Teatro
Biennale, la danza del tempo invisibile
La rassegna nel segno di “Time Does Not Exist” ha presentato a Venezia le opere dei Leoni d’Oro e d’Argento, “Terrain” di Bangarra Dance e “The Herd/Less” di Mamela Nyamza. Gli spettacoli di Omar Rajeh, Oli Mathiensen, Kalle Nio-Fernando Melo, Elle Sofe Sara e Andrea Salustri
VENEZIA _ Danza, metafora della vita? “Anandatandava” è quella cosmica- o della beatitudine– di Nataraja di Shiva, rappresentato come una figura fluida e in movimento. Danzatore dalle quattro braccia, simbolo dei cieli di creazione e distruzione, esprime il ritmo e l’armonia della vita. A citare questa icona della filosofia orientale è il fisico Carlo Rovelli, fondamentale riferimento filosofico per Sir Wayne McGregor che ha diretto “Time does not Exist”, ventesima edizione di Biennale Danza conclusasi giorni fa a Venezia. Sin dalle prime righe del suo celebre saggio “L’ordine del tempo” (Edizioni Adelphi) Rovelli, ponendo un primo mattone ricorda infatti che “La mitologia indù rappresenta il fiume cosmico nell’immagine divina di Śiva che danza: la sua danza regge lo scorrere dell’universo, è il fluire del tempo. Cosa c’è di più universale e evidente di questo scorrere?”
Il grande e inafferrabile mistero del tempo. Aristotele sosteneva che è la misura del cambiamento, ma il fisico Newton cancellò questo concetto dimostrando che il tempo scorre anche quando non c’è assolutamente nulla che cambia o stia cambiando. Infine, per Albert Einstein il tempo proprio non dipende solamente da dove si è o della vicinanza o meno di masse, dipende anche dalla velocità in cui ci si muove… Ma cosa c’è nell’universo?
Citando l’amato filosofo greco Anassimandro, Rovelli spiega che “..le cose si trasformano l’una nell’altra secondo necessità e si rendono giustizia secondo l’ordine del tempo”. Anzi, non ce ne sono due di tempi: ce ne sono legioni. Un tempo diverso per ogni punto dello spazio. Non c’è un solo tempo. Ce ne sono tantissimi”.
Di forte fascino la conclusione della parte prima del volume, che giunge dopo una intrigante racconto sulle differenze di velocità e rallentamento del tempo : “la fisica non descrive come evolvono le cose “nel tempo”, Bensì come evolvono le cose nei loro tempi e come evolvono “i tempi” l’uno rispetto all’altro”.

Carlo Rovelli osserva infatti che “Il tempo ha perso il primo strato: la sua unicità. In ogni luogo, il tempo ha un ritmo diverso, un diverso andare. Intrecciano danze a ritmi diversi, le cose del mondo. Se il mondo è retto da Śiva danzante, di Śiva danzanti ce ne devono essere diecimila, una grande danza comune, come un quadro di Matisse… “.
Ma tutto questo cosa c’entra con la danza? Una prima risposta viene dal film-installazione “Life Lines” curato per questa edizione della rassegna da McGregor stesso e il regista Ravi Deepres. Non c’è una trama precisa, piuttosto una sorta di escursione dentro le passate venti edizioni di Biennale Danza. Immagini statiche alternate a quelle in movimento, fotografie e filmati. Un modo per ridare vita e senso all’archivio di questo prestigioso festival internazionale. Ma è anche la dimostrazione di come non possa esistere un univoco percorso della danza contemporanea. In questo caso è evidente l’influenza di Rovelli e i suoi studi sulla gravità quantistica sulle scelte artistiche della conduzione McGregor. Afferma il coreografo che “la teoria relazionale di Rovelli considera il tempo non come una dimensione assoluta, ma come una relazione tra eventi, che emerge dall’interazione tra sistemi. La nostra percezione del tempo, sostiene, è soggettiva, influenzata dai processi cognitivi, e, a livello quantistico, il concetto tradizionale può fallire completamente. Il tempo è un prodotto di relazioni e stati in evoluzione, non un aspetto fondamentale della realtà, il che invita a un profondo ripensamento del modo in cui concettualizziamo il tempo”.
Tornando all’interrogativo sulla danza come metafora, la risposta può essere solo affermativa se si considera quanto il tempo, per il fisico Carlo Rovelli, sia nei fatti una esperienza soggettiva che nasce dal modo di relazionarsi. Nella danza questo vuol dire che il tempo non esiste più, in quanto ogni reazione di ciascun spettatore davanti a una performance risulta differente. Insomma, una esperienza personale. Ne discendono uno sguardo e una concezione quasi panteatrale della danza che possono contare su differenti modi, per uno spettatore, di entrare in simbiosi e in connessione con coreografia e danzatori stessi. Ecco spiegata la differenza, ma allo stesso tempo mostrato finanche il fil rouge che unisce spettacoli tanto differenti. Da quanto si è potuto vedere a Venezia questo anno, nelle scelte di Wayne McGregor si riscontra una sensibilità molto laica e aperta. Scompaiono così cascami di accademismi e ci si concentra sul fatto che la danza può essere un atto politico per chi la pratica, in relazione alle proprie comunità e territori. Ma è pure un momento in cui si fotografa la contemporaneità in movimento e infine, un passaporto di libertà artistica e di sperimentazione.

