Giornalismo
Dietro la cattedra
L’inchiesta di Report andata in onda domenica descrive una scuola italiana in ginocchio.
L’inchiesta di Report del 25 gennaio, intitolata “Dietro la cattedra”, documenta una situazione che intuivamo, senza arrivare a misurarne del tutto la gravità: il precariato strutturale nei ruoli della scuola pubblica italiana. Quello che emerge non è soltanto un fenomeno marginale o residuale: è la colonna portante della scuola italiana, dove un docente su quattro è precario e, sul sostegno, la metà degli insegnanti lavora con contratti a termine. Questa non è flessibilità: è una macchina che sfrutta competenze e dedizione senza offrire alcuna certezza, stabilità o prospettiva di crescita professionale. L’inchiesta ha mostrato esempi paradossali: come quello delle persone con una laurea triennale convocate in classe per un giorno di supplenza, senza abilitazione e senza alcuna verifica seria delle loro competenze, semplicemente perché il sistema burocratico è incapace di garantire processi selettivi credibili. Come pure quello dei “forzati dell’istruzione”, gli insegnanti che percorrono centinaia di chilometri su treni e autobus per arrivare a scuola e tornare a casa, precari con paghe basse, senza tutele reali, costretti ad accettare qualsiasi incarico, ovunque esso sia. E quello che evidenzia la trasmissione è che non stiamo parlando di un fenomeno inevitabile, ma di una scelta politica e amministrativa. Scelta peraltro ammantata di ipocrisia istituzionale: nonostante i numeri mostrati dal Ministero dell’Istruzione e del Merito – che parla di organici coperti al 97% – la fotografia restituita dal Report è ben diversa: la realtà è fatta di contratti a termine, continui passaggi di cattedra e interi anni di vita sprecati nell’incertezza. Quello che Report ha raccontato non è un episodio isolato: è la conferma di un malessere che dura da anni, ignorato o derubricato a “questione burocratica”. Ma non lo è. È un problema politico, economico e sociale che richiede soluzioni immediate e coraggiose: stabilizzazione dei precari, semplificazione delle procedure di reclutamento, trasparenza totale su percorsi di abilitazione e concorsi e, soprattutto, un vero piano nazionale che metta fine a questo sfruttamento mascherato da flessibilità. In una democrazia che si definisce tale, non si può accettare che chi educa i giovani sia trattato come una variabile contabile.
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