Moda
Dietro le quinte delle sfilate di settembre
Rassegna critica sulle sfilate della Primavera/Estate 2027: lo scontro culturale tra l’establishment arroccato e la ribellione della strada.
“So’ cadute l’anielle, ma so’ restate ‘e ddéte”
Caduti gli anelli, restano le dita. Le sfilate di settembre, da New York a Londra e Milano, fino a una Parigi ancora in corso, si possono leggere attraverso questo frammento di saggezza antica, che a Napoli non è folklore ma un crudo manifesto di sopravvivenza. Una lente con cui smontare il dogma del fashion month, che le macchine delle pubbliche relazioni continuano a venderci come il mese sacro della rinascita, speculare alle liturgie invernali di gennaio e febbraio. Un racconto lucidato a specchio, che finisce per fare i conti con una realtà spietata fuori dai palchi dorati. Perché mentre i flash di Parigi sono ancora caldi e le modelle sfilano nell’estasi artificiale dei front row, gli anelli del lusso si stanno sfilando uno dopo l’altro, lasciando scoperta la carne viva di un’industria sempre più col fiato corto.
Comodo rifugiarsi nell’ortodossia dell’archivio, comodo mascherare la stagnazione creativa con il solito valzer di poltrone dei direttori creativi, spacciato ogni volta come l’ennesima, fresca rivoluzione. In fondo, quale posto è migliore del passato per nascondere la vergogna di non aver più nulla da dire nel presente? Ed è su questo sentimento, su questa vergogna profonda e radicata, che la moda ha fondato il suo intero impero. L’industria non ha mai venduto soltanto abiti o accessori, ha saputo, con un cinismo mercantile perfetto, monetizzare anche il senso di inadeguatezza sociale. La colpa è stata così il pilastro economico più invisibile e spietato del secolo scorso, dove bastava un corpo non conforme ai canoni del manichino, un cartellino non abbastanza esorbitante, o semplicemente un logo mancante, per attivare il senso del ricatto. L’abito, prima ancora di diventare oggetto del desiderio, era il prezzo di un’assoluzione, come un passaporto temporaneo per nascondere il peccato di essere drammaticamente normali.
Oggi, proprio questo storico ricatto culturale sta saltando in aria, e non per una banale crisi di bilanci che si limita a cambiare le tendenze, ma per un vero e proprio collasso politico delle gerarchie. Sfilata dopo sfilata, passerella dopo passerella, si respira un’aria nuova, che vede la strada finalmente smettere di vergognarsi e di espiare la colpa di essere il “basso” della società. Al contrario, sta raccogliendo tutto ciò che l’alto le ha sempre scaricato addosso come un marchio d’infamia — la carne nuda, lo scarto, la vulnerabilità, il disgusto — e lo sta rispedendo al mittente, trasformato – quando necessario – in un’arma di rivendicazione a tratti brutale.
Senza più il timore ossequioso dei consumatori, il re si scopre improvvisamente nudo, costretto a sua volta a vergognarsi della propria finzione. I negozi vuoti e i conti in rosso non sono la causa di questo crollo, ma la conseguenza diretta di uno smascheramento culturale che sta togliendo l’ossigeno alle pubbliche relazioni. Di fronte a una strada che non chiede più scusa, l’alto si ritrova smarrito, costretto a rincorrere espedienti pur di riempire le sedie vuote del teatro della moda. E la strada, in fondo, altro non è che una moltitudine di corpi vivi che popolano lo spazio. Corpi che da oggi non guarderanno più quelle collezioni con gli occhi di chi deve essere salvato, ma che scelgono di riappropriarsi del proprio destino.
Il prestigio che perde il controllo
Il mese del fashion si apre oltreoceano, nella cornice apparentemente imperturbabile di New York, dove è bastata un’incursione improvvisa a far saltare l’intero sistema di pubbliche relazioni. Durante la sfilata di COS — costola premium del colosso H&M —, gli attivisti di PETA hanno invaso la passerella urlando la propria rabbia contro l’uso della lana. In quel preciso istante, la maschera del lusso si è sciolta in diretta mondiale. Vedere uno dei capi della moda americana, il CEO del CFDA Steven Kolb, perdere completamente il controllo, avventarsi fisicamente sui manifestanti, bloccarli a terra e coprire loro la bocca pur di proteggere la sacralità dello show, è stata l’immagine-specchio della crisi. Un cortocircuito letale che ha visto Kolb dimettersi, dopo essere stato posto in congedo, al termine di vent’anni nell’organizzazione, e H&M rimasta a raccogliere le macerie reputazionali prima ancora che i riflettori si accendessero nel Vecchio Continente.
