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Il prezzo di saltare la fila
Viaggio nella prestazione agevolata che sta cambiando la maniera di curarsi degli Italiani. Accorciando le file d’attesa e alleggerendo le tasche dei pazienti.
C’è un istante, nell’esperienza di chiunque abbia provato a prenotare una visita specialistica con il Servizio Sanitario Nazionale (SSN), in cui l’operatore del CUP (Centro Unico di Prenotazione) pronuncia una frase che suona più o meno così. “Con l’impegnativa, prima data disponibile è tra sette mesi. Se vuole, però, c’è anche un altro canale”. Da quel momento in poi, il paziente entra in un territorio che la legge italiana non ha mai davvero definito. Il mercato sanitario però lo ha imparato a chiamare con nomi diversi a seconda della città in cui si vive. A Roma si chiama Tariffa Amica. In Lombardia si dice tariffa “agevolata”, “smart” o, nel gergo più crudo di alcuni pazienti e medici, “solventino”. A Bologna, chi è iscritto alla rete giusta, lo trova sotto forma di sconto associativo. Sono nomi diversi per lo stesso oggetto. Una prestazione sanitaria erogata da una struttura pubblica o accreditata con il SSN, ma **fuori** dal circuito di rimborso pubblico, a un prezzo intermedio tra il ticket e il listino privato pieno.
Ho passato le ultime settimane a ricostruire questo fenomeno (dove nasce, chi lo pratica, quanto costa, e soprattutto quanto ci costa come collettività anche quando sembra un affare privato tra il paziente e la clinica). Quello che ho trovato è un sistema che si è auto-organizzato in una zona grigia che nessuna norma nazionale disciplina in modo specifico. Dentro quella zona grigia convivono, a seconda della struttura, un legittimo prodotto commerciale scontato e, in altri casi documentati da non meno di tre Corti dei Conti regionali, una Corte Costituzionale e ora l’Autorità Nazionale Anticorruzione (ANAC), un meccanismo che sposta risorse pubbliche verso il canale a pagamento.
## Un nome diverso in ogni città, lo stesso identico meccanismo
Il caso più visibile è quello del Lazio. L’Istituto Dermopatico dell’Immacolata (IDI), IRCCS romano (Istituto di Ricovero e Cura a Carattere Scientifico, cioè un ospedale di alta specializzazione riconosciuto dal Ministero della Salute), ha battezzato “Tariffa Amica” tutte le prestazioni specialistiche erogate in libera professione. La pubblicizza apertamente come alternativa ai tempi del SSN. Prenotazione via app, referti rapidi, un prezzo che dichiarano “economico”. Nello stesso quadrante della sanità romana, la Fondazione Policlinico Universitario Campus Bio-Medico applica la stessa logica con due varianti. “Tariffa Amica” per i pacchetti di prelievi ed esami e “Tariffa Agevolata” per il poliambulatorio di Porta Pinciana, dove (recita la comunicazione ufficiale) si può prenotare “anche senza impegnativa del medico”. L’Ospedale Israelitico di Roma dichiara che la propria tariffa agevolata è “di poco superiore” al tariffario regionale. Un’affermazione che, come vedremo più avanti con i numeri alla mano, non regge sempre al confronto con i prezzi reali.
Sempre a Roma, il Gemelli Isola la chiama “Privato Sociale”. Una tariffa inferiore alla libera professione dei singoli medici, poco sopra il ticket regionale, anche qui senza possibilità di scegliere il medico. Vale la pena annotare un dettaglio per chi, come me, si chiedeva quanto convenga davvero. Nel Lazio il ticket per una visita specialistica (comprensivo della quota fissa digitalizzata) può sfiorare i 40-50 euro per il paziente non esente. Una “tariffa sociale” a 60-70 euro si posiziona quindi non tanto come sconto sociale, ma come un vero e proprio “ticket premium” per chi vuole saltare la fila pagando relativamente poco di più.
E il fenomeno non è solo romano o lombardo. A Palermo, la Casa di Cura **Buccheri La Ferla** applica una propria “**Solvenza Sociale**”, che non richiede nemmeno l’impegnativa del medico di base. È un primo riscontro concreto, seppur isolato, nella mappatura siciliana che più avanti segnalo come ancora incompleta. Un controesempio interessante arriva invece dalla Casa di Cura Ambrosiana, che (a differenza della norma generale “niente scelta del medico in tariffa agevolata”) consente di esprimere una preferenza anche a tariffa scontata. È la prova che la rinuncia alla scelta del medico, dove esiste, è una scelta aziendale per comprimere i costi dell’onorario individuale, non un vincolo di legge.
Spostandosi in Lombardia, il nome cambia ma la sostanza no. Il gruppo MultiMedica ha inventato la propria versione della tariffa agevolata già nel 2003, con una motivazione dichiarata dalla stessa azienda che vale la pena riportare per la sua onestà brutale. Il canale a pagamento nasce perché alcune prestazioni sono “contingentate per problematiche di rispetto dei budget assegnati annualmente dal Servizio Sanitario Regionale”. Tradotto. Quando i soldi pubblici stanziati per quella prestazione finiscono, la struttura non chiude gli sportelli. Apre un canale a pagamento. A questo si affianca il servizio “Tempo Zero” per alcune diagnostiche senza prenotazione. Va notato un dettaglio non irrilevante. In regime di tariffa agevolata **non si può scegliere il medico**; la prestazione è resa dall’équipe di reparto, a differenza della libera professione individuale classica.
E qui c’è un dettaglio che segnala quanto il fenomeno si sia evoluto da rimedio artigianale a strategia industriale. Il Gruppo Ospedaliero San Donato (diciannove ospedali tra cui l’IRCCS Policlinico San Donato) ha lanciato le “GSD Smart Clinic”. L’amministratore delegato ne parla come del “prezzo minimo per una prestazione di qualità ospedaliera” e dichiara l’ambizione di farne un network a livello nazionale. Le caratteristiche dichiarate (apertura anche nel weekend, accesso diretto senza impegnativa tranne che per i prelievi, l’obiettivo esplicito di diventare “un network a livello italiano”) descrivono non più un aggiustamento locale, ma un vero e proprio piano industriale che un grande gruppo ospedaliero mette a bilancio.
Da tenere distinto concettualmente, perché altrimenti si rischia di mettere insieme cose diverse. **Humanitas** utilizza l’etichetta “tariffa agevolata” in un’accezione più tradizionale. Non un listino aperto a chiunque, ma uno sconto riservato a dipendenti, studenti o iscritti di enti convenzionati con l’ospedale, un meccanismo B2B più vicino alle polizze sanitarie integrative. Lo stesso vale per la rete che ho trovato a Bologna, gestita da un ente chiamato **EMEC**. Una lista di cliniche, laboratori, centri di fisioterapia e persino stabilimenti termali convenzionati, con sconti dal 5% al 20% riservati agli iscritti (l’Ospedale Privato Sant’Anna Viola applica il 5-10% sull’intero listino, le Terme di Cervia il 20% sull’ingresso). Ci sono quindi almeno due famiglie di “tariffa agevolata”. Quella aperta a chiunque si presenti allo sportello (Tariffa Amica, San Donato Smart Clinic, MultiMedica) e quella riservata a chi ha un’affiliazione con un ente terzo (Humanitas, EMEC). È la prima famiglia, quella “walk-in”, a essere politicamente più delicata, perché non richiede alcuna appartenenza. Basta avere in tasca la cifra giusta.
