Musica

È l’Auroro

Auroro Borealo rappresenta un’etica della resistenza artistica. Con l’ultimo disco e l’abbandono di Spotify, rifiuta compromessi. La sua ricerca parallela ai dischi costruisce alternative vere al mainstream, dove la stranezza rimane metodo critico, non marchio commerciale.

11 Marzo 2026

Ho scoperto Auroro Borealo durante il mio iniziale lavoro di ricerca sulla biografia di Gianfranco Manfredi che pubblicai qualche anno dopo. Era il 2019, e il brano “Stay Hungry, Stay Foolish, Stay Home” che chiude l’album Adoro Borealo, con Manfredi ospite nel ruolo di voce narrante crea suggestioni e malinconie per un rapporto creativo che poteva essere più fecondo (in quella che fu, di fatto, l’ultima registrazione pubblicata del cantautore simbolo del ’77). A colpirmi non fu la tanto l’intergenerazionalità della collaborazione, quanto la consonanza metodologica: entrambi gli artisti raccontano l’Italia attraverso uno sguardo ironico e colto, senza cedere al cinismo dei boomer né scadere nella retorica. Quella collaborazione mi suggerì subito che il giovane cantautore milanese stava perseguendo una pratica artistica simile a quella che Manfredi aveva elaborato negli anni Settanta — un’osservazione straniante della realtà contemporanea, irriducibile al consumo.

Il suo ultimo lavoro appena pubblicato, Adesso Canta Auroro Borealo, rappresenta una fase più matura della carriera di Francesco Roggero, dove il sarcasmo pungente è stemperato con l’esaltazione di una “Brava ragazza“, in cui l’elogio si mescola con immagini forti: una donna capace di commuoversi “anche con i lacrimogeni” e di volare “come una farfalla ma sulla rappresaglia” o “Croste” (con Max Collini interprete di un Berlusconi d’eccezione). Questo disco, uscito a febbraio 2026, porta alla luce una questione centrale della musica italiana contemporanea — il fatto che possa esistere ancora uno spazio per chi rifiuta di piegarsi al ritmo ipocrita dell’industria, chi mantiene l’assurdo non come marchio commerciale ma come metodo critico.

Ma il gesto più eloquente del percorso artistico contemporaneo di Auroro Borealo non è contenuto solo nel disco. A luglio 2025, appena qualche mese prima dell’uscita di Adesso Canta Auroro Borealo, l’artista bresciano aveva tolto tutta la sua musica da Spotify, dichiarando pubblicamente che non poteva più tollerare che i ricavi del suo catalogo fossero impiegati nel finanziamento di armi. Il CEO di Spotify, Daniel Ek, aveva investito infatti quasi 700 milioni di dollari in Helsing, una startup tedesca specializzata in droni militari con intelligenza artificiale. “Non mi è mai importato di guadagnare pochi millesimi di euro da ogni stream,” ha scritto Auroro, “ma quando gli introiti della mia musica vengono impiegati nel mercato delle armi, la questione diventa per me eticamente insostenibile.” È il gesto di chi non sceglie il compromesso: coerenza assoluta, anche a prezzo di rinunciare a (potenzialmente) centinaia di euro annuali di guadagni.

Ma torniamo all’ultima produzione. È umorismo quasi pirandelliano, quello dell’artista, che punta la lente d’ingrandimento sulle distorsioni sociali, politiche e culturali del nostro Ventennio. Il brano più eloquente del disco è contenuta nella traccia “Scenderò“: una contrapposizione antitetica a “Salirò” di Daniele Silvestri. Se nella sua canzone Silvestri raccontava un’ascesa liberatoria, una via di fuga attraverso l’immaginazione, la versione di Borealo opera alle seccature dell’Italia di oggigiorno. Dove Silvestri nel 2015 poteva ancora cantare il movimento, l’ottimismo, la fuoriuscita dalla norma come conquista personale, per Auroro nel 2026 cantare “scenderò” significa riconoscere che non c’è mai stato niente verso cui salire — se non l’illusione stessa.

Questo non è pessimismo fine a se stesso: è lucidità. Il disco funziona come una risposta al momento in cui il mainstream italiano pare aver scoperto che la stranezza potrebbe essere redditizia (vedi il caso TonyPitony che abbiamo già analizzato qui). Come ha detto tempo fa lo stesso Auroro intervistato, “la musica italiana ha da poco scoperto che la stranezza può diventare mainstream, quindi cominciano a esserci i tuoi primi imitatori”. Ma l’imitazione senza metodo è solo plagiarismo estetico, e lui lo sa. Per questo afferma senza mezzi termini: “Se state avendo il vostro momento e siete popolari oggi, voglio che sappiate che è solo un momento. Non ascolto mai chi mi fa i complimenti. Il mio mondo gira tutto intorno a me, non ascolto niente e nessuno quando si tratta della mia arte”. È una dichiarazione di indipendenza totale, proprio nel momento in cui la scena italiana tenta di inglobarlo come il cantautore stravagante commercializzabile.

