Scuola
My two cents sul tetto del 30% di alunni stranieri – una polemica che non capisco
Dal limite del 30%, già previsto nel 2010, al nuovo criterio basato sulla conoscenza dell’italiano: una riflessione sulla distribuzione degli alunni nelle classi, sulle polemiche di questi giorni e sul rischio che la concentrazione in alcune scuole finisca per ostacolare proprio
Leggo i quotidiani, “scrollo” sui social e capisco che devo essermi persa un passaggio, perché da qualche giorno in molti sembrano sgomenti all’idea di fissare al 30% la presenza di alunni stranieri nelle classi.
Peccato che né quel 30%, né tantomeno il principio che lo ispira, siano esattamente una novità.
La soglia numerica del 30% risale a una circolare del 2010 dell’allora ministro Gelmini, ma già dal 1999 la normativa italiana prevedeva che gli alunni stranieri fossero distribuiti evitando classi nelle quali la loro presenza risultasse predominante, e nel 2006 le linee guida ministeriali parlavano espressamente della necessità di una loro “equilibrata distribuzione”.
E poi mi chiedo, ma l’alternativa a una distribuzione ragionevole degli studenti qual è? Lasciare che in alcune scuole si concentrino quasi esclusivamente bambini provenienti da famiglie straniere, mentre a qualche chilometro di distanza altri istituti restano frequentati prevalentemente da italiani?
E dovremmo chiamarla integrazione? A me sembra esattamente il contrario.
Una scuola nella quale convivono bambini con origini, lingue, condizioni economiche e storie familiari diverse è infinitamente più inclusiva di una scuola che finisce per riprodurre dentro le proprie mura la segregazione sociale già esistente fuori.
Se vogliamo evitare i ghetti, bisogna anche accettare l’idea piuttosto elementare che i bambini debbano incontrarsi.
Segnalo anche che il provvedimento annunciato dal Ministro Valditara non prevede di contare i passaporti all’ingresso della classe. Il criterio indicato è linguistico e il limite del 30% dovrebbe riguardare gli studenti che non conoscono adeguatamente l’italiano, compreso, per capirci, un ragazzo comunitario appena arrivato che non parli la nostra lingua. Al contrario, non dovrebbero rientrare nel conteggio i bambini che abbiano già frequentato la scuola dell’infanzia o un numero sufficiente di anni nella scuola italiana.
Va da sé che un bambino nato e cresciuto in Italia, perfettamente italofono, non presenta automaticamente gli stessi bisogni di un bambino arrivato tre mesi fa che deve ancora imparare la lingua.
Evidentemente non si vogliono costruire classi contando quanti cognomi italiani e quanti stranieri compaiano sul registro, ma evitare di concentrare nella stessa classe troppi bambini che, non conoscendo ancora l’italiano, hanno inevitabilmente bisogno di un accompagnamento diverso.
Che poi è un modo abbastanza concreto di intendere l’integrazione.
Poi c’è la polemica nella mia Milano e onestamente sarei curiosa di sapere quanti tra coloro che in queste ore si indignano manderebbero serenamente i propri figli alle elementari di via Carlo Dolci, per citarne una fra tante. Non è una provocazione contro quella scuola naturalmente, è un’osservazione rivolta agli adulti.
Facile essere favorevoli alla mescolanza sociale con i figli degli altri.
Quando arriva il momento di scegliere la scuola dei propri, improvvisamente scopriamo l’importanza del bacino d’utenza, del progetto didattico, delle attività extracurricolari, della comodità logistica e, guarda caso, della composizione delle classi.
Ecco che tutta questa polemica mi pare poco credibile, anche perché lasciare tutto com’è significa ignorare come funzionano le città: i quartieri sono diseguali, le famiglie hanno possibilità diverse e le scuole finiscono inevitabilmente per assorbire queste differenze.
Non intervenire non significa lasciare che l’integrazione avvenga spontaneamente, ma lasciare che la segregazione faccia tranquillamente il proprio lavoro.
Il principio per cui sia preferibile avere classi equilibrate anziché scuole-ghetto mi sembra francamente difficile da considerare discriminatorio.
Integrare significa mescolare, mettere in relazione, creare appartenenze comuni, ma se costruiamo scuole nelle quali i bambini italiani stanno prevalentemente con bambini italiani e quelli di origine straniera prevalentemente con altri bambini di origine straniera, possiamo chiamarlo come vogliamo. Inclusione, però, mi sembra una parola decisamente ottimista.
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