un anno importante proprio perché non prevede, in linea teorica, appuntamenti elettorali importanti. In teoria, quando si governa si semina l’amore per la democrazia, e poi lo si raccoglie alle urne. Ci aspettiamo, purtroppo, che sarà invece un tempo di regolamenti di conti anticipati e di lunga campagna elettorale. Ma speriamo, come sempre, di essere smentiti.
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