Proteste in Europa: movimento di studenti a Belfort (Francia), 10 ottobre 2026 (Foto: Thomas Bresson, CC BY 4.0)

Mondo

La rivolta contro ciò che desiderano

Non chiedono un altro mondo, ma questo a condizioni migliori. Nello scarto fra aspettative crescenti, opportunità incerte e risorse scarse prende forma una protesta paradossale: non tanto contro il sistema, quanto contro la difficoltà di accedere ai suoi benefici.

25 Ottobre 2026

Qualcosa nelle proteste nelle piazze europee di questi giorni merita un’analisi più accurata della facile distinzione tra il risveglio di una nuova coscienza politica e il definitivo tramonto della civiltà occidentale.

Non è particolarmente interessante discutere se i giovani abbiano ragione a protestare, né se devastazione e guerriglie urbane siano tollerabili: sono questioni su cui non occorre mobilitare grandi categorie filosofiche. La domanda interessante è un’altra: contro quale società si protesta, quale società si vorrebbe al suo posto e, soprattutto, a quanta parte di quella esistente si sarebbe davvero disposti a rinunciare?

Le rivoluzioni del passato avevano molti difetti, alcuni dei quali portarono a indifendibili fiumi di sangue, ma possedevano almeno la virtù di prendere sul serio le proprie idee. I rivoluzionari volevano cambiare i rapporti di proprietà, rovesciare le classi dominanti, instaurare un diverso sistema economico, edificare uomini nuovi e società nuove. Se interrogati sul mondo che desideravano, raramente rispondevano con un’alzata di spalle.

La protesta contemporanea appare più sofisticata. Contesta la società dei consumi, ma non il consumo; diffida delle grandi imprese, ma meno dei loro prodotti; denuncia il capitalismo usando tecnologie che ne dimostrano il successo globale; critica le città divenute economicamente inaccessibili perché desidera ardentemente viverci.

Persino le vetrine infrante diventano allegoriche. Chi le rompe non detesta ciò che vi è esposto, che continua a essere oggetto di desiderio: elimina un ostacolo al consumo.

Non siamo allora di fronte al rigetto di un sistema, ma osserviamo qualcosa di storicamente meno dirompente e forse politicamente significativo: un conflitto sulle condizioni di accesso ai benefici del sistema stesso.

Non si vuole un altro mondo. Si vuole questo mondo, ma con un biglietto d’ingresso meno caro.

L’inflazione delle aspettative

A questo punto è facile cadere nella più antica delle tentazioni dei vecchi: concludere che i giovani siano viziati. Soluzione di comodo che comporta due vantaggi: essere semplice e assolvere chi la formula. Con il solo inconveniente di rischiare di dimenticarsi che i giovani sono stati educati dagli adulti.

Il fenomeno potrebbe essere descritto, prendendo deliberatamente in prestito una metafora economica, come inflazione delle aspettative.

Non significa semplicemente che i giovani desiderino più delle generazioni precedenti, come è naturale in una società divenuta più prospera. Significa che si è progressivamente ampliato il paniere delle condizioni considerate non più eccezionali o semplicemente desiderabili, ma normali e pertanto, almeno implicitamente, dovute. In altri tempi si sarebbe detto i diritti acquisiti: istruzione superiore, lavoro qualificato e dignitosamente remunerato, autonomia economica, libertà di scegliere dove abitare, tempo libero, sicurezza sociale, salute, mobilità e realizzazione di sé.

Nessuna di queste aspirazioni è irragionevole, ed è proprio questo a rendere interessante il problema.

Per oltre mezzo secolo le società europee hanno costruito, generalmente con le migliori intenzioni, una raffinatissima infrastruttura capace di produrre aspettative. Il mercato ha moltiplicato i desideri; la tecnologia ha drasticamente compresso l’attesa della loro soddisfazione; la politica ha ampliato la sfera delle prestazioni “socialmente dovute”; le famiglie hanno cercato di risparmiare ai figli i sacrifici sopportati dai genitori; l’educazione ci ha progressivamente convinti che una società avanzata debba offrire all’individuo le condizioni necessarie alla piena realizzazione di sé.

