Milano

Milano, quando il disagio irrompe nelle strade

Ragazzi, periferie e ordine pubblico: la comoda abitudine di indignarsi senza farsi troppe domande.

21 Ottobre 2026

Premetto che mi metto volontariamente davanti al plotone di esecuzione, pronto a ricevere la consueta raffica di accuse: la solita tesi giustificazionista da “zecca buonista”, incapace di distinguere tra disagio sociale e delinquenza e sempre pronta a trovare un’attenuante sociologica a qualsiasi comportamento criminale.

Pazienza. Me ne farò una ragione.

Perché, di fronte a quanto accaduto nei giorni scorsi a Milano, il sentimento che provo è molto più vicino allo sgomento che alla rabbia. Non perché sottovaluti la gravità delle violenze, ma perché, osservando quei ragazzi trasformarsi in un branco, mi viene spontaneo chiedermi quale percorso li abbia condotti fin lì.

E la risposta che continuo a darmi è una sola: una lunga storia di abbandono.

Quei ragazzini, che nei comportamenti assumono tutti i connotati di un branco di delinquenti, ai miei occhi sono innanzitutto degli abbandonati. Dalle istituzioni, dalla scuola, dalle opportunità e, più in generale, da una società che sembra essersi abituata a convivere con le proprie disuguaglianze, purché rimangano sufficientemente lontane dai luoghi in cui si rappresentano il benessere e il successo.

E attenzione: non sto parlando soltanto di Milano e delle sue periferie ma di tutte quelle realtà urbane con quartieri popolari, insediamenti cresciuti senza servizi adeguati e periferie che non sono necessariamente tali dal punto di vista geografico, ma lo sono rispetto alla distribuzione delle opportunità.

Perché la marginalità sociale, a differenza dei confini comunali, non compare sulle carte amministrative. È in questa dimensione che occorre cercare le ragioni di certi fenomeni di aggregazione giovanile e delle loro degenerazioni violente, senza naturalmente pretendere di conoscere le storie personali di tutti i ragazzi coinvolti.

Maranza: una parola e abbiamo risolto il problema

C’è poi un aspetto che trovo particolarmente odioso: l’uso ormai disinvolto del termine “maranza” da parte dei media e nella narrazione pubblica, talk show della televisione di Stato compresi.

Una parola nata per identificare una particolare sottocultura giovanile, con i suoi codici estetici e comportamentali, che è diventata una comoda etichetta per classificare indistintamente ragazzi considerati problematici o pericolosi, spesso evocandone esplicitamente, l’origine familiare immigrata.

Un’operazione tanto semplice quanto insidiosa.

Perché quando un ragazzo diventa un “maranza”, non importa più chi sia, da dove venga realmente, quale scuola abbia frequentato o quali opportunità abbia avuto. È un maranza. E questo sembra bastare a spiegare tutto.

Dalla condanna di un comportamento si passa così alla stigmatizzazione di un’identità, fino a suggerire un’associazione tra origine familiare immigrata e propensione alla delinquenza.

È soprattutto il processo di disumanizzazione che questa rappresentazione rischia di produrre a risultarmi intollerabile.

Non perché l’utilizzo di quella parola sia necessariamente discriminatorio, ma perché, quando viene sistematicamente associata a criminalità e pericolosità sociale, finisce per cancellare le individualità e trasformare persone diverse in un’unica categoria indistinta, minacciosa e apparentemente irrecuperabile.

Naturalmente, tutto questo non rende meno gravi le violenze né attenua le responsabilità individuali. Ma una società civile dovrebbe giudicare i comportamenti, non le origini familiari o le identità confezionate dai titoli dei giornali.

Anche quando si comportano da delinquenti, quei ragazzi rimangono persone. Riconoscerlo non significa assolverli, ma evitare di rinunciare, noi per primi, alla nostra civiltà.

Abbandonati dalla scuola, innanzitutto.

Da una scuola che, quando riesce ancora a intercettarli, troppo spesso sembra aver rinunciato alla propria funzione di emancipazione sociale, limitandosi ad amministrare la marginalità anziché contrastarla.

