Innovazione
La crisi dell’automotive europeo e la Rivoluzione dell’IA
Il manifatturiero europeo – in testa l’automotive – ha sottovalutato la capacità del digitale di trasformare il mondo. L’Europa non ha puntato abbastanza sui bit, convinta che la sua supremazia negli atomi bastasse. Oggi è chiaro che i bit sono importanti quanto gli atomi.
È difficile sottovalutare l’importanza dell’industria automobilistica per l’economia europea. Pilastro del suo successo ultrasecolare (la Benz fu fondata nel 1883, la FIAT nel 1899) è stato il motore endotermico, uno dei massimi capolavori dell’ingegneria europea. Tuttavia il boom dell’elettrificazione rischia di far collassare quel pilastro. Anche se le auto a diesel e a benzina non scompariranno, soprattutto nel Sud globale e nelle aree interne dell’Occidente, e in settori come il trasporto pesante il motore endotermico rimarrà essenziale, il salto di paradigma tecnologico dietro gli electric vehicles (EV) ha profondamente aggravato la crisi dell’industria automobilistica europea.
Già il Dieselgate, scoppiato negli Stati Uniti nell’autunno del 2015, aveva messo a nudo la debolezza dell’automotive europeo, sempre più incapace di adeguarsi a uno scenario globale in profonda trasformazione. Anche i consumatori sono cambiati: sembra che gli europei più giovani siano meno interessati alle auto dei loro genitori e nonni, o almeno abbiano con esse un rapporto diverso. Ad esempio un’indagine del 2021 del Center for Automotive and Mobility Innovation (CAMI) dell’Università Ca’ Foscari di Venezia ha documentato che quasi il 62% degli italiani al di sotto dei trent’anni rinuncerebbe a possedere un’auto se fossero disponibili mezzi pubblici efficienti; oltre il 65%, potendo scegliere l’auto dei sogni, vorrebbe un’auto elettrica o ibrida o persino a idrogeno, e uno su cinque non è proprio interessato a un’auto; in Germania il 54% dei giovani sotto i trentacinque anni considera l’auto come uno status symbol, contro il 25% del 2017.
L’aumento delle vendite di EV (ad esempio in Germania nel 2025 è stato venduto oltre mezzo milione di veicoli, oltre il 40% in più del 2024) è alimentato anche dall’instabilità geopolitica globale degli ultimi anni; il protrarsi della guerra russo-ucraina e l’attacco di Israele e Stati Uniti all’Iran hanno concorso a impennate dei prezzi di benzina e diesel tali da spingere una parte non irrilevante dei consumatori ad acquistare un’auto ibrida o totalmente elettrica, così da premunirsi contro le incertezze di domani.
Anche se è eccessivo definire le nuove auto come “software su ruote”, la batteria e il software contano più di tutto; non a caso si parla di software-defined vehicles (SDV). Per tale ragione le due potenze alla guida della Rivoluzione dell’IA, cioè gli Stati Uniti e la Cina, sono anche i leader dell’elettrificazione dell’automotive. Si potrebbe discutere a lungo sull’arroganza e sull’autocompiacimento di certi top manager dell’industria automobilistica europea, convinti ancora nella seconda decade di questo secolo che gli EV non avessero futuro. A volte però la storia accelera. L’anno scorso un’auto su tre prodotta nella patria del motore diesel, la Germania, era un EV. Ancora, a maggio la Stellantis ha annunciato di voler creare con la cinese Dongfeng una joint venture europea che prevede, tra le altre cose, la produzione di veicoli elettrici Dongfeng nel suo stabilimento di Rennes, in Francia.
Il punto però è che la mobilità di domani non solo sarà probabilmente segnata, piaccia o no, dal predominio dell’elettrico, ma soprattutto da un ruolo sempre più centrale dell’IA; in altre parole, l’auto elettrica a guida autonoma (magari condivisa: SAEV). Di più: proprio perché è molto più semplice automatizzare un EV rispetto a un veicolo convenzionale, sarà proprio la crescente spinta globale verso l’automazione un fattore chiave nel successo degli EV. E come ho scritto qualche giorno fa, oggi il rischio è che l’Europa perda il treno dell’Intelligenza Artificiale, e si debba accontentare di (provare a) regolamentare tecnologie dirompenti prodotte fuori dal continente.
Ed è proprio questo il peccato originale del nostro continente: aver sottovalutato la capacità del digitale di trasformare il mondo. L’Europa, la culla del Programma 101 e del World Wide Web, non ha puntato abbastanza sui bit, convinta che la sua supremazia negli atomi bastasse. Oggi è chiaro a tutti che i bit sono importanti quanto gli atomi, e come è stato osservato «le innovazioni più significative del prossimo decennio si collocheranno proprio al confine tra il mondo digitale e quello fisico».
Nel nostro continente quasi tutte le maggiori imprese high tech, come SAP o Ericsson, hanno fatturati ben più piccoli di quelli di colossi del Nordamerica o dell’Asia Orientale quali Apple, Samsung, Meta, Alibaba o Nvidia. Le PMI sono l’ossatura delle economie europee (a partire da quella italiana), pertanto la sfida più urgente è quella di una loro piena digitalizzazione. Voglio essere chiaro: con digitalizzazione non intendo, ad esempio, la semplice creazione di un sito web con chatbot o il mero utilizzo di un CRM, ma la trasformazione di un’azienda in una realtà produttiva infocentrica più rapida, resiliente e innovativa grazie a un uso pervasivo e olistico di tecnologie digitali.
In particolare portare l’IA nelle PMI europee deve diventare una priorità della classe politica continentale, se si vuole conservare la leadership dell’Europa in settori come la meccanica di precisione o l’arredo. La Rivoluzione dell’IA non aspetta; al contempo essa è un’opportunità gigantesca per migliorare processi e performance, e restituire slancio a PMI dal grande know-how, ma alle prese con un crescente numero di sfide (inclusa la carenza di personale) e uno scenario ogni giorno più complesso. Ad esempio a una recentissima conferenza in Trentino ho ascoltato l’intervento del giovane titolare di un’azienda di falegnameria che, adottando in modo massiccio soluzioni digitali o phygital, è riuscito a far crescere il fatturato in modo significativo.
Tuttavia portare l’IA nelle PMI non basta. Occorre cercare di essere pionieri nelle aree emergenti dell’IA. Mi riferisco, ad esempio, ai cosiddetti world models. Per un continente (ancora) molto manifatturiero come l’Europa eccellere nei world models sarebbe utile quanto per gli Stati Uniti, economia di servizi, eccellere negli LLM. Le competenze ci sono, tant’è vero che è una notizia di pochissime settimane fa la decisione di Amazon di investire in Odyssey, tra gli astri nascenti dei world models. La startup ha uno staff di una cinquantina di specialisti sparpagliati tra la Silicon Valley, il Regno Unito e la Svizzera. Il talento, nel nostro continente, non manca – è bene ribadirlo.
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