Letteratura

Un romanzo di iniziazione nella Torino degli anni ’40

Una stagione estiva vissuta da un’adolescente alla sua prima esperienza d’amore

5 Luglio 2026

La bella estate - Cesare Pavese - copertina

 

Nel 2021 Einaudi ha riproposto in edizione economica il romanzo breve La bella estate di Cesare Pavese, corredato da una interessante postfazione di Furio Jesi, una nota di Laura Nay e Giuseppe Zaccaria e la cronologia della vita e delle opere dell’autore piemontese. Scritto nella primavera del 1940 e pubblicato nel 1949 insieme a Il diavolo sulle colline e Tre donne soleLa bella estate è, come affermò lo stesso Pavese, la “storia di una verginità che si difende”, il racconto della dolorosa perdita dell’innocenza e della scoperta dei sensi e della tentazione da parte di un’adolescente ingenua e fiduciosa nell’ambiente dissoluto e squallido della bohème artistica torinese.

Ginia, una delle più intense figure femminili raccontate da Pavese, arriva in città dalla campagna e avverte, nella sua tenera sensibilità di adolescente, che la sua giovane esistenza sta per cambiare: “Quell’anno faceva tanto caldo che bisognava uscire ogni sera, e a Ginia pareva di non avere mai capito prima che cosa fosse l’estate, tanto era bello uscire ogni notte per passeggiare sotto i viali. Qualche volta pensava che quell’estate non sarebbe finita più, e insieme che bisognava far presto a godersela perché, cambiando la stagione, qualcosa doveva succedere”. Infatti qualcosa succede, nell’estate particolare di questa sedicenne, apprendista sarta in un atelier del centro città. Incontra altre ragazze di umile origine, Rosa che spera nel matrimonio con il suo Pino, e Amelia, più disinibita, sensuale e desiderosa di riscattarsi da un’esistenza desolata. “Con Amelia era tutto più facile, e ci si divertiva di gusto come se niente importasse … Con Amelia che aveva vent’anni e camminava e guardava sfacciata, Ginia sapeva di potersi fidare”. Amelia – che frequenta l’ambiente degli aspiranti pittori di Torino, posa per loro, intreccia relazioni occasionali e saltuariamente si offre a incontri mercenari –, attira la giovane e inesperta amica nel proprio giro di frequentazioni, presentandole uno dei suoi amanti, “un giovanotto peloso, dalla cravatta bianca e dagli occhi nerissimi che si chiamava Rodrigues”, e un soldato biondo e affascinante deciso ad affermarsi artisticamente: Guido. Di costui Ginia si innamora con il tremore eccitato tipico dell’adolescenza, la volontà di sfidare le norme imposte dalla sua educazione contadina, la scoperta improvvisa del desiderio sessuale in sé stessa e negli altri. In un gioco esasperante di sguardi celati e vogliosi, intimiditi e sfacciati, la ragazza si concede al pittore in un lettuccio sgualcito nascosto da una pesante tenda di panno granata (“La tenda” era il primo titolo ideato dall’autore per questo romanzo), e nei giorni successivi viene travolta da un turbinio di sensazioni diverse (soggezione, paura, eccitazione, gelosia), che Cesare Pavese descrive con pacata indulgenza, rimarcando per ben diciassette volte l’immaturità e il candore infantile della protagonista con l’appellativo di “scema”, quasi fosse una carezza bonaria da fratello maggiore. La scoperta della fisicità fa sentire Ginia improvvisamente adulta: “Cominciò così la sua vera vita d’innamorata, perché adesso che con Guido si erano visti nudi, tutto le pareva diverso… Adesso sì che era come sposata e, anche da sola, bastava pensare ai suoi occhi, come l’avevano guardata, per non sentirsi più sola”, “mi baciava sugli occhi; sono proprio una donna”, “Scese la scala, sbalordita, e stavolta era convinta di non essere più lei e che tutti se ne accorgessero. «E per questo, – pensava, – che far l’amore è proibito, è per questo»”. Quando però Guido le chiede di posare nuda per lui in presenza di Amelia e Rodrigues, si rende conto di essere finita in un gioco sordido e malato, e il disincanto prende il sopravvento, mentre l’umiliazione vergognosa e malinconica lascia spazio a un’accettazione più consapevole della sua reale natura di ragazza sprovveduta: “aveva voluto far la donna e non c’era riuscita”.

 

CESARE PAVESE, LA BELLA ESTATE – EINAUDI, TORINO 2021

Postfazione di Furio Jesi. Con una nota di Laura Nay e Giuseppe Zaccaria. Pagine XII-122

 

 

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