## “Solventino”: quando la stessa parola indica un prodotto e una tangente
A Milano, o comunque in area lombarda, il termine gergale è “solventino”. È un diminutivo che deriva da un’espressione amministrativa vecchia quanto la sanità italiana, “regime di solvenza”, con cui si indica da sempre il paziente che paga privatamente, in contrapposizione al paziente SSN. Ho trovato questa terminologia usata sistematicamente in strutture come il San Raffaele, lo IEO, la Clinica Polispecialistica San Carlo, la Clinica Madonna delle Grazie, tutte dotate di un proprio “reparto solventi” o “ufficio ricoveri solventi”. Il diminutivo indica, letteralmente, “una piccola solvenza”, cioè una versione ridotta della tariffa privata piena.
Ho trovato due usi completamente diversi dello stesso termine, ed è proprio questa doppiezza a renderlo, a mio parere, il caso più rivelatore dell’intera inchiesta. Da un lato, l’Istituto Clinico San Carlo di Busto Arsizio (provincia di Varese) pubblicizza sul proprio sito ufficiale una vera e propria “tariffa SOLVENTINO” per gli esami ecografici. Un prodotto commerciale dichiarato, a listino, esattamente equivalente alla Tariffa Amica romana. Stesso meccanismo, stessa promessa di accesso “senza attese” a un costo ridotto rispetto alla tariffa privata piena. Dall’altro lato c’è un racconto completamente diverso, che riporto qui con tutte le cautele perché resta un’opinione personale, non un fatto accertato. Un medico di medicina generale, in un editoriale del 2016 diventato piccolo caso online, ha usato per il solventino la parola “tangentina”: secondo il suo racconto personale, un sovrapprezzo informale (parla di cifre attorno ai 60 euro, “una via di mezzo tra il costo del ticket e l’onorario dello specialista”) che alcune cliniche convenzionate, non meglio identificate nel suo testo, avrebbero chiesto **non a listino pubblico, ma su richiesta**, per garantire priorità nella prenotazione. Nella sua ricostruzione, il paziente si presenta allo sportello, gli viene detto che con la mutua i tempi sono lunghissimi ma “privatamente questa settimana”, e cede. Lo stesso medico lo ha definito, sempre nel suo editoriale, un “ricatto spesso non voluto ma talvolta pilotato”: parole sue, un giudizio personale che riporto perché racconta come il fenomeno viene percepito da chi lo osserva dall’interno della professione, non un’affermazione che l’articolo fa propria. Una testimonianza di un altro paziente, in un diverso forum, descrive un episodio che il suo autore presenta come simile: un sovrapprezzo tra i 5 e i 70 euro, mai offerto spontaneamente dall’addetto alla prenotazione secondo il suo racconto, ottenibile solo chiedendolo esplicitamente.
Va detto con la massima chiarezza che non ho trovato alcun accertamento giudiziario o amministrativo che confermi questi racconti, né che identifichi quali cliniche siano coinvolte. Le uniche fonti per questa seconda versione del solventino sono un’opinione pubblicata online e una testimonianza di un lettore in un forum: non sentenze, non atti amministrativi, non un’inchiesta giornalistica verificata sul campo. Nulla di quanto riportato in questo paragrafo va letto come un’accusa rivolta a questa o quella struttura sanitaria, né come prova che la pratica descritta sia diffusa o rappresentativa del comparto delle cliniche convenzionate nel suo complesso. Resta però un fatto interessante, sul piano linguistico e giornalistico, che la stessa parola possa comparire tanto in un listino ufficiale (il caso di Busto Arsizio) quanto nel racconto critico di chi, dall’interno della professione medica, sceglie di definirla con toni così duri.
## Il vuoto normativo che le istituzioni cominciano a riempire (ma solo ora)
Nessuna di queste etichette commerciali ha una base legislativa propria. Alcune si appoggiano, esplicitamente, all’Attività Libero-Professionale Intramuraria (ALPI), la cui disciplina si è stratificata nel tempo. Prima il decreto legislativo 502 del 1992, che per primo ha permesso ai dirigenti sanitari del SSN di esercitare a pagamento dentro le strutture pubbliche fuori dall’orario di servizio. Poi il decreto legge 223 del 2006, che ha imposto alle Regioni di garantire un “corretto equilibrio” tra attività istituzionale e libero-professionale. Infine la legge 3 agosto 2007, n. 120, che resta oggi il testo di riferimento e che consente l’ALPI in strutture interne all’azienda oppure, se esterne, solo in strutture **non accreditate** con il SSN (proprio per evitare che il canale a pagamento si sovrapponga a quello convenzionato).
Qui però va fatta una distinzione che, controllando i testi normativi, ho trovato più netta di quanto pensassi all’inizio di questa inchiesta. Una distinzione che cambia, in parte, la lettura di tutto il capitolo precedente. L’articolo 1, comma 5, della legge 120/2007 elenca con precisione i soggetti a cui l’ALPI si applica. Aziende sanitarie locali, aziende ospedaliere, aziende ospedaliero-universitarie, policlinici universitari a gestione diretta e **IRCCS di diritto pubblico**. L’IDI, come risulta dai decreti di accreditamento della Regione Lazio, è invece esplicitamente un “istituto di ricerca e cura a carattere scientifico **privato**”, di proprietà della Fondazione Luigi Maria Monti, ente morale legato alla Congregazione dei Figli dell’Immacolata Concezione. Lo stesso vale, con ogni probabilità, per il Campus Bio-Medico (una fondazione privata) e per i grandi gruppi come MultiMedica e San Donato, anch’essi soggetti privati accreditati, non aziende sanitarie pubbliche.
La conseguenza è che, a rigore, la Tariffa Amica erogata da questi soggetti **non rientra nel perimetro di applicazione formale dell’ALPI** come definita dalla legge 120/2007. È attività commerciale privata svolta da personale dipendente di un ente di diritto privato, non libera professione di dirigenti sanitari pubblici disciplinata da quella specifica normativa. Questo, lungi dal rendere il fenomeno più tranquillizzante, lo rende semmai più preoccupante. Significa che la Tariffa Amica nella sua versione più pubblicizzata non è necessariamente soggetta nemmeno alle poche tutele che la legge impone all’ALPI vera e propria (i tetti sui volumi, l’obbligo di versamento al Fondo Balduzzi, la centralizzazione delle prenotazioni tramite CUP unico introdotta dal decreto liste d’attesa). Vive, semmai, in un vuoto normativo ancora più ampio di quello che la sola parola “ALPI” lascerebbe intendere.
