saverio murro snfia

Lavoro

Assicurativi, approvato il nuovo contratto. Murro (SNFIA): «Il recupero del potere d’acquisto vera emergenza»

Via libera con il 93,10% dei consensi al rinnovo del CCNL ANIA. Per il segretario generale SNFIA Saverio Murro, l’intesa «conferma la centralità della parte economica» e consente di recuperare buona parte del potere d’acquisto perso negli anni dell’inflazione».

25 Giugno 2026

Via libera delle assemblee all’ipotesi di rinnovo del Contratto collettivo nazionale delle assicurazioni ANIA sottoscritta il 13 maggio scorso. Il 93,10% dei lavoratori ha approvato l’intesa raggiunta da First Cisl, Fisac Cgil, Fna, SNFIA e Uilca. Un risultato che conferma la centralità della questione salariale e del recupero del potere d’acquisto, tema al centro del convegno promosso da SNFIA il 17 giugno a Palazzo Valentini dal titolo “Erosione del potere di acquisto dei redditi fissi. Come affrontare un’emergenza nazionale”. Ne parliamo con il Segretario Generale SNFIA, Saverio Murro.

L’approvazione con il 93,10% dei voti dell’ipotesi di rinnovo del CCNL ANIA rappresenta un passaggio importante per i circa 47mila addetti del settore assicurativo. Un risultato che arriva pochi giorni dopo il convegno organizzato da SNFIA il 17 giugno a Palazzo Valentini in Roma, “Erosione del potere di acquisto dei redditi fissi. Come affrontare un’emergenza nazionale”, dedicato a una delle questioni economiche e sociali più rilevanti per lavoratori e pensionati. A partire da quel confronto pubblico, il Segretario Generale SNFIA Saverio Murro analizza le cause della perdita di potere d’acquisto, il significato del rinnovo contrattuale e le sfide che attendono il sindacato e il Paese.

Segretario Murro, proprio oggi i lavoratori del settore assicurativo hanno approvato con il 93,10% dei voti l’ipotesi di rinnovo del CCNL ANIA. Che significato assume questo risultato?

«Il Sindacato, in questo comparto, ha cercato di porre rimedio ex post (rincorrendo quindi il problema e non anticipandolo) con una richiesta di aumento economico del 13,50% per il triennio 2025-2027 e il 13 maggio us, dopo una breve ma complicata trattativa, non priva di colpi di scena, abbiamo sottoscritto un’ipotesi di intesa che prevede un aumento economico dell’11,48% nel triennio. Proprio oggi l’ipotesi di intesa viene approvata dal 93% dei votanti. Tale percentuale, e in generale tutto l’accordo, confermano la centralità in questo momento della parte economica in uno scenario normale e di inflazione stabilmente intorno al 2% nel triennio, consente di recuperare buona parte del potere di acquisto perso negli anni 2022-2023. Possiamo ritenerci soddisfatti, ma questi non sono tempi normali e la crisi in Medioriente e l’incertezza di una sua soluzione, stanno già incidendo sull’inflazione e potrebbero rallentare o peggio ancora vanificare la fase di recupero. Potremmo quindi ritrovarci al prossimo rinnovo a rincorrere nuovamente il problema. Lo scenario potrebbe ovviamente, e ce lo auguriamo come esseri umani, cambiare in meglio dopo la notizia della tregua e di un possibile accordo tra IRAN e USA, sempre che si tratti di un accordo di pace solido e duraturo.»

Il 17 giugno SNFIA ha promosso a Roma il convegno “Erosione del potere di acquisto dei redditi fissi. Come affrontare un’emergenza nazionale”. Come è nata l’idea dell’iniziativa?

«Quando abbiamo messo in cantiere questo incontro stavamo per presentare la piattaforma di rinnovo del contratto collettivo nazionale del settore assicurativo. La scelta del tema si è presentata in maniera naturale: l’obiettivo primario della piattaforma, infatti, non poteva che essere il “recupero del potere d’acquisto”».

Lei sostiene che non si tratti di un’emergenza recente. Quando è iniziata realmente l’erosione del potere d’acquisto?

«La riduzione del potere d’acquisto non è un’emergenza recente. Si tratta di una regressione in atto da decenni che si è riproposta violentemente con il picco di inflazione degli anni 2022-2023, facendo riemergere problemi strutturali del nostro sistema Paese. A pagarne il prezzo più alto sono i redditi fissi (personale dipendente e pensionati), che osservano oggi un rilevante arretramento delle retribuzioni in termini reali.

Eppure, in un sistema economico basato sui consumi, la tenuta dei salari e delle pensioni di una fetta importante della popolazione come lavoratori dipendenti e pensionati (circa 38 milioni di persone su una popolazione totale di 58,9 milioni) resta determinante. Questa fetta di popolazione rappresenta infatti buona parte del famoso ceto medio (il 61,2% degli individui residenti in Italia secondo il rapporto annuale ISTAT) e svolge un ruolo fondamentale come motore dei consumi, e della stabilità sociale. Se il ceto medio soffre, l’economia si blocca».

E infatti i consumi continuano a mostrare segnali di debolezza.

