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Trump punisce i ribelli repubblicani: resa dei conti nelle primarie
Trump ha usato il suo strapotere anche alle primarie repubblicane, per reiterare il messaggio che chi devia dalla linea dettata da lui sarà punito
“I repubblicani nel Senato Statale dell’Indiana dovrebbero vergognarsi… Capitanati dal perdente totale Roy Bray. Ognuno di loro sarà sfidato alle primarie”. Con queste parole in un post sulla piattaforma Truth, Donald Trump aveva minacciato 20 dei 40 senatori statali che avevano votato con i 10 democratici per bloccare la legge sulle nuove mappe elettorali che avrebbe favorito il suo partito alle elezioni di midterm questo novembre.
Quando si tratta di vendetta, Trump mantiene le sue parole. In questo caso però la promessa di nominare avversari alle primarie ai 20 ribelli si è limitata a soli 7. Avrebbe voluto fare sfidare anche Bray che però ha avuto la fortuna di non dovere candidarsi alle elezioni di novembre poiché il suo mandato scade nel 2028. Dei sette scelti da colpire con le primarie 5 sono stati sconfitti durante le recenti primarie, uno è riuscito a sconfiggere il suo avversario scelto da Trump, e un altro sta lottando per la sopravvivenza politica. Al momento, la differenza di voti consiste di solo pochi voti e l’esito non sarà deciso fino a quando tutte le schede ricevute per posta saranno contate. Comunque vada Trump ha usato il suo strapotere alle elezioni primarie repubblicane per reiterare il messaggio che chi devia dalla linea dettata da lui sarà punito. Perdere le primarie vuol dire quasi fine certa della carriera politica perché l’America è polarizzata. Vincere le primarie di uno dei due partiti si traduce nella stragrande maggioranza dei casi in vittoria alle elezioni generali. Ecco perché molti legislatori repubblicani alla Camera e al Senato temono di dissentire dal loro capo, conoscendo bene ciò che è successo ad altri che hanno avuto il coraggio di non mostrare il dovuto rispetto al capo, osando di esprimere dissenso.
Il caso più noto è quello di Liz Cheney, ex parlamentare del Wyoming, figlia dell’ex vicepresidente Dick Cheney. La Cheney, parlamentare repubblicana e numero 3 del suo partito alla Camera, prese le distanze da Trump dopo gli assalti al Campidoglio del 6 gennaio. Fu in seguito espulsa dal Partito Repubblicano alla Camera e nelle primarie in Wyoming del 2022 fu sconfitta sonoramente da Harriet Hageman, la candidata nominata da Trump. In effetti, per il suo coraggio di sfidare il capo, la Cheney ha visto la sua carriera politica sfumare.

Altri repubblicani che hanno preso le distanze hanno deciso di non ricandidarsi, temendo, giustamente, di essere sfidati alle primarie da un candidato scelto da Trump il quale gli avrebbe fatto subire il destino della Cheney. In tempi recenti il caso più noto è quello di Marjorie Taylor Greene, ex parlamentare della Georgia. La Greene, inizialmente battagliera sostenitrice di Trump, ha preso le distanze dal presidente per il caso dei file di Epstein, chiedendone il rilascio. Minacciata da Trump, ha deciso di dimettersi dalla Camera, e in effetti, costretta allo stesso destino di Cheney.
Thomas Massie, parlamentare repubblicano del Kentucky, l’altro paladino per il rilascio dei file di Epstein a fianco di Greene, ha scelto di lottare per mantenere la sua poltrona. Lo sfidante scelto da Trump per punire Massie è Ed Gallrein, il quale però sarebbe indietro da 5 a 10 punti secondo gli ultimi sondaggi. Massie sta conducendo una campagna poco ortodossa sottolineando le sue condivisioni di vedute con Trump. È possibile che ce la farà.
Incerti però gli esiti per altri due candidati al Senato. Nel primo caso in Louisiana il senatore in carica Bill Cassidy è stato preso di mira da Trump. Il “peccato” di Cassidy è di aver votato a favore della condanna di Trump al Senato nel 2021 nel secondo impeachment. Cassidy fu uno dei sette repubblicani a votare contro Trump ma il totale, 57 sì e 43 no, non fu sufficiente perché sono richiesti 67 dei 100 voti per la condanna. Trump non dimentica ovviamente. Al momento Cassidy ha due avversari, la parlamentare Julie Letlow che gode dell’endorsement di Trump, e l’ex parlamentare John Fleming. I sondaggi ci dicono che nessuno avrebbe il vantaggio (Fleming 28%, Letlow 27% e Cassidy 21%). Se nessuno dei candidati dovesse ricevere il 50 percento ci sarebbe un ballottaggio tra i primi due.
L’altro caso da notare è nel Texas dove Trump non ha deciso se offrire il suo endorsement a John Cornyn, senatore in carica, o al procuratore statale Ken Paxton. La “benedizione” potrebbe essere decisiva per la scelta del repubblicano che sfiderebbe James Talarico, il vincitore delle primarie democratiche, il quale avrebbe buone chance di una vittoria a novembre.
Gli ultimissimi sondaggi conferiscono a Trump un indice di gradimento al di sotto del 40% e infatti il Pew Research Center scende al 34%. Anche il supporto dei repubblicani, sempre solido per il presidente, suggerisce qualche nuvola. Il totale indice di gradimento sarebbe dell’85 percento ma solo quelli che lo supportano vigorosamente sono al 45% 8 punti in meno rispetto ad alcune settimane fa. Più preoccupante per Trump dovrebbe essere il supporto degli elettori indipendenti che spesso sono decisivi per gli esiti finali nelle elezioni. Solo il 25 percento degli elettori indipendenti favorisce Trump. Quando Trump sceglie candidati la cui qualità principale è la fedeltà in quei distretti in bilico potrebbe essere determinante. Al momento gli analisti prevedono una sconfitta repubblicana all’elezione di midterm questo novembre dove non solo i democratici vincerebbero la maggioranza alla Camera, ma anche al Senato.
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Domenico Maceri, PhD, è professore emerito all’Allan Hancock College, Santa Maria, California. Alcuni dei suoi articoli hanno vinto premi della National Association of Hispanic Publications.
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