C’è, in realtà, una base giuridica più semplice e più trasversale che spiega perché il fenomeno esista a prescindere dall’ALPI. Gli articoli 8-bis, 8-quater e 8-quinquies del decreto legislativo 502/1992, quelli che disciplinano l’accreditamento e gli accordi contrattuali tra Regioni e strutture, pubbliche o private. È questa la cornice che fissa, per ogni struttura accreditata, un tetto di spesa oltre il quale il SSN non rimborsa più nulla. La giurisprudenza amministrativa e contabile ha più volte ribadito che la struttura non è obbligata a erogare prestazioni oltre quel budget, né può pretendere il pagamento dall’azienda sanitaria se lo fa comunque. Esaurito il tetto, i posti “a carico SSN” semplicemente finiscono. È esattamente il meccanismo che MultiMedica dichiara apertamente come origine della propria tariffa agevolata. Fuori da quel tetto di spesa, il prezzo è libero. Il nomenclatore tariffario nazionale vincola infatti solo le prestazioni effettivamente a carico del SSN, non quelle erogate privatamente da chi ha esaurito il proprio budget regionale o da chi, come IDI e Campus Bio-Medico, decide semplicemente di offrire un canale commerciale parallelo. È un meccanismo di “ottimizzazione della capacità produttiva residua” perfettamente legittimo sul piano formale, che non richiede alcuna violazione di legge. Il che rende, se possibile, ancora più interessante chiedersi se sia anche equo.
L’ALPI in senso stretto, quella effettivamente disciplinata dalla legge 120/2007 e sorvegliata da Corte Costituzionale e Corte dei Conti, si applica invece con certezza solo ai casi (documentati più avanti in questo stesso capitolo) che coinvolgono enti di diritto pubblico. L’Azienda Provinciale per i Servizi Sanitari di Trento, le Ausl di Piacenza e Modena, le aziende ospedaliero-universitarie di Ferrara, Parma e Bologna, il Policlinico di Palermo. È lì che la Tariffa Amica e le sue varianti non sono, a rigore, libera professione individuale nel senso classico. Sono listini scontati decisi dalla struttura nel suo complesso, applicati in équipe, senza possibilità per il paziente di scegliere il medico. Un modello concettualmente più vicino a un prezzo commerciale aziendale che alla libera professione pensata dal legislatore del 1992, sia quando si svolge formalmente dentro i confini dell’ALPI pubblica, sia quando se ne colloca semplicemente fuori.
Che questa torsione non sia priva di conseguenze lo dimostra un precedente diretto. Il 29 luglio 2024 la Corte Costituzionale, con la sentenza n. 153/2024, ha bocciato una legge della Regione Liguria che avrebbe permesso ai dirigenti sanitari pubblici di esercitare libera professione anche dentro strutture private accreditate (cioè esattamente nella zona grigia dove oggi vivono i listini scontati). La Corte ha ribadito che l’ALPI richiede una disciplina uniforme su tutto il territorio nazionale, sconfessando il tentativo regionale di allargarla.
### Un’indagine, non due casi isolati
Qui però la ricerca ha riservato la sorpresa più importante, quella che cambia il registro dell’intero pezzo. Non si tratta di due delibere isolate su due aziende sanitarie sfortunate. Nel 2025 la Sezione regionale di controllo della Corte dei Conti per l’Emilia-Romagna ha condotto un’**indagine sistematica sull’attività libero-professionale intramuraria svolta nel triennio 2022-2024 da praticamente tutte le principali aziende sanitarie della regione**. L’ho verificato direttamente sui documenti pubblicati in trasparenza dalla Regione. Azienda USL (Unità Sanitaria Locale, l’ente che gestisce i servizi sanitari su base territoriale) di Piacenza, Azienda USL di Modena, Azienda Ospedaliero-Universitaria (AOU, l’ospedale legato a una facoltà di medicina) di Ferrara, Azienda Ospedaliero-Universitaria di Parma, Azienda USL di Parma, AOU e AUSL di Bologna, Azienda USL della Romagna. Non è un controllo a campione su due mele marce. È un’istruttoria a tappeto su un intero sistema sanitario regionale.
I risultati più netti, tra quelli che sono riuscito a documentare, riguardano Piacenza e Modena. Con la delibera n. 120/2025/VSG, approvata nel settembre 2025 e relativa all’Ausl di Piacenza, i magistrati contabili hanno rilevato che l’aumento dell’attività intramoenia (quasi settantamila prestazioni nel 2024, in crescita rispetto alle circa 64.700 dell’anno precedente) potrebbe non derivare da una libera scelta dei pazienti, ma dall’incapacità del canale ordinario di garantire tempi accettabili. Sull’Azienda sanitaria di Modena, con la delibera gemella n. 123/2025/VSG, il rilievo è analogo, con l’aggravante del mancato raggiungimento degli obiettivi 2024 sui tempi d’attesa (90% di prestazioni nei tempi previsti contro l’86,5% effettivo). In entrambi i casi compare lo stesso rilievo, quasi identico nella formulazione. Il mancato utilizzo del cosiddetto **Fondo Balduzzi** (il 5% dei compensi da libera professione che la legge destina proprio all’abbattimento delle liste d’attesa istituzionali), con Modena che ne aveva speso solo 150mila euro su oltre 220mila disponibili nel 2022.
Le altre delibere che ho consultato (Ferrara, Parma, Bologna, Romagna) sono più tecniche e meno immediatamente “scandalistiche”. Riguardano soprattutto la regolarità dei regolamenti aziendali sull’ALPI, aggiornamenti mai completati, sistemi di contabilità analitica ancora da perfezionare. Ma confermano che il problema non è locale. È un tema strutturale su cui la Corte dei Conti ha ritenuto necessario aprire un fascicolo su un’intera Regione. Un dettaglio, tra tutti, mi pare la spia più onesta del problema. L’Azienda ospedaliero-universitaria di Bologna ha dichiarato ai magistrati contabili che il proprio regolamento sulla libera professione è “in corso di revisione in ragione dell’esigenza aziendale di destinare **maggiori spazi ambulatoriali e di ricovero all’erogazione delle prestazioni sanitarie in regime istituzionale** al fine del recupero delle liste di attesa”. È un’ammissione, sia pure indiretta, che gli spazi erano stati destinati in misura eccessiva al canale a pagamento a scapito di quello pubblico, e che ora si sta correndo ai ripari.
Un procedimento analogo esiste anche in Sicilia. La Sezione di controllo della Corte dei Conti per la Regione siciliana, con la deliberazione n. 28/2025/PRSS, ha condotto un controllo sui bilanci 2020-2022 dell’Azienda Ospedaliero Universitaria Policlinico “Paolo Giaccone” di Palermo, verificando tra l’altro il rispetto della regolamentazione ALPI. In questo caso specifico l’esito è meno allarmante di quello emiliano. L’ente ha rispettato il limite del 30% imposto dalla legge sulle remunerazioni per funzioni non tariffate e i ricavi da intramoenia risultano coprire i relativi costi, sia pure con margini di miglioramento sulla contabilità analitica per centro di costo. È un dato che aggiunge sfumatura, non conferma. Dimostra che il controllo istituzionale sull’ALPI esiste anche al Sud, ma non necessariamente rivela (almeno nel caso specifico controllato) le stesse criticità sistemiche trovate in Emilia-Romagna.