E’ quindi un mondo arcobaleno quello presentato a Biennale Danza da Wayne McGregor al quale è stata riconfermata per altri due anni la direzione artistica. I numeri sono tra l’altro importanti: la programmazione 2026 ha registrato 17 mila presenze con le sale riempite al 90 per cento della capienza. Niente male. Segno che un pubblico ampio e competente esiste e non fa perdere il proprio appoggio a un festival che ha appena compiuto venti anni.
E veniamo agli ospiti di Biennale Danza 2026. La raccomandazione di Sir McGregor è di capire come questi artisti nelle loro opere esplorano e descrivono molteplici linee temporali. “Anziché considerare il tempo come lineare – una sequenza di eventi passati, presenti e futuri – esso può essere visto come non lineare, dove passato e presente si intrecciano, e gli eventi esistono in uno stato di probabilità piuttosto che in sequenze fisse” così afferma il direttore artistico segnalando come questo approccio rifletta “i più recenti principi scientifici della sovrapposizione quantistica”.
Emblematico e significativo quindi, in questo contesto, il posto d’onore al Leone d’Oro di questa edizione, la compagnia australiana composta da danzatori di origine aborigena, Bangarra Dance Theatre, teatro e danza delle Prime Nazioni, che hanno portato in scena, nell’iconico teatro Malibran, a due passi da Rialto, il loro fondativo spettacolo “Terrain”del 2012. La compagnia esplora il ricordo degli antenati, ricostruisce la memoria e, fotografandone i mutamenti, difende la cultura e l’ambiente. Una posizione di rigore culturale e politica che ogni giorno deve difendere i propri spazi espressivi trasformando gli oltre sessantamila anni di storia incisi nel dna di questi artisti in azioni sceniche che danno voce al popolo In “Terrain”, la coreografa Frances Rings sviluppa in nove capitoli il viaggio dentro il lago Eyre, ex mare interno a 700 chilometri da Adelaide nel sud australiano. Questo lago, famoso per le croste di sale sulle sue rive, una vera meraviglia in continua trasformazione è – come si allude anche nello spettacolo- nel cuore di una battaglia condotta dagli indigeni per il riconoscimento dei diritti del territorio.

La stessa coreografa nelle sue note sembra essere in assonanza perfetta con il tema scelto da McGregor per la Biennale,“Time Does Not Exist” . Scrive infatti Rings che “visitando Kati Thanda-Lake Eyre, ci si rende conto che questo è un luogo dove il tempo non esiste”. E spiega: “Il giorno è misurato dalla lunghezza delle ombre; il mese dallo spessore della crosta salina sulla sua superficie; gli anni dall’innalzamento e dall’abbassamento delle acque che scorrono attraverso antichi sistemi fluviali, trasformando il deserto e portando nuova vita. Il tempo è scandito dagli eventi drammatici della natura. Eventi che hanno segnato la sua superficie si trovano anche più in profondità, negli strati di sedimenti che compongono la geografia in continua evoluzione di quello che un tempo era un mare interno, ora è un immenso lago salato”. Ma questo immenso spazio è anche il luogo dove il popolo Arabunna ha abitato da migliaia di anni. E Frances Rings cita l’Arabunna anziano Reginald Dodd per il quale “il paesaggio è una mappa del suo legame diretto con quella terra”. La coreografia è a questo punto testimonianza diretta del popolo Arabunna: passa attraverso la consultazione con gli anziani ottenendone l’autorizzazione per la trasmissione in spettacoli di danza in cui le storie di quel popolo potranno essere diffuse in tutto il mondo. ( Il paesaggio è al centro della nostra esistenza e rappresenta un legame fondamentale tra noi e il mondo naturale).
Così dal vivo è una immaginaria geografia quella che Bangarra Dance ridisegna sulle tavole del Malibran con i suoi dodici danzatori (Kallum Goolagong, Kassidy Waters, Jye Uren, Maddison Paluch, Daniel Mateo, Emily Flannery, James Boyd, Chantelle Lee Lockhart, Amberlilly Gordon, Donta Whitham, Zeak Tass, Tamara Bouman) che trasportano chi osserva in quel mare perduto dove i colori mutano continuamente.

