Criminalità

Legale non significa giusto. Il cancro silenzioso della zona grigia

Tra ciò che è legale e ciò che è giusto esiste una zona grigia dove proliferano favori, scorciatoie e dipendenze. È lì che si annida la “mafiosità” di cui parlava Falcone: un costume, non un reato. E combatterla è una scelta di campo.

23 Luglio 2026

Giovanni Falcone soleva dire: “Si può benissimo avere una mentalità mafiosa senza essere un criminale.”

È una frase di bruciante attualità. E mi sembra il punto di partenza giusto per ragionare su qualcosa che conosco direttamente — non sulla criminalità organizzata in senso stretto, su quella ci sono voci più autorevoli della mia — ma sul rischio di mafiosità che si annida nell’impresa ordinaria, in quella zona grigia tra ciò che è legale e ciò che è opportuno.

La zona grigia: legale non significa giusto

Faccio impresa cooperativa da decenni. Ho imparato che in un Paese come il nostro, con un sistema normativo arzigogolato che rimanda a leggi che rimandano ad altre leggi che, a loro volta, rimandano a sentenze, spingersi ai limiti del consentito diventa quasi una tentazione strutturale. Ed è lì che si apre la trappola: qualcosa può essere formalmente legittimo per il Diritto e al tempo stesso essere percepito come illegittimo dalla società; e quella distanza — tra la lettera della norma e il senso comune di giustizia — è esattamente lo spazio in cui proliferano le scorciatoie, i favori, le dipendenze reciproche.

Conosco bene alcuni di questi meccanismi. Nel mondo degli appalti pubblici, per esempio, il bando scritto su misura è una figura retorica che tutti fingono di non riconoscere: capitolati tecnici calibrati su un solo operatore, requisiti di accesso che escludono sistematicamente i concorrenti scomodi o non domestici, criteri di valutazione che premiano chi ha già il rapporto giusto con la stazione appaltante. Tutto formalmente ineccepibile. Tutto sostanzialmente corrotto.

Allo stesso modo accade spesso che lo strumento cooperativo — che nasce per tutelare il lavoro e distribuire valore — venga piegato a logiche di scambio: cooperative create ad hoc non per produrre, ma per gestire reti di dipendenza clientelare, per offrire occupazione come favore politico, per drenare risorse pubbliche attraverso affidamenti costruiti a tavolino. Chi lo fa non è necessariamente un criminale. Ma è qualcuno che ha scelto consapevolmente di stare dalla parte sbagliata.

Lo stesso vale nel settore immobiliare e urbanistico: piani di sviluppo che sfruttano ogni centimetro consentito dalle norme di Piano, che spingono le interpretazioni del diritto amministrativo fino agli estremi, non per rispondere a un bisogno abitativo reale, ma per massimizzare il rendimento a scapito della vivibilità; operazioni che accelerano la gentrificazione di quartieri popolari con la copertura di varianti urbanistiche perfettamente approvate. Legale? Sì. Opportuno? No. E socialmente, spesso, devastante.

Questi esempi — gli appalti, le cooperative distorte, l’urbanistica al limite — non sono casi eccezionali. Sono la forma ordinaria in cui la zona grigia si manifesta. E ciò che li accomuna non è una presenza, quella di un criminale, bensì un’assenza, quella di uno scrupolo: una scelta, compiuta ogni volta consapevolmente, di anteporre il proprio vantaggio alla coerenza con il bene comune. È in questa scelta ripetuta, normalizzata, socialmente tollerata, che si annida ciò che Falcone chiamava mentalità mafiosa, “mafiosità”.

La mafiosità di cui parlava Falcone non ha bisogno di pistole. Si nutre di familismo — non solo a-morale, ma immorale —, di chi esercita un potere dividendo il mondo in amici e nemici, di chi tratta un ruolo pubblico come cosa propria, di chi costruisce reti di dipendenza invece di rapporti liberi. È un costume, non un reato. Ed è per questo che è così difficile da combattere con gli strumenti giudiziari, ma è così necessario combatterlo con quelli culturali e politici.