### Il caso Trento: quando il meccanismo economico viene descritto passo per passo
Il caso più esplicito di tutti, però, viene dalla Provincia autonoma di Trento, e merita un paragrafo a sé perché descrive con precisione chirurgica il meccanismo che altrove resta implicito. Una consigliera, Paola Demagri (Casa Autonomia), ha presentato un’interrogazione sull’utilizzo delle agende di libera professione per visite che erano nate come prenotazioni istituzionali (con ticket o esenzione). Secondo la sua ricostruzione, basata sulle risposte fornite dall’assessore alla Sanità Mario Tonina, l’azienda sanitaria provinciale, l’APSS (Azienda Provinciale per i Servizi Sanitari) ribattezzata ASUIT (Azienda Sanitaria Universitaria Integrata del Trentino) dal primo gennaio 2026, avrebbe dirottato pazienti già prenotati nel canale pubblico dentro le agende di intramoenia, remunerando il medico con la tariffa privata e coprendo la differenza con fondi pubblici. I numeri che cita (2.569 visite dirottate nel 2025, già 3.084 nei primi tre mesi del 2026, con una proiezione annuale sopra le 12mila) descrivono, se confermati, non un fenomeno marginale ma una prassi sistematica.
Il quotidiano online *il Dolomiti*, che ha dato conto per primo della risposta di Tonina, ha riassunto il meccanismo in una sequenza che vale la pena riportare per la sua chiarezza. Il cittadino crede di usufruire del servizio pubblico, il professionista viene pagato come se fosse un paziente privato, l’azienda registra comunque i costi come attività di libera professione, e alla fine è la Provincia a coprire la differenza attingendo a fondi pubblici. Un doppio binario che, secondo Demagri, “nasconde la polvere sotto il tappeto” invece di risolvere il problema delle attese. Per la consigliera, quella che dovrebbe essere una libera scelta del cittadino si è trasformata in “un ammortizzatore improprio” che il sistema usa “per non affogare nei ritardi delle liste d’attesa” (una “toppa d’emergenza”, nelle sue parole, più che uno strumento aggiuntivo). Il dato più allarmante, se confermato, è la velocità della crescita. La pressione sulle liste d’attesa registrata nel solo primo trimestre 2026 avrebbe già superato quella dell’intero 2025, con un’incidenza di queste visite “dirottate” sul totale delle prestazioni che, secondo una seconda testata locale che ha riportato gli stessi dati, sarebbe salita dal 2,38% al 10,34% in pochi mesi.
Una nota di cautela è doverosa. nel resoconto integrale della seduta del Consiglio provinciale del 14 aprile 2026, in cui Tonina ha risposto all’interrogazione, l’assessore premette di ritenere “doveroso precisare che gli importi citati nell’interrogazione non” corrispondono esattamente a quanto sostenuto da Demagri. Non sono riuscito ad accedere al testo integrale di quella precisazione, perché il sito del Consiglio provinciale blocca l’accesso automatizzato alle proprie pagine. È quindi possibile che la ricostruzione di Demagri, per quanto basata sui dati forniti dalla stessa Provincia e ripresa da due testate indipendenti, contenga sfumature o contestazioni da parte dell’assessore che non ho potuto verificare per intero. Chi scrive su questo caso in futuro dovrebbe recuperare il resoconto integrale per completezza.
È l’esatto rovescio della narrazione più comune sulla libera professione, secondo cui “non costa nulla alla collettività perché la paga per intero il paziente”. Qui, semmai, è il pubblico a pagare due volte. Una volta per finanziare la struttura, una seconda volta per coprire la differenza tariffaria di una prestazione che, sulla carta, sarebbe dovuta restare istituzionale.
Non è un caso isolato che si esaurisce in un botta e risposta istituzionale. Nelle settimane successive la vicenda si è inserita in una crisi più ampia della sanità trentina, con sindacati e opposizione che hanno chiesto le dimissioni del direttore generale dell’Asuit, Antonio Ferro, mentre lo stesso assessore Tonina ha dichiarato pubblicamente di sentirsi “responsabile” della situazione. Parole che Demagri ha bollato come una “formula di comodo” ripetuta “dopo decisioni sbagliate” e “dopo errori che ricadono sui cittadini”. Nel frattempo, l’obiettivo che la Provincia si era data di dimezzare le prestazioni sospese, portandole dalle 24mila iniziali a circa 10mila, non è stato raggiunto nei tempi previsti. Il caso Trento, insomma, non è più solo un episodio di contabilità opaca. È diventato il fulcro di una crisi politica che rischia di costare la guida dell’azienda sanitaria a chi la dirige.
### ANAC alza il livello: dalla cronaca regionale al rischio di sistema
A dare a tutto questo una cornice nazionale, e non più solo di cronaca regionale, è arrivato nel luglio 2026 un atto dell’Autorità Nazionale Anticorruzione (ANAC). Con la delibera 318 del 29 luglio 2026, l’Autorità ha approvato in via definitiva un **Catalogo dei rischi corruttivi e delle misure di prevenzione nel settore sanitario**, che le aziende sanitarie devono ora usare per costruire la sezione anticorruzione dei propri Piani Integrati di Attività e Organizzazione (PIAO, lo strumento con cui ogni amministrazione pubblica pianifica insieme obiettivi, personale e misure anticorruzione). Il documento nasce anche dalla Tassonomia sulle frodi e gli abusi in sanità elaborata dalla Fondazione GIMBE (Gruppo Italiano per la Medicina Basata sulle Evidenze, un think tank indipendente di ricerca sanitaria) nell’8° Rapporto sul Servizio Sanitario Nazionale (2025). Il Catalogo individua esplicitamente, tra i rischi da presidiare, l’allungamento ad arte delle liste d’attesa pubbliche per spingere i pazienti verso l’intramoenia o il canale a pagamento, lo stesso meccanismo denunciato a Trento, a Piacenza, a Modena. Il presidente dell’Authority, Giuseppe Busìa, ha reso noto che l’8% delle segnalazioni di whistleblowing ricevute da ANAC riguarda proprio la sanità, un comparto che pesa per circa il 25% della spesa complessiva in contratti pubblici.
Non è più, dunque, il sospetto isolato di un consigliere regionale, né la scoperta di un’unica Regione più vigilante delle altre. È un’autorità dello Stato che cataloga il fenomeno come rischio strutturale del sistema, dopo che un’indagine sistematica su un’intera Regione e un caso trentino ne avevano già documentato le manifestazioni concrete.
### Perché le strutture hanno interesse a spingere sul canale a pagamento: il contenzioso sul tariffario
Un ultimo tassello normativo aiuta a capire perché questo meccanismo, per quanto rischioso sul piano dei controlli, resti economicamente attraente per le strutture. Le stesse strutture accreditate, attraverso i loro sindacati di categoria (in particolare CIMEST e Feder SBV, due associazioni che rappresentano cliniche e laboratori privati accreditati con il SSN), hanno impugnato più volte davanti al TAR Lazio (Tribunale Amministrativo Regionale, il giudice competente per i ricorsi contro gli atti della pubblica amministrazione) i decreti tariffari nazionali, sostenendo che le tariffe SSN sono troppo basse rispetto ai costi reali di erogazione. Il decreto tariffario del 25 novembre 2024 è stato effettivamente annullato dal TAR Lazio per difetto di istruttoria (i dati sui costi non erano ritenuti sufficientemente aggiornati), prima che un nuovo decreto entrasse in vigore il 21 settembre 2026. È un contenzioso che, seppur non riguardi direttamente la Tariffa Amica, ne spiega bene la logica di fondo. Se il canale istituzionale viene giudicato dalle stesse strutture insufficiente a coprire i costi, il canale a pagamento, anche scontato rispetto al privato pieno, diventa la valvola di sfogo economica naturale.
