Diritti
Cinque anni dopo: l’Afghanistan sprofonda nella repressione mentre il mondo si abitua al peggio
Cinque anni dopo il ritorno dei talebani, l’Afghanistan sprofonda nella repressione mentre la comunità internazionale rischia di normalizzare l’inaccettabile.
Cinque anni dopo il ritorno dei talebani al potere, l’Afghanistan vive immerso in un sistema di repressione istituzionalizzata che ha trasformato la vita quotidiana in un territorio di controllo, paura ed esclusione. Nonostante la gravità delle violazioni, un fenomeno inquietante si sta consolidando: la normalizzazione progressiva delle autorità di fatto, attraverso contatti diplomatici, incontri ufficiali e una crescente tolleranza internazionale.
Un gruppo eccezionalmente ampio di esperti delle Nazioni Unite avverte che questa normalizzazione non è solo ingiustificabile, ma pericolosa. Rischia di legittimare un regime fondato sulla discriminazione strutturale, sulla violenza di genere e sulla soppressione sistematica delle libertà fondamentali. Il loro messaggio è netto: nessuna forma di riconoscimento o integrazione diplomatica deve essere concessa senza progressi misurabili sui diritti umani, in particolare per donne e ragazze.
Una generazione di ragazze sacrificata: il tempo come strumento di oppressione
«Cinque anni possono sembrare pochi nella vita di un Paese, ma sono un’eternità nella vita di una bambina», ricordano gli esperti. Una generazione intera di ragazze è stata privata dell’istruzione secondaria. Una giovane citata nel rapporto lo esprime con lucidità dolorosa: «È profondamente deprimente sentirsi incapaci di andare avanti, bloccate esattamente dove eravamo cinque anni fa.»
La privazione dell’istruzione non è un effetto collaterale: è una politica deliberata. Gli esperti affermano che la privazione intenzionale e mirata dei diritti fondamentali basata sul genere costituisce persecuzione di genere, un crimine contro l’umanità. Aggiungono che il sistema talebano può essere definito apartheid di genere, una forma di dominio strutturale che dovrebbe essere codificata come crimine autonomo nel diritto internazionale. Puoi approfondire questo concetto con apartheid di genere.
Un arsenale giuridico di repressione: quando la legge diventa violenza
Nell’ultimo anno, i talebani hanno rafforzato la loro architettura repressiva attraverso decreti che legalizzano la violenza e istituzionalizzano la discriminazione. Uno di questi consente la violenza contro le donne purché non “rompa ossa” o non lasci “lividi evidenti”. Un altro, relativo alla separazione dei coniugi, facilita il matrimonio infantile e rende quasi impossibile per donne e ragazze fuggire da unioni forzate o abusive.
Questi decreti non si limitano a violare i diritti fondamentali: creano un sistema giuridico che normalizza la violenza domestica, limita l’autonomia corporea e perpetua la subordinazione femminile. Discriminano anche le minoranze religiose, rafforzando un modello di controllo sociale basato sull’esclusione.
La repressione si estende alla sfera pubblica. Nel 2025, più persone sono state fustigate pubblicamente che in tutti gli anni precedenti di governo talebano combinati. Nel 2026, almeno 30 donne e ragazze sono state incarcerate a Herat per presunte violazioni del codice di abbigliamento. Quando i residenti hanno protestato, le forze di sicurezza hanno aperto il fuoco, uccidendo due persone, tra cui un bambino.
Accesso alla salute, mobilità, vita quotidiana: un Paese dove tutto diventa rischio
Le donne vengono regolarmente respinte dagli ospedali a causa dell’abbigliamento o dell’assenza di un tutore maschile. La negazione dell’assistenza sanitaria non è solo una violazione dei diritti: è una forma di violenza strutturale che mette in pericolo la vita stessa delle donne.
La crisi umanitaria, intanto, raggiunge livelli estremi. Più di 17 milioni di afghani hanno sofferto di insicurezza alimentare acuta durante l’ultimo inverno, e quasi 4 milioni di bambini sono gravemente malnutriti. La perdita di finanziamenti umanitari, il collasso economico, la siccità e i rimpatri massicci dai Paesi vicini hanno creato una situazione esplosiva. Puoi approfondire questo tema con fame in Afghanistan.
Gli esperti insistono: l’assistenza deve essere ripristinata, e le donne — colpite in modo sproporzionato ed escluse dalla vita pubblica — devono poter fornire e ricevere aiuti umanitari.
Rimpatri forzati, confini in fiamme: un Paese che non è sicuro
Gli esperti ricordano che l’Afghanistan non è un Paese sicuro. Le deportazioni e i rimpatri forzati violano il principio di non‑refoulement, soprattutto per minoranze religiose, etniche e persone LGBT, che affrontano rischi estremi.
La violenza transfrontaliera con il Pakistan si è intensificata. Dal 2025, circa 500 civili sono stati uccisi in ostilità, tra cui 269 pazienti morti in attacchi aerei contro un centro di riabilitazione a Kabul nel marzo 2026. Gli esperti chiedono indagini su possibili crimini di guerra e violazioni gravi dei diritti umani.
La giustizia internazionale: ultima linea di difesa
Gli esperti sollecitano un sostegno rafforzato alla Corte Penale Internazionale e avvertono che il nuovo Meccanismo Investigativo Indipendente per l’Afghanistan deve essere finanziato rapidamente e adeguatamente. Senza risorse, rischia di rimanere una vittoria simbolica senza impatto reale.
La giustizia internazionale è uno dei pochi spazi dove le vittime possono sperare in una forma di riparazione. Puoi approfondire con giustizia internazionale.
Il rischio più grave: la normalizzazione diplomatica
Il messaggio centrale degli esperti è inequivocabile: nessuna normalizzazione del regime talebano deve essere considerata senza progressi dimostrabili sui diritti umani, soprattutto per donne e ragazze.
Accettare diplomatici talebani, organizzare incontri ufficiali o integrare il regime in meccanismi multilaterali senza condizioni equivarrebbe a legittimare un sistema fondato sull’oppressione.
Gli esperti ricordano che la comunità internazionale ha già abbandonato gli afghani in passato. Non può tradirli di nuovo.
Un Paese che resiste nonostante tutto
Nonostante la repressione, molti afghani continuano a lottare per i propri diritti. Attivisti, giornalisti, difensori dei diritti umani e intere comunità resistono, spesso a rischio della vita. Il loro coraggio dimostra che la società afghana non ha accettato la normalizzazione del regime talebano, anche se il mondo sembra disposto a farlo.
La domanda ora è se la comunità internazionale sarà all’altezza di questo coraggio.
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