Letteratura

Una missione urbana

Un romanzo del 1972 che ancora ci mette in discussione

4 Settembre 2026

 

Il romanzo Randagio è l’eroe di Giovanni Arpino (Pola 1927-Torino 1987) inaugurava nel 1972 la trilogia “fantastica” dell’autore torinese, lontana dal realismo delle più note prove narrative precedenti, e orientata verso ambientazioni picaresche animate da personaggi ai margini della società, malinconici e privi di malizia, nutriti da qualche speranza alternativa alla spietata concretezza del mondo contemporaneo. Già il titolo, con l’attributo posto in posizione straniante rispetto alla consuetudine prosaica, quasi fosse un verso di poesia, sottolinea l’inquieta erranza dell’eroe di cui si parla, la sua bizzarra indisciplina. Un eroe randagio sarà sempre fuori luogo, non allineato, imprevedibile e ribelle. Così infatti è Giuan, omone dai gesti lenti e meditati, pittore di tele contraffatte destinate ai mercatini, ossessionato dal Cenacolo di Leonardo che riproduce maniacalmente, affascinato dalla bellezza e dalla bontà ovunque si manifestino: nella natura, nell’arte, nella Divina Commedia e nella Bibbia che conosce a memoria. Giuan ha una moglie, grossa e grassa come lui, di nome Olona, ma affettuosamente chiamata Topa o Salama, abilissima nel cucinare gnocchi, frittate, coniglio in umido, e sempre in tenera adorazione del suo uomo: King Kong, Montagna, Carnera. I due si amano con tenerezza e reciproca affettuosa indulgenza verso i propri corpi disfatti, sudati, molli, e nel loro abbandonarsi al sesso esiste tenera dedizione, con qualche compatita ironia. Giuan e Olona all’alba inforcano le loro biciclette e con pennelli e vernice pedalano in una Milano ancora addormentata per cancellare o correggere i graffiti d’odio incisi sui muri, trasformandoli in messaggi d’amore. La loro è una missione di civiltà, di pulizia ecologica, di compassione verso chi è privo di potere e di futuro: sognano di liberare gli animali dello zoo, di piantare alberi negli ospizi, di convertire attraverso il gesto e la parola chi conosce solo violenza, sporcizia e paura.

Interpreti ingenui e puri “di un’anarchia non violenta”, come scrive nella postfazione al libro Remo Rapino, Giuan e Olona osservano sgomenti e furiosi il degrado a cui sembra arrendersi la città, con abitanti depressi ingabbiati in grigi condomini, senza più gatti per le strade e bambini che giocano nei cortili, cui è stata rubata anche la gentilezza. “Io vedo un’umanità di paralitici neppur capaci di scappare alle disgrazie che gli piovono in testa. Disgrazie stupide come loro, non disastri o epidemie. Tu guardi ancora le facce della gente? Per strada, nelle fotografie. E ti sembrano da chiamarsi facce? Stracci, pentole bucate, macchie d’inchiostro, gelatine sputate. Questo sono. E occhi che hanno paura di essere fissati”. Cos’è diventata la Milano di Giuan e Olona? “Una città dove nulla manca e nulla vince, dov’è condanna al debole, maleficio a chi ama, pazzia a chi cerca saggezza, dimenticanza e miseria su chi è caduto, tempeste d’orrori per la creatura precipitata in solitudine, sopruso a chi sa vedere, delirio a chi saprebbe ascoltare, bocche vomitanti scorpioni e serpenti contro coloro che sospirano affetti, lingue piene di vento a confondere gli educati silenzi, ingordigia di carni che si divorano, cuori sepolti in fosse d’oro, un vaneggiante ridere contro la morte”.

Marito e moglie hanno un unico amico, Frank, vecchio e ossuto tipografo non più in attività, che ha trasformato il suo laboratorio in un canile per bestie abbandonate: con lui scambiano parole ormai più rassegnate che rabbiose, ciondolano per la città torrida e vuota d’estate, vanno a bagnarsi in un fiume melmoso di campagna, o a bere un bicchiere di vino tra i pensionati del Mio Bar, locale periferico che tanto ricorda quelli cantati da Gaber. Loro tre, missionari di un’utopia irrealizzabile, sognano un miracolo che riscatti l’infelicità collettiva: “Tutto aspetta qualcosa e qualcosa aspetta noi”, “perché non si può entrare e uscire dal mondo in questo modo. Lasciando nessun segno. Come milioni di altri poveretti”. Giuan cita a memoria Isaia, i Salmi, il Vangelo di Matteo, pur nel suo credo eretico di saldo bestemmiatore. Scappa di casa di notte, si nasconde tra gli zingari e i baraccati, cerca di convertire streghe, puttane e monsignori, ma poi si arrende. “E così mi metto fuori dal mondo e fuori di ogni chiesa, il credere mio è soltanto mio e mi schiaccia”. Muore infine, accarezzato sulla fronte e sulle mani enormi dalla sua Olona, che così lo saluta: “Sapeva che il suo vecchio cane Giuan c’era. Dalla prima nuvola in cielo all’ultimo granello di sabbia, lui c’era. E in ogni rumore della città, in ogni sgranare di minuti e di orari, in ogni silenzio del loro fiume lontano, in ogni lamento d’uomini affamati perduti vinti e però invincibili, subito, se avessero capito”.

Giovanni Arpino, uno scrittore dimenticato - La Tigre di Carta

Giovanni Arpino ha saputo regalarci, più di cinquant’anni fa, un apologo laico e insieme religioso, di una innocenza quasi francescana, in uno stile elegante ma inventivo e ancora assolutamente moderno, che riflette la stessa delicatezza riservata ai suoi eroici protagonisti randagi.

 

GIOVANNI ARPINO, RANDAGIO È L’EROE – MINIMUM FAX, ROMA 2022

POSTFAZIONE DI REMO RAPINO. PAGINE 149

 

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