Adesso Canta Auroro Borealo lo dimostra: il disco utilizza synth-pop e lucida stravaganza per trasformare l’assurdo in uno strumento politico e civile, dimostrando che si può ancora far riflettere il mondo restando fuori dal coro.

Per comprendere il peso di questo rifiuto, bisogna tornare ai dischi precedenti e al modo in cui Auroro ha costruito il suo ecosistema. Dopo i primi lavori “volutamente grezzi e demenziali” come Singoloni (2017) e Sappi che ti ho sempre voluto bene (2018), il lavoro Aurora Boreale del 2023 segnava un passaggio cruciale: meno ironico, più cantautorale, pur riuscendo ancora a conciliare l’aspetto nonsense e lo-fi, il volutamente “brutto” che caratterizza la sua satira. Ma il punto non è nell’evoluzione stilistica, è nella coerenza di una ricerca che non ha mai ceduto alla logica di adattarsi. Nel corso degli anni, Auroro ha posto l’attenzione su una scrittura più strutturata e concettuale, pur mantenendo la capacità tecnica nella scrittura dei testi, esaltata da sonorità synth-pop anni ’80 che sta affinando.

In più, entrano in gioco i progetti paralleli alla musica, e qui la questione diventa ancora più politica di quanto non sia sembrare. Nel 2018 apre la pagina Instagram Libri Brutti in cui raccoglie libri brutti, assurdi e poco noti; nel 2022 intraprende un tour di spettacoli Auroro Borealo legge Libri Brutti; da marzo 2024 registra il podcast Libri Brutti con Carlotta Sanzogni e Massimo Fiorio. Poi il 18 aprile 2025 esce il suo primo libro, Il Libro Brutto dei Libri Brutti — una storia d’Italia attraverso libri rari e di culto pubblicato da Blackie Edizioni con prefazione di Elio. E ancora: a maggio 2025 produce e co-scrive il disco di Simone Panetti TOMBINO. Nel frattempo, a maggio 2024 porta in scena al MI AMI festival un musical in cui interpreta un trentenne pelato fascista che si innamora di un ambientalista, con cast di 20 comparse. Questi non sono side project casuali: sono la dimostrazione che la sua ricerca artistica è irriducibile a una singola forma.

Quando il merchandising del nuovo album include un lettore MP3 da 16GB con auricolari e funzione bluetooth, contenente il nuovo album e tutta la discografia in MP3 di alta qualità, realizzato da Paolo Proserpio, non è una mossa retrò per sentimentalismo. È una presa di posizione: in un mercato dove lo streaming ha dissolto la fisicità dell’ascolto, riproporre l’MP3 significa reclamare il diritto alla memoria materiale della musica.

Auroro Borealo porta avanti da anni varie attività di ricerca e di divulgazione sul “diversamente bello”. Ha un podcast settimanale NASCOSTIFY che cerca su Spotify gli artisti italiani del presente e del passato che abbiano meno di mille ascoltatori mensili e li racconta ogni lunedì con ospiti illustri. Ha inoltre creato un’etichetta discografica, la Talento, attraverso la quale promuove artisti fuori dagli schemi. Ecco il punto: non è un artista che si lamenta del sistema da una posizione passiva. Sta costruendo infrastrutture alternative. Sta creando spazi dove la stravaganza non è una strategia commerciale ma una ricerca sincera. L’etichetta Talento è un atto di resistenza culturale vero, non una performance di resistenza.

Questo è il motivo per cui lo spazio di artisti come Auroro Borealo è diventato cruciale nell’Italia contemporanea. Il mainstream musicale italiano oscilla tra due poli difettosi: da una parte la produzione di massa (Fedez, Rkomi, il rap catechismo), dall’altra un’indie-pop che ormai non sa più distinguere tra sperimentazione autentica e retrofilia commerciale, con in più l’agghiacciante ipotesi di un ritorno di fiamma del neomelodico a livello nazionale. Quello che manca è esattamente la posizione di chi rifiuta di scegliere, chi trasforma il diniego stesso in metodo creativo. Auroro non è fuori dal sistema perché è cattivo o inabile; è fuori perché ha capito che l’unico modo di dire qualcosa di vero è di non farsi ascoltare da nessuno all’inizio. Il pubblico piccolo, le playlist indie, i podcast, i lettori MP3 personalizzati: è tutto parte di una strategia coerente di costruzione di uno spazio dove l’arte non è negoziabile. E questo è diventato raro. È diventato politico. E per questo il disco di febbraio 2026 arriva carico di questa consapevolezza: non è bello perché sia riuscito a farsi piacere al mainstream, è importante perché dimostra ancora che il mainstream non è l’unico orizzonte possibile. Nel panorama italiano, dove troppi artisti si chiedono come entrare nel sistema, Auroro si chiede come costruire un’alternativa. È un gesto di civetteria? No. È un’etica.

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