La carne prende il potere
Con i nervi completamente scoperti, la carovana si sposta a Londra con la London Fashion Week. Ed è su questo varco che vale la pena soffermarsi, perché sul concetto filosofico di vergogna la capitale britannica sa come marciare da tempo. Nella città che ha fatto del punk e della ribellione la propria cifra stilistica, lo specchio della società rimanda da sempre l’immagine del peccato e della colpa. Ma qui la strada non subisce il ricatto, anzi lo usa come materia prima. Puritane macerie aprono la strada a Mowalola che in passerella scatena tutta la sua fame. La designer nigeriano-britannica si riprende lo spazio sfilando volutamente off-schedule — fuori dai palinsesti ufficiali — per sottrarsi a un gioco di cui rifiuta le regole. La sua Primavera/Estate 2027, battezzata non a caso “The Hunger”, risponde al timore reverenziale del lusso con una parata di corpi fieri, sensuali, che occupano la scena senza tanti fronzoli, ed è nelle sue note di regia che c’è il suo manifesto chiaro: “Io guido la mia azienda e non mi vestirei mai come un ‘CEO’. Questo è il modo in cui mi presento, e queste sono le donne come me: donne che trovano il proprio potere nella propria carne”
Un vero e proprio sabotaggio culturale che demolisce il famoso power dressing maschilista. Laddove la storia ha sempre imposto alle donne completi rigidi e spalle larghe per simulare l’autorità degli uomini, Mowalola impone bralette minime, perizomi e trasparenze da club sotterraneo. Il corpo esposto e sudato non è più un oggetto del desiderio ma puro soggetto politico. Un’autonomia che passa anche dalla rinuncia al logo: sottraendo al tessuto il marchio esplicito, la stilista sposta l’attenzione sul corpo. Resta una contraddizione: anche una silhouette riconoscibile può produrre distinzione e diventare uno status symbol. Questa sorta di guerriglia si consuma attraverso un’occupazione fisica diplomaticamente violenta. Portare l’estetica feticista della cultura queer e i modelli della diaspora africana all’interno di un palazzo neoclassico nel cuore di Westminster, a pochi passi dal Parlamento britannico, significa profanare i santuari storici del conservatorismo e del colonialismo. Uno scontro frontale che culmina in un abito da sposa nato proprio dalla distruzione: un’armatura di piatti di plastica frantumati e riassemblati. Un’immagine che incrina la promessa romantica e che si può leggere come una provocazione contro la cultura dell’usa-e-getta: il glamour prende forma anche attraverso materiali considerati indegni della passerella.
Il lusso si mette in vendita
Chiuso il sipario su Londra, la carovana globale si sposta a sud, dove la Milano Fashion Week impone i suoi palinsesti. Ma chi si aspettava il solito ritorno all’ordine della sartoria borghese, si è trovato davanti a un palcoscenico dove la vergogna ha sfilato molto prima dei modelli. C’è stato un senso di sottile, irresistibile ironia nel vedere la presidente del Consiglio Giorgia Meloni ricordarsi improvvisamente della moda proprio nella sera in cui l’agenda internazionale avrebbe richiesto la sua presenza ben più solenne all’Assemblea Generale dell’ONU a New York. Ma si sa, di fronte al richiamo della foresta dei fatturati del lusso, un summit tra leader globali sulle sorti del pianeta può tranquillamente diventare un impegno di secondo piano. Vuoi mettere il brivido di difendere i confini nazionali seduta a una cena di gala a Palazzo Reale? Una passerella politica travestita da dovere istituzionale, che lascia sul campo un interrogativo tagliente: chi sta vestendo chi, in questo grande teatro dell’assurdo?