E’ un’immersione -in nove quadri- nel forte legame che unisce gli uomini e le donne che hanno abitato e vivono quello spazio, mentre l’alternarsi dei quadri sembra suggerire quello della vita stessa. Si osservano movimenti scultorei d’insieme, figure di postmodern dance filtrate da posture e azioni riconducibili alla cultura e alle tradizioni degli aborigeni. I danzatori, protetti da una sorta di scudo, quasi una seconda pelle, sembrano evocare la lotta degli indigeni per il riconoscimento della loro causa. Si osservano in rapida successione azioni collettive, frammentazioni in trii, passi a due fino a delicati soli. Semplici ma suggestive le scenografie di Jacob Nash: dal bianco del sale ai fondali con le immagini del lago riprese dall’alto, dai lampi dorati alla tenuità pastello del verde e del blu nell’ultima scena,“Deluge” , una danza fluida e cangiante. Tutti i riferimenti, dalla coreografia ai costumi sino alle scene hanno un forte aggancio con la natura che sta dentro e attorno al lago. La musica di David Page infine, accompagna le azioni e i quadri immergendoli liquidamente in un campionario di suoni elettronici mixati con quelli catturati nell’ambiente naturale stesso.
“Vieni, vieni con noi a Kati Thanda, al Lago Eyre.
Dove il sale screpolato acceca e il silenzio assordante.
Dove le lunghe ombre si allungano verso l’orizzonte, in attesa del diluvio.
Vieni con noi nella Terra”.

Altro riconoscimento dal significato politico è il Leone d’Argento andato alla coreografa sudafricana Mamela Nyamza, un’artista che si è sempre battuta ed opposta al razzismo, a partire da quello di genere. La coreografa sudafricana, formatasi inizialmente nel balletto classico, e poi apertasi ad altri linguaggi, dalla danza contemporanea fino al butoh giapponese, ha presentato in Laguna “Herd/Less”. Anche in questo caso, similmente agli aborigeni di Bangarra, il lavoro teatrale riferisce un esempio di resilienza nel Sudafrica di questi giorni politicamente difficili, mettendo insieme pezzi di immaginario del passato accanto ad acide analisi sull’attualità. Dieci danzatrici vestite in abiti coloratissimi avanzano lentamente con passo ritmico sulla scena indossando zatteroni costruiti con delle lattine. Il riferimento è a un tempo ludico e povero, quando con le lattine i ragazzi delle township attorno a Città del Capo, si costruivano giocattoli poveri, dalle ruote ai finti telefoni. Ma è anche il ricordo proprio di quegli sterminati sobborghi dove le abitazioni erano edificate con pezzi di lamiera ondulata, grandi scatole di latta per sopravvivere. I movimenti di questo ensemble sono minimi e condizionati dal peso, richiamano il “gregge” del titolo,“The Herd/Less” (“il gregge /senza”). Un “gregge” controllato, ma senza un leader apparente da seguire. Un danzatore in tonaca bianca sollevando una lancia sembra voler guidare il gruppo che, con i mini trampoli procede in modo ondeggiante e incerto. L’impossibilità di danzare è la stessa dei pesci che non trovano l’acqua dentro cui nuotare. Per un attimo i danzatori sembrano ribellarsi ma l’uomo con la lancia riprende il controllo. Il segno forte è quello della ripetizione, piccoli movimenti che non riescono a cancellare la negazione della libertà. I danzatori restano in equilibrio instabile su una sola lattina mentre malinconicamente nell’aria si diffondono le note di “Paradise Road” dei Joy…

