Festa della Liberazione dal Lavoro

Lavoro

In attesa della Festa della Liberazione dal Lavoro

Oggi è il 25 aprile, la settimana prossima è il Primo Maggio. Sarebbe auspicabile una sintesi tra le due feste nazionali: la Festa della Liberazione dal Lavoro. Forse l’unica festività laica che dovrebbe essere celebrata sia a destra che a sinistra.

25 Aprile 2026

In attesa della Festa della Liberazione dal Lavoro

Oggi è il 25 aprile, la festa della Liberazione. La settimana prossima è il Primo Maggio, festa del Lavoro. In mezzo ci sono sette giorni che qualcuno ha già ribattezzato “Settimana della Liberazione dal Lavoro”. Se però si preferisce una data unica, propongo il 30 novembre, giorno in cui ChatGPT ha debuttato nel 2022 (una data perfetta per un mega ponte festivo che includa Halloween, Ognissanti e magari anche il giorno dei defunti).

L’idea non è nuovissima: negli ambienti della sinistra radicale, la Festa della Liberazione dal Lavoro viene evocata puntualmente in questo periodo da anni. Quello che forse cambia oggi è che ci sono le condizioni per prenderla maggiormente sul serio. Merita quindi un ragionamento un po’ più approfondito.

Due feste spostate a sinistra

Il 25 aprile e il Primo maggio sono, di fatto, le feste della sinistra. Per la Liberazione è comprensibile: si celebra la fine di un regime di estrema destra e risulta più difficile per la destra unirsi al brindisi con lo stesso entusiasmo. Ma la Festa del Lavoro? Come mai anche quella è più sentita nello stesso campo?

La risposta più ovvia è che la Festa del Primo Maggio nasce dal movimento operaio, quindi dalla sinistra per definizione. Tuttavia, il lavoro non è mai stato un valore esclusivo della sinistra. I conservatori lo esaltano quanto i progressisti, ma mettendo l’accento su altri valori.

La sinistra rivendica il lavoro-fatica e ne condanna lo sfruttamento da parte del capitale. Si tratta del lavoro che consuma il corpo e la mente e che andrebbe almeno pagato meglio e reso meno rischioso. I conservatori, invece, esaltano il lavoro-merito, quello che premia i più capaci, i più intraprendenti o i predestinati al successo. Si tratta di due visioni non proprio coincidenti dello stesso termine (derivante dal latino labor, che significa appunto “fatica”). Eppure, entrambi gli schieramenti finiscono per esaltarlo: nessuno osa metterlo in discussione come valore assoluto (e questo apprezzamento unanime è diventato un elemento fondante della nostra Repubblica).

La meritocrazia ereditaria

Vale la pena soffermarsi sulla meritocrazia, perché è il cuore dell’ideologia liberal-conservatrice e ha radici profonde. Affonda nella teologia protestante (il successo economico come segno della grazia divina, come Max Weber ha spiegato per primo) che poi si laicizza nel darwinismo sociale: l’imprenditore di successo come vincitore della selezione naturale, il povero come perdente e inadatto.

Uno dei pilastri ideologici del liberismo è che la dedizione e l’impegno sul lavoro conducono gli individui meritevoli al successo e alla ricchezza. Il sistema liberista dovrebbe quindi premiare il merito, ma spesso finisce per riconoscere come “meritevoli” coloro che hanno già raggiunto un elevato status sociale: un riconoscimento ex post, a cose fatte. Alla fine, i “meritevoli” riconosciuti dal sistema coincidono con gli appartenenti alle classi abbienti. Per smentire questo cortocircuito logico, la narrazione liberista si nutre di casi di ascesa sociale dalle classi più umili e ama dare risalto all’eventuale incremento annuale del numero di milionari o miliardari, trascurando però di occuparsi dell’analoga contabilità di chi fa il percorso opposto verso l’impoverimento.

Peraltro, la meritocrazia premia correttamente ogni prima generazione di “meritevoli”. I self-made man che partono dal nulla, e con grande impegno e fatica, soprattutto agli inizi, arrivano al successo. Tuttavia, dalla seconda generazione in poi, il merito è perlopiù un lascito ereditario. Figli, nipoti, mogli, amici, parenti e amanti dei meritevoli non hanno solitamente alcun merito sociale, ma possono permettersi di non lavorare o di svolgere lavori poco faticosi e molto gratificanti, o anche di vivere di rendita, continuando quasi sempre ad arricchirsi. Il merito sul lavoro, nato come rivendicazione della borghesia operosa contro il privilegio di nascita dell’aristocrazia oziosa, finisce per ricreare esattamente quel privilegio. Del resto, “aristocrazia” è quasi sinonimo di “meritocrazia”: entrambe indicano il “governo dei migliori”, espressioni piuttosto indefinite finché non si specifica cosa si intende realmente per “meritevoli” e “migliori” (difficilmente, però, questi saranno individuati negli spiantati).