Il decreto-legge “liste di attesa” (D.L. 7 giugno 2024, n. 73, convertito con modificazioni dalla legge 29 luglio 2024, n. 107) nasce proprio per intervenire su questo terreno. Istituisce presso AGENAS una Piattaforma nazionale delle liste di attesa e impone a tutti gli erogatori, pubblici e privati accreditati, di confluire in un Centro unico di prenotazione (CUP) regionale o infra-regionale, rendendo così tracciabile, almeno sulla carta, il confine tra prenotazioni istituzionali e prenotazioni in libera professione. Resta invece parte della disciplina generale dell’ALPI, precedente a questo decreto, il principio per cui le ore dedicate alla libera professione non dovrebbero superare quelle di attività istituzionale. Il decreto prevede comunque che, se la prestazione non viene erogata nei tempi di priorità clinica, l’azienda debba garantirla al cittadino anche tramite l’acquisto di prestazioni aggiuntive, in intramoenia o presso il privato accreditato. Di fatto si istituzionalizza, come “valvola di sicurezza” contro le liste d’attesa, lo stesso canale a pagamento che varie analisi indicano come non correlato, se non inversamente, a una reale riduzione dei tempi di attesa nel canale gratuito. I dati Agenas più recenti (2024) mostrano che l’ALPI rappresenta comunque una quota contenuta del totale delle prestazioni monitorate, circa il 7%, ma con fortissime differenze regionali e un trend di crescita. 5,14 milioni di prestazioni in ALPI nel 2024 contro 4,77 milioni nel 2019. I sindacati medici, ANAAO in testa, respingono l’equazione “meno libera professione uguale meno liste d’attesa”. Sostengono che i ricavi complessivi da ALPI sono in calo strutturale dal 2010 (da circa 1,264 miliardi di euro a una forbice più recente stimata tra 1,15 e 1,27 miliardi) e che il vero collo di bottiglia sta nel sotto-finanziamento del canale ordinario, non nella libera professione in sé stessa.
## I conti in tasca: quanto paghiamo noi, quanto non paga più lo Stato
Ed eccoci al punto che, da giornalista, mi interessava di più ricostruire con precisione. Chi versa cosa.
### La quota pubblica nel canale ordinario
Per una prestazione erogata nel canale SSN ordinario (pubblico o privato accreditato “per conto” del Servizio Sanitario) esistono due cifre distinte. C’è la tariffa nazionale, quella che lo Stato riconosce e paga alla struttura, aggiornata al 21 settembre 2026 con un decreto che, dopo l’annullamento del TAR Lazio della versione precedente, ha portato un aumento medio del 5,8% su 448 prestazioni ambulatoriali (più 222 codici di assistenza protesica), con un impatto aggiuntivo per il SSN stimato in circa 210,7 milioni di euro l’anno. E c’è il ticket, la quota a carico del cittadino non esente, quasi sempre più bassa della tariffa piena, con un tetto che nella maggior parte delle Regioni resta fermo a 36,15 euro per ricetta. **La differenza tra le due cifre è coperta dalla fiscalità generale**. È, in altre parole, il contributo dello Stato a ogni singola prestazione.
Per fare un esempio concreto, la tariffa nazionale di riferimento per una prima visita dermatologica è oggi di 26,40 euro (era 25,40 nel tariffario precedente). Per una visita cardiologica con elettrocardiogramma è 38 euro (era 33,60). Per una prima visita oculistica 26,80 euro (era 25,80). È la cifra che, tolto il ticket effettivamente pagato dal cittadino secondo le regole della propria Regione, viene coperta dallo Stato. Va detto, per correttezza, che l’aumento della tariffa nazionale non si traduce automaticamente in un aumento del ticket pagato dal cittadino. Resta il tetto regionale e restano le esenzioni, quindi l’aumento del costo per prestazione, quando c’è, viene assorbito quasi integralmente dalla componente pubblica.
### Il confronto reale: la visita dermatologica IDI
Ora mettiamo questa cifra accanto a quella che paga chi sceglie la Tariffa Amica per la stessa identica prestazione. Attraverso CUP24 (la piattaforma ex CupSolidale che aggrega oltre seimila strutture private in Italia e rende visibili i prezzi in tempo reale) ho trovato che l’IDI applica, per la prima visita dermatologica in Tariffa Amica, un prezzo di 80 euro. Il mercato privato puro a Roma, per la stessa prestazione, oscilla tra 60 e 150 euro tra oltre trenta centri censiti sulla stessa piattaforma. La Tariffa Amica, in questo caso concreto, non si colloca affatto vicino al costo pubblico, come promesso da alcune strutture come l’Ospedale Israelitico, ma quasi in fondo alla fascia del mercato privato. **circa tre volte la tariffa nazionale**, e con lo Stato che, in questo canale, non versa un solo euro. Fonti aggregatrici di minore affidabilità (siti di sintesi automatica, da trattare con cautela perché non giornalisticamente verificati) riportano per l’IDI anche cifre più basse. Circa 20-21 euro per la visita con impegnativa SSN, circa 36 euro per l’accesso diretto senza impegnativa. È un’ulteriore indicazione che il prezzo Tariffa Amica non è unico ma varia secondo il canale di prenotazione scelto (accesso diretto, Zerocoda, CUP24), la stessa opacità tariffaria di fondo che rende difficile per il cittadino orientarsi.
È un dettaglio che vale la pena scrivere per esteso, perché è il cuore politico della questione. Quando un paziente sceglie la Tariffa Amica, non sta scegliendo uno sconto sociale offerto dalla sanità pubblica. Sta comprando un prodotto commerciale, scontato rispetto al privato pieno, ma erogato, con ogni probabilità, usando in parte locali, macchinari e personale che sono anche, se non soprattutto, finanziati con fondi pubblici o legati al rapporto di accreditamento con il SSN. Il vantaggio economico per la struttura è duplice. Un ricavo aggiuntivo rispetto all’attività istituzionale, dove, come dimostra il contenzioso legale appena descritto, il margine è compresso, ottenuto con un prezzo comunque competitivo rispetto al privato puro per attirare chi non vuole aspettare.
### Dove vanno davvero i soldi della libera professione
Vale la pena, a questo punto, aprire una parentesi su come viene redistribuito il denaro nella libera professione “classica” (aiuta a capire cosa potrebbe, o non potrebbe, succedere nei canali agevolati). Nella regolamentazione ordinaria dell’ALPI, di quanto versa il paziente per una prestazione in intramoenia, generalmente circa il 30% (o più) resta alla struttura come corrispettivo per l’uso di spazi e attrezzature. Il 5% alimenta il Fondo Balduzzi per la riduzione delle liste d’attesa istituzionali (quello che, come abbiamo visto, a Modena risultava in gran parte inutilizzato). Un ulteriore 5% va a un fondo di perequazione tra professionisti. Una piccola quota, attorno a 1,5 euro, copre l’ufficio prenotazioni. Il resto va al professionista, al netto dei contributi previdenziali all’ENPAM (aliquota 16,5% sul reddito libero-professionale netto) e dell’imposizione fiscale IRPEF, con aliquota media che può arrivare attorno al 43% sul reddito complessivo.
Qui la distinzione emersa poco sopra tra Tariffa Amica “privata” e ALPI pubblica in senso stretto diventa decisiva anche sul piano economico, perché cambia la risposta a seconda del soggetto che eroga la prestazione.
