È uscito un questi giorni un interessante libro di Leila Guerriero – Sulle tracce di Truman Capote. Lo scrittore e i suoi fantasmi, dedicato al momento centrale della vita dello scrittore, quello della stesura del suo romanzo verità “A sangue freddo”
Per capire questo libro bisogna partire da molto prima, dal 15 novembre 1959.
A Holcomb, Kansas, una cittadina agricola dove non succede mai niente, quattro persone vengono uccise nella loro fattoria nel cuore della notte. Herbert Clutter, un agricoltore metodista rispettato, sua moglie Bonnie e due dei loro quattro figli, Nancy di 16 anni e Kenyon di 15. Nessun movente apparente, nessun furto riuscito – gli assassini cercavano una cassaforte che non esisteva. Un delitto stupido, brutale, inspiegabile.
Truman Capote legge la notizia sul New York Times e dice alla sua amica Harper Lee: “Quella sarà la mia grande storia”.
Capote ci mette 6 anni. Va in Kansas con Harper Lee, vi si installa, intervista tutti, ottiene 4000 pagine di appunti, diventa intimo degli investigatori e, soprattutto, degli assassini: Richard Hickock e Perry Smith, arrestati poche settimane dopo.
Quello che fa non ha precedenti. Non scrive un reportage e non scrive un romanzo. Inventa qualcosa di terzo, che lui stesso battezza non-fiction novel, romanzo-verità. Prende le tecniche del romanzo – la costruzione dei personaggi, i dialoghi ricostruiti, la suspense, il montaggio cinematografico – e le applica a un fatto reale, verificato riga per riga.
A sangue freddo (1966) è il primo libro in cui la realtà viene raccontata con gli strumenti della letteratura senza diventare finzione. È l’atto di nascita della non-fiction moderna, del New Journalism, di tutto quello che oggi chiamiamo narrativa del reale.
Per questo Guerriero lo insegue: Capote è il suo padre fondatore.
“Si racconta che Truman Capote abbia finito di scrivere A sangue freddo in una bellissima villa sulla Costa Brava, lontano dal festivo caos di New York, e dal freddo del Kansas”.
È proprio lì, a Palamós, che Guerriero lo va a cercare. Perché lì Capote si è rifugiato per la stesura definitiva del suo romanzo-verità.
È qui che entra il tema dei “fantasmi” del titolo. A sangue freddo dà tutto a Capote: 4 milioni di copie, fama mondiale, feste con i Kennedy, la copertina del TIME. E gli toglie tutto.
Dopo il 1966 non scriverà mai più un capolavoro. Si rifugia nel jet-set, nell’alcol, nel chiacchiericcio.
Mette alla fine in campo il progetto infinito e distruttivo di Preghiere esaudite (Answered Prayers), il romanzo attraverso il quale tradirà tutti i suoi amici ricchi, mettendone in piazza, senza particolari accortezze di camuffamento, i fatti privati, con il risultato di venire subito emarginato, da pioniere a paria in un attimo.
Il libro della Guerriero è un libro breve, secco. Non aggiunge fatti nuovi, ma indaga a fondo su un aspetto importante: cosa succede a chi ha il coraggio – o l’incoscienza – di inventare un genere per raccontare il male?
Il libro si concentra su un particolare della vicenda: la scelta di Capote di completare e pubblicare il libro solo dopo l’impiccagione dei due assassini. Ha bisogno della loro morte per chiudere la storia. Li frequenta in carcere per anni, diventa confidente soprattutto di uno dei due, Perry Smith – un ragazzo sensibile, abbandonato, che gli ricorda se stesso da bambino – lo aiuta con gli avvocati, gli promette di essere presente all’esecuzione (promessa che non manterrà).
Quella esecuzione alla fine diventa un evento atteso e desiderato dallo scrittore che vuole chiudere il suo romanzo, essendo al tempo stesso, però, un fatto doloroso e lacerante per l’uomo che ha creato con i due condannati un rapporto di confidenza e amicizia
Il libro è molto più di un reportage letterario: Guerriero rilegge le carte, intervista chi ha conosciuto Capote negli ultimi anni, quelli dell’alcol, del jet-set, del libro mai finito, Preghiere esaudite. Ma soprattutto parla con i suoi stessi fantasmi: la paura di sfruttare le storie degli altri, il confine sottile tra empatia e voyeurismo, la solitudine di chi osserva per professione.
Nel libro non c’è alcun tipo di mitizzazione. Capote è descritto come un uomo geniale, ma anche insopportabile. Tenero, ma a volte pure crudele. Come un maestro nell’arte di camuffare se stesso ma anche come un uomo divorato da quello stesso dono.
Devi fare login per commentare
Accedi