UE
La cortina d’agosto
L’anno scorso arrivai a Barcellona senza accorgermi di aver attraversato una frontiera. Oggi potrei essere controllato. Il problema non è mostrare un documento, ma ciò che il confine torna a significare quando due Paesi europei cominciano a usarlo per parlarsi.
L’anno scorso sono andato a Barcellona. Sono partito dall’Italia e sono arrivato in Spagna senza incontrare un controllo di frontiera. Non ricordo un poliziotto che volesse verificare la mia nazionalità o sapere se avessi diritto di entrare nel Paese. Soprattutto, non ricordo di aver pensato che tutto questo fosse straordinario. Non ci avevo fatto caso. Ed è forse questa la cosa più importante.
Se ripetessi quel viaggio oggi, potrebbe andare diversamente. Dalla mezzanotte dell’8 agosto la Spagna ha ripristinato controlli a campione per chi arriva dall’Italia. Potrebbero chiedermi un documento, verificare la mia identità e la mia nazionalità. Probabilmente perderei qualche minuto e poi continuerei il mio viaggio verso Barcellona. Nulla di drammatico.
Eppure, in quei pochi minuti sarebbe ricomparsa una cosa che l’Europa era riuscita quasi a farmi dimenticare: il confine.
La decisione spagnola arriva dopo quella italiana di ripristinare i controlli per i cittadini di Paesi extra Ue provenienti dalla Spagna, in seguito all’allarme per possibili nuovi arrivi di migranti a Ceuta. Madrid ha protestato, Roma ha confermato la propria decisione e la Spagna ha risposto introducendo verifiche anche sui cittadini europei provenienti dall’Italia. I controlli spagnoli, salvo modifiche, resteranno in vigore fino al 7 settembre.
Naturalmente Schengen non è morto. Gli accordi prevedono la possibilità di reintrodurre temporaneamente i controlli alle frontiere interne in presenza di determinate condizioni. In Europa è accaduto centinaia di volte, per ragioni legate all’immigrazione, alla sicurezza, a grandi vertici internazionali o a manifestazioni particolarmente delicate.
Questa volta, però, c’è qualcosa che merita attenzione. Il confine non torna soltanto come strumento di sicurezza. Rischia di diventare un linguaggio politico.
L’Italia introduce un controllo. La Spagna considera quella decisione lesiva degli interessi dei propri cittadini e risponde con un altro controllo. Si può discutere su chi abbia ragione, sulla proporzionalità delle misure, sulle ragioni di sicurezza invocate da Roma e sulla reazione di Madrid. È il compito della politica e della cronaca.
Ma rimane una domanda più semplice: che cosa accade quando due Paesi che hanno abolito il confine cominciano a parlarsi attraverso il confine?
Perché il successo di Schengen è stato anche il suo paradosso. Ha funzionato così bene da rendersi quasi invisibile. Per chi ha conosciuto l’Europa prima della libera circolazione, attraversare una frontiera significava rallentare, fermarsi, mostrare un documento. C’era un punto preciso nel quale finiva un Paese e ne cominciava un altro. Poi quelle garitte sono rimaste vuote, le sbarre si sono alzate e abbiamo cominciato a viaggiare senza pensarci.
Una delle più grandi trasformazioni politiche europee è così entrata nella nostra vita sotto forma di assenza. Non c’era più qualcuno che ci fermava. Ed è proprio questa assenza che abbiamo finito per considerare naturale.
Accade spesso con le conquiste civili e politiche. Quando durano abbastanza a lungo smettiamo di percepirle come conquiste. Diventano semplicemente il modo in cui funziona il mondo. Soltanto quando qualcosa interrompe quell’abitudine ci accorgiamo che dietro un gesto apparentemente banale esisteva una costruzione politica complessa e, soprattutto, fragile.
La libera circolazione non ha cancellato gli Stati nazionali, né avrebbe potuto farlo. Ha però modificato qualcosa nella nostra percezione quotidiana dell’Europa. Per milioni di persone l’Unione non è stata innanzitutto la Commissione, il Parlamento europeo, una direttiva o un fondo comunitario. È stata la possibilità di salire su un’auto, su un treno o su un aereo e arrivare in un altro Paese quasi dimenticandosi di aver attraversato una frontiera.
Forse l’Europa più riuscita è stata proprio quella della quale non ci accorgevamo.
Per questo la vicenda tra Italia e Spagna merita di essere osservata anche al di là dello scontro fra Giorgia Meloni e Pedro Sánchez. Non perché qualche settimana di controlli possa mettere in discussione decenni di integrazione europea. Sarebbe un’esagerazione. E neppure perché mostrare una carta d’identità rappresenti una limitazione insopportabile della nostra libertà. Il problema è un altro.
Un confine è sempre anche un’idea.
Dice che qui cominciamo noi e là cominciano gli altri. Per questo può essere necessario controllarlo, ma può diventare pericoloso quando cominciamo a utilizzarlo per comunicare una distanza politica, una ritorsione, una reciprocità ostile. Tu controlli chi arriva da me, io controllerò chi arriva da te.
L’anno scorso sono arrivato a Barcellona senza incontrare un controllo di frontiera e non mi sembrò degno di nota. Oggi capisco che proprio quella normalità era la notizia.
L’Europa non ha abolito i confini. Ha fatto qualcosa di forse ancora più difficile, ci aveva insegnato a dimenticarli. Il rischio non è dover mostrare per qualche settimana una carta d’identità. È ricominciare a considerare il confine il modo più naturale per rispondere quando non siamo d’accordo.
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