Storia

Il 25 aprile e il problema del linguaggio

Ogni anno lo stesso lessico, ogni anno la stessa cerimonia. Il rito della Liberazione ha smesso di aprire domande sul dopo.

26 Aprile 2026

Ogni anno arriva il discorso. Arriva puntuale, con il suo campo semantico consolidato: “riscatto morale e civile”, “valori di libertà, giustizia, pace, democrazia”, “beni fragili che richiedono consapevolezza e impegno costante”. Parole che nessuno può contestare, pronunciate da chi le dice in buona fede. Parole che sentiamo da almeno trent’anni, identiche nella sostanza, cerimonia dopo cerimonia.

Quest’anno Sergio Mattarella ha aggiunto qualcosa di insolito. Ha definito “scandalosi” gli scenari in cui uomini, donne e bambini vivono sotto regimi autoritari con la dignità calpestata e il diritto internazionale violato. La parola è dura, fuori registro rispetto al consueto tono presidenziale. È la crepa nel lessico consolidato, il momento in cui il discorso cerca di uscire dalla formula. Poi però è tornato, inevitabilmente, al repertorio consueto.

Vale la pena chiedersi cosa produce questa ripetizione. La risposta non è ovvia.

David Bidussa, su queste pagine, ha proposto di leggere il 25 aprile come “soglia”: uno spazio di passaggio che apre questioni invece di chiuderle. L’immagine mi ha convinto, e mi ha portato a seguire il suo ragionamento fino a un punto che lo riguarda da vicino: la soglia richiede un linguaggio capace di stare dall’altra parte. Ho il timore che quel linguaggio, nel dibattito pubblico italiano sul 25 aprile, non sia disponibile.

Ludwig Wittgenstein lo ha scritto nel Tractatus: “I limiti del mio linguaggio sono i limiti del mio mondo.” La frase è del 1921. Se il lessico disponibile per pensare il 25 aprile è sempre lo stesso, il mondo pensabile attorno a quella data resta identico anno dopo anno. La ripetizione del rito linguistico produce immobilità, anche quando chi parla ha le migliori intenzioni. Mattarella non sbaglia nel dire quelle cose. È il sistema che le ha cristallizzate al punto da renderle incapaci di aprire qualcosa.

La soglia richiede una lingua del dopo. Il repertorio linguistico istituzionale del 25 aprile è ormai costruito per un’altra funzione: presidiare la memoria, tenerla in forma, restituirla ogni anno riconoscibile. Le parole “libertà”, “democrazia”, “riscatto”, pronunciate nello stesso contesto rituale, hanno perso il contatto con qualsiasi forma di vita concreta. Orientate interamente verso un passato già giudicato, non attrezzano nessun futuro da costruire.

La dichiarazione di Giorgia Meloni aggiunge un dettaglio che il solo discorso presidenziale non avrebbe mostrato. La presidente del Consiglio ha usato lo stesso campo semantico, gli stessi riferimenti costituzionali, la stessa cornice. Questo rivela che il lessico del 25 aprile è diventato un codice di riconoscimento condiviso trasversalmente. Chi lo pronuncia correttamente è dentro. Il contenuto è secondario rispetto alla forma dell’appartenenza.

Potremmo richiamare Elias Canetti: in Massa e potere osserva che il potere lavora sistematicamente per ridurre il vocabolario degli altri. Chi comanda ha interesse a mantenere in circolazione un lessico che gestisce, non uno che interroga. Il meccanismo non è necessariamente consapevole o malizioso; certamente è strutturale. Il lessico del 25 aprile, così com’è, contiene la memoria dentro un perimetro sicuro, prevedibile, lontano dalle domande che il presente pone.

Mattarella a Genova, l’anno scorso, aveva detto che “è sempre tempo di Resistenza”. La frase aveva un’intenzione nobile. Aveva però anche un effetto preciso: bloccare il tempo su un presente continuo. “Sempre” non ha a che fare col futuro ma, piuttosto, con un eterno ritorno dello stesso gesto. La Resistenza come stato permanente. E qui, lo spazio nuovo è molto difficile da individuare.

Il rituale ha esaurito la sua capacità di produrre pensiero. Resta capace di produrre emozione, coesione, senso di appartenenza, cose che hanno un valore reale. Ma la soglia richiede qualcosa di più: la disponibilità a stare nell’incertezza del dopo, a cercare parole per un mondo che non è ancora venuto. Le classi dirigenti italiane, trasversalmente, non mostrano questa disponibilità. Chi non ha le parole per pensare una cosa non può decidere di pensarla. Dovremmo cominciare a cercarne di nuove.

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