Sarebbe ingenuo costruire per decenni un’infrastruttura tanto efficiente nella produzione delle aspettative e poi scandalizzarsi perché le produce.

L’inflazione delle aspettative non è dunque necessariamente il prodotto dell’avidità individuale. È anche una conseguenza del successo della società dell’abbondanza. Una società che rende visibili e accessibili a molti beni, esperienze e possibilità un tempo riservati a pochi finisce inevitabilmente per trasformarli da eccezioni in aspirazioni e da aspirazioni in condizioni di vita considerate normali.

Il problema comincia quando le aspettative crescono più rapidamente della capacità dell’economia e delle istituzioni di soddisfarle: una società può universalizzare i desideri molto più facilmente di quanto possa universalizzarne la soddisfazione.

Tutti possono desiderare di vivere nelle città più dinamiche, ma lo spazio in quelle città resta limitato. Tutti possono aspirare alle migliori università, ai lavori più gratificanti, alla sicurezza economica e a servizi pubblici eccellenti. Ma i desideri ragionevoli possono convivere con la scarsità delle risorse per soddisfarli, e spesso lo fanno.

La scarsità possiede infatti una caratteristica politicamente sgradevole: continua a esistere anche se la consideriamo ingiusta.

Un mutuo fra generazioni

C’è anche un’altra ragione per cui quel divario può produrre frustrazione.

Le generazioni precedenti hanno lasciato ai propri figli un contratto singolare. Grazie al benessere e alla promessa di un futuro migliore hanno elevato lo standard di vita considerato normale; allo stesso tempo hanno costruito sistemi di protezione sociale onerosi, consolidato tutele e trasferito nel futuro una parte dei costi necessari a sostenerle.

Ai figli hanno spiegato che avrebbero potuto avere almeno ciò che avevano avuto i genitori, purché studiassero, acquisissero competenze e lavorassero. La promessa era credibile perché non era formulata soltanto a parole: era scritta nelle biografie delle due o tre generazioni che li avevano preceduti.

Quando i figli scoprono che acquistare un’abitazione può essere un’esperienza dolorosa, che l’autonomia economica si fa attendere a lungo, che un titolo di studio non garantisce il lavoro dei sogni e che dovranno contribuire al finanziamento delle promesse formulate anche alle generazioni precedenti, possono avere qualche ragione per irritarsi.

Le nuove generazioni possono così trovarsi nella condizione singolare di essere state educate a desiderare più dei propri genitori disponendo, almeno in alcuni ambiti decisivi, di minori possibilità di ottenere ciò che desiderano.

Sarebbe dunque troppo facile liquidare la protesta come conseguenza di aspettative irragionevoli.

E se le opportunità si fossero deteriorate mentre le aspettative continuavano a crescere?

Il paradosso è che entrambe le generazioni possono sentirsi tradite. Gli adulti ricordano ciò che hanno dato e considerano acquisito ciò che ricevono. I giovani osservano ciò che dovranno dare e dubitano di poter ricevere lo stesso.

Una generazione ha contratto il mutuo e indica le rate già pagate. L’altra le mostra quelle ancora da pagare. Entrambe concludono di essere creditrici.

Il diritto e il suo gemello dimenticato

Le democrazie occidentali hanno compiuto uno dei loro progressi storici più importanti estendendo la sfera dei diritti civili, politici e sociali. Sarebbe assurdo rimpiangere società nelle quali quei diritti erano appannaggio di pochi, per cui sono state necessarie le rivoluzioni a cui si accennava sopra.

Ma proprio questo successo ha prodotto un fenomeno meno discusso: mentre il vocabolario dei diritti diventava sempre più popolare, quello degli obblighi perdeva progressivamente prestigio.

Se il termine diritto gode di eccellente salute, il dovere versa in condizioni di salute più gravi e il sacrificio, da un paio di generazioni, sopravvive, con qualche eccezione, principalmente nei discorsi commemorativi, nelle prediche e nei ricordi di anziani per lo più scomparsi per valide ragioni anagrafiche. In tutti questi casi presenta il considerevole vantaggio di riguardare quasi sempre qualcuno che non c’è più.