«Secondo una analisi di Confcommercio la spesa pro capite nel 2025 rispetto al 2024 ha registrato un piccolo incremento (239€), ma ancora inferiore dell’1% rispetto al 2007. Anche secondo l’ISTAT i consumi nel 2025 sono cresciuti complessivamente dell’1% rispetto all’anno precedente, ma con due eccezioni: Sanità (-2,3%) e Istruzione (-3,7%). Ci si cura meno e si studia meno. Non certo dei bei segnali per il futuro».

Come mai nemmeno un settore solido e tradizionalmente performante come quello assicurativo è rimasto indenne?

«L’impennata inflattiva degli anni 2022-2023 ha avuto la conseguenza di erodere le retribuzioni del personale dipendente del 7,4% rispetto al 2021 (in linea con lo studio di Oxfam Italia, che evidenzia come nel nostro Paese i salari reali risultino ancora inferiori dei livelli del 2021: -7,5%)».

Quali strumenti ha oggi il sindacato per difendere il potere d’acquisto dei lavoratori?

«Il Sindacato, che è già chiamato ad anticipare scenari futuri sull’impatto che avrà l’IA su organizzazione del lavoro, sulle professionalità e sill’occupazione, cosa può fare per difendere il potere d’acquisto? Di certo si può intervenire correggendo alcuni errori o distorsioni che si porta dietro da tempo: presentare la piattaforma di rinnovo prima della scadenza; impedire l’allungamento della naturale scadenza contrattuale; pretendere gli arretrati per ogni mese di ritardo nel rinnovo; capire che la ricchezza prodotta nelle singole aziende può e deve essere redistribuita tramite meccanismi di partecipazione agli utili nella contrattazione di II livello».

Ma secondo lei il problema non riguarda soltanto la contrattazione.

«Ma al di là di queste cose che possiamo e dobbiamo controllare va detto, ad onor del vero, che le armi in possesso del Sindacato per difendere il potere d’acquisto sono sempre più spuntate. Infatti, voglio dire con estrema chiarezza che le decennali politiche salariali e fiscali adottate dai vari governi di ogni colore, si sono caratterizzate per una chiara scelta politica: drenare risorse facilmente “raggiungibili” come i redditi fissi (dipendenti e pensionati), per accontentare questa o quella corporazione o categoria senza mai, non dico risolvere, ma nemmeno affrontare uno solo dei problemi strutturali che bloccano l’economia del nostro Paese».

Perché parla di una precisa scelta politica?

«Solo per rimanere in tema di rinnovi contrattuali e difesa del potere d’acquisto dei redditi fissi e delle pensioni, si dovrebbero analizzare 40 anni di interventi legislativi figli di chiare scelte politiche».

In questo quadro pesa anche il cosiddetto fiscal drag?

«Il drenaggio fiscale è un’altra “tassa occulta” legata all’inflazione: quando i salari aumentano per adeguarsi al costo della vita, il lavoratore si ritrova in uno scaglione IRPEF più elevato, subendo un prelievo fiscale maggiore. Purtroppo, il meccanismo di adeguamento automatico delle aliquote non è mai stato reso strutturale ed è una ulteriore e chiara scelta politica. È del tutto evidente che se tutti gli studi di qualsivoglia istituto dicono che da decenni i salari reali in Italia non solo non progrediscono ma regrediscono, non è difficile attribuire anche a questi interventi buona parte del problema».

Guardando all’Europa, quali insegnamenti dovrebbe trarre il sistema italiano?

«Il confronto internazionale suggerisce che la differenza non sta tanto nelle condizioni economiche generali, quanto nella capacità dei sistemi di rinnovo contrattuale di reagire agli choc. Nei paesi in cui i rinnovi contrattuali sono più frequenti o dove esistono meccanismi automatici – come le clausole di garanzia in Spagna – i salari hanno recuperato più rapidamente. In Italia, al contrario, la contrattazione collettiva nazionale, con rinnovi spesso tardivi e una struttura pensata per un’economia diversa, ha reagito con ritardo. Il risultato è che i salari arrivano sempre dopo l’inflazione. E questo ritardo ha un costo. Se l’inflazione dovesse tornare a salire – ipotesi tutt’altro che remota nel contesto attuale – il rischio è un nuovo calo dei salari reali, che si sommerebbe a quello già subito.Bisogna quindi riconoscere che il sistema italiano ha un problema di funzionamento».

Qual è, in conclusione, il messaggio che arriva dal convegno e dal rinnovo contrattuale appena approvato?

«Per concludere, quindi, il problema a cui abbiamo dedicato il nostro pomeriggio risiede soprattutto nelle regole del gioco, che sono conseguenza diretta, come detto prima, di una chiara scelta politica. È su questo, che bisogna agire, assieme al richiamare i grandi player nazionali profittevoli alla loro responsabilità sociale».

 

Commenti

Devi fare login per commentare

Accedi

Gli Stati Generali è anche piattaforma di giornalismo partecipativo

Vuoi collaborare ?

Newsletter

Ti sei registrato con successo alla newsletter de Gli Stati Generali, controlla la tua mail per completare la registrazione.