Storia

Fiume e il fascismo: l’eredità di Gabriele D’Annunzio tra mito, politica e storia

L’Impresa di Fiume non fu il fascismo, ma ne anticipò simboli, rituali e linguaggi. D’Annunzio trasformò la politica in spettacolo, offrendo a Mussolini un modello di comunicazione e consenso.

4 Agosto 2026

L’Impresa di Fiume, iniziata il 12 settembre 1919 con l’occupazione della città da parte di Gabriele D’Annunzio e di circa 2.500 legionari, costituisce uno degli episodi più affascinanti e controversi della storia italiana del Novecento. Ancora oggi gli storici si interrogano sul rapporto tra quell’esperienza e la nascita del fascismo. Fiume fu davvero il laboratorio del regime mussoliniano? Oppure rappresentò un’esperienza autonoma, irripetibile e per molti aspetti incompatibile con il fascismo che si sarebbe affermato pochi anni dopo? La risposta, come spesso accade nella storia, non può essere ridotta a una formula semplice. Se è ormai condiviso che il fascismo non nacque a Fiume, è altrettanto difficile negare che proprio sulle rive del Quarnaro vennero sperimentati linguaggi politici, simboli, rituali e forme di mobilitazione collettiva che Benito Mussolini avrebbe saputo utilizzare con straordinaria efficacia nella costruzione del proprio regime.

L’occupazione di Fiume nacque dal malcontento diffuso nel Paese dopo la Conferenza di pace di Parigi. Molti reduci e nazionalisti ritenevano che l’Italia fosse stata privata dei frutti della vittoria nella Prima guerra mondiale, alimentando il mito della “vittoria mutilata”. D’Annunzio seppe interpretare quel sentimento come nessun altro. Più che un semplice comandante militare, egli fu un creatore di miti, capace di trasformare un’azione politica in un evento epico destinato a parlare all’immaginazione collettiva. A Fiume non si limitò a guidare un’occupazione: costruì un universo simbolico nel quale la politica si fuse con la letteratura, il teatro, la musica e la liturgia civile. Ogni gesto, ogni cerimonia, ogni discorso era pensato per suscitare emozioni e rafforzare il senso di appartenenza della comunità dei legionari.

Lucy Hughes-Hallett, nella sua autorevole biografia The Pike. Gabriele D’Annunzio: Poet, Seducer and Preacher of War, descrive D’Annunzio come uno dei primi grandi comunicatori politici dell’età contemporanea. A suo giudizio, il poeta comprese prima di molti altri che la politica del Novecento non avrebbe più fatto leva soltanto sulle idee o sui programmi, ma anche sulla forza delle immagini, sulla spettacolarizzazione del potere e sulla costruzione del consenso attraverso il coinvolgimento emotivo delle masse. In questo senso D’Annunzio anticipò modalità comunicative che sarebbero state adottate non soltanto dal fascismo, ma da gran parte della politica del secolo scorso.

L’esperienza fiumana, tuttavia, non può essere identificata con il fascismo. La stessa Carta del Carnaro, elaborata nel 1920 da Alceste De Ambris e rielaborata da D’Annunzio, dimostra quanto fosse composita quella stagione. Il testo proponeva una forma originale di Stato corporativo nella quale convivevano elementi nazionalisti, suggestioni del sindacalismo rivoluzionario, tutela dei lavoratori, autonomia delle corporazioni, valorizzazione della cultura e perfino il riconoscimento della musica come principio fondante della vita civile. Era una costituzione difficilmente classificabile secondo le categorie politiche tradizionali e molto diversa dall’assetto autoritario che il fascismo avrebbe costruito dopo il 1925. Renzo De Felice, il maggiore storico del fascismo italiano, ha insistito proprio su questo punto, osservando che il corporativismo immaginato da De Ambris e D’Annunzio apparteneva ancora alla cultura del sindacalismo rivoluzionario e non coincideva con il sistema corporativo imposto successivamente dal regime. Per De Felice, Fiume fu certamente una delle matrici culturali del fascismo, ma non la sua origine esclusiva. Le radici del movimento mussoliniano affondavano infatti nel nazionalismo, nell’interventismo, nella crisi dello Stato liberale, nella mobilitazione dei reduci e nella paura suscitata dal cosiddetto Biennio Rosso. Ridurre tutto all’Impresa di Fiume significherebbe ignorare la complessità delle dinamiche che portarono alla nascita del fascismo.