Gli Altri Spettacoli
(si riferiscono al periodo della Biennale Danza dal 21 al 26 luglio)
Dance People
Omar Rajeh, il coreografo libanese, promessa della danza contemporanea araba, se non è figlio di una coppia di boomers, ha di sicuro una non celata nostalgia per il magic moment hippie del musical. Come ad esempio il cult “Hair”, sia del film del 1979 di Milos Foreman che dell’opera andata in scena a Broadway, scritta da Gerome Ragno e James Rado. Cos’è in fondo il suo “Dance People” se non l’anelare uno spazio in cui danzatori e pubblico trovano il modo di fraternizzare assieme e liberarsi a passo di danza? Meglio ancora se questo accade in un luogo di disfacimento e deriva urbana qual’è a Mestre il desolante piazzale di cemento senza un filo di verde intitolato alla Divisione Aqui, testimone dello spettacolo agit prop, inscenato per la gioia di un pugno di aficionados. In realtà nell’assistere a “Dance People” si coglie anche quel lontano sentire, ma assieme a una forte tensione contemporanea per niente estranea alla sperimentazione di certa performance, anche teatrale, americana. Da intendersi, compagnia di professionisti, danzatori tecnicamente capaci, in grado di essere anche degli impeccabili animatori, capaci di dirigere il traffico di una massa di spettatori, all’inizio timidi e dubbiosi e poi felici ballerini: Julie Louise Bjelke, Elise Bruyère, Clara Cafiero, Jihun Choi, Cristian Cucco, Francesco Ferrari, Estelle Piatoni, Nunzio Perricone, Mia Habis e lo stesso Omar Rajeh. Quest’ultimo, fondatore nel 2017 di Citerne Beirut, centro coreografico e culturale pionieristico in Libano, dopo uno smantellamento forzato nel 2019, ha creato Citerne.live in Francia: una piattaforma digitale dedicata alla circolazione artistica, alla documentazione delle pratiche e a nuove forme di incontro tra artisti, strutture e pubblico. Decidendo infine qualche anno dopo di lasciare il Libano e stabilirsi con la sua compagnia Maqamat a Lyon.

Due precisazioni tecniche per capire meglio come nasce la danza fluida di Rajeh che spesso fa slalom tra danza contemporanea, richiamo delle radici e forte attenzione alla musica. Al centro della sua pratica di danza c’è il “Circling”, un approccio concettuale e fisico che concepisce il corpo come “una molteplicità di corpi: centri, significati e punti di comunicazione”. Il Circling è contro una danza che sia pura espressione cinetica o estetica per cui “la espande in un atto di espressione, presenza e confronto”.
In questo la scelta di Rajeh assume il valore di “un gesto critico e politico, che affronta questioni di potere, comunità e unione, e mette in luce la danza come spazio di dialogo e resistenza”. Accanto al “Circling” si colloca il “maquam”, pratica di composizione e creazione istantanea, Un continuo processo di ridefinizione dello spazio attraverso “le relazioni piuttosto che la forma”. Il corpo, centro di quei “multicorpi” -visti nel “circling”– è “in costante organizzazione, accumulo e divenire”.
Lo spazio. Viene delimitato da strisce di carta rosse, segni invalicabili oltre i quali il pubblico è invitato a sistemarsi. Non ci sono sedie, si sta in piedi (e per quale motivo poi, visto che si deve ballare?) a soffrire in silenzio con in mano borse e maglie. La prima immagine che si coglie è quella dello spaesamento. Alcuni performer sono impegnati a muovere delle strutture mobili simili a piattaforme militari, cavalli di frisia, torri di controllo. Un dj spara musica ad alto volume mentre in una delle torri si esibisce ad oltranza un ispirato suonatore di oud. Su un grande schermo compaiono domande, spezzoni di filmato, fotografie di Gaza, Beirut… Nel frattempo vengono distribuite al pubblico misteriose buste rosse con racconti succinti di vite di profughi e rifugiati.

