Milano
La città che cambia pelle. Partecipazione civica in tempi di instabilità urbana
Come promuovere la partecipazione in città sempre più attraversate da un profondo ricambio della propria base sociale?
La partecipazione torna al centro del dibattito pubblico ogni volta che si avverte la necessità di un maggiore coinvolgimento dei cittadini per contrastare la regressione della vitalità democratica. Ma ragionando sui contesti locali (sulla città in primo luogo, e su Milano in particolare) una domanda si impone con urgenza: come promuovere la partecipazione in città sempre più attraversate da un profondo ricambio della propria base sociale?
Le città cambiano pelle. Lo fanno da sempre, ma mai con questa velocità e questa intensità unita a fenomeni di precarietà lavorativa e abitativa.
Cambiano i volti nei cortili e sui pianerottoli, cambiano le insegne dei negozi, cambiano le lingue che si sentono al mercato e intorno alle scuole. E con loro cambia (corre il rischio di assottigliarsi e frammentarsi) il tessuto di relazioni su cui si regge la partecipazione civica.
Ragionando sui contesti locali, sulla città in primo luogo, e su Milano in particolare, una domanda si impone con urgenza: come promuovere partecipazione in una città che non fa in tempo a riconoscersi prima di essere già altra?
Ricordo ancora una conversazione del 2015, quando iniziai a lavorare nelle reti territoriali di Via Padova. Una cittadina attiva, attenta ai temi dell’integrazione, mi pose una questione molto netta: “Come faccio a promuovere convivenza con i miei vicini stranieri, se un giorno ci sono e pochi mesi dopo ce ne sono altri?”
La domanda tocca un nodo strutturale. Il senso di permanenza e la propensione a partecipare sono strettamente legati: sentire un posto come proprio – al di là dei temi contingenti come la scuola dei figli o il decoro del quartiere – significa volerci mettere radici, vedere crescere i propri figli, invecchiare insieme alle persone care. Milano, negli ultimi vent’anni, ha cambiato circa l’80% del suo corpo elettorale. Nell’ultimo decennio, il 30% dei residenti è partito e un altro 30% è arrivato. Un ricambio che si riverbera nella vita dei quartieri e ancora di più nei condomini, amplificato dai fenomeni di gentrificazione e overtourism.
Quali antidoti concreti per una partecipazione possibile?
La prima considerazione è che non esiste una soluzione unica. Quello che può funzionare è una combinazione di strumenti capaci di abbassare le barriere alla partecipazione e di creare continuità, anche quando le persone cambiano.
La sfida è riuscire a coinvolgere e responsabilizzare giovani, stranieri, donne, cittadini e cittadine che spesso sono solo di passaggio e che, nei fatti, non si sentono parte dei destini di medio e lungo periodo della città. In tempi in cui – come sostiene Marta Cartabia – “stiamo perdendo il senso del limite al potere”, anche il contropotere che la partecipazione esercita viene eroso da vite urbane in perenne movimento.
Provo a mettere giù, come note su un taccuino, alcune piste di lavoro per il presente e l’immediato futuro.
Collaborazioni inedite tra attori locali. Praticare, o almeno provarci, “alleanze estreme” tra soggetti radicati nel territorio che normalmente non si parlano. La frammentazione degli attori è uno dei principali ostacoli alla costruzione di reti durature.
Efficacia immediata e visibile. Dare un senso di concretezza rapida alle collaborazioni tra cittadini e pubblica amministrazione: micro-interventi urbani (panchine, verde, murales, usi temporanei), budget partecipativi su piccola scala e a tempi brevi, azioni co-progettate con impatto percepibile nell’immediato.
Pluralità di canali e soglie basse. Aprire forme di partecipazione diverse — in presenza, online, su temi specifici — valorizzando qualsiasi disponibilità e abbassando il costo dell’ingresso. La partecipazione “leggera” non è meno autentica.
Far dialogare visioni diverse di città. Un ricambio così incessante produce sguardi plurali e spesso inconciliabili sul futuro urbano. Farli incontrare, invece di ignorarli, è già un atto politico.