Per le aziende sanitarie pubbliche, dove l’ALPI si applica per davvero nel senso pieno della legge 120/2007, le quote di accantonamento previste per legge (il 5% al Fondo Balduzzi e il 5% al fondo di perequazione tra discipline) si calcolano sulla massa dei proventi o sull’onorario del medico indipendentemente dal livello della tariffa applicata. Non è quindi plausibile che una tariffa agevolata pubblica aggiri questi fondi semplicemente abbassando il prezzo. In questo caso il margine più alto, se esiste, andrebbe cercato in una logica più vicina all’economia industriale che all’elusione contabile. Un’asimmetria nel sacrificio economico, con il medico che accetta un compenso più basso rispetto all’ALPI classica in cambio di agende piene; la saturazione dei costi fissi di strumentazioni costose (TAC, risonanze, laboratori) fatte lavorare a tariffa scontata nelle ore in cui il canale istituzionale non le satura; un effetto di fidelizzazione del paziente all’interno dello stesso circuito per gli accertamenti successivi.
Per i soggetti privati accreditati come IDI, Campus Bio-Medico, MultiMedica o San Donato, invece, il discorso cambia alla radice. Se la loro Tariffa Amica non rientra nel perimetro dell’ALPI come sembra, **non esiste nemmeno l’obbligo legale di versare quelle quote**, né al Fondo Balduzzi né al fondo di perequazione, perché quell’obbligo nasce specificamente dalla legge 120/2007 e si applica ai soggetti lì elencati, non all’attività commerciale di un ente di diritto privato. In questo caso, paradossalmente, la mia ipotesi iniziale (che la struttura privata realizzi un margine più alto proprio perché non deve versare le stesse percentuali di un’azienda sanitaria pubblica) torna ad essere plausibile, e si somma alle leve di saturazione dei costi fissi e fidelizzazione appena descritte, anziché sostituirle.
Resta, in entrambi i casi, un limite di fondo. Sono ricostruzioni economiche plausibili, non dati confermati da un regolamento aziendale pubblico che sono riuscito a reperire. Una verifica diretta, tramite una richiesta di accesso agli atti alle aziende sanitarie pubbliche o la lettura dei bilanci e degli statuti societari delle fondazioni private che gestiscono IDI e Campus Bio-Medico, resta il passo necessario per trasformare queste ipotesi in fatti verificati.
### Un costo che nessuna tariffa registra
C’è poi un costo che nessuna tabella tariffaria registra. Chi entra nel canale privato per un primo esame e ha bisogno di approfondimenti resta, nella pratica, vincolato a proseguire lì, perché un medico che opera in regime privato non può prescrivere ulteriori esami su ricetta SSN. Tornare al pubblico significa ricominciare daccapo dall’impegnativa del medico di base. Un vincolo di fatto che trasforma una scelta di emergenza in una prosecuzione obbligata.
## Il colpo di scena: soldi pubblici per costruire l’infrastruttura del canale a pagamento
L’ultima scoperta di questa inchiesta è, a mio avviso, quella più difficile da liquidare come semplice curiosità. CupSolidale, oggi CUP24, è la piattaforma che rende comparabili e prenotabili online i prezzi della Tariffa Amica dell’IDI e di migliaia di altre strutture private in tutta Italia (oltre 1,1 milioni di utenti che hanno prenotato tramite il portale e più di 42.800 medici aggregati). Ha ricevuto un cofinanziamento pubblico per il proprio sviluppo tecnologico. Secondo la ricostruzione di un giornalista indipendente, ripresa da una newsletter di analisi sanitaria, il progetto di integrazione del marketplace CupSolidale è stato cofinanziato con fondi del POR-FESR 2014-2020 della Regione Toscana (il Programma Operativo Regionale legato al FESR, il Fondo Europeo di Sviluppo Regionale destinato al sostegno delle piccole e medie imprese), per un contributo pubblico di 33.497,90 euro su un investimento complessivo di 52.100 euro, insieme a un secondo canale di visibilità istituzionale tramite il progetto regionale “Giovani Sì”.
Fondi pubblici europei e regionali, pensati per l’innovazione e lo sviluppo d’impresa, sono stati quindi usati, legittimamente secondo le regole del bando ma con un effetto quantomeno paradossale, per costruire l’infrastruttura digitale di un marketplace che indirizza esplicitamente i cittadini verso il canale sanitario a pagamento. Non è un dettaglio da fondo pagina. È la prova che il denaro pubblico, in questa storia, non compare solo come “differenza mancata” tra tariffa e ticket nel canale ordinario. Compare anche, sotto altra forma, dentro l’infrastruttura stessa che rende possibile scegliere di pagare per saltare la fila.
## L’Italia non è sola: lo stesso dilemma in giro per l’Europa
A questo punto della ricerca mi sono fatto una domanda che forse avrei dovuto pormi prima. L’Italia è un caso a sé, o sta semplicemente riproducendo, con un nome più simpatico, un dilemma che altri sistemi sanitari europei affrontano da decenni? La risposta, con le dovute distinzioni, è che l’Italia non è affatto sola. Alcuni paesi hanno un meccanismo quasi identico all’ALPI. Altri lo hanno strutturalmente escluso. Altri ancora lo affrontano con soluzioni completamente diverse. Vale la pena guardarli uno per uno.
### Francia: l’ALPI ha un gemello, e sta subendo lo stesso identico processo
Se l’Italia ha l’ALPI, la Francia ha l’**activité libérale à l’hôpital public**. Un dispositivo che permette ai medici ospedalieri pubblici (soprattutto chirurghi, ginecologi e oftalmologi) di ricevere pazienti a pagamento dentro le stesse strutture dove lavorano come dipendenti, per un massimo di due mezze giornate a settimana. È, alla lettera, la stessa identica architettura italiana, con un nome diverso. I numeri raccontano una storia sorprendentemente parallela a quella italiana. Nel 2016 erano 4.722 i medici ospedalieri autorizzati a questa attività, per un totale di 70 milioni di euro di onorari privati fatturati. Di questi, 39 milioni (oltre la metà) si concentravano sui soli 350 praticanti dell’Assistance Publique-Hôpitaux de Paris (il 7% del totale), con un onorario mediano di 82.700 euro l’anno per chi la pratica in questa forma intensiva. La dinamica economica sottostante è la stessa. Secondo il rapporto 2025 dell’Haut Conseil pour l’Avenir de l’Assurance Maladie, i “dépassements d’honoraires” complessivi (comprensivi ma non limitati all’attività ospedaliera) hanno raggiunto 4,5 miliardi di euro nel 2024, in accelerazione del 5% annuo dal 2019, mentre restavano sostanzialmente stabili negli anni precedenti.