Prende forma così la coreografia di Rajeh (alla quale ha collaborato anche la danzatrice Mia Habis). Sono diversi soli, sparpagliati nel grande spazio, senza collegamento apparente che diventano in breve tempo parti di un movimento unitario fatto di gesti perentori. Un gioco della danza che diventa movimento fluido e richiama la partecipazione. C’è molta energia nell’aria e chi si avvicina timidamente viene conquistato dal ritmo e dalla musica, contagiato da un’aria festosa fatta di figure improvvisate. Tutto avviene dentro spazi precisi e va avanti finché l’energia ne garantisce il flusso… quando questo rallenta è la professionalità dei danzatori che prende il sopravvento strappando e vestendo i nastri che servivano come confine… il pubblico ondeggia disorientato anche se felice per aver preso parte ad una esperienza immersiva in un luogo così improbabile che però ha esaltato il valore della danza come momento comunitario e aggregante. Certo, c’è molto deja vu, ma diversi sono i punti di interesse di questo lavoro, come gli alert lanciati all’indirizzo del potere. Anche se in fondo è difficile capire qual’è la meta, la giusta direzione da prendere per un popolo che vuole danzare la libertà.
Láhppon/Lost
Estremo Nord. Nel punto di confluenza tra Svezia, Norvegia, Finlandia e Russia vive e ha le sue radici il popolo Sámi. E’ qui che nel 1852, a Kautokeino scoppia una rivolta contro lo stato norvegese che vuole imporre una assimilazione forzata alla quale gli indigeni si ribellano. Una delle pagine più nere e complesse della storia di questo popolo è per la prima volta raccontato in danza da una figlia di quella stessa gente, la coreografa Elle Sofe Sara– assieme alla collega islandese Hlín Diego Hjálmarsdóttir – in uno spettacolo potente di segni e immagini, “Láhppon/Lost”, messo in scena da diciannove formidabili danzatori del Norwegian National Ballet e le musiche di Valgeir Sigurðsson.

Lo spettacolo, per certi versi assimilabile a un melodramma lirico, racconta, anche se in modo non lineare, il conflitto tra autorità scandinave e Sámi, puntando molto sull’emotività. Colpiscono le funzionali scenografie, futuristiche e mobili, di Henrik Vibsko (autore anche dei magnifici costumi) cornice dello sviluppo narrativo in sospensione tra paesaggio naturale, astrazione concettuale, tradizioni popolari. Perno forte di questo racconto sono i joik: composizioni cantate ispirate da una vicenda o da una persona, spesso improvvisate. Il testo è assai parco e viene cantato a cappella, con l’accompagnamento di qualche percussione o tamburo. La scala musicale che il joiker o cantante, utilizza è quella pentatonica . Ed è un canto tradizionale, gutturale e profondo che accoglie il pubblico, un joik, “Jáhkos Áslat”, di Lavre Johan Eira, autrice assieme a Sara Marielle Gaup Beaska dei canti di “Láhppon/Lost” che dice così : “Forse ora si è placato lo stridio dei corvi E i lupi affamati hanno smesso di ululare Alcune nevi si sono sciolte da quando i tuoi occhi si sono spenti Nel rigido Jáhkoš, tremila renne sono sparite. Passaron centosessant’anni prima che gli uccelli cinguettassero di nuovo il tuo nome”.
Quella rivolta fu un intrico di passioni e storie vissute. Durante la rivolta popolare una setta cristiana si rese responsabile di una serie di attacchi alle autorità locali. Quei ribelli furono arrestati e i leader decapitati. Dopo la rivolta avvenne il processo di “normalizzazione”: ma per molto tempo la ferita di quella pagina restò aperta in fondo. Ed è rimasta come una faglia all’interno della stessa comunità Sámi. Chi vi ha visto un esempio di fanatismo religioso e chi invece la cancellazione dei diritti all’autodeterminazione. Elle Sofe Sara si è fatta carico di un caso autocoscienza popolare incredibile. Ed è grazie alla danza che è riuscita ad esporre temi scomodi, nodi da sciogliere e fotografare la condizione attuale del popolo lappone. Sofa infatti fa viaggiare in modo parallelo la storia e spinge verso la riflessione sulla condizione contemporanea. Il conflitto di oltre cento anni fa diventa occasione per entrare dentro il cuore oscuro della propria storia e farne i conti.

