Cronaca
Viaggio di un giallista a Garlasco, “villaggio delle tombe” e luogo del delitto
Note di viaggio nel metaverso narrativo della provincia Italiana
In Italia quattro abitanti su dieci vivono in pianura Padana. La metà della popolazione risiede nei grandi centri urbani e nelle città metropolitane come Roma, Milano, Napoli e Torino che, unite alle altre sei più grandi province,sommano circa venti milioni di persone. Il dodici percento degli italiani invece vive in montagna, nei paesi sparsi lungo la dorsale appenninica o nelle cittadine aggrappate alle pendici alpine: ben sette milioni di persone, due in più di tutti gli abitanti della Nuova Zelanda!
Ma al di là dei numeri e della distribuzione territoriale dei suoi abitanti, l’identità culturale del nostro paese mantiene tuttora un tratto distintivo fortemente provinciale, influenzato dalle tradizioni locali, dall’imprinting enogastronomico e dialettale. Il racconto della Provincia da decenni contraddistingue la produzione dei romanzi polizieschi nostrani. Da autori che hanno portato il noir metropolitano nel cuore della letteratura, come De Angelis, Gadda, Scerbanenco, Fruttero & Lucentini e Buzzati, a una proposta localistica che – dopo l’esplosione del Montalbano di Camilleri e, più in generale, del giallo mediterraneo a livello europeo – ha trovato la definitiva consacrazione pubblica nel favore dei lettori. Il risultato è che oggi, a raccontare l’Italia nei romanzi gialli, a narrare il male che ci circonda, è una molteplicità di voci autoriali che portano sulla pagina diverse soggettive regionali e metropolitane. Una sorta di caleidoscopio nazionale del mistero, che ad ogni giro ricompone un nuovo mosaico: la somma delle anime nere del paese, un riflesso inquieto che ci restituisce l’istantanea di chi siamo realmente. La forza di questogenere letterario risiede proprio nella capacità dei suoi migliori autori di rinnovare le parabole umane dei loro protagonisti e di proporre ai lettori interrogativi sul rapporto tra società e crimine, tra delitto e castigo, tra umanità e cinismo, tra cittadini e sistema giudiziario.
Che poi sono gli stessi ingredienti che da anni alimentano l’ossessiva attenzione del pubblico e dei media – morbosa, incancrenita e vieppiù violenta – nei confronti di delitti di cronaca nera, e che negli ultimi mesi abbiamo visto circondare la riapertura delle indagini attorno all’omicidio di Chiara Poggi. Si è creata, intorno a questo annoso e triste caso giudiziario, una diabolica sommatoria della palese sciatteria investigativa delle indagini del passato e del ragionevole dubbio del popolo che oggi (giustamente!) pretende risposte illuminanti sui troppi passaggi oscuri che ancora ombreggiano la storia. Lungi da me entrare nel dibattito mediatico e giudiziario che trova spazio quotidiano sui media nazionali e inonda di dirette e approfondimenti il web, YouTube e i social. Piuttosto, del caso, mi ha sempre interessato l’aspetto letterario: la manifestazione improvvisa di una ferocia assassina di quella portata nel bel mezzo di un pacifico agosto italiano; l’avvento del Male nella ristretta dimensione di un paesone della bassa lombarda; diciotto anni di omertà e chiacchiera da bar; l’affannosa ricerca di una soluzione a portata di mano, che ripristinasse il prima possibile lo status quo di una vita sempre uguale a se stessa.
Quindi ci sono andato di persona a Garlasco, a fine marzo 2025, quando la nuova indagine della procura di Pavia su Andrea Sempio non era ancora nota. In quel momento stavo pensando a un nuovo romanzo che contemplava un’ampia parte della storia ambientata in un paesino della provincia padana. La curiosità professionale, unita a una strana premonizione anticipatrice, mi ha spinto ad andare laggiù. Per vedere di persona. Per rubare, da scrittore, le sensazioni del luogo. In fondo Garlasco somiglia (narrativamente) a uno di quei posti che Stephen King definisce “luoghi del male”. Il cui karma angoscioso non nasce da mostri sovrannaturali, ma dall’isolamento piccolo borghese, dallalenta decadenza della provincia e dalle paure radicate nella psiche che diventano demoni collettivi. Località come Derry(il teatro di It), Castle Rock o l’Overlook Hotel in Shiningsono specchi oscuri di traumi come l’adolescenza o il lutto,paure che rosicchiano giorno dopo giorno l’essenza della vita e trasformano il quotidiano in incubo. Il male è un’infezione che si radica nel territorio e diventa entità geografica. Cittadine concepite come “spugne” che assorbono la negatività e l’indifferenza umana, risvegliandosi ciclicamente per nutrirsi dell‘orrore delquotidiano. Sovente i veri luoghi dell’orrore sono quelli in cui siamo più inconsapevolmente vulnerabili: le case in cui viviamo, la stanza da letto chiusa a chiave, o la piccola comunità in cui tutti sanno tutto di tutti, spesso soffocando la libertà del singolo individuo in un abbraccio mortale.Teatri perfetti dove mettere in scena la lotta eterna tra la luce, spesso rappresentata dai personaggi più vulnerabili o dai bambini, e le tenebre.
Luoghi dove accadono Stranger Things.
L’avvicinamento a Garlasco avviene lungo provvisori ponti di barche che attraversano il Ticino, controluce argentei di risaie in cui becchettano gli aironi, brume appiccicose come ragnatele che inghirlandano un cielo mesto limitato da orizzonti indistinti. La cittadina si allunga fino a piazza della Repubblica e poi si inerpica sulla collina del santuario della Bozzola. Le sue origini urbane sono millenarie e risalgono all’epoca pre romana. Il suo nome deriverebbe dall’antico termine celtico karl-eski traducibile come “villaggio delle tombe” o “città della cremazione”, un toponimo davvero inquietante alla luce dei fatti. Girando per le sue strade si sfiorano ville liberty consegnate all’incuria, siti industriali ormai abbandonati da tempo. Ogni tanto si sentono scampanellii di biciclette che svaniscono nel nulla prima che tu possa vederle. Avvicinandosi alla villetta della famiglia Poggi si riconoscono i posti tanto noti agli appassionati del caso giudiziario. All’angolo con via Pavia, la pensilina scrostata di un distributore della Esso nasconde a malapena il profilo della caserma dei Carabinieri. Poi il piccolo e trafficato supermercato Famila e infine, prima della distesa delle campagne, ecco via Pascoli. Una strada a fondo chiuso di una sessantina di metri in cui è impossibile non vedere, non essere visti. Tant’è che appena il motore della mia moto tace scorgo un movimento all’interno della villa della famiglia di Chiara Poggi, a una decina di metri sulla mia sinistra. Una porta che si apre, una donna che avanza nel giardino. È la mamma, la signora Rita Preda. Mi guarda, si nasconde dietro il filo del cancello e mi studia a lungo. Io resto lì, a cavalcioni del sellino. Ci guardiamo. Per un attimo sono tentato di spiegare la ragione della mia presenza. Poi, sottoposto a quella pervicace e insistita ispezione mi sento in imbarazzo. Abbasso la visiera e dissimulo, fingo una telefonata: «Ciao… no! Devo aver sbagliato strada. Ah, capito… Arrivo subito». Il rombo del motore mi aiuta. Distolgo lo sguardo e mi allontano da un luogo del delitto su cui non tornerò mai più.
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