Teatro

Le menzogne delle regole sociali

Spettri di Ibsen, come specchio attualissimo di ciò che anche oggi non vogliamo vedere di noi.

2 Novembre 2026

Sei lettini in fila con una bambola sul cuscino sono la scena che si presenta a chi entra nella magia dello spazio bianco del Teatro di documenti a Roma per la rappresentazione di Spettri di Henrik Ibsen messi in scena da Walter Pagliaro. Dopo l’intervallo, nel secondo tempo, i sei letti mostrano al posto delle bambole delle maschere. Infine, verso la conclusione, i lettini sono accostati dagli stessi attori in un unico immenso letto senza bambole e senza maschere, coperti da una copriletto grigio e cobnsunto. Più che chiedersi a quale spazio vogliano alludere i sei lettini ci si accosta al loro significato se si riflette che i letti dei bambini alludono all’orfantrofio fondato da Helene Alving. All’inizi una promessa di risarcimento socialeper una storia di menzogne che via via verrà alla luce, poi la finzione delle menzogne che vengono finalmente svelate, infine il fallimento sia della menzogna per coprire il vero sia dello stesso vero venuto alla luce troppo tardi. La lettura del dramma di Ibsen, che ha tutta la ferrea logica di una tragedia greca di cui Pagliaro ce ne fa vedere il meccanismo, è la storia di una demistificazione, un processo inesorabile ai dogmi del dovere sociale imposto dalla società borghese, sempre attenta alla rispettabilità apparente delle posizioni sociali e al perbenismo delle opinioni. Tutti hanno qualcosa da nascondere, ma tutti, anche, dicono di ubbidire alle regole di rispettabilità, ai doveri imposti dalla religione, dalla morale, dalla società. Tutti, tranne Helene Alving, che ha sì anche lei qualcosa da nasconder, ma non è qualcosa imposto dal dovere di una moglie e di una madre rispettabili che deve nascondere le vergogne familiari, bensì dall’angoscia di un fallimento. La malattia del figlio, ereditata dalla dissolutezza del padre, fa saltare tutte le difese, tutte le pietose e feroci menzogne. Il destino finale è la solitudine di tutti: del Pastore che non ha capito niente di quanto era accaduto e di quanto stava accadendo, accecato dal moralismo religioso; di Regine che ha dovuto subire un vita che non era la sua e quando scopre chi è veramente deve lasciare la casa per un futuro incerto, comunque infelice, forse addirittura di prostituta; del falegname, che ha accettato di fingersi padre di Regine, ma è stato travolto dai propri istinti bestiali e dall’avidità di denaro; di Osvald, il figlio, divorato dalla sifilide e ridotto infine a un essere vegetativo; e in conclusione del desolato elenco della stessa Helene, l’unica che sapesse e cercasse la verità, ma che è stata travolta dalle menzogne degli altri, e di lei stessa quando ha creduto, anche lei, di salvarsi dall’orrore delle menzogne costruendo un’altra menzogna. Si riconosce subito il filtro drammaturgico di questa lettura: è Ingmar Bergman, la durezza, la spietatezza con cui sono svelate le menzogne sociali. Ma è anche lo stile di Bergman, quell’espressionismo svedese raggelato, lucido, assai diverso dal furibondo espressionismo tedesco, che fa di ogni parola detta un pugnale che ferisce senza pietà le vergogne, le menzogne di ciascuno. Si pensa, per esempio, all’ultimo capolavoro di Bergman, Scene da un matrimonio, ma anche a Il posto delle fragole, Il volto, Luci d’inverno.

È un linguaggio cinematografico e teatrale al quale noi italiani non eravamo più abituati. L’analisi interiore non solo come devastante confessione individuale, ma come spia di un disagio collettivo, sociale. Che, in questo modo, riscopre tutta l’attualità ancora incandescente, del testo di Ibsen. Ibsen, in uesta rappresentazione, non parla di una società di due secoli fa, ma ci parla di questa società di oggi, la nostra di oggi, dove ancora la menzogna è regola sociale a coprire crimini e misfatti, sia individuali sia collettivi. Magari con le sante parole di una missione morale, di una visione patriottica. E qui la figura del Pastore diventa centrale. Gli ultimi saggi del filosofo tedesco, scritti quando aveva quasi 90 anni, Habermas, ridisegnano dall’oggi la storia della filosofia occidentale, e denunciano il fallimento della laicizzazione della società, del dichiarato abbandono del primato delle religioni e dell’avvenuta morte delle ideologie, quando invece ormai si registra tutto io contrario: il ritorno e il trionfo delle religioni e delle ideologie. Il ritorno e il trionfo, soprattutto, delle menzogne religiose e ideologiche. In questo quadro meraviglia l’omogeneità della recitazione che scandisce le parole come venissero fuse nell’acciaio, lente, inesorabili, precise. A cominciare dalla lucidissima Helene Alving di Micaela Esdra, di fronte a lei un non meno lucido Fabio Maffei nel parte di Osvald. Lo sguisciante Pastore di Emanuele Verzoli raffigura bene il polo attorno al quale si muovono tutti i personaggi e la duttilità con cui la menzogna religiosa si adatta alle situazioni e attrae tutti o tutti cerca di possedere e guidare secondo i propri principi che non sono tanto quelli della moralità, quanto dell’onorabilità sociale. Infine il losco, viscido falegname di Fabrizio Amicucci, che anche lui possiede con lucidità il linguaggio per esprimer i propri bisogni e ottenere le pretese ricompense. La scena – di fatto i sei lettini – e i costumi di Luigi Perego sono perfetti a designare lo spazio di questa lucida disamina delle vergogne umane. Straordinaria la scelta delle musiche, Wagner, Tannhäuser, Lohengrin e Parsifal – religione e paganesimo da una parte, l’utopia, fallita, di una redenzione, dall’altra, Debussy, La cattedrale sommersa, ciò che di noi stessi nascondiamo, ma che poi emerge, e infine il più struggente dei Kindertotenlider di Mahler, l’infanzia defraudata d’ogni futuro, brani tutti eseguiti al pianoforte. Il pubblico segue con il fiato sospeso la tensione della discussione in cui si fa a pezzi la vita di ciascuno dei personaggi e di riflesso, a specchio, dello spettatore che assiste a questo denudamento degli intenti, partecipazione che è favorita anche dalla vicinanza del pubblico agli attori, di fatto uno di fronte all’altra che quasi ci si tocca, l’isterismo finale della disperazione, madre e figlio scaraventati più che sdraiati sul letto, il buio che tutta la vicenda proietta sui nostri giorni e sull’interiorità di ciascuno di noi. E alla fine, come un evento naturale, il pubblico esplode in applausi trionfali per tutti.

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