Dopo il joyk i danzatori abbigliati tradizionalmente con i colori rosso, bianco e nero si riuniscono silenziosamente. Sale la tensione mentre dei mazzi di cespuglio vengono battuti ritmicamente sul palco. Nascono momenti a due dove i danzatori mettono in scena una spigolosa fisicità. Finché esplode in maniera quasi caotica la rivolta. Diverse i balli collettivi e i duetti che spuntano in successione. Una coppia danza con una trave blu sulle spalle. Dal cielo calano sulla scena cespugli rossi come fossero lanterne cinesi. “Láhppon/Lost” è un tableaux straordinario. Racconta visioni d’insieme e attenzione all’individuo rivelando un’artista come Sara Elle Sofa tra le più innovative e coraggiose coreografe europee.
Tempo
Forse è lo spettacolo più vicino al cuore del tema prescelto in questa ultima edizione dal direttore di Biennale Danza. E’ quel “Time does not exist” che sembra quasi essere la risposta filosofica a un allestimento che entra direttamente nello spazio virtuale delle lancette dell’orologio. Si tratta di “Tempo” dell’illusionista, mago e artista visivo finlandese Kalle Nio e il coreografo brasiliano Fernando Melo, per la prima volta insieme in uno stimolante gioco a perdere confezionato con il circo contemporaneo, il teatro di figura, il cinema sperimentale, la magia e la danza. Al centro c’è l’accelerazione-decelerazione del tempo, il suo relativo espandersi o restringersi in spazi diversi fino all’illusione di stare sospesi in una sorta di vuoto cosmico. Il tempo di un sospiro, una caduta come gesto ripetuto all’infinito, il ritmo che va sempre più forte per poi rallentare al passo delle musiche immaginifiche di Samuli Kosminen. Leggi fisiche studiate a scuola, come quella della gravità sembrano vacillare azzerate dal tempo relativo. Scene da un mondo ovattato dei sogni si alternano a visioni impossibili, frutto di illusione e magia sino alle parole scritte nel testo da Harry Salmenniemi. Come queste che introducono ad un gioco sottile e perfido di incastri visivi.

“Ogni cosa, ogni evento, si svolge nel tempo -dice lo scrittore- Il modo in cui passato e futuro si intrecciano ancora mi confonde. Il potere che il momento presente esercita su di noi mi riempie di meraviglia. Negli attimi di serenità e pace penso: «Un giorno mi mancherà questo momento».
Prosegue poi: “Non tengo conto del tempo. Ormai ho smesso di definire la mia vita attraverso di esso, perché è un modo crudele di concepire l’esistenza. Guardo l’orologio sempre meno. Il tempo scorre comunque. L’orologio ha un rapporto complicato col tempo. È possibile che il tempo e l’orologio non abbiano nulla a che fare l’uno con l’altro?”
E più avanti: “Il tempo ha molte forme, e mi sembra di non riuscire a visualizzarle. Istintivamente so che la vera forma del tempo non è una retta, non è lineare, non è un cerchio, non è un’ellisse. Forse è un nodo. Forse un albero colpito da un fulmine, i suoi rami. Forse il cielo oltre la chioma degli alberi, le nuvole, il loro movimento incessante”.
Tutto questo appare come un invito a riflettere, a considerare con realismo il nostro presente. E avviene mentre apparentemente il tempo sembra rallentare perdendo il suo ritmo. In questa cornice i performer come la danzatrice e burattinaia slovena Barbara Kanc, l’italiano Luigi Sardone e il danzatore e acrobata svedese Winston Reynolds sembrano sfidare la natura in sequenze fisicamente al limite. Aiutati dai cambi di luce e dal buio improvviso mettono in discussione le leggi dello spazio e della invisibilità rimanendo sospesi. Come sedie in pose assurde rubate a un quadro di Dalì. Sono queste “rotture” illusorie in realtà il momento più intrigante di un lavoro che talvolta appare eccessivamente “ingolfato” a tratti dalla parte filosofica con la riflessione sulla esistenza che fanno perdere il giusto ritmo a un lavoro tutto sommato interessante e foriero di miglioramenti.