Il vero problema non è che esistano troppi diritti, ma che ogni diritto effettivo richiede qualcosa a qualcuno. Un diritto sociale non è un ideale morale: è anche una pretesa sulle risorse necessarie per realizzarlo. Dietro università, sanità, pensioni, abitazioni, servizi sociali e politiche ambientali ci sono lavoro, imposte, investimenti, vincoli e costi distributivi.

Trasformare un’aspirazione in un diritto non significa eliminarne il costo: significa decidere di sostenere quel costo collettivamente. È una considerazione poco affascinante, ma l’economia è, come si sa, una scienza triste.

La questione non consiste nel contrapporre diritti e doveri, come se ogni nuova aspirazione fosse illegittima e riconoscere un nuovo diritto rappresentasse un cedimento morale. Consiste nel ricordare che rendere effettivo un diritto significa decidere quali risorse destinarvi, chi debba produrle, come finanziarlo e quali impieghi alternativi delle stesse risorse siamo disposti a sacrificare.

I diritti possono espandersi, ma le risorse necessarie a garantirli non diventano per questo infinite. È nello spazio tra queste due dinamiche che la politica è chiamata a scegliere.

Quando il cittadino diventa cliente

L’inflazione delle aspettative produce anche una trasformazione più sottile dell’idea di cittadinanza, che non è più quella degli illuministi.

Il cittadino è sempre stato portatore di diritti. Ma era, almeno idealmente, anche membro di una comunità politica verso la quale aveva degli obblighi. Il consumatore ragiona diversamente: confronta ciò che riceve con ciò che paga e valuta la qualità del servizio; se è insoddisfatto, reclama.

In un sistema economico che tanto deve al mercato, non sorprende che la logica del consumatore si trasferisca alla relazione fra individuo, Stato e società. Ampliando il paniere di quanto ciascuno consideri dovuto, l’inflazione delle aspettative ha trasformato progressivamente il cittadino in un cliente il cui reclamo diventa una domanda politica di questo tipo: se questa è la vita che la società mi ha insegnato a considerare normale, perché non posso permettermela?

Una domanda naturale che consente di riconoscere un meccanismo: il mercato produce nuovi desideri, la società li trasforma in aspettative, il cittadino ne domanda soddisfazione alla politica e la politica, invece di rappresentarne limiti e costi, scopre che il modo più semplice per conquistarne il consenso consiste nel prometterne la soddisfazione, ampliando ancora il paniere.

La promessa di oggi diventa l’aspettativa di domani e, una volta consolidata, sarà politicamente difficile ricondurla alla condizione originaria di semplice aspirazione, che potrebbe restare insoddisfatta.

“Che cosa mi spetta?” è una domanda legittima, ma va completata con un’altra: “Che cosa devo agli altri perché ciò che mi spetta possa continuare a esistere?”

Occorrerebbe spiegare che viviamo in condizioni strutturali di scarsità e che è sempre inevitabile scegliere tra beni alternativi, ma sarebbe poco gratificante sul piano elettorale. Conviene promettere che il costo dell’ampliamento dei diritti sociali acquisiti sarà pagato da qualcun altro: i ricchi, le imprese, l’Europa o, soluzione particolarmente raffinata, le generazioni future che presentano il considerevole pregio di non poter protestare.

Correnti politiche diverse scelgono debitori differenti, ma condividono spesso la strategia di rispondere all’inflazione delle aspettative attraverso un’inflazione delle promesse – con l’esito prevedibile che ogni nuova aspettativa aumenti il costo politico di ridimensionarla.

Rispetto all’inflazione monetaria c’è però un inconveniente: non esiste una banca centrale incaricata di contenerla. I soli tassi che si potrebbero alzare sono quelli della responsabilità, della reciprocità e della trasparenza sui costi. Tutti strumenti di scarsissima popolarità elettorale.

