Musica
Johnny Marr live a Roma, la luce che non si spegne degli Smiths
Il leggendario chitarrista Johnny Marr si è esibito venerdì 17 luglio al Roma Summer Fest, suonando alcuni classici della band con cui ha cambiato il corso della musica negli anni ’80: gli Smiths.
Il Roma Summer Fest offre concerti importanti nelle serate afose della capitale, tra cui quello del leggendario chitarrista Johnny Marr, che si è esibito venerdì 17 luglio. Nell’auditorium sono risuonati alcuni classici della band che ha cambiato il corso della musica negli anni ’80: gli Smiths. Una delle band più amate della storia, consumatasi troppo in fretta a causa dei dissidi tra il chitarrista e il cantante Morrissey.
Gli Smiths
Nel film (500) giorni insieme, il protagonista interpretato da Joseph Gordon-Levitt entra in un ascensore con le sue cuffie. Si intrufola una ragazza (Zooey Deschanel) che ascolta i suoni che escono dalle cuffie e afferma: “Amo gli Smiths”. Il ragazzo è disorientato, lei canticchia la strofa “die by your side is such a heavenly way to die”. Gli dice che ha buoni gusti musicali e se ne va. Il ragazzo, impietrito, esclama “Holy Sh*t”. Espressione poco elegante, ma significativa, che segna il resto del film: una commedia romantica sull’incapacità di rapportarsi, di tollerarsi, di amarsi. Un film di culto per la mia generazione.
Sarebbe meglio vedere un concerto degli Smiths, ma non è possibile: se l’altro gruppo di Manchester, gli Oasis, ha sopito i dissidi interni, gli Smiths sembrano incapaci di ridare speranza a chi li ama; troppo impegnati in una battaglia decennale. Come in un film in cui l’odio tra i protagonisti travalica il tempo e lo spazio, anche se ormai nessuno ne ricorda più le motivazioni.
Morrissey vs Marr
Dopo la breve esperienza degli Smiths, i due hanno proseguito i loro percorsi in parallelo, senza mai incontrarsi. Morrissey continua la sua discreta carriera solista. Marr ha invece partecipato a numerose band e realizzato molteplici collaborazioni: l’ultima con i Gorillaz di Damon Albarn, per l’album “The Mountain”. Ha anche pubblicato apprezzabili dischi da solista.
A ottobre uscirà il suo nuovo lavoro, “The Age of Everything”. Per l’occasione, Johnny Marr ha organizzato una serie di date italiane, toccando Roma, Verona, Udine, la Puglia e la Sardegna. Nel concerto alterna pezzi storici degli Smiths alla sua carriera solista: per i fan è l’occasione di ascoltare dal vivo quei brani iconici.
Prima del concerto ha rilasciato una bella intervista a Hamilton Santià per Rolling Stone Italia, in cui ripercorre parte della sua carriera e spiega la decisione di mettere all’asta 85 chitarre. Il giornalista è un fan di lunga data degli Smiths, e rimando al suo articolo per una recensione professionale dell’evento.
Il concerto
Si comincia puntuali, con “Generate! Generate!”, brano rockeggiante del 2013, non particolarmente significativo ma capace di scaldare subito gli spettatori. Nel parterre il pubblico si alza subito dalle (inutili) sedie e corre sotto il palco. La sicurezza prova a dire qualcosa, ma desiste presto.
Anche perché già nella seconda canzone bisogna “impiccare il DJ”, attività che non si può certamente fare da seduti. L’auditorium intona così il capolavoro indiscusso di “Panic“, che imperversa nelle strade di Londra e di Birmingham. E tutti a cantare che dobbiamo bruciare le discoteche e impiccare i DJ perché la musica che suonano non ci dice niente sulle nostre vite. L’esecuzione di Marr è perfetta, ma la voce non può essere quella di Morrissey. Mi fa storcere il naso l’aggiunta di un assolo di chitarra che spezza il ritmo di questo capolavoro.