La cosa più rilevante, per il taglio di questo articolo, è che la Francia ha affrontato istituzionalmente lo stesso nodo con un anticipo di qualche anno rispetto all’Italia, e il dibattito è tuttora aperto. Il 12 ottobre 2023 la Cour des Comptes ha pubblicato un rapporto sulla “concorrenza” e “complementarità” tra strutture sanitarie pubbliche e private. Raccomanda esplicitamente un **tetto ai redditi da attività libero-professionale rispetto al reddito da attività dipendente** dei medici ospedalieri, perché i limiti attuali, basati su tempo di lavoro e numero di prestazioni, sono “poco verificabili e quindi insufficientemente controllati”. La Cour ha anche rilevato un problema di doppio pagamento pubblico strutturalmente identico a quello denunciato a Trento, specifico però ai casi di ricovero (non alle semplici visite ambulatoriali). Quando un paziente viene ricoverato in regime di libera professione in un ospedale pubblico, l’Assurance Maladie rimborsa sia gli onorari versati dal paziente al medico (che includono il costo dell’atto e l’uso delle risorse ospedaliere), sia la tariffa GHS (Groupe Homogène de Séjour, l’equivalente francese del nostro DRG, il sistema che classifica e remunera i ricoveri ospedalieri in base alla patologia) versata all’ospedale per lo stesso ricovero, che include anch’essa una componente per il tempo medico e tutti i costi della presa in carico. È un pagamento duplicato che la Corte ha esplicitamente segnalato come anomalia da correggere. Quella raccomandazione, benché non ancora tradotta in norma, continua a essere citata nei lavori parlamentari più recenti. Emendamenti alla legge di finanziamento della sicurezza sociale per il 2026 vi fanno riferimento esplicito per proporre una riforma della fatturazione dell’attività libero-professionale ospedaliera, segno che il nodo sollevato dalla Corte resta irrisolto tre anni dopo.
C’è, infine, un fenomeno collaterale che in Francia è più regolato che in Italia ma altrettanto contestato. Il sovrapprezzo per la **chambre particulière** (la camera singola), pagabile su richiesta esplicita del paziente in qualunque ospedale, pubblico o privato, con tariffe fissate liberamente dalle strutture. In media 60 euro al giorno nel pubblico, fino a 150 euro nel settore privato lucrativo, secondo un’interrogazione parlamentare del 2021 che segnalava come queste tariffe siano diventate, in un contesto di vincoli di bilancio, una vera e propria “strategia di ricavi aggiuntivi” per gli ospedali, talvolta delegata a società private esterne.
### Austria e Belgio: pagare per il letto, non per la visita
In Austria e Belgio il meccanismo assume una forma leggermente diversa ma concettualmente identica. Non si paga per saltare la lista d’attesa della visita, ma per ottenere condizioni migliori (camera privata, scelta del primario) restando ricoverati nello stesso ospedale pubblico. In Austria si chiama **Sonderklasse**. Il paziente può richiedere una stanza a uno o due letti con il primario o uno specialista di sua scelta, pagando una maggiorazione che, in un caso concreto emerso dalla giurisprudenza tributaria austriaca che ho consultato, ammontava a 6.641 euro per un singolo ricovero. È una cifra che i tribunali fiscali austriaci hanno più volte stabilito essere deducibile solo se esistono “validi motivi medici”, non per semplice comodità.
In Belgio il meccanismo si chiama **supplément de chambre particulière** ed è ancora più esplicitamente sregolato. Le tariffe sono fissate liberamente dagli ospedali, e le assicurazioni sanitarie integrative (mutuelles) pubblicano ogni anno liste di ospedali che applicano sovrapprezzi superiori al 200% rispetto alla tariffa di riferimento INAMI (l’Istituto Nazionale Assicurazione Malattia-Invalidità, l’equivalente belga del nostro SSN). Impongono franchigie di 150 euro l’anno a chi sceglie di farsi curare in quegli istituti. È un tentativo, dal basso, di disincentivare proprio le strutture più aggressive nella pratica del sovrapprezzo.
### Regno Unito: il dibattito sul “queue jumping” è quasi identico al nostro
Nel Regno Unito il problema si chiama, senza giri di parole, **queue jumping** (saltare la fila), ed è oggetto di un dibattito pubblico sorprendentemente simile a quello italiano. Il Servizio Sanitario Nazionale britannico, l’NHS (National Health Service), consente da tempo ai consulenti (i medici ospedalieri di grado più alto) di esercitare attività privata parallela, storicamente attraverso i “pay beds” nelle stesse strutture NHS. In un periodo storico precedente alla riforma contrattuale del 2003 (che ha eliminato il tetto del 10% sui redditi privati per i contratti a tempo pieno), il 42,8% dei consultants lavorava part-time, derivandone in media un terzo del proprio reddito dalla pratica privata. È una fotografia di un sistema già strutturalmente simile a quello italiano, anche se i numeri più recenti meriterebbero un aggiornamento che non sono riuscito a reperire con certezza. Il fenomeno più controverso riguarda però un’altra dinamica. Gli stessi ospedali pubblici, come istituzioni, hanno cominciato a vendere direttamente prestazioni a pagamento per finanziarsi.
Qui convivono, ed è utile distinguerli, due meccanismi diversi. Il primo è quasi identico a quello italiano. I trust ospedalieri pubblici possono curare direttamente pazienti privati paganti nelle proprie “Private Patient Units”, trattenendo il ricavo. Esattamente come nella Tariffa Amica, è il paziente che paga per saltare la fila, solo che qui lo fa direttamente alla struttura pubblica anziché a una privata accreditata. Il Health and Social Care Act del 2012 ha alzato dal 2% al 49% il tetto massimo di ricavi che un trust può generare in questo modo, aprendo esplicitamente la porta al meccanismo. Un’inchiesta del quotidiano scozzese *The Herald* ha rivelato che il NHS Scotland ha incassato oltre 13,2 milioni di sterline dal 2012 curando a pagamento almeno 8.500 pazienti privati nelle proprie strutture (dalle ecografie alle protesi d’anca, dalla cardiochirurgia alle TAC), scatenando la richiesta di un’inchiesta parlamentare da parte di un deputato laburista scozzese preoccupato che i trust sanitari stessero “integrando” i propri bilanci a spese dell’equità di accesso.
Il secondo meccanismo è invece l’opposto. Qui è il pubblico a pagare il privato per conto del paziente, non il paziente a pagare per saltare la fila. Quando le liste d’attesa superano i tempi massimi, l’NHS acquista direttamente prestazioni da ospedali privati per i propri assistiti, senza alcun costo per il paziente. Nel solo 2019 gli ospedali privati hanno eseguito con questo meccanismo circa 526mila interventi elettivi per conto dell’NHS, pari a circa il 6-7% del totale nazionale. Entrambi i meccanismi nascono dalla stessa causa, l’incapacità del canale gratuito di reggere la domanda, e producono la stessa polemica politica, con le associazioni dei pazienti che parlano apertamente di “chi può permetterselo salta la fila, chi non può soffre”.
