Sentenza 'Ndrangheta stragista Reggio Calabria

Criminalità

Sentenza ‘Ndrangheta stragista a Reggio Calabria: blindata la condanna a vita per i boss

L’obiettivo strategico della campagna terroristica andava ben oltre la semplice rappresaglia contro il regime detentivo del quarantuno bis o le sentenze del maxiprocesso: mirava a condizionare l’assetto politico nazionale in una fase di profonda transizione per la Repubblica

12 Luglio 2026

La conferma dell’ergastolo per il boss di Brancaccio Giuseppe Graviano e per l’esponente di vertice della criminalità calabrese Rocco Santo Filippone, pronunciata nell’ambito del processo d’appello bis sulla cosiddetta ‘Ndrangheta stragista, rappresenta un passaggio storico per la magistratura italiana e per la ricostruzione dei rapporti criminali che hanno insanguinato il Paese all’inizio degli anni novanta. La decisione dei giudici di Reggio Calabria blinda l’impianto accusatorio coordinato in questi anni dalla Direzione distrettuale antimafia, guidata dal procuratore aggiunto Giuseppe Lombardo, che ha strenuamente sostenuto la tesi di un patto organico e strutturale tra Cosa Nostra e le più influenti famiglie calabresi per sferrare un attacco frontale alle istituzioni democratiche dello Stato. L’obiettivo strategico della campagna terroristica andava ben oltre la semplice rappresaglia contro il regime detentivo del quarantuno bis o le sentenze del maxiprocesso: mirava a condizionare l’assetto politico nazionale in una fase di profonda transizione per la Repubblica, esportando il terrore stragista oltre i confini della Sicilia per piegare i poteri dello Stato alle esigenze delle organizzazioni mafiose.

La catena di sangue

Il cuore del dibattimento processuale si è focalizzato sulla tragica catena di sangue consumatasi sulle strade calabresi tra la fine del 1993 e i primi mesi del 1994. In quel periodo, gli agguati contro le pattuglie dei Carabinieri non furono episodi isolati di criminalità predatoria o reazioni estemporanee a controlli del territorio, ma tasselli di un disegno eversivo centralizzato. La magistratura ha accertato che l’omicidio degli appuntati Antonino Fava e Vincenzo Garofalo, falciati da raffiche di armi automatiche sull’autostrada nei pressi di Scilla il 18 gennaio 1994, e il ferimento di altri militari dell’Arma in successivi agguati tesero a dare una spallata finale allo Stato, proprio mentre a Roma i palazzi del potere vacillavano sotto i colpi delle inchieste giudiziarie e del crollo dei vecchi partiti.

La convergenza tra le due sponde dello Stretto di Messina per la gestione di questa strategia della tensione trova una sponda decisiva nelle parole dei protagonisti delle inchieste. Il procuratore aggiunto Giuseppe Lombardo ha più volte sottolineato come la ‘Ndrangheta non sia mai stata una forza criminale gregaria o subalterna rispetto alla spietata leadership dei corleonesi di Totò Riina, bensì una componente paritaria e indispensabile di un direttorio mafioso unitario, dotato di una componente riservata capace di interloquire con ambienti esterni, massonici e deviati delle istituzioni. Il verdetto emesso in appello ribadisce la solidità e la tenuta di questa intuizione investigativa, dimostrando la piena consapevolezza strategica del cartello criminale calabro-siculo nel destabilizzare il Paese.

Una sentenza di valenza storica

La valenza storica di questo pronunciamento giudiziario è stata commentata a caldo dai vertici della magistratura impegnati nella lotta al crimine organizzato. A seguito della lettura del dispositivo a Reggio Calabria, autorevoli magistrati hanno evidenziato la portata del lavoro svolto, ricordando come l’ipotesi investigativa seguita fin dal primo grado dal collega Giuseppe Lombardo sia stata confermata in modo chiaro dalla Corte d’Appello. Nelle dichiarazioni rilasciate a margine del processo, i magistrati hanno sottolineato l’importanza di leggere con attenzione le motivazioni della sentenza, ribadendo che l’esito rappresenta una fondamentale conferma di una ricostruzione su accadimenti storici di immenso rilievo per il Paese. Al contempo, gli inquirenti hanno evidenziato come rimanga ancora un lavoro di completamento per fare piena luce sui dettagli profondi della stagione stragista, accogliendo il verdetto come uno stimolo a non interrompere le indagini sui filoni ancora aperti. La magistratura si dice sempre aperta al confronto e pronta a sfruttare fino in fondo le nuove tecnologie investigative per preservare la memoria e accertare le responsabilità penali anche a distanza di trent’anni da quegli eventi drammatici.

Squarciato il velo su mandanti e intermediari politici

Accanto alla componente puramente giudiziaria, l’inchiesta sulla ‘Ndrangheta stragista squarcia il velo sul ruolo dei grandi mandanti e degli intermediari politici del terrore. Le deposizioni dei collaboratori di giustizia e le intercettazioni ambientali raccolte nei reparti di massima sicurezza hanno svelato la determinazione dei vertici mafiosi a mantenere una condotta di totale chiusura verso le istituzioni, protetti da una rete di fedeltà e coperture invisibili al di fuori delle sezioni classiche del carcere duro. L’alleanza tra la famiglia Graviano di Palermo e la dinastia dei Filippone, storicamente legata al potentissimo clan dei Piromalli di Gioia Tauro, riflette la saldatura strategica tra il controllo militare del territorio calabrese e la capacità finanziaria e stragista di Cosa Nostra.

Il dibattimento d’appello bis ha ripercorso minuziosamente la produzione documentale e le prove balistiche, superando le resistenze e le eccezioni sollevate dai collegi difensivi nel corso delle lunghe udienze che hanno scandito i primi mesi dell’anno. La procura generale è riuscita a dimostrare la perfetta continuità tra le bombe di Firenze, Milano e Roma e l’offensiva contro l’Arma dei Carabinieri in Calabria, inserendo tutti gli episodi in un unico copione scritto a più mani per forzare la nascita di un nuovo quadro politico favorevole ai desiderata delle cosche.

Questo processo non cancella il dolore per la perdita dei servitori dello Stato caduti in servizio, ma restituisce dignità alla memoria storica della nazione, offrendo una verità giudiziaria solida su uno dei periodi più oscuri della storia repubblicana. Le tessere del mosaico stragista continuano a comporsi, confermando che la lotta alle mafie non può prescindere dalla comprensione dei loro legami più alti e delle loro strategie di lungo periodo.

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