Geopolitica
Quando una frase muove i mercati: l’Occidente, il diritto selettivo e la crisi della coerenza strategica
Bilingual text It. Engl.
Nel mondo contemporaneo non sono più gli eventi a muovere i mercati, ma i segnali. Una frase, una minaccia, una sfumatura retorica possono spostare miliardi di dollari in pochi minuti. La finanza globale è diventata ipersensibile al linguaggio politico perché oggi la risorsa più fragile non è il capitale, ma la fiducia.
Lo ha evidenziato con chiarezza il Dr. Salah Mourad, analista geopolitico Direttore dell’ICCSSM di Londra, in una recente analisi pubblicata su LinkedIn, dove osserva come i mercati reagiscano ormai più al signaling politico che ai fatti concreti: “In today’s world, markets are no longer driven by events, they are driven by signals”[1].
Un esempio emblematico è arrivato dalla recente disputa sulla Groenlandia: una minaccia tariffaria ha scosso i mercati europei prima ancora che fosse adottata qualsiasi misura concreta. Poche ore dopo, un cambio di tono ha prodotto l’effetto opposto, senza alcuna modifica sostanziale delle politiche. Come ha ricordato Jamie Dimon, CEO di JPMorgan Chase, intervenendo al World Economic Forum di Davosjjhh, quando l’imprevedibilità politica aumenta, i mercati non aspettano: si coprono, si ritirano, si difendono.
C’è comunque da dire che da anni una buona parte delle reazioni dei mercati sono speculative e ciò per effetto di una deriva che ha preso le mosse propio dalla globalizzazione, ovverosia da quel processo caratterizzato da via via sempre più massicce delocalizzazioni che, di fatto, deprivando le istituzioni finanziarie della possibilità concreta di svolgere in primo luogo la propria attività di intermediazione,, ha loro imposto di operare in quel comparto speculativo che si è via via arricchito di pronti finanziari derivati, frutto dell’ingegnerizzazione del sistema, inquinandolo.
In questo senso non stupisce affatto che attualmente i mercati si attivino ad ogni piè sospinto alla minima voce del profilarsi all’orizzonte di un nuovo evento potenzialmente significativo, come si conviene in quello che troppo spesso è diventato un mero gioco d’azzardo.
Il prezzo della globalizzazione senza politica
Questo fenomeno non è un’anomalia, ma il prodotto di una trasformazione più profonda. La globalizzazione del dopo Cold War –rapida, deregolata e politicamente poco governata– si è rivelata una delle modalità più problematiche di gestione dell’ordine internazionale post-1989. Know-how industriale e tecnologico è stato esportato senza adeguate salvaguardie, spesso a beneficio di attori che oggi contestano apertamente quell’ordine.
Parallelamente, il primato della politica è stato progressivamente eroso a favore di una finanziarizzazione spinta delle economie occidentali e di un crescente affidamento sul settore terziario, frequentemente sostenuto dal debito. In questo contesto, l’“iper-psicologizzazione” dei mercati – dove percezioni ed emozioni contano quanto i fondamentali economici – è diventata una vulnerabilità sistemica.
Europa: subalternità strategica e incoerenza normativa
L’Europa, in questo scenario, paga un prezzo particolarmente elevato. Da un lato, subisce gli effetti di una politica estera statunitense sempre più percepita come obsoleta; dall’altro, non è riuscita a dotarsi di una vera personalità giuridica e istituzionale capace di sostenere una politica estera unitaria. Il progetto di uno Stato federale europeo, in grado di esprimere una visione strategica coerente, è rimasto incompiuto.
Questa fragilità si riflette in una difficoltà cronica ad applicare in modo uniforme i principi che l’Unione Europea dichiara di difendere: sovranità, integrità territoriale, rispetto del diritto internazionale. È proprio questa applicazione selettiva a minare la credibilità dell’Occidente come garante di un ordine stabile.