Il fantasma di Morrissey
Temo che quel fantasma si ripresenti, impedendo a Johnny Marr di raggiungere una perfetta connessione emotiva con il pubblico. Intanto il concerto prosegue con un brano di Marr (Armatopia), seguito da un pezzo meno noto degli Smiths (The Headmaster Ritual). Ci garantisce che il primo singolo del nuovo album “non è male”: e infatti “Spin” si lascia ascoltare volentieri, come la successiva “Spirit Power and Soul”.
Ma è il momento di ritornare adolescenti. Siamo su una collina desolata, arrabbiati perché la nostra bici si è forata. Fortunatamente passa un affascinante giovane sulla sua splendida auto: ci dà un passaggio e iniziamo a flirtare timidamente. Probabilmente in tanti vorrebbero che “This Charming Man” fosse Morrissey, più spigliato e con una voce più acuta; Marr invece è impeccabile, ma meno “charming”.
Dopo un paio di pezzi da solista (“Somewhere” e “Hi Hello”), torna alle origini: lascia la chitarra elettrica e prende quella acustica. Gli altri componenti della band si concedono una breve pausa, e la luce resta tutta su di lui. Suonano le note di “Please, Please, Please, Let Me Get What I Want” e cantiamo tutti. È il capolavoro con cui ho conosciuto gli Smiths, grazie alla geniale pubblicità della birra Tuborg negli anni ’90. L’esibizione è commovente, da brividi.
Introduce altri due brani dal nuovo album (“All in a Life” e “It’s Time”), prima di ritornare sul classico con “Getting Away with It”, annunciando “un po’ di disco music”. Si tratta del primo e più famoso singolo della band che Johnny Marr fondò subito dopo gli Smiths, ovvero gli Electronic, nata dalla collaborazione con Bernard Sumner dei New Order. Il testo è una parodia dell’atteggiamento di Morrissey, dipinto come un personaggio che vuole mostrarsi riflessivo, ma che in realtà è pesante e tendente all’autocommiserazione.
La regina è morta
Inizia il gran finale con “Stop Me If You Think You’ve Heard This One Before”, altro brano storico. L’ombra di Morrissey sembra svanire: dopo aver impiccato il DJ, deve morire anche la regina. Marr, infatti, non può andarsene senza suonare qualcosa dal disco capolavoro assoluto “The Queen Is Dead“, del 1986.
Così Johnny Marr intona “Bigmouth Strikes Again“, che seppellisce definitivamente il fantasma di Morrissey: l’esecuzione è semplicemente perfetta, coinvolgente e affascinante. Il pubblico è in balìa del chitarrista, che suona il suo singolo “Easy Money” prima di riportarci nelle atmosfere cupe di un altro capolavoro, scritto mentre i ragazzi erano costantemente sotto l’effetto di cannabinoidi, e in cui la chitarra conta più della voce. Il chitarrista propose un nuovo riff che, secondo il produttore John Porter, poteva essere migliorato.
Decisero così di arricchire la composizione con un effetto di tremolo, che allontana il brano dalle tradizionali sonorità pop-rock della band verso territori come la psichedelia e l’elettronica. Morrissey scrisse le due strofe, che narrano della timidezza e della difficoltà a relazionarsi con le altre persone, per amare ed essere amati. Così “How Soon Is Now?” diventò un inno generazionale per chi non riesce a stare al proprio posto, per gli irrequieti e gli emarginati.
Dopo la pausa di rito, Johnny Marr ritorna in scena con la cover di “The Passenger” di Iggy Pop, prima di salutare il pubblico. Si torna così all’inizio di questo articolo, a Zooey Deschanel che canticchia allegra quelle che sono tra le strofe d’amore più terribili e strazianti mai scritte. Perché morire all’improvviso, al fianco degli Smiths, è un privilegio: il modo più paradisiaco per congedarsi da questo mondo. La loro luce non si spegnerà ancora per molto tempo. Insomma, ci commuoviamo tutti di fronte a “There Is a Light That Never Goes Out“.
Foto di Hua Wang





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