padre picchiato Vomero

Cronaca

Quanti calci servono per svegliare una città? Sabato il Vomero chiama Napoli in piazza

Un padre picchiato da un branco di ragazzini per aver difeso le figlie e travolto da un camion dei rifiuti nel cuore del Vomero. Sabato 17 ottobre alle 16:30 Rete per la Sicurezza dei Minori e degli Adolescenti chiama tutti in piazza Vanvitelli. Restare a casa è già una risposta.

15 Ottobre 2026

Se domani tua figlia ti chiamasse da una piazza dicendo che l’hanno aggredita, correresti senza pensarci un secondo? Certamente, tutti correremmo. Un padre del Vomero, zona collinare di Napoli, l’ha fatto, nella notte tra sabato 10 e domenica 11 ottobre è corso in aiuto di sua figlia, infastidita da alcuni giovani. Pochi istanti dopo, quel padre è finito a terra, accerchiato da un gruppo di giovanissimi, preso a calci e pugni. Poi, come se non bastasse, alla violenza inaudita si è aggiunto anche un camion della raccolta dei rifiuti, che gli ha travolto e dilaniato una gamba. E gli altri cosa facevano? Dove stavano? Qualcuno teneva il telefono alzato per filmare.

Il tutto è successo in piazza Vanvitelli, in pieno Vomero, in una delle “zone rosse” della città, sotto le telecamere, a due passi dai locali del sabato sera. Se può accadere lì, può accadere ovunque. E può succedere a chiunque di noi.

Le indagini proseguono a tutto campo

L’uomo è ancora ricoverato al Cardarelli, dove ha subito un intervento delicato. Gli investigatori hanno identificato otto giovani, sei ragazzi e due ragazze, di questi sette sono minorenni, l’ottavo era diventato maggiorenne il giorno prima. Le indagini dei carabinieri, coordinate dalla Procura per i minorenni, proseguono per individuare gli altri partecipanti. Si indaga anche sulle minacce che le due ragazze hanno continuato a ricevere, anche sui social, dopo il pestaggio. Le responsabilità individuali le stabilirà un tribunale, quelle collettive, invece, spettano a noi.

Il prefetto Michele di Bari ha disposto un presidio fisso delle forze dell’ordine e più videosorveglianza. È un atto necessario, ma non basta a fermare l’escalation di violenza minorile che sta contaminando il capoluogo partenopeo. Una piazza non diventa sicura solo perché c’è una pattuglia in più, ma garantisce maggiore protezione quando è abitata da persone che non voltano lo sguardo dall’altra parte o si limitano a filmare per postare la clip sui social e “accaparrarsi” quel like in più.

Una piazza per riprendersi la città: la Rete per la Sicurezza dei Minori e degli Adolescenti

Per contrastare questa “piaga sociale”, sempre più preoccupante, sabato 17 ottobre, alle ore 16:30, la Rete per la Sicurezza dei Minori e degli Adolescenti torna in piazza Vanvitelli con il presidio “Riprendiamoci la nostra città”. Le portavoce sono due cittadine attive, in primis due mamme, Nelide Milano e Barbara Tafuri, da sempre in prima fila per dare voce a tutte le madri di adolescenti sempre più esposti al pericolo. Al loro fianco ci sarà anche il deputato di Alleanza- Sinistra, Francesco Emilio Borrelli, che ha lanciato un appello ai cittadini a partecipare numerosi per dare sostegno alla sicurezza dell’intera città . In piazza Vanvitelli, zona collinare di Napoli, si raccoglieranno messaggi per il padre ferito e proposte concrete da portare alle istituzioni. Il senso lo ha spiegato Nelide Milano ai giornalisti: “Non chiediamo repressione ma la possibilità di vivere la città in maniera serena”. La Rete aggiunge che la sicurezza “non ha colore politico”, non è una piazza contro qualcuno, ma una piazza per tutti.

Quando chiamiamo “ragazzata” la violenza

Quante volte abbiamo definito una questione di “carattere” la prepotenza, o chiamato “esuberanza, una ragazzata” l’umiliazione di un compagno? Ogni parola che addolcisce la violenza insegna a qualcuno che essere violenti non costa nulla. Non conosciamo le storie di quei ragazzi, e non spetta a un articolo emettere sentenze sulle loro famiglie. Una cosa però la sappiamo, cioè che nessuno impara il limite da solo.

Émile Durkheim definiva l’educazione “l’azione esercitata dalle generazioni adulte su quelle che non sono ancora mature per la vita sociale”, dunque, una definizione che chiama in causa noi, non loro. Un adolescente deve imparare che l’altro ha un corpo, una dignità, una libertà che non si calpestano per guadagnare l’applauso del gruppo. Lo impara solo se trova adulti capaci di dire di no, e di reggere le proteste che quel no provoca.

Poi c’è il branco, quel concetto atavico che in gruppo si picchia più forte perché ci si sente meno colpevoli. La responsabilità non si scioglie nella folla, chi colpisce risponde del proprio gesto. Dovremmo insegnare ai ragazzi un coraggio che nessuno celebra mai, quello di tirarsi indietro, di dire “basta”, di chiamare aiuto contro i propri amici. È il gesto più difficile a sedici anni e per questo va allenato prima, non scoperto dopo, davanti a un uomo a terra.

Il rispetto non si impara in una lezione, bensì ogni volta che un adulto interviene davanti a una minaccia in chat, a un’umiliazione in classe, a una prepotenza nello spogliatoio. E quando un adulto minimizza, consegna le regole a chi sa intimidire meglio.

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Educare è un compito di tutti, non solo della scuola

Non possiamo scaricare tutta la responsabilità sulla scuola, perché servono famiglie disposte a collaborare anche quando il problema è il proprio figlio; ci vogliono servizi che intervengano presto e luoghi dove i ragazzi possano stare insieme senza che la serata diventi una prova di forza. L’episodio atroce accaduto al Vomero dimostra quanto può far male un gruppo lasciato senza argini e quanto sia urgente stare accanto a chi lo ha subito. Proprio per questo sabato non servono slogan contro “i giovani”, ma tutti i giovani in piazza. Bollare un’intera generazione come “pericolosa” significa regalare ai violenti la rappresentanza dei loro coetanei. I ragazzi che non picchiano, che non filmano, che quella sera avrebbero voluto fare qualcosa, sono i primi alleati di questa città.

Sabato 17 ottobre, tutti in piazza Vanvitelli 

Sabato pomeriggio piazza Vanvitelli può riempirsi oppure restare a metà, può essere una fotografia per i telegiornali oppure l’inizio di un’attenzione che dura anche quando le telecamere se ne vanno. Dipende da quanti decideranno che questa storia li riguarda.

Quel padre non ha calcolato i rischi, perché ha semplicemente visto le sue figlie in pericolo ed è andato senza pensarci un attimo, come avrebbe fatto qualunque padre.

Noi possiamo farlo per le figlie e i figli di tutti. Altrimenti, chi correrà quando a chiamare aiuto saranno i nostri?

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