Il caso canadese e il risveglio delle “middle powers”
Un segnale significativo di cambiamento arriva dal Canada. Nella sua prolusione al World Economic Forum di Davos 2026, il primo ministro Mark Carney ha delineato una visione che va ben oltre un discorso contingente. Come osservato dal Dr.Armando Johan Obdola, Chairman e Founder di IOSI Global, nella sua long-form analysis “Canada in Dangerous Times: Mark Carney, Davos 2026 and the Battle for Strategic Autonomy”[2], il messaggio di Carney rappresenta l’abbozzo di una vera e propria dottrina per le medie potenze:
Secondo questa lettura, il Canada si propone di (cito testualmente):
- passare dalla dipendenza a una distanza gestita dagli Stati Uniti, senza derive anti-americane;
- trattare la politica economica come politica di sicurezza;
- usare finanza, energia, tecnologia e catene di approvvigionamento come strumenti di sovranità;
- costruire partenariati disciplinati in Asia e Medio Oriente, fissando linee rosse chiare verso le potenze autoritarie;
- rivalutare il ruolo strategico dell’America Latina e dei Caraibi, anche attraverso iniziative come il concetto SENTINEL, presentato al Governo canadese per contrastare la convergenza tra criminalità e Stato e le minacce ibride nell’emisfero. L’iniziativa cui qui ci riferiamo, il Sentinel Project – A Hemispheric Security & Intelligence Strategy–[3], si concentra, come noto, sui meccanismi di allerta precoce, sulla cooperazione di intelligence, sulla sicurezza finanziaria e della catena di approvvigionamento e sulla resilienza istituzionale, con particolare attenzione all’America Latina e ai Caraibi come teatri emergenti di vulnerabilità strategica. SENTINEL, tuttavia, riflette una dottrina più ampia in cui la sicurezza economica, la convergenza tra Stati criminali e la stabilità geopolitica sono considerate componenti interconnesse della sicurezza nazionale e alleata.
Si tratta di una presa di coscienza significativa, seppur tardiva, che riconosce implicitamente la crisi di un ordine “rules-based” non più garantito automaticamente dalla leadership statunitense.
Kosovo: il precedente che ritorna
È in questo quadro che acquista particolare rilevanza la posizione espressa dal Professor Darko Trifunovic, Direttore dell’Institute for National and International
Security, che ha invitato la Danimarca a riconsiderare il proprio riconoscimento unilaterale del Kosovo. La sua argomentazione va ben oltre il contesto balcanico e tocca il cuore del problema occidentale: la selettività nell’applicazione del diritto internazionale.
Il Kosovo rappresenta uno dei momenti fondativi di quella deroga “eccezionale” ai principi di sovranità e integrità territoriale che, nel tempo, ha eroso la credibilità dell’ordine che l’Occidente pretendeva di difendere. Al di là delle motivazioni contingenti del 2008, quella scelta ha prodotto un precedente strategico che potenze revisioniste hanno successivamente sfruttato, dalla Crimea all’Ucraina.
Coerenza come imperativo di sicurezza
Per Stati esposti, dotati di territori sensibili e risorse strategiche – come la Danimarca nel contesto artico – la coerenza normativa non è un lusso morale, ma un imperativo di sicurezza. In un mondo in cui i mercati possono essere scossi da una singola frase, l’incertezza sistemica è più destabilizzante dei conflitti stessi.
Il vero rischio geopolitico contemporaneo non è soltanto il confronto con rivali esterni, ma il disallineamento interno alle alleanze che dovrebbero garantire stabilità. Se l’Occidente intende preservare la propria forza economica, la propria deterrenza e la propria credibilità, deve recuperare una disciplina fondamentale: coerenza nelle parole prima ancora che nelle azioni.
Perché in un sistema globale ipersensibile al linguaggio, ogni frase conta.
E ogni eccezione, prima o poi, presenta il conto.
English text
When a Sentence Moves Markets: The West, Selective International Law, and the Crisis of Strategic Coherence
In today’s world, it is no longer events that move markets, but signals. A sentence, a threat, a rhetorical nuance can shift billions of dollars within minutes. Global finance has become hypersensitive to political language because today the most fragile resource is not capital, but trust.
This was clearly highlighted by Dr. Salah Mourad, geopolitical analyst Director of ICCSSM London, in a recent analysis published on LinkedIn, where he observes how markets now react far more to political signaling than to concrete facts: “In today’s world, markets are no longer driven by events, they are driven by signals.”
An emblematic example emerged from the recent dispute over Greenland: a tariff threat shook European markets even before any concrete measure was adopted. A few hours later, a change in tone produced the opposite effect, without any substantive policy change. As Jamie Dimon, CEO of JPMorgan Chase, recalled while speaking at the World Economic Forum in Davos, when political unpredictability increases, markets do not wait: they hedge, they pull back, they defend themselves.
It should nevertheless be noted that for years a significant portion of market reactions has been speculative, as a result of a drift that originated precisely from globalization—that is, from a process characterized by increasingly massive offshoring. This process, by effectively depriving financial institutions of the concrete possibility of carrying out their primary role as intermediaries, forced them to operate in the speculative segment, which progressively became enriched with readily available financial derivatives, the product of systemic financial engineering that has polluted the system.
From this perspective, it is hardly surprising that markets today activate at every turn at the slightest rumor of a potentially significant event appearing on the horizon, as befits what has too often become nothing more than a gambling game.