Non credo che tra quei ragazzi troveremmo molti studenti del Parini o del Beccaria. È più probabile che almeno una parte di loro provenga da istituti periferici, a Milano come nell’hinterland, nei quali le difficoltà non riguardano soltanto lo stato degli edifici, ma anche le risorse disponibili, la continuità didattica e la capacità di offrire prospettive.

Scuole nelle quali molti insegnanti svolgono un lavoro straordinario, spesso in condizioni difficilissime, mentre altri cercano comprensibilmente di scappare verso destinazioni meno problematiche.

Il risultato rischia di essere una scuola che, anziché correggere le disuguaglianze, finisce per accompagnarle.

E i numeri non aiutano a essere ottimisti. Secondo l’ISTAT (Le condizioni di vita dei minori – Anno 2024), il 51,8% dei minori i cui genitori possiedono al massimo la licenza media è a rischio di povertà o esclusione sociale. La percentuale scende al 10,3% quando almeno uno dei genitori è laureato.

Save the Children, nella ricerca I luoghi che contano (2026), rileva inoltre che nelle 158 aree di disagio socioeconomico urbano considerate nelle città metropolitane italiane il 15,4% degli studenti delle scuole secondarie ha abbandonato la scuola oppure ripetuto un anno, una quota circa doppia rispetto alla media metropolitana.

Naturalmente, non significa che gli studenti in difficoltà siano destinati a diventare delinquenti. Significa però che la scuola continua a essere uno dei luoghi nei quali le disuguaglianze possono essere contrastate oppure, più semplicemente, riprodotte. E temo che troppo spesso prevalga la seconda possibilità.

Abbandonati anche nelle condizioni materiali della loro quotidianità.

Dubito che molti di quei ragazzi possano contare su una cameretta tutta per sé, con i poster dei cantanti preferiti alle pareti, una scrivania e un computer sul quale studiare o coltivare i propri interessi. È possibile che alcuni vivano in abitazioni sovraffollate, condividendo spazi angusti con fratelli, genitori e parenti, in contesti familiari segnati da precarietà economica e tensioni quotidiane.

Case dalle quali uscire non rappresenta soltanto un desiderio adolescenziale di libertà, ma talvolta una necessità.

Il XVI Atlante dell’infanzia (a rischio) – Senza filtri di Save the Children (2025) segnala che il 43% delle famiglie con figli tra 11 e 15 anni vive in condizioni di sovraffollamento abitativo.

E non è certo attraversando il confine comunale di Milano che questi problemi scompaiono. Anche nell’hinterland il costo dell’abitare, la precarietà lavorativa e la disomogeneità dei servizi possono produrre condizioni di marginalità significative.

Così la strada, la piazza, il centro commerciale o le chat dei social diventano luoghi nei quali cercare quello che altrove manca: appartenenza, riconoscimento, identità.

E il branco può trasformarsi in una comunità sostitutiva, nella quale il riconoscimento passa attraverso la provocazione, l’esibizione della forza e, come abbiamo visto sabato e domenica scorsi, la violenza.

Abbandonati, infine, dalla possibilità di costruire relazioni e identità alternative.

Quanti di quei ragazzi praticano regolarmente uno sport? Quanti frequentano un’associazione culturale, un laboratorio musicale o un centro di aggregazione giovanile? Quanti hanno incontrato un allenatore, un educatore o un insegnante capace di rappresentare un riferimento diverso da quello offerto dalla strada?

Non parlo delle opportunità che Milano sa offrire a chi dispone di risorse economiche e familiari adeguate. Parlo di opportunità realmente accessibili, gratuite, continuative e diffuse anche nei comuni dell’hinterland.

Perché una palestra a pagamento non è un’opportunità per chi non può permettersela. Un’associazione sportiva raggiungibile soltanto in automobile non è particolarmente utile a un adolescente che non ha nessuno disposto ad accompagnarlo. E un centro di aggregazione che chiude alle sei del pomeriggio difficilmente intercetta i bisogni di socialità di ragazzi che vivono soprattutto fuori casa.

Il problema non è soltanto costruire strutture, ma renderle effettivamente accessibili.

La povertà educativa non riguarda soltanto la disponibilità economica ma anche l’accesso alle opportunità educative, culturali e relazionali necessarie alla crescita.

Ma ignorare queste condizioni significa rinunciare a comprendere una parte importante del contesto nel quale possono svilupparsi comportamenti antisociali.