Una rassegnazione visiva che Milano non nasconde, ma normalizza attraverso una contromisura figlia diretta delle critiche culturali del post-modernismo: il Realismo Commerciale. Se l’élite ha storto il naso di fronte alle sneaker prodotte in Cina e vendute a ottocento euro, significa infatti non aver compreso l’inversione di rotta epocale che Gucci ha messo in scena sotto la direzione di Demna. In un momento in cui Kering ha il bisogno di risanare gli ultimi bilanci e blindare i margini di profitto, continuare a raccontarsi le vecchie favole dell’esclusività aristocratica non è più solo inutile, è ridicolo. Con “The Store Show”, all’Allianz MiCo, Demna compie così un gesto meta-retail, trasformando la passerella nella simulazione iper-realista di una maxi boutique contemporanea, elevando così il visual merchandising a performance e abbattendo l’ultima barriera tra il racconto effimero dell’abito e l’atto pratico dello scontrino. La sneaker tanto discussa, in questa cornice, non deve essere vista come un tradimento, quanto invece l’oggetto simbolo del reale. Perché vergognarsi di un prodotto industriale se è proprio quell’oggetto a tenere in piedi la baracca finanziaria?
Il brand ha deciso – finalmente – di rinunciare alle supercazzole dell’evasione fantastica per mappare le tribù del consumo reale, frammentando così la collezione in quattro archetipi demografici netti: l’Urban Sportswear dai loghi esasperati, il Neo-Borghese dai cappotti sartoriali affilati, il Preppy Rebel grunge e la High-Gloss Femme Fatale dalle texture viniliche e dalle labbra ad alta lucidità. Persino il leggendario Morsetto d’archivio subisce una sorta di estrema scomposizione dimensionale, miniaturizzato o ingigantito come puro driver commerciale. Demna ci dimostra che quando il lusso si spoglia della sua aura sacrale, il valore si sposta sulla curatela identitaria, e anche l’abito non promette più nessuna redenzione sociale irraggiungibile, ma serve a garantire, semplicemente, l’efficacia immediata del vendere.
Il piacere senza assoluzione
E se Demna ha usato lo specchio del Commercial Realism per costringere il lusso a mostrare la propria struttura commerciale, c’è chi ha scelto invece di far scivolare questa riflessione dentro un’atmosfera ancora più intima e carnale. Il cerchio di questo smascheramento si chiude sulla passerella di Diesel, che coincide con il definitivo e atteso canto del cigno di Glenn Martens.
L’era del designer belga alla guida del marchio si conclude dopo circa sei anni di una direzione creativa che ha trattato il denim come materia d’alta moda, demolendolo e ricostruendolo per restituire al brand un’immensa rilevanza culturale. Per il suo addio, Martens non sceglie la via consolatoria della nostalgia protetta o del tributo d’archivio, preferisce spingerere l’acceleratore sulla tendenza del Radical Voyeurism — un voyeurismo radicale che mette a nudo l’intimità. Lo show si trasforma in un vero e proprio club d’atmosfera, avvolto da luci rosse e saturato dalle note pesanti di Donna Summer. Ma il vero fulcro della passerella non sono i modelli che camminano, bensì le oltre duecento comparse del collettivo artistico (LA)HORDE infiltrate tra gli spettatori. Corpi sparsi tra le poltrone che simulano effusioni, sussurri ed espliciti atti di affetto carnale. Un atto performativo di voyeurismo collettivo che azzera il perbenismo per normalizzare l’edonismo del post-party e il brivido libero del dopo-festa. Persino lo stigma della walk of shame — la camminata del rientro a casa la mattina dopo una notte di eccessi — cambia improvvisamente di segno, e così la sfilata sposta la vergogna da chi vive il disordine dei sensi a chi, rigidamente, si limita a giudicarlo dall’alto.
Una logica di rottura che Martens traduce in dettagli tessili spietati, dove l’abito sembra consumarsi insieme all’esperienza. La maglieria si erode e si dissolve rivelando le camicie sottostanti, mentre i completi in denim e pelle, aggrediti da lavaggi acidi e spalmature lucide, imitano la consistenza vissuta del box calf — la pregiata pelle di vitello spazzolata — per congelare sul filato le pieghe naturali del corpo. Il romanticismo tradizionale viene decostruito attraverso il motivo dell’orchidea, che perde la sua grazia borghese e si trasforma in una grafica intagliata al laser su gonne asimmetriche e pantaloncini cortissimi e provocatori. Non c’è più spazio per il feticismo del logo intatto, anzi l’addio di Martens lascia in eredità l’estetica cruda dello Smudged Lipstick, l’effetto del rossetto sbavato dopo un bacio o una notte brava —, sussurrando così che il difetto è forse l’unica cosa reale che ci è rimasta.