### Spagna: la stessa esigenza, una soluzione tutta pubblica
La Spagna merita un paragrafo a parte perché ha risolto, o tentato di risolvere, lo stesso identico problema con uno strumento completamente diverso e, a conti fatti, più difendibile sul piano dell’equità. Le **peonadas**, ore di lavoro straordinario pomeridiano che i medici ospedalieri pubblici svolgono su base volontaria, retribuite extra, specificamente per abbattere le liste d’attesa, ma sempre e solo su pazienti del canale pubblico, senza alcun pagamento richiesto al cittadino. È, in un certo senso, l’anti-Tariffa Amica. Invece di offrire al paziente un canale a pagamento parallelo, il sistema paga di più il medico per lavorare di più sugli stessi pazienti pubblici. Il meccanismo non è privo di criticità. È di fatto un modo, come mi ha confermato la lettura di alcune fonti sindacali spagnole, “di risparmiare sui nuovi contratti” piuttosto che assumere personale aggiuntivo. Ed è comunque sotto pressione. Nel giugno di quest’anno migliaia di medici di 19 ospedali pubblici della sola Comunità di Madrid hanno scioperato proprio sulle peonadas, come forma di protesta sindacale alternativa allo sciopero classico, in un paese dove a dicembre 2025 risultavano oltre 853mila pazienti in lista d’attesa chirurgica strutturale e quasi 4 milioni in attesa di una prima visita specialistica. Ma la differenza di principio resta. **nessun euro esce dalle tasche del paziente** per accorciare l’attesa; è tutto finanziato, bene o male, dalla fiscalità generale.
### Germania: un problema diverso, ma con la stessa logica di fondo
In Germania non esiste un vero equivalente della Tariffa Amica per le visite specialistiche vere e proprie, perché il sistema è strutturato diversamente fin dalla base. Chi può permetterselo sceglie fin da subito un’assicurazione privata (PKV, circa 8,7 milioni di assicurati su un totale di oltre 83 milioni di residenti) invece di quella obbligatoria pubblica (GKV), ottenendo tempi di accesso mediamente più rapidi per definizione contrattuale. Dentro il sistema pubblico esiste però un fenomeno diverso e per certi versi più insidioso. Le **IGeL** (Individuelle Gesundheitsleistungen, “prestazioni sanitarie individuali”), servizi che il medico di base o lo specialista propone al paziente assicurato pubblicamente come aggiunta a pagamento (ecografie supplementari, test di screening non previsti dal protocollo, procedure diagnostiche “extra”) per un valore stimato di 2,4 miliardi di euro l’anno. Un’indagine commissionata dal Servizio Medico tedesco (Medizinischer Dienst) su un campione di oltre duemila pazienti ha rilevato che una parte consistente di queste prestazioni non offre benefici clinici dimostrati, quando non è “dannosa o proposta a condizioni illegittime”. È un problema diverso dalla Tariffa Amica (qui non si salta una fila, si compra qualcosa che potrebbe non servire), ma nasce dalla stessa tensione economica di fondo. Strutture e professionisti di un sistema pubblico che trovano nel pagamento diretto del paziente un margine che il rimborso assicurativo non garantisce più a sufficienza.
### Paesi Bassi e Scandinavia: i due casi che rompono lo schema
Chiudo con i due contesti che, dalla ricerca, sembrano davvero sottrarsi alla logica fin qui descritta, per ragioni opposte.
Nei **Paesi Bassi** il problema semplicemente non si pone nella stessa forma, perché l’intero sistema è costruito su un’altra architettura. Dal 2006 tutti i residenti sono obbligati per legge a sottoscrivere un’assicurazione sanitaria di base (Zorgverzekeringswet) presso una delle compagnie private in concorrenza tra loro, che devono comunque offrire lo stesso pacchetto base a tutti a parità di condizioni. Non esiste, in questo schema, una distinzione tra “paziente pubblico” e “paziente che paga per saltare la fila” dentro la stessa struttura, perché tutti, sempre, sono clienti di un’assicurazione. Semmai la disuguaglianza si sposta a monte, nella scelta di un’assicurazione integrativa più o meno ricca per le prestazioni escluse dal pacchetto base (fisioterapia, cure dentali oltre i 18 anni). È un modello diverso, non necessariamente più equo in assoluto, ma strutturalmente incompatibile con un fenomeno come la Tariffa Amica.
In **Scandinavia**, e in particolare in Svezia e Norvegia, il problema esiste ma resta finora marginale per ragioni quasi opposte a quelle olandesi. Sono sistemi a finanziamento fiscale, fortemente pubblici, dove l’assicurazione sanitaria privata pesa ancora pochissimo sulla spesa sanitaria complessiva (circa lo 0,6% in Svezia, secondo i dati più recenti che ho trovato) e dove la qualità delle cure pubbliche e private è percepita, e in buona parte è, equivalente. Ciò non significa che il fenomeno sia assente. In entrambi i paesi le assicurazioni sanitarie private integrative, spesso offerte dal datore di lavoro, esistono proprio con la funzione dichiarata di “ridurre i tempi di attesa” per specialisti ed esami diagnostici, lo stesso identico driver che spinge un romano verso la Tariffa Amica. Parte però da una base infinitamente più piccola, e i governi scandinavi la monitorano con più attenzione politica di quanta se ne veda finora in Italia.
### Cosa dice, tutto insieme, questo confronto
Mettendo in fila questi otto casi, la conclusione che mi sento di trarre è questa. L’Italia non ha inventato nulla di clamorosamente nuovo. Ha semplicemente dato un nome più amichevole a una tensione strutturale che quasi ogni sistema sanitario pubblico europeo, prima o poi, si trova ad affrontare. Il conflitto tra un finanziamento pubblico che fatica a tenere il passo della domanda e professionisti o strutture che hanno interesse, ed esperienza, per trovare canali di ricavo aggiuntivi. Quello che cambia da paese a paese è quanto questa tensione venga **riconosciuta, regolata e resa trasparente**. La Francia la sta affrontando in questi mesi con un rapporto della propria Corte dei Conti quasi sovrapponibile a quello emiliano-romagnolo. Il Regno Unito la discute apertamente nei giornali e in parlamento da almeno un decennio. La Spagna ha scelto, con tutti i suoi limiti, di tenerla dentro il perimetro pubblico invece di esternalizzarla al pagamento diretto. L’Italia, fino a questo 2026, l’ha lasciata crescere sotto una dozzina di nomi commerciali diversi prima che Corte Costituzionale, Corte dei Conti e ANAC cominciassero, quasi in contemporanea, a occuparsene.
## Una conclusione, provvisoria
Alla fine di questo giro d’Italia, tra Roma, Milano, Busto Arsizio, Bologna, Ferrara, Parma, Piacenza, Modena, Palermo, Trento, resto con un’impressione più che con una sentenza. La Tariffa Amica e i suoi tanti fratelli regionali non sono, quasi mai, illegali in senso stretto. Sono il prodotto di un vuoto normativo che ogni struttura ha riempito a modo proprio, con nomi diversi e gradi diversi di trasparenza. Ma è un vuoto che autorità di controllo indipendenti tra loro (una Corte Costituzionale, almeno due sezioni regionali della Corte dei Conti impegnate in un’istruttoria sistematica su un’intera Regione, e ora l’Autorità Nazionale Anticorruzione) hanno cominciato, quasi in contemporanea, a riempire con richiami sempre più espliciti. Il fatto che lo facciano proprio ora, mentre il tariffario nazionale viene riscritto in mezzo a un contenzioso legale che dura da anni, e mentre nuove piattaforme digitali, in parte finanziate anche con fondi pubblici, rendono il mercato del pagamento privato sempre più comparabile, comodo e visibile, non mi pare una coincidenza.
Il rischio, se nessuno interviene, non è che la Tariffa Amica sparisca. È che diventi, con nomi diversi in ogni Regione, la normalità silenziosa attraverso cui la sanità pubblica italiana smette gradualmente di essere gratuita per chi non può aspettare, restando teoricamente universale solo per chi può.
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