Una protesta poco rivoluzionaria contro un mondo che si desidera

È a questo punto che il paradosso iniziale appare nella sua forma più nitida.

Una parte delle proteste contemporanee è meno rivoluzionaria di quanto sembri. Radicale nel linguaggio e conservatrice nelle aspirazioni. Non domanda un’economia differente, ma un accesso meno difficile e meno diseguale ai benefici di quella esistente; non rifiuta la città costosa, vuole poterci abitare; non disprezza il benessere, teme di esserne esclusa; non contesta la promessa di autorealizzazione della cultura liberaldemocratica occidentale, protesta perché la promessa non sembra più mantenuta.

La radicalità della protesta può riguardare meno il modello di società desiderato che le condizioni di accesso ad esso.

Sarebbe un errore concludere che il problema consista semplicemente in aspettative eccessive rispetto a quanto la società sia in grado di offrire. Se casa, lavoro dignitoso e sicurezza economica diventano meno accessibili, invitare la generazione successiva ad aspettarsi di meno sarebbe cedere a una deprimente pedagogia della rinuncia.

Occorre tenere insieme le due cose: riconoscere il deterioramento delle opportunità e riconoscere che non tutte le aspirazioni elevate al rango di aspettative collettive possano essere soddisfatte indipendentemente dalle risorse necessarie.

Che una situazione sia insoddisfacente non significa che esista un’alternativa a costo zero: un desiderio comprensibile non diventa automaticamente un diritto esigibile, ma l’esistenza di un costo non rende illegittima una rivendicazione.

Per decidere quali aspirazioni una società intende trasformare in diritti, quali costi è disposta a sostenere per garantirli e come quei costi devono essere distribuiti, serve la politica.

La politica dopo l’abbondanza

Le piazze italiane ed europee potrebbero allora raccontarci qualcosa di più della consueta ribellione dei figli contro i padri. Potrebbero rendere visibile una contraddizione caratteristica della nostra società: decenni di crescita e progressiva democratizzazione del benessere hanno reso universali aspirazioni un tempo accessibili solo a pochi, ma non hanno potuto abolire la scarsità. Il conflitto potrebbe allora configurarsi tra aspettative divenute universali e risorse che restano irriducibilmente scarse.

È questo stesso mondo ad aver insegnato alle nuove generazioni che cosa desiderare, comprese le sneakers esposte nelle vetrine del centro di Milano. Non è detto che i giovani ne vogliano un altro. Ma è comprensibile che la frustrazione cresca se l’inflazione delle aspettative genera domanda politica, la competizione politica risponde ampliando l’offerta delle promesse, le promesse di oggi diventano le aspettative di domani. L’inflazione delle aspettative finisce così per alimentare quella delle promesse, e l’inflazione delle promesse torna ad alimentare quella delle aspettative. Così le aspettative insoddisfatte colmano di giovani le piazze d’Europa e qualche vetrina tra loro e i loro desideri s’infrange, perché ciò che si è imparato a considerare normale si rivela più costoso, scarso o difficilmente accessibile di quanto si fosse stati indotti a credere. E allora i giovani nelle piazze d’Europa potrebbero desiderare una parte maggiore di questo mondo.

La risposta della politica non può essere la negazione del deterioramento delle opportunità o della mobilità sociale, né la pedagogia della rinuncia e nemmeno l’espansione continua di promesse impossibili da soddisfare contemporaneamente.

Se tutti hanno buone ragioni per chiedere un posto migliore a tavola, la politica non può limitarsi a ridisporre i commensali, né risolvere il problema chiedendo agli ospiti di desiderare di meno. Deve chiedersi quanto grande possa diventare il tavolo, quali piatti offrire, chi debba aiutare ad allestirlo, e come distribuire le pietanze.

Ed è forse questo il suggerimento che le piazze forse non del tutto volontariamente ci consegnano: dobbiamo imparare a chiederci non soltanto che cosa una società giusta debba garantire ai propri cittadini, ma che cosa quei cittadini siano disposti a garantire alla società perché essa possa continuare a esserlo.

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