Questione islamica
Padre Hamel, il martire dimenticato dalla nostra paura di dire la verità
Padre Jacques Hamel fu ucciso mentre celebrava la Messa. Ricordarlo significa avere il coraggio di chiamare il male con il suo nome, senza rinunciare al dialogo né cedere ai pregiudizi.
Ci sono martiri che la Chiesa proclama beati e martiri che l’Occidente preferisce dimenticare. Padre Jacques Hamel appartiene a entrambe le categorie.
Fu assassinato il 26 luglio 2016 mentre celebrava la Messa. Non morì in una guerra, non fu vittima di un gesto insensato. Fu ucciso perché era un sacerdote cattolico, davanti all’altare, da due jihadisti che ritenevano di compiere un atto gradito a Dio. Il loro obiettivo era chiaro: colpire il cristianesimo nel suo luogo più sacro.
Eppure, già poche ore dopo quel delitto, cominciò l’opera di anestesia delle coscienze. Il problema non era più il jihadismo, ma il rischio di “strumentalizzare”. Non era più l’odio ideologico contro i cristiani, ma la necessità di ribadire che “non bisogna generalizzare”. Un’affermazione giusta, certamente, ma spesso utilizzata come una scorciatoia per evitare la domanda decisiva: quale ideologia aveva armato la mano degli assassini?
L’Europa contemporanea sembra aver sviluppato una curiosa incapacità: quella di nominare il male quando esso si presenta rivestito di motivazioni religiose. Si preferiscono formule neutre, linguaggi burocratici, analisi sociologiche. Si parla di marginalità, di disagio, di radicalizzazione. Tutto vero, ma non sufficiente. Il jihadismo è anche un fenomeno ideologico che utilizza riferimenti religiosi per legittimare la violenza e costruire un progetto politico totalitario. Ignorarlo significa comprenderlo meno, non di più.
La distinzione tra Islam e islamismo è necessaria e irrinunciabile. Sarebbe profondamente ingiusto identificare oltre un miliardo di musulmani con il terrorismo. Ma proprio perché questa distinzione è essenziale, non si può fare il passo successivo e negare l’esistenza del problema. La paura di offendere qualcuno non può trasformarsi nella rinuncia a descrivere la realtà.
Su questo punto anche la Chiesa dovrebbe interrogarsi.
Il dialogo interreligioso è una dimensione importante della sua missione. Ma ogni strumento rischia di diventare un’idolatria quando viene trasformato in un fine assoluto. Il dialogo non può essere pagato al prezzo del silenzio. Non può comportare l’autocensura ogni volta che si parla delle persecuzioni anticristiane, del fondamentalismo islamista o della mancanza di libertà religiosa in numerosi Paesi.
La carità non consiste nel tacere. La carità consiste nel dire la verità senza odio. E la verità è che oggi milioni di cristiani vivono in condizioni di discriminazione o persecuzione, spesso in contesti dove l’estremismo islamista esercita un’influenza rilevante. Riconoscere questo dato non significa accusare tutti i musulmani; significa rifiutare una narrazione che, per paura del conflitto, finisce per oscurare la sofferenza delle vittime.
Il caso di padre Hamel è emblematico. La sua figura è stata rapidamente ricondotta entro il rassicurante linguaggio della fraternità universale, quasi che il modo migliore per onorarne il sacrificio fosse evitare qualsiasi riflessione sulle cause del suo assassinio. Ma un martire non rende testimonianza soltanto alla pace; rende testimonianza anche alla verità. Separare le due cose significa impoverire entrambe.
Il cristianesimo non ha bisogno di privilegi, ma nemmeno di complessi di inferiorità. Difendere la libertà religiosa, chiedere reciprocità, denunciare il terrorismo jihadista e ricordare i cristiani perseguitati non è incompatibile con il dialogo. È la condizione perché il dialogo sia autentico e non una formula diplomatica.
Il sangue di padre Jacques Hamel continua a porre una domanda scomoda: il dialogo serve a cercare insieme la verità oppure è diventato, almeno in alcune circostanze, un rifugio per evitare le verità che disturbano?
Finché questa domanda resterà senza risposta, il rischio è che la memoria del suo martirio venga onorata nelle celebrazioni e tradita nella coscienza. E un’Europa che non ha il coraggio di chiamare il male con il suo nome difficilmente saprà difendere la libertà che dice di voler custodire.
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