The Price of Globalization Without Politics
This phenomenon is not an anomaly, but the product of a deeper transformation. Post–Cold War globalization—rapid, deregulated, and politically poorly governed—has proven to be one of the most problematic ways of managing the international order after 1989. Industrial and technological know-how was exported without adequate safeguards, often to the benefit of actors that today openly challenge that order.
At the same time, the primacy of politics was progressively eroded in favor of deep financialization of Western economies and an increasing reliance on the service sector, frequently sustained by debt. In this context, the “hyper-psychologization” of markets—where perceptions and emotions matter as much as economic fundamentals—has become a systemic vulnerability.
Europe: Strategic Subordination and Normative Incoherence
In this scenario, Europe pays a particularly high price. On the one hand, it absorbs the effects of a U.S. foreign policy increasingly perceived as obsolete; on the other, it has failed to equip itself with a true legal and institutional personality capable of sustaining a unified foreign policy. The project of a European federal state, capable of expressing a coherent strategic vision, has remained unfinished.
This fragility is reflected in a chronic difficulty in uniformly applying the principles that the European Union claims to defend: sovereignty, territorial integrity, and respect for international law. It is precisely this selective application that undermines the credibility of the West as a guarantor of a stable order.
The Canadian Case and the Awakening of “Middle Powers”
A significant signal of change comes from Canada. In his address at the World Economic Forum in Davos 2026, Prime Minister Mark Carney outlined a vision that goes far beyond a contingent speech. As noted by Dr. Armando Johan Obdola, Chairman and Founder of IOSI Global, in his long-form analysis “Canada in Dangerous Times: Mark Carney, Davos 2026 and the Battle for Strategic Autonomy”, Carney’s message represents the outline of a genuine doctrine for middle powers.
According to this interpretation, Canada aims to (quoted verbatim):
- move from dependency to a managed distance from the United States, without anti-American drift;
- treat economic policy as security policy;
- use finance, energy, technology, and supply chains as instruments of sovereignty;
- build disciplined partnerships in Asia and the Middle East, drawing clear red lines vis-à-vis authoritarian powers;
- reassess the strategic role of Latin America and the Caribbean, also through initiatives such as the SENTINEL concept, presented to the Government of Canada to counter criminal-state convergence and hybrid threats in the hemisphere. The initiative we refer to here, the il Sentinel Project – A Hemispheric Security & Intelligence Strategy–, focuses, is well known, on early warning mechanisms, intelligence cooperation, financial and supply chain security, and institutional resilience, with a focus on Latin America and the Caribbean as emerging theaters of strategic vulnerability. SENTINEL, however, reflects a broader doctrine in which economic security, crime-state convergence, and geopolitical stability are considered interconnected components of national and allied security.
This represents a significant—if belated—awakening that implicitly acknowledges the crisis of a “rules-based order” no longer automatically guaranteed by U.S. leadership.
Kosovo: The Precedent That Returns
It is within this framework that the position expressed by Professor Darko Trifunovic, Director of the Institute for National and International Security, takes on particular relevance. He has invited Denmark to reconsider its unilateral recognition of Kosovo. His argument goes far beyond the Balkan context and strikes at the heart of the Western problem: selectivity in the application of international law.
Kosovo represents one of the foundational moments of that “exceptional” derogation from the principles of sovereignty and territorial integrity that, over time, has eroded the credibility of the order the West claimed to defend. Beyond the contingencies of 2008, that choice produced a strategic precedent later exploited by revisionist powers, from Crimea to Ukraine.
Coherence as a Security Imperative
For exposed states endowed with sensitive territories and strategic resources—such as Denmark in the Arctic context—normative coherence is not a moral luxury, but a security imperative. In a world in which markets can be shaken by a single sentence, systemic uncertainty is more destabilizing than conflict itself.
The true contemporary geopolitical risk is not only confrontation with external rivals, but internal misalignment within the alliances meant to guarantee stability. If the West intends to preserve its economic strength, its deterrence, and its credibility, it must recover one fundamental discipline: coherence in words before actions.
Because in a global system hypersensitive to language, every sentence matters.
And every exception, sooner or later, comes due.
[1] https://www.linkedin.com/posts/salah-m-7937592ba_geopolitics-markets-strategy-activity-7419856395862216704-1qkN
[2] https://www.linkedin.com/posts/johanobdola_canada-geopolitics-security-activity-7419895848316301312-9bE9
[3] https://www.linkedin.com/pulse/world-collapse-mission-without-borders-rise-iosi-global-obdola-deaqc?utm_source=share&utm_medium=member_ios&utm_campaign=share_via
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