Spiegare non significa assolvere. Pare sia necessario precisarlo.

È una distinzione elementare, eppure sembra diventata quasi impraticabile nel dibattito pubblico.

Prima di distribuire patenti di criminalità e invocare l’ennesimo giro di vite, sarebbe forse opportuno che tutte le forze politiche, insieme alle istituzioni scolastiche, agli operatori culturali e alle organizzazioni sociali, si interrogassero con maggiore serietà sulle ragioni di questi fenomeni.

Perché la questione non riguarda soltanto l’ordine pubblico.

Riguarda il modello di città e di relazioni sociali che abbiamo costruito e, soprattutto, quello che stiamo lasciando alle nuove generazioni.

Una realtà territoriale che rivendica legittimamente il proprio dinamismo economico, la capacità di attrarre investimenti e talenti, la centralità internazionale, ma che contemporaneamente sembra incapace di garantire a una parte dei propri giovani le condizioni minime per sentirsi parte della stessa comunità.

Una metropoli nella quale ricchezza e opportunità si concentrano in alcuni luoghi, mentre altrove si accumulano fragilità sociali e carenze di servizi.

E nella quale il confine tra inclusione ed esclusione non coincide necessariamente con quello tra centro e periferia, né tantomeno con il limite amministrativo del Comune di Milano.

Il disagio giovanile è un fenomeno metropolitano. Le politiche pubbliche, invece, continuano troppo spesso a essere frammentate secondo confini amministrativi che non corrispondono alla geografia reale delle relazioni sociali.

I ragazzi si muovono, frequentano scuole in comuni diversi da quelli di residenza, costruiscono relazioni attraverso reti territoriali e digitali che superano qualsiasi delimitazione comunale.

Le politiche educative, sociali e culturali restano invece frequentemente affidate a interventi locali discontinui, con risorse e capacità operative profondamente differenti.

È anche su questa contraddizione che bisognerebbe interrogarsi.

Più polizia, più pene. E poi, tutto risolto?

Trovo francamente stucchevole la ritualità dell’approccio esclusivamente securitario e repressivo.

La condanna è necessaria. Ma diventa un esercizio sterile quando esaurisce ogni capacità di analisi.

Si invocano più controlli, più polizia, pene più severe, senza domandarsi perché quei comportamenti si riproducano e quali politiche potrebbero contribuire a prevenirli.

La repressione può interrompere un episodio di violenza. Non può, da sola, rimuovere le condizioni che ne favoriscono la riproduzione.

C’è poi un’altra questione, che meriterebbe una riflessione autonoma: la gestione dell’ordine pubblico.

Di fronte al ripetersi di situazioni nelle quali il conflitto sembra talvolta essere alimentato anziché prevenuto e contenuto, sarebbe legittimo chiedersi quali strategie operative vengano effettivamente adottate.

Quale spazio sia riservato alla prevenzione e alla mediazione? Quanto si investe nella capacità di distinguere le diverse componenti di una manifestazione o di un assembramento? E in che misura le modalità di intervento possono contribuire a disinnescare le tensioni oppure, in determinate circostanze, ad accentuarle?

Sono domande che non implicano alcuna delegittimazione delle forze dell’ordine, alle quali spetta un compito difficile e indispensabile. Riguardano, al contrario, la qualità delle strategie attraverso cui le istituzioni esercitano una delle loro responsabilità più delicate essendo l’unica istituzione a cui è riconosciuto l’uso della forza.

Non pretendo di conoscere le storie personali di quei ragazzi, né sostengo che tutti condividano necessariamente le condizioni che ho descritto.

Ma credo che, prima di considerarli soltanto un problema da reprimere, dovremmo almeno provare a capire quanti di loro siano il prodotto di una progressiva esclusione dalle opportunità che una realtà ricca e sviluppata come quella milanese dovrebbe essere in grado di garantire.

Perché, se così fosse, il problema sarebbe molto più grande di qualche vetrina infranta, di un’aggressione o di una serata di disordini.

Il problema sarebbe una società che scopre improvvisamente l’esistenza di ragazzi che, per anni, ha preferito non vedere.

E che, dopo averli abbandonati, si stupisce di ritrovarseli contro.

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