Partiti e politici

L’astronave Terra

Il 1° aprile quattro astronauti sono tornati a girare intorno alla Luna per la prima volta dal 1972. Mentre la Terra brucia di guerre e dazi, da lì sopra qualcuno ci ha detto che siamo tutti la stessa cosa. L’Italia ha sentito?

7 Aprile 2026

La notte del 24 dicembre 1968, mentre Borman, Lovell e Anders completavano la quarta orbita intorno alla Luna, Anders si girò verso il finestrino e disse, in diretta: Oh mio Dio! Guardate quell’immagine laggiù. C’è la Terra che sorge. Borman, scherzando, rispose che non era previsto dal piano di volo. Anders rise, chiese il rullino a colori e scattò. Quella fotografia — Earthrise, la Terra che emerge sull’orizzonte lunare — avrebbe cambiato il modo in cui l’umanità guardava sé stessa.

Il senso pratico dell’Apollo 8 era chiaro e non esattamente romantico: battere i sovietici nella gara verso il raggiungimento della Luna, testare i sistemi prima dell’allunaggio, preparare il terreno per l’Apollo 11. Missione di ingegneria, fisica e strategia geopolitica. Qualcosa di imprevisto accadde, però, quando la navicella uscì dal lato oscuro della Luna e la Terra apparve, sola, su quel fondale di niente. Jim Lovell disse in diretta: La grande solitudine è commovente. Ti fa capire cos’hai lì, sulla Terra. Il fotografo Galen Rowell, anni dopo, definì Earthrise la fotografia ambientale più influente mai scattata. Il presidente Johnson mandò una stampa di quella fotografia a ogni capo di stato del mondo.  Al Gore, nel 2006, disse che quella sola immagine aveva fatto esplodere nella coscienza umana qualcosa che, entro diciotto mesi, avrebbe generato il movimento ambientalista.

Il 1968 era stato un anno di assassinii, guerre, rivolte. Quella fotografia lo chiuse con un messaggio che nessun discorso politico avrebbe potuto contenere: mostrò che il pianeta era uno, piccolo, fragile. Per tutti.

Il 1° aprile scorso, cinquantotto anni dopo, quattro astronauti — Reid Wiseman, Victor Glover, Christina Koch e il canadese Jeremy Hansen — sono decollati alle 18:35 ora della costa est dal Kennedy Space Center e si sono diretti verso la Luna su una capsula Orion, la prima missione con equipaggio a raggiungere lo spazio profondo dal 1972. Il viaggio di circa dieci giorni prevedeva un flyby lunare: nessun allunaggio, un passaggio ravvicinato, e il ritorno a casa. Il senso pratico è, di nuovo, ingegneristico: testare i sistemi di supporto vitale della capsula Orion in condizioni reali di spazio profondo, validare le comunicazioni, verificare la navigazione — tutto quello che non può essere replicato su Terra o in orbita bassa. Se funziona, la strada verso Artemis III, il nuovo allunaggio, è aperta.

Di nuovo, è accaduto qualcosa. Accade sempre.

Victor Glover, pilota della missione, guardando la Terra che rimpiccioliva ha detto: Forse la distanza a cui siamo da voi vi fa pensare che quello che facciamo sia speciale. Ma siete alla stessa distanza da noi, e vi dico, fidatevi: siete speciali in tutto questo vuoto. Questo che chiamiamo universo, il cosmo, è una quantità enorme di niente. È una lettura del cosmo con radici precise ma il messaggio che ne deriva, la Terra come oasi da custodire, l’umanità come cosa unica e fragile, vale anche per chi da quella tradizione si tiene a distanza. Osservando dall’orbita alta, Glover ha aggiunto: La Terra sembra un’unica cosa. Homo sapiens siamo tutti noi, da qualunque parte veniamo, qualunque cosa sembriamo. Siamo un solo popolo.

Christina Koch, al termine del flyby lunare — diventando la prima donna nella storia a completare un passaggio intorno alla Luna — ha detto: È così bello sentire di nuovo la Terra. Ad Asia, Africa e Oceania, stiamo guardando verso di voi. Quando il capo della NASA le ha chiesto di descrivere il viaggio in una parola, ha risposto: umiltà. Non saremmo mai qui senza tutte le persone venute prima di noi — a partire da Neil Armstrong, Katherine Johnson, i leader del movimento per i diritti civili — tutti quelli che hanno lavorato su questa navicella prima che noi arrivassimo.

Jeremy Hansen, canadese, dopo il burn di iniezione translunare ha detto: L’umanità ha ancora una volta mostrato di cosa siamo capaci, e sono le vostre speranze per il futuro a portarci adesso in questo viaggio intorno alla Luna.

Parole dette a oltre quattrocentomila chilometri dalla Terra. Senza copione, in diretta. Il tipo di parole che la retorica politica fatica a pronunciare se non quando sono innocue e depotenziate.

Il contrasto con quello che accadeva contemporaneamente sulla Terra è abbastanza brutale da non richiedere commento. La settimana in cui quattro persone volavano intorno alla Luna parlando di umiltà, di oasi preziosa, di un unico popolo, era la settimana in cui l’amministrazione americana portava avanti una guerra secondo il gusto e l’improvvisazione del suo presidente, dopo aver annunciato i dazi più alti degli ultimi cent’anni. Il primo ministro canadese Mark Carney, il cui astronauta stava orbitando attorno alla Luna proprio grazie alla collaborazione con quella stessa parte di America, ha chiamato Trump per congratularsi del lancio mentre i due paesi sono nel mezzo di uno scontro commerciale e politico profondo. L’astronauta Glover aveva spiegato: Vogliamo che tutti facciano parte di questa missione. Ci sono tante piccole cose che ci dividono. Sarebbe bello se questa potesse essere solo un po’ di cemento per riempire le fessure e impedire la divisione.