La sinistra e il culto del dio Lavoro

La sinistra, esaltando il lavoro come unico vero creatore di valore, ha storicamente voluto incalzare la borghesia sul suo stesso terreno, dove questa aveva prevalso sull’aristocrazia inoperosa. Come a voler far intendere che nemmeno quello della borghesia è “vero lavoro”, ma piuttosto sfruttamento del lavoro del proletariato. Se il “lavoro” borghese è rivoluzionario rispetto all’ozio aristocratico, allora la vera e definitiva rivoluzione non può che basarsi sul “lavoro-fatica” del proletariato.

Il risultato è che borghesia e proletariato hanno finito per gareggiare tra loro su chi lavora di più e soffre di più, con gli imprenditori che rivendicano di lavorare 24 ore su 24, rischiando di perdere tutto, e pertanto meritando ampiamente di percepire guadagni più elevati dei “faticatori” proletari. In questo modo, tutte le classi fanno sacrifici al dio Lavoro. Sacrifici umani, verrebbe da dire: ci si immola sull’altare di questa moderna divinità.

In altre parole il lavoro è il tipico mezzo che si è trasformato in un fine, e non in un fine qualsiasi, ma in un fine ultimo. Era il mezzo che serviva a sopravvivere, a vivere o a prosperare, a seconda di quanto si riusciva a beneficiarne. Oggi, invece, è diventato il fine: si nasce, si cresce e, se possibile, si studia per poter lavorare e magari guadagnarsi gli ultimi anni di riposo, sempre grazie al (duro) lavoro. Avevamo iniziato a lavorare per vivere, ma abbiamo finito col vivere per lavorare.

Tuttavia, la modernità e in particolare la tecnologia hanno permesso di ridurre sempre più il numero di lavoratori. Si riduce il lavoro minorile, aumenta il numero di pensionati e sempre più persone possono permettersi di non lavorare senza soffrirne le conseguenze. Una vera uguaglianza nei diritti, se ci si pensa, non si raggiunge facendo lavorare tutti allo stesso modo, come si cerca di fare oggi, ma permettendo a tutti di scegliere se lavorare o meno.

La Festa della Liberazione dal Lavoro

Ed è qui che entrano in gioco l’intelligenza artificiale, l’automazione e tutte le nuove tecnologie. Le macchine possono fare sempre di più al posto nostro. Non solo i lavori pesanti e ripetitivi, ma anche quelli intellettuali, creativi e relazionali. La liberazione dal lavoro non dovrebbe più essere un’utopia degli antagonisti, ma la prosecuzione della tendenza storica all’espansione della tecnologia, iniziata con la rivoluzione industriale. Resta però il dubbio su chi pagherà il prezzo di questa transizione dal lavoro umano a quello artificiale e su chi ne trarrà beneficio.

Se la risposta è che ne beneficeranno solo i proprietari delle “macchine” che sostituiscono i lavoratori, allora avremo solo rafforzato la “nuova aristocrazia”, coloro che non lavorano, non per merito, ma per privilegio. Se invece si decide di redistribuire i frutti dell’automazione, allora per la prima volta nella storia si aprirà la possibilità di una vera uguaglianza, non nel lavoro, ma nella liberazione da esso.

Se progressisti e conservatori si liberassero dalla comune ideologia lavorista, potrebbero festeggiare insieme. I primi otterrebbero ciò che hanno sempre desiderato: nessuno più costretto a faticare per sopravvivere. I secondi, invece, vedrebbero estendersi a tutti il privilegio che hanno sempre difeso a vantaggio di pochi: lavorare per passione o anche decidere di non lavorare affatto.

Poi c’è un argomento che nessuno osa nominare, ma che i dati ripropongono ogni anno con ostinata puntualità: la mortalità sul lavoro. Deprecata a parole da tutti gli schieramenti, ma mai davvero affrontata alla radice. La liberazione dal lavoro la eliminerebbe, non con nuove norme di sicurezza (che pure servono), ma togliendo agli esseri umani i lavori che possono ucciderli e affidandoli esclusivamente alle macchine. È la soluzione più logica, quella per cui vale davvero la pena di entrare nell’era del lavoro artificiale. Ma è quella che nessuno prende sul serio, perché presuppone di rimettere in discussione il lavoro umano come valore in sé.

Quindi, ben venga la Settimana della Liberazione dal Lavoro, ma mi permetto di proporre una data simbolica di riferimento: il 30 novembre 2022, giorno in cui ChatGPT ha debuttato pubblicamente e l’intelligenza artificiale ha iniziato, per così dire, a lavorare al posto nostro.

Per ora questa data è solo una provocazione, ma non mi meraviglierei di vedere qualcosa di simile sul calendario nei prossimi anni, magari inserita inizialmente solo come una delle tante Giornate Mondiali dedicate a qualcosa, che in questo caso sarebbe qualcosa di più fondamentale di ciò che si celebra oggi a livello internazionale: 25 aprile Giornata Mondiale del Pinguino.


Fabio Massimo Rampoldi è autore di Scritti di ALTER EGOnomia. AI e nuove tecnologie: un Alter Ego che lavora al posto nostro. Immodeste proposte per conservare il progresso e ridistribuire il benessere.

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