Gli ultimi due spettacoli visti a Venezia sono quelli dei due vincitori del bando nazionale e internazionale dedicato alle nuove coreografie. Sono: Andrea Salustri con “Invisible” e Oli Mathiensen con “Just Between Me and Jesus”. I vincitori sono stati selezionati da un numero incredibile di aspiranti: sono state infatti oltre settecento le domande di partecipazione arrivate alla Biennale. Così, a questo proposito, ha commentato il direttore artistico Wayne McGregor. “Sia a livello nazionale che internazionale, le compagnie dimostrano un reale bisogno di supporto artistico per crescere. Questo programma sembra essere per gli artisti un’ancora di salvezza in un momento in cui le nuove opere e le voci giovani vengono in gran parte ignorate”.
Just Between Me and Jesus
L’impatto è decisamente spiazzante. Per un attimo non si sta nello spazio delle Tese all’Arsenale ma catapultati dentro un magazzino industriale abbandonato in qualsiasi periferia a bordo città dove impazza un rave. “Just Between Me and Jesus” del coreografo di origini Maori, il neozelandese Oli Mathiensen è un baccanale elettronico tout court, apparentemente trasgressivo e blasfemo con la presenza di una formazione di danzatori strepitosi (Sharvon Mortimer, Celia Hext, Toalei Pearl, Raven Afoa-Purcell, Sebastian Geilings, Peni Fakaua) abbigliati in modo fantasioso e street (costumi a cura di Dan Williams) che danno vita a una danza di pura energia. Lo spettacolo si muove in modo kitsch tra reliquie di devozione cristiana e religiosa in genere, mescolandola con la dimensione no limit di un rave confezionato efficacemente con una musica techno ossessiva e l’eccellente sound design di Alistair Deverick. Una dimensione teatralmente spinta al massimo mostra il terrore improvviso causato da una sfida tra bande di strada. Scontri virtuali ridisegnati sul piano coreografico mettono in rilievo la bravura e l’apparente disomogeneità dei performer, capaci di trasformare la sfida in una danza pulsante senza sbavature. Lampeggiano senza sosta gli spot colorati in una scena fatta di catene, danzatrici come Madonne, e danzatori colti in preghiera, monitor sbilenchi montati in una grande croce. Uno scenario completamente impazzito dove il confine tra fanatismo religioso, acido movimento rave tende a diventare gioco a perdere della vita.

Invisibile
La danza che non c’è. Inafferrabile, lontana dallo sguardo può apparire improvvisa come un soffio di vento che diventa tempesta, tornado e vortice d’aria. E’ quanto accade nel lavoro dell’italiano Andrea Salustri, artista circense, laurea in filosofia alla Sapienza di Roma e poi studi di danza e coreografia a Berlino dove attualmente risiede, autore di “Invisibile”, prodotto dalla Biennale in quanto vincitore del bando dedicato alle nuove coreografie. Assistervi è come partecipare a una sessione di magia dedicata alla percezione dei fenomeni naturali. E vedere come la luce, l’acqua, ma anche il fumo e la nebbia, possono mutare occupando lo spazio e trasformarlo, cambiando a loro volta di stato e dimensione. La danza avviene così tra palcoscenico e pubblico. La si può seguire, quasi sfiorare, osservandola mentre un chimico nel suo laboratorio, tra provette e vetrini, ne maneggia il colore e la forma. La danza sta tutta qui. Nella percezione improvvisa dell’invisibile che diventa visibile. Qualche anno fa Salustri proprio alla Biennale presentò una intrigante “Materia”, dove disegnava un passo a due tra il corpo e un pezzo di polistirolo. Stavolta è passato dagli oggetti fisici ad evocare i fenomeni naturali: il tutto in modo semplice ma conturbante.

Il suono amplificato di una goccia è un tuono che annuncia tempesta, con la macchina del ghiaccio secco e del fumo inventa fantastiche ed avvolgenti spirali. La piscinetta, nel centro di una scena, illuminata da spot blu notte e sciabolate di luce bianca, è il luogo “meraviglioso” dove iniziano fortunali improvvisi. Sono coreografie danzanti di elementi che prendono corpo e giocano ad incantare e stupire. C’è anche un momento d’ispirazione shakespiriana. Salustri in scena assieme alla performer Alice Rende sembrano vestire i panni del Duca di Milano e sua figlia Miranda, proprio nel momento in cui Prospero, il mago, scatena per magia la tempesta che costringerà le navi dell’usurpatore e fratello Antonio e il Re di Napoli Alonso a riparare nell’isola dove proprio Prospero era stato confinato in esilio… Tutti i passaggi sono delle delicate transizioni che avvengono senza scossoni. Tutto si manifesta in modo lineare e poetico. Quello che è immateriale assume contorni e diventa materia visibile. Una visione effimera ma incantevole. Dove il tempo non esiste.

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