Il diritto di essere sbagliati
Ma non sono solo i grandi colossi del lusso a percorrere questa strada; sul fronte dei brand emergenti si muove la stessa identica onda postmoderna. Lo dimostra la sfilata del 25 settembre 2026 di Simon Cracker. La sua collezione Primavera/Estate 2027, battezzata “VIA FRANCIA” prende la vergogna sociale del non essere abbastanza ordinati e la trasforma in un vero e proprio manifesto di assoluta indipendenza creativa.
C’è un rifiuto programmatico delle buone maniere borghesi in quella che Simone Botte definisce Punkindness — la gentilezza punk. Il brand infatti azzera il timore reverenziale verso l’abito tornando all’estetica dell’infanzia, a quel momento esatto della vita in cui la vergogna semplicemente non esisteva, perché non c’erano ancora regole fisse su cosa fosse bello o brutto, e ci si vestiva seguendo unicamente l’immaginazione. Il fulcro di questo ritorno al gioco è affidato a un elemento tutt’altro che decorativo: le celebri bambole Blythe, dagli occhi grandi e ipnotici, che diventano l’accessorio iconico della collezione. Molti modelli hanno sfilato stringendole tra le mani o portandole a spasso, come un invito affettuoso a non recidere il legame con la propria infanzia. Un’atmosfera da fiaba vintage che ha contagiato persino il backstage, disseminato di bambole a forma di gatto realizzate in feltro con bottoni verdi al posto degli occhi, evocando le suggestioni magiche e inquietanti de Le streghe di Eastwick.
Insieme ai graffiti ironici e alle Dr. Martens dipinte a mano, questa parata di Spontaneous Grunge — un disordine spontaneo e ribelle — si traduce così in una passerella co-ed dominata dal Radical Upcycling — il riciclo radicale dello scarto. Capi interamente destrutturati e ricostruiti partendo da rimanenze di tessuto e memorie materiali spezzate. Ma il vero atto politico è la celebrazione del fastidio, elementi interrotti o esagerati, che la sartoria tradizionale considererebbe errori da correggere, vengono invece enfatizzati per trasformarsi nel nucleo visivo dell’abito. Togliendo al sistema il potere di decidere cosa sia sbagliato, Simon Cracker priva così la moda della sua capacità di infliggere inadeguatezza, e di fronte a un mercato terrorizzato dai conti in rosso, è la strada indipendente a dimostrare che non serve nascondersi nel passato dell’archivio, basta riappropriarsi del diritto di giocare con le proprie regole, anche a mani nude.
E quando cadono gli anelli, chi detta le regole?
Accessori come anelli, corpi nudi o svestiti, le passerelle delle grandi capitali hanno prodotto immagini in abbondanza, eppure, a guardar bene dati e numeri, in questa stagione sono state soprattutto le assenze a fare il rumore più grosso. Un silenzio industriale che si misura fisicamente tra le sedie vuote dei front row, nel crollo delle visualizzazioni digitali e in una Gen Z che ha spento lo schermo, voltando le spalle a un racconto in cui fa sempre più fatica a riconoscersi. Parigi è ancora in corso, ma l’eco che arriva d’Oltralpe suggerisce che anche lì la parola chiave della vergogna stia già spadroneggiando, usata dall’alto come l’ultimo tentativo di arginare il disinteresse globale.
Ma il gioco non funziona più. Quelle mani nude senza anelli, che per il vecchio establishment possono apparire un’esibizione vergognosa di miseria, mostrano invece quanto il sistema si sia definitivamente incartato nei suoi stessi meccanismi stagnanti. La moda che sceglie di non nascondersi dietro la finzione dell’archivio esiste ancora, ed è quella che accetta di esporre i propri conti e il proprio disordine pur di non recidere il cordone ombelicale con la realtà. In fondo, non è una questione di colpe, ma di pura logica. Quando la finzione del palcoscenico finisce per fare i conti con il marciapiede, e l’opulenza evapora lasciando scoperto il vuoto dei negozi reali e bilanci severi, è la strada a tornare semplicemente al suo codice d’origine.
Photo by vv.curates Instagram
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