Immigrazione
Jeosphera: il dio delle carte e il palazzo della prefettura di Bari
Visioni di un operatore sociale migranti una mattina a lavoro.
Jeoshp in realtà si chiama Joseph, è altissimo e stretto nelle spalle. Ha il corpo di chi era largo e massiccio, ma son tipo due settimane che vomita tutto ciò che mangia e si è rinsecchito all’improvviso. Evidentemente in questura hanno sbagliato a scrivere il suo nome, e tutti i funzionari dopo, nelle molteplici trascrizioni dei suoi dati, hanno ripetuto diligentemente l’errore, perché se correggi inceppi la macchina, e quindi adesso Joseph si chiama Jeoshp. Questa particolarissima forma di stupidità è vista come un’alta virtù dalle forze dell’ordine. Joseph (noi non ci prostreremo al loro potere) è un sud sudanese ma, sempre grazie all’alacre prepotenza della questura, adesso risulta sudanese, poiché non avevano aggiornato il sistema alla secessione. Queste varie sviste e orrori hanno dato modo alla nascita di tre codici fiscali diversi, il risultato è che ora per lui è impossibile fare qualsiasi cosa. Inoltre si dà il caso che Joseph sia scemo come un posacenere, dice sì a qualsiasi cosa, annuisce facendo finta di aver capito e non capisce mai niente. È nato il 9 luglio, così almeno dicono i suoi documenti. È il secondo sud sudanese con cui ho a che fare a lavoro, e ricordo all’improvviso che anche il primo era nato il 9 luglio. Vado a controllare su wikipedia e guarda un po’, la data di fondazione del sud Sudan è il 9 luglio. Non mi degno di chiedere conferma: in questura non scrivono la data di nascita del tizio di fronte a loro, neanche gliela chiedono, anche quando la comunicazione è possibile. I sud sudanesi che passano dalla questura di Bari sono nati il 9 luglio e basta. Così ha deciso la burocrazia. Per lo stesso motivo la stragrande maggioranza degli extracomunitari (altra espressione ridicola) sono nati il primo gennaio. Cosa che nel campo profughi di Katsikàs, ma anche altrove, causava un certo tripudio ulteriore a ogni capodanno. Mi ha sempre divertito il fatto che mia madre fosse nata anche lei il primo gennaio, però lei veramente. A Bari a ogni capodanno si buttano dalla finestra le cose vecchie, ora meno, ma all’epoca dei miei nonni era una tradizione importantissima e folle. E per cose vecchie si intende qualsiasi cosa. Mio nonno amava raccontare di quando dall’ospedale mia nonna, che aveva appena partorito mia madre, lo mandò a prendere degli asciugamani a casa, e lui, allo scoccare della mezzanotte, dovette fare lo slalom tra frigoriferi e scrivanie che piovevano dal cielo. Anche gli abitanti del campo profughi di Katsikas avevano fatto lo slalom tra cose che piovevano dal cielo, ridendo meno. Il palazzo della prefettura di Bari è bellissimo, una immensa cattedrale al dio invisibile delle carte. È un castello enorme con giardino, custodito da un passaggio a livello e due poliziotti che fanno da sacrestani al mistero. Fuori un tripudio di piante, colonne, porticati e capitelli, dentro ci sono solo scaffali a perdita d’occhio in sale enormi e altissime, per il resto completamente vuote, dove ripiani e mensole formano lo scheletro dell’unico infinito archivio che custodisce le richieste di ricongiungimento di tutti gli sfigati che per un motivo o per un altro hanno deciso di spostare la loro famiglia a Bari, sventurata idea. I faldoni che affollano gli armadi sono le piaghe del mantice di una fisarmonica, ripieni delle storie di afghani, bengalesi e siriani. Una mattina verso le 11, strafatto dal caldo e dalla noia, nella mia mente presero a gonfiarsi e sgonfiarsi ritmicamente, soffiando l’aria sbuffante nei corridoi vuoti e tristi che pulsavano insieme alle luci al neon. Tutto il palazzo della Prefettura di Bari si riempì di quell’ossigeno musicale, gonfiandosi come un palloncino, mentre alcuni faldoni cominciavano a perdere fogli. I moduli di ricongiungimento fluttuavano nell’aria e il vento dentro ai corridoi si faceva sempre più forte. Nelle raffiche alcuni moduli si scontravano nell’aria, ricongiungimenti mai successi nel mondo si concretizzavano tra i moduli. La domanda compilata da Jalal si incontrò con la terza richiesta di Hekmatullah e danzavano nell’aria rarefatta e torrida di luglio. Laddove altrove i corpi di Jalal e Hekmatullah erano fatti di carne, lì erano fogli. Interi organismi biologicamente composti da pagine accartocciate, moduli precompilati, richieste ignorate. Fantocci di stracci, tessere, carte e plastificati, che si muovono nella penombra di corridoi desolati. Gli spettri della burocrazia informe, i fantasmi di tutte le storie che affollano i moduli, nessuna storia vera e sentita e reale, percepita sulla carne e nelle ossa. I ricongiungimenti possibili sembrano essere solo quelli tra fogli. Pagine e pagine mai lette formano un unico corpo che si muove e non va mai da nessuna parte e alla fine un soffio di vento li disperde nell’aria.
Manichino rivestito di richieste di asilo politico, ricongiungimenti familiari, permessi di soggiorno e richieste di documenti dei migranti di Bari, ad opera dell’autore, 2026.

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