Gli anticorpi: il modello di organizzazione come presidio etico

Cosa serve, allora, a chi vuole fare impresa in chiaro? A mio avviso, serve prima di tutto un anticorpo interno: la consapevolezza che il massimizzare l’utilità — economica, politica, di visibilità — senza guardarsi intorno porta inevitabilmente a interferire con metodi e ambienti opachi. Non è sufficiente non essere criminali. Occorre attivamente non somigliare ai criminali nel modo in cui si usano le relazioni, il potere, le informazioni.

In CCL, impresa cooperativa di abitazione di cui sono orgoglioso presidente, abbiamo scelto di investire seriamente sul Modello Organizzativo 231. Non lo consideriamo un adempimento burocratico — uno di quei documenti che si redige per mettersi al riparo da responsabilità formali e poi si dimentica in un cassetto. Lo trattiamo come uno strumento vivo di governo dell’organizzazione: un sistema che non serve solo a prevenire i reati previsti dal decreto, ma a presidiare la qualità dei processi interni, a rendere tracciabili le decisioni, a costruire una cultura in cui la disorganizzazione stessa — quella che apre varchi all’opacità — viene riconosciuta e gestita come un rischio.

Perché spesso non è la malafede a produrre i danni peggiori, ma il disordine: procedure informali, deleghe implicite, responsabilità sfumate. Non è l’unico modello possibile, ma per noi ha significato dotarsi di una struttura in cui la legalità non è un vincolo esterno, ma una scelta di metodo quotidiana.

La politica e la chiarezza legislativa

E serve, all’esterno, una politica adulta e chiara. Piero Calamandrei parlava di chiarezza nella Costituzione: oggi direi che la priorità è la chiarezza nella legislazione. Norme comprensibili, lineari, che non lascino margini interpretativi infiniti, perché ogni cavillo in più è uno spazio in meno per la legalità e uno spazio in più per chi sa come usare quei cavilli a proprio vantaggio.

Il settore urbanistico è, in questo senso, un caso di scuola. Piani regolatori stratificati su decenni di varianti, deroghe, accordi di programma, convenzioni attuative; normative regionali che si sovrappongono a quelle comunali, che a loro volta si intrecciano con i regolamenti edilizi; procedure che richiedono anni e producono documenti che solo specialisti di specialisti sanno leggere. In questo labirinto, chi ha le risorse per orientarsi ha un vantaggio strutturale enorme rispetto a chi non le ha.

La complessità non è neutrale: tende a produrre diseguaglianza di accesso, e quella diseguaglianza può diventare il terreno in cui attecchiscono mediazioni opache e percorsi che si spiegano meno con le norme e più con i rapporti di forza. Non è inevitabile che accada, ma la semplificazione normativa renderebbe molto più difficile che accada. E semplificare nella chiarezza, ne sono convinto, non è una bandiera liberista: è una condizione di giustizia.

La parola guida in cui continuo a credere è istituzione. Non come concetto astratto, ma come bussola pratica: chi si comporta sempre come se le istituzioni — pubbliche e private — meritassero rispetto, chi agisce come se le regole valessero anche quando non ci guarda nessuno, si trova naturalmente lontano dalla zona grigia. Non immune, ma lontano. E la distanza, in questi casi, non è neutralità: è già una scelta di campo.

Chiudo tornando a Falcone e dico la mia: si può essere mafiosi senza fare stragi, senza uccidere, diventando però alleati inconsapevoli di chi le stragi le ha fatte e potrebbe farne ancora.

La frase con cui ho aperto questo scritto dovrebbe stare appesa in ogni sede di partito, in ogni consiglio di amministrazione, in ogni ufficio pubblico. Non come monito straordinario, ma come promemoria ordinario di ciò che siamo tenuti a essere ogni giorno.

Foto di Marco Bianchetti su Unsplash

 

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