Estendere il diritto di voto e di espressione. Potenziare tutte le possibilità di partecipazione democratica per i cosiddetti fuori sede, rimuovendo gli ostacoli burocratici che rendono il voto un privilegio di chi è stabile.
Ancoraggi fisici diffusi. Case di quartiere, community hub, spazi ibridi, biblioteche attive come presidi civici, luoghi condivisi dentro mercati, scuole, cortili: spazi accessibili e sottratti alla logica commerciale del “se spendi puoi restare”.
Routine temporali ricorrenti. Non solo luoghi, ma appuntamenti fissi che diventano familiari anche per chi è arrivato da poco. La ripetizione crea appartenenza.
Mediatori e pontieri. Senza figure di facilitazione il rischio che partecipino sempre gli stessi è alto. Servono facilitatori di quartiere, associazioni informali, leader comunitari che nascono sul campo, non calati dall’alto.
Rimuovere gli ostacoli pratici. La precarietà riduce il tempo disponibile: partecipare ha un costo reale. Servizi di supporto (baby-sitting, orari accessibili, spazi accoglienti) non per comprare la partecipazione, ma per non escludere chi non può permettersi di “perdersi” una sera.
Governance flessibile e modulare. Non modelli rigidi e istituzionalizzati, ma gruppi tematici temporanei che si attivano su problemi specifici, processi decisionali in cui si può entrare e uscire senza perdere tutto, deleghe leggere e rotanti. L’appartenenza non dovrebbe essere mai “tutto o niente”.
Partire dai bisogni quotidiani. La partecipazione cresce più facilmente attorno a problemi concreti: sportelli di quartiere su casa, lavoro e diritti, pratiche di mutuo aiuto, banche del tempo, gruppi di acquisto, servizi co-gestiti come orti urbani e doposcuola. Occorre partire dal bisogno, non da una cittadinanza astratta.
Narrazione e identità inclusiva. Se il quartiere è raccontato come “di altri”, le persone non si sentono legittimate a partecipare. Raccogliere storie locali, di vecchi e nuovi abitanti, promuovere eventi interculturali non folkloristici, costruire una narrazione condivisa: la partecipazione nasce anche dal sentirsi parte di una storia comune.
Continuità istituzionale. Se i progetti durano meno delle persone, si consolida la percezione che la partecipazione sia un fenomeno temporaneo e sperimentale. La discontinuità è uno dei veleni più sottili del coinvolgimento civico quanti si attivano aspettative che poi vanno deluse strumentalmente.
La città che cambia pelle non smette di avere bisogno di cittadini. Anzi, ne ha più che mai — ma cittadini capaci di abitare l’instabilità senza esserne paralizzati, di costruire legami anche sapendo che potrebbero essere temporanei, di sentirsi parte di una storia anche quando non ne conoscono ancora il finale.
Questo brogliaccio non ha la pretesa di essere un manuale. È piuttosto una mappa provvisoria, disegnata sapendo che il territorio continua a muoversi sotto i piedi. L’idea di fondo rimane semplice: la partecipazione funziona quando è facile da attivare, utile nell’immediato, flessibile nel tempo, radicata in luoghi e relazioni reali.
Ma tutto questo ha senso solo se teniamo fermo un principio politico prima ancora che urbanistico: la città è di tutti. Non di chi può permettersi di restare, non di chi arriva con più risorse o più diritti, non di chi ha la fortuna di una casa stabile. È di chi la abita, la attraversa, la cura, la sogna. Elena Granata, anche nel suo recentissimo volume “La città è di tutti” ce lo ricorda con la forza di chi conosce le città non solo dai piani regolatori ma dalle storie delle persone che le vivono: il diritto alla città è un diritto collettivo, che si conquista e si difende insieme, ogni giorno, nei gesti piccoli e nelle scelte grandi.
Partecipare, allora, non è un optional civico appannaggio dei più motivati ristretti ad una cerchia sempre più minoritaria di partecipativi. È l’atto con cui rivendichiamo che questa pelle che cambia è anche la nostra.
PS foto di Andrea Cerchi
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