Cinema
un’allegoria della fine
Film che inquieta. Il rave è una fuga dalla realtà, ma la realtà poi presenta il suo conto.
Le recensioni di MYmovies non seno sempre attendibili. Affidate, immagino, a cinefili italiani, rispecchiano il gusto medio del pubblico italiano. Solo che la cultura media dell’italiano medio è quella che è, le riesce difficile cogliere ciò che esce da un panorama di attendibilità, che resta, per l’italiano medio, a teatro come al cinema, ancora quello del realismo e della verosimiglianza. Altre culture, e in particolare, come in questo caso, quella spagnola, amano invecr il paradosso, l’inverosimiglianza, la parabola allegorica, si abbandonano a un surrealismo esasperato, si pensi a Dalì, a ciò che esce dalla percezione “normale”. Basta, del resto, leggere il teatro del siglo de oro, o la narrativa del secolo scorso e contemporanea di lingua spagnola, e guardare naturalmente anche qualche film, che so, un Buñuel. Logico, pertanto, che uno spettatore italiano medio resti spiazzato da un film come “Sirāt“. Ecco come si conclude la recensione di MYmovies: “A un terzo dalla fine però non sono soltanto i mezzi di trasporto a sbandare sul terreno accidentato del deserto marocchino. A farlo è il film stesso che inizia ad inanellare colpi di scena la cui serialità finisce con il disperdere tutto quello che fino a quel punto era stato costruito. Il ridicolo (involontario ovviamente ma proprio per questo ancora più grave) è in agguato perché se il primo evento ha un suo notevole spessore drammatico quelli che seguono ne svuotano progressivamente la portata lasciando aperto il quesito su come Pedro abbia potuto approvare uno script simile“. Quesito che Pedro Almodóvar certo non si posto, perché è un quesito che non ha senso, che nasce da una totale incomprensione del film. L’accumulo di eventi catastrofici, il bambino che casca con l’automobile nel burrone, gli individui che esplodono sulle mine, è quanto oggi realmente accade nel mondo, e lascia senza fiato. Il film ci mostra la trappola mortale in cui finiscono quanto vorrebbero fuggire dalla trappola. Ci piaccia o non ci piaccia le guerre esplodono, gli uomini ammazzano e si ammazzano: un’illusione credere che l’estasi di un rave ce ne liberi, ci salvi dall’orrore. No, non sbanda proprio un bel niente – nemmeno i camioncini, che se mai arrancano sulla strada sterrata, e s’incagliano – ma tutto il finale è una straordinaria allegoria dell’inutilità di ogni intervento nella realtà, perché la realtà comunque ha sempre il sopravvento. Il rave è in fondo una fuga dal mondo. Già il padre che cerca la figlia mette i punk di fronte a una realtà che non avevano previsto, che comprendono a poco a poco, e s’impietosiscono per il padre, e infine c’è la guerra, il campo minato, la realtà si ripiglia il suo spazio, che guarda caso è sempre uno spazio di sterminio. I quesiti sono se mai: era così sbagliata la fuga dal mondo? e fuggire salva dal mondo? Il film non risponde. Si pensa alla conclusione della “Vita è sogno“ di Calderón de la Barca (il film è prodotto dai fratelli Almodóvar, Pedro è coltissimo, e nei suoi film non sono pochi i riferimenti ai classici del teatro e della letteratura spagnoli): alla meraviglia dei presenti per le sue sagge decisioni, Sigismondo risponde: “Ma di che cosa vi meravigliate, se mio maestro fu un sogno?” Anche qui, ma quale ridicolo! è tragedia estrema, il padre cerca una figlia e perde pure il figlio, i punk cercano altri posti nel deserto da dove fuggire il mondo, e la realtà, il mondo, dove se non lo sanno scoppiano anche le guerre, presentano loro il conto, li fanno finire in un campo minato dove erano entrati senza saperlo, e li fanno saltare, tutti, tranne due, e il padre ormai senza figlia e senza figlio e senza nemmeno il cane che aveva salvato da una intossicazione di LSD ingurgitata mangiando la merda di un punk. Un film disperato, terribile, e bellissimo, un ritratto spietato del mondo senza senso nel quale ci siamo infilati. Bravissimi il regista Oliver Laxe e tutti gli attori. Non perdetevelo. Una domanda, però, sulla poco perspicace recensione di MYmovies me la farei. La nostra letteratura comincia con uno straordinario, inimitabile poema allegorico, la “Divina Commedia”, che tutti gli italiani sono obbligati a leggere a scuola. Possibile che da questa lettura non abbiano imparato niente? se non altro a capire che la realtà può essere vista e raccontata in molti modi?
In margine: un’osservazione sul doppiaggio. Ma i doppiatori si prendono cura di ascoltare gli attori che devono doppiare, e, in ogni caso, non potrebbero informarsi sull’accentazione corretta dei nomi non italiani? Dà infinito fastidio sentire dire continuamente Estebán, quando in spagn0lo si dice Estéban. Dà fastidio soprattutto per chi, come per me, lo spagnolo è la seconda lingua, anzi quasi la lingua materna. Oltretutto bastava che leggessero il nome nel testo: in spagnolo ha l’accento sulla penultima sillaba, si scrive e si pronuncia Estéban. Era il nome di mio fratello, nato a Bahía Blanca, in Argentina, e lì registrato appunto come Estéban.
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