Cemento. Dall’orbita lunare, nel mezzo di un caos commerciale planetario e di guerre dagli esiti fuori controllo.

Vale la pena fermarsi su questo: non perché sia paradossale — il paradosso tra l’esplorazione spaziale e la politica terrestre è vecchio quanto Apollo — ma perché il 2026 ha una qualità specifica in questo contrasto. Gli astronauti non parlano astrattamente. Glover è il primo astronauta afroamericano in una missione lunare, in un’America in cui il linguaggio pubblico sulle minoranze ha preso le drammatiche direzioni che tutti conosciamo. La missione porta con sé la prima donna, la prima persona di colore e il primo canadese a orbitare la Luna. Gli astronauti, da lì, non parlano di primati o di rappresentanza: parlano di cosa vuol dire guardare la Terra da fuori, di cogliere il senso di precarietà, di necessità di cura e di fratellanza.

Questo è l’overview effect, il fenomeno psicologico documentato su decine di astronauti, quella mutazione della percezione che avviene quando si vede il pianeta intero, senza linee nette di demarcazione.

La prima formulazione esplicita venne da un imprevisto durante la missione Apollo 9, orbita terrestre bassa. Russell Schweickart era sulla veranda del modulo lunare durante un’EVA quando la cinepresa di Dave Scott si inceppò. Gli dissero di aspettare cinque minuti. Rimase lì, agganciato con i piedi, a guardare la Terra. Quella pausa non pianificata divenne la cosa più importante che fece in tutta la missione. Schweickart scrisse poi che da lassù la Terra era semplicemente un oggetto senza linee di confine tracciate.

Stava succedendo nel 1968 con Anders. Stava succedendo nel 1969 con Schweickart. Sta succedendo adesso.

Dove è l’Italia, in tutto questo?

La domanda non è retorica nel senso deteriore. L’Italia ha un ruolo concreto nel programma Artemis. Il modulo di servizio europeo della capsula Orion — il sistema che fornisce propulsione, energia, controllo termico e i gas di bordo che tengono in vita l’equipaggio — è costruito da Airbus per conto dell’ESA, ma al suo interno c’è industria italiana a più livelli. Thales Alenia Space ha progettato e realizzato la struttura primaria del modulo, il sistema di controllo termico e i sistemi di distribuzione di acqua, ossigeno e azoto. Leonardo ha costruito i quattro pannelli fotovoltaici da sette metri ciascuno che si sono aperti venti minuti dopo il lancio e alimentano tutta l’elettronica di bordo. Telespazio ha le antenne puntate sulla missione per il tracciamento radio. Senza ESM, Orion non vola. E dentro l’ESM, una parte consistente è fatta in Italia. Eppure, nel dibattito pubblico italiano di questa settimana, la Luna è rimasta ai margini. Si commentava Trump; doverosamente, per carità. La presunta amante di Piantedosi. Ma c’è una differenza tra seguire Trump perché è necessario e farne il centro esclusivo dell’orizzonte di senso. Tralasciando le pruderie, Trump si nutre di attenzione come Erostrato si nutriva di notorietà. Dedicargli il centro del discorso pubblico – mentre quattro esseri umani viaggiavano verso la Luna e uno di loro ci chiedeva di ricordare che siamo la stessa cosa – è una scelta. Una scelta di sensibilità, prima ancora che di priorità editoriale.

Il punto non è che l’Italia debba ignorare la politica internazionale. Il punto è che questo Paese ha una tradizione scientifica e umanistica che potrebbe guardare Artemis II come un’occasione doppia, tecnica e culturale insieme. L’Italia che ha dato al mondo Leopardi sa che guardare la Luna è un atto antico, pieno di risonanze. Quella poesia non era una fuga dal mondo: era un modo di vedere il mondo più chiaramente, per contrasto. La lontana Luna di Leopardi era misura della condizione umana, era lo specchio di quello che l’uomo è rispetto all’infinito.

Spesso, per vedere e valutare meglio quello che si ha bisogna porsi a distanza. Lo strumento può essere il pensiero o un razzo. Il risultato rimane una presa di coscienza della Terra come oasi, dell’umanità come un’unica cosa fragile.

L’Italia potrebbe cogliere questa opportunità, per ricordarsi che ha una capacità, quando la usa, di tenere insieme la precisione tecnica e la profondità culturale. Quella capacità è un bene scarso. In un momento in cui il discorso pubblico si riduce sempre più a commento in tempo reale di quello che fa o dice il Nerone oleografico di turno — e Trump è un Nerone immaginario, teatrale, violento nei gesti, ossessionato dalla propria grandezza — scegliere di guardare la Luna è igiene mentale. È ricordarsi che esistono scale temporali e spaziali rispetto alle quali la sovranità commerciale americana è un dettaglio. Ma bisogna avere politici in grado di contrastare chi, anche al governo, solletica gli istinti delle masse con banalità tiranniche.

Artemis II torna a casa questa settimana. Quattro persone che hanno visto la Terra ricomparire dopo quaranta minuti di buio e assenza di comunicazioni l’hanno descritta come un’oasi e ci hanno detto che siamo tutti la stessa cosa.

Qualcuno ascoltava?

Commenti

Devi fare login per commentare

Accedi

Gli Stati Generali è anche piattaforma di giornalismo partecipativo

Vuoi collaborare ?

Newsletter

Ti sei registrato con successo alla newsletter de Gli Stati Generali, controlla la tua mail per completare la registrazione.