Se il programma politico della Reggenza del Carnaro non fu integralmente recepito dal regime, lo stesso non può dirsi per la dimensione simbolica. È proprio su questo aspetto che si concentra l’analisi di Emilio Gentile, il quale ha elaborato il concetto di “religione politica” per descrivere il fascismo. Secondo Gentile, Mussolini trasformò la politica in una vera e propria esperienza sacrale, fondata su miti, simboli, cerimonie e rituali destinati a creare una comunità di credenti più che di semplici cittadini. Molte di queste pratiche erano già state sperimentate da D’Annunzio a Fiume. I discorsi pronunciati dal balcone, il dialogo rituale con la folla, il saluto romano, le fiaccolate, i cortei, gli slogan, il culto degli eroi caduti, l’esaltazione della giovinezza e dell’azione, la musica come strumento di partecipazione collettiva e la continua teatralizzazione della politica costituirono un repertorio simbolico che il fascismo fece proprio, organizzandolo però in maniera sistematica e trasformandolo in uno degli strumenti fondamentali del consenso.

Anche George L. Mosse individua nell’esperienza fiumana uno dei momenti decisivi della trasformazione della politica europea in fenomeno di massa. Secondo lo storico tedesco, la modernità politica nasce quando la nazione diventa un mito condiviso e il potere utilizza l’estetica, i monumenti, i riti pubblici e il culto dei caduti per costruire l’identità collettiva. D’Annunzio comprese questa trasformazione con straordinario anticipo. A Fiume ogni manifestazione aveva una precisa scenografia; ogni cerimonia diventava un racconto epico; ogni parola era scelta per evocare il sacrificio, la grandezza nazionale e il destino storico dell’Italia.

Anche Zeev Sternhell, studiando le origini culturali del fascismo, ha attribuito un ruolo significativo all’Impresa di Fiume, collocandola nel punto d’incontro tra nazionalismo e sindacalismo rivoluzionario. Secondo lo storico israeliano, il fascismo nacque proprio dalla fusione di queste due culture politiche, e Fiume rappresentò uno dei luoghi nei quali tale sintesi trovò una prima concreta espressione. Tuttavia Sternhell, come De Felice, evita di identificare automaticamente D’Annunzio con Mussolini, riconoscendo al poeta una personalità troppo originale per essere ridotta al ruolo di semplice precursore.

Il rapporto tra D’Annunzio e Mussolini fu infatti caratterizzato da reciproca ammirazione ma anche da diffidenza. Mussolini comprese immediatamente il valore simbolico del poeta e ne imitò molte intuizioni comunicative. Il futuro duce osservò con attenzione il modo in cui D’Annunzio parlava alle folle, costruiva la propria immagine pubblica, utilizzava i simboli, trasformava la politica in spettacolo e riusciva a creare un forte coinvolgimento emotivo. Ma comprese anche che una figura tanto prestigiosa avrebbe potuto diventare un concorrente pericoloso. Dopo la Marcia su Roma preferì quindi circondare D’Annunzio di onori, assicurargli una posizione di assoluto prestigio al Vittoriale e, nello stesso tempo, tenerlo lontano dalla politica attiva. Il poeta, da parte sua, pur condividendo alcune scelte nazionalistiche del regime, non aderì mai completamente al fascismo e mantenne una significativa autonomia di giudizio, arrivando negli anni Trenta a guardare con crescente preoccupazione all’avvicinamento dell’Italia alla Germania nazista.

Anche Michael A. Ledeen, autore de The First Duce, sottolinea come D’Annunzio rappresentasse un modello di leadership profondamente diverso da quello di Mussolini. Il suo potere derivava dal fascino personale, dall’inventiva, dalla cultura e dalla capacità di sedurre emotivamente i seguaci, non dalla costruzione di un partito disciplinato e di uno Stato totalitario. Claudia Salaris ha inoltre evidenziato come Fiume fosse anche un sorprendente laboratorio culturale, frequentato da futuristi, artisti, musicisti e intellettuali che sperimentavano nuove forme di convivenza, libertà creativa e partecipazione politica. Era una realtà troppo anarchica e imprevedibile per essere assimilata al futuro regime fascista.

La storiografia contemporanea invita dunque a evitare interpretazioni semplicistiche. D’Annunzio non fu il padre del fascismo, ma neppure un semplice poeta prestato alla politica. Fu piuttosto il grande inventore di un nuovo linguaggio politico, fondato sull’emozione, sul simbolo e sulla rappresentazione. Mussolini comprese la straordinaria efficacia di quel linguaggio e lo trasformò in uno strumento permanente di dominio. L’Impresa di Fiume fu così il luogo in cui vennero sperimentate forme di mobilitazione delle masse che avrebbero segnato profondamente non solo il fascismo, ma l’intera politica del Novecento. Se il regime fascista costruì una macchina organizzativa e totalitaria che D’Annunzio non aveva immaginato, è altrettanto vero che molte delle sue liturgie, della sua estetica e della sua capacità di trasformare la politica in una rappresentazione collettiva nacquero sulle piazze di Fiume. È in questo intreccio tra innovazione simbolica e costruzione del consenso che risiede la vera eredità dannunziana, un’eredità che continua ancora oggi a interrogare gli storici sul rapporto tra comunicazione, mito e potere nella società contemporanea.

 

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