Innovazione
Leggendo Devo e Cavallari, anch’io ho pensato a un’altra parola: liberare
Terza voce nello scambio sulla Magnifica humanitas: Devo la tecnica, Cavallari l’uomo che costruisce. Ma la libertà dall’obbligo di lavorare, privilegio antico dei benestanti, potrebbe finalmente essere estesa. È una questione di uguaglianza. E di vocazione.
Ho seguito con vero interesse lo scambio apparso in questi giorni su queste pagine: l’articolo di Alessandro Devo sulla prima enciclica di Leone XIV, la Magnifica humanitas, e la risposta di Fabio Cavallari. Due letture dello stesso testo, entrambe fondate. Alessandro Devo guarda la tecnica: le opportunità, le competenze da rinnovare, le grandi sfide che solo l’intelligenza artificiale ci permetterà di affrontare. Cavallari guarda l’uomo: chi diventiamo mentre costruiamo, e che cosa stiamo costruendo. Durante la seconda lettura, proprio come Cavallari, ho continuato a pensare a un’altra parola, che nel mio caso è, però, «liberare».
Prima di spiegarla, un’osservazione sul punto in cui le due letture, pur così diverse, coincidono. Alessandro Devo ricorda il discorso con cui il Papa ha spiegato il proprio nome: Leone XIII, la Rerum novarum, la questione sociale della prima rivoluzione industriale. Nessuno dei due cita, però, una delle espressioni più note dell’enciclica: la «giusta mercede», ossia il salario equo. E soprattutto, entrambi condividono una premessa che non viene mai messa in discussione: l’umanità che lavora, ha sempre lavorato e continuerà a lavorare; si tratterà di aggiornare le competenze, dice l’uno, o di interrogarsi su ciò che si costruisce, dice l’altro. Il lavoro umano come dato permanente, e come bene.
Non vorrei suonare scandaloso, ma chiedo: e se la trasformazione in corso ci offrisse qualcosa di più grande? Se ci permettesse, per la prima volta nella storia, di liberare gli esseri umani dall’obbligo di lavorare? Detto a margine della Magnifica humanitas suona come un’eresia. Ma prima di una metaforica lapidazione, vorrei esporre due considerazioni. La prima: nei paesi avanzati, già oggi, lavora meno di metà della popolazione, tra bambini, studenti, pensionati e milioni di adulti che il lavoro non lo trovano o proprio non lo cercano. La seconda: la libertà dall’obbligo di lavorare esiste già, ed è il privilegio più antico delle classi benestanti, che possono astenersi dal lavoro, oppure scegliere quale lavoro fare, quanto e quando, per gusto, passione, desiderio e non per necessità. Non sto dunque proponendo di inventare una condizione inusuale: propongo di estendere una condizione che c’è sempre stata. È una questione di uguaglianza di opportunità e di qualità della vita.
Liberare dall’obbligo non significa liberare dall’impegno. Significa, al contrario, liberare risorse che oggi l’obbligo tiene prigioniere: chi accudisce un genitore fragile, un figlio, un vicino solo; chi coltiva passioni scientifiche, culturali, artistiche, perfino sportive, che portano lustro alla comunità; chi, con meno ambizioni, si mette al servizio dell’ambiente, della sicurezza, del territorio in cui vive. C’è una parola che la tradizione cristiana conosce da molto prima della parola «impiego», ed è la parola «vocazione»: la chiamata a fare ciò per cui si è portati, ma anche ciò che la nostra coscienza ci indica come utile, opportuno e buono. In sostanza, il contrario dell’alienazione di chi lavora solo per necessità. Quante vocazioni restano soffocate, oggi, dall’obbligo di guadagnarsi da vivere facendo altro?
Resta, naturalmente, la domanda con cui Leone XIII inchiodava il suo secolo: la giusta mercede. E la Magnifica humanitas non la dimentica: nel ripercorrere l’eredità di Leone XIII, ricorda proprio il diritto a un salario giusto per sé e per la propria famiglia. Chi è libero dall’obbligo di lavorare deve pur vivere di qualcosa; e un’economia in cui a produrre sono sempre più le macchine, ha bisogno di chi possa acquistare ciò che esse producono. Le principali soluzioni proposte per questa transizione sono di tre tipi: un reddito di base universale, una tassa sui robot, e la più praticata e meno dichiarata di tutte: creare posti di lavoro inutili tanto per tenere le persone occupate. Meritano un esame una per una, e lo farò a breve su queste pagine. Per ora mi limito ad affiancare la mia parola alle loro: opportunità, dice Devo; costruire, risponde Cavallari; liberare, aggiungo io. Sarebbe bello poter fare tutto questo da persone davvero libere di scegliere.
Fabio Massimo Rampoldi è l’autore di «Scritti di ALTER EGOnomia – AI e nuove tecnologie. Un Alter Ego che lavora al posto nostro. Immodeste proposte per conservare il progresso e ridistribuire il benessere.
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