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Implicazioni geo-politiche del controllo tecnologico AI USA-Cina e il digital decoupling dell’Europa

Il confronto USA-Cina nella competizione digitale tra conflitto e convergenza nelle mosse di first/second mover e l’Europa come third mover nel decoupling materiale/immateriale

24 Agosto 2026

È urgente una lettura geopolitica della rivoluzione digitale e dell’intelligenza artificiale: la competizione tecnologica tra Stati Uniti e Cina non riguarda soltanto chi avrà i modelli AI più potenti ( veloci, affidabili e sicuri), ma quale forma di Stato, mercato e democrazia finirà per prevalere come ecosistema integrazionista e con quale forma di potere di coordinamento politico- economico. Perche’ la tecnologia digitale AI rischia di diventare così una nuova infrastruttura del potere, paragonabile per portata storica all’elettricità e a Internet ma in forme meno regolate ed eticamente accettabili.

  • – USA e Cina: sistemi diversi, poteri che si avvicinano e “convergono”?

Il punto di partenza allora è riconoscere non tanto un conflitto ma una “grande convergenza”. Stati Uniti e Cina partono da modelli statuali opposti e da storie divergenti: da una parte la democrazia liberale e il mercato, dall’altra il Partito-Stato cinese. Ma la concentrazione del potere tecnologico starebbe producendo alcune somiglianze plasmando le forme del potere in senso autocratico. In Cina il Partito mantiene un controllo verticale sulle imprese strategiche e sui loro dirigenti e dunque un’imprenditorialità condizionata; negli Stati Uniti, invece, sono le grandi aziende tecnologiche private ad avere acquisito un peso crescente in settori un tempo strettamente statali, dai dati alla difesa e ai satelliti fino ai social. Ma in entrambi i casi abbiamo una linea verticale ascendente del potere politico di controllo del complesso militare-industriale-digitale e ora del consenso attraverso i social. Questi sempre più polarizzati e nei quali la distinzione tra informazione, propaganda, attivismo, intrattenimento e manipolazione è diventato un ircocervo ibrido e strumento di potere. Basta vedere l’ambiente informativo di X totalmente inquinato da questi processi e diventata una piattaforma di elezione di campagne di propaganda globali e di interferenza con i Governi “non graditi” a Musk o a Trump (con il megafono Truth per la Casa Bianca), influenzando le opinioni pubbliche con disinformazione e fake news con vere e proprie ” guerre ibride”. Come in Cina per le ” comunicazioni” ( pubbliche e/occulte) del Partito-Stato ?

La domanda politica è quindi se la corsa all’innovazione (sia guidata dal mercato e/o dallo Stato – o loro oligarchia – oppure da un loro mix pubblico-privato) stia modificando anche le democrazie occidentali e la natura stessa dei processi innovativi verso post democrazie oligarchiche “di voto” nel circolo vizioso di rincorsa Occidente-Oriente. Perché nel complesso assistiamo ad una concentrazione di dati, infrastrutture e capacità tecnologiche in poche mani (in entrambi i casi) e che necessariamente indebolisce la separazione dei poteri per ibridazione (oligarchica), aumenta la capacità di condizionare l’opinione pubblica attraverso le piattaforme digitali (social) e favorendo peraltro forme di governo più autoritarie. È questa trasformazione di un ibrido pubblico-privato “a guida oligarchica” e di controllo di opinioni pubbliche “condizionate”, più ancora della semplice rivalità economica USA-Cina, che costituisce la traiettoria di cambiamento che abbiamo davanti agli occhi da Washington a Pechino. In entrambi i casi attraverso con sovraordinazione di una tecno-chiave di controllo digitale di dati, processi e modelli in particolare dell’ AI emergenti che muta la stessa natura della deterrenza e  della guerra con minacce (effettive o solo “percepite”), attacchi e intrusioni ad infrastrutture strategiche (reali) in particolare di manipolazione di quei dati e informazioni, utili a profilazioni in grado di influenzare  e distorcere le stesse procedure di voto democratico e lo stesso dibattito parlamentare di legislazione, dunque il consenso. Segnalando dunque che sono le democrazie sotto attacco e i loro meccanismi di consenso.

 

  • – La nuova battaglia dell’AI: aperto contro chiuso ma per quali quote di mercato?
  • La parte più propriamente tecnologica distingue fra “modelli chiusi”, accessibili principalmente attraverso servizi e API del produttore ( USA) e “modelli open weights“, nei quali possono essere scaricati i pesi del modello da chiunque. Va tuttavia sottolineato che “open weights” non significa necessariamente “open source”: dati di addestramento, procedure, filtri e altri elementi essenziali possono continuare a rimanere sconosciuti agli utilizzatori finali. Come se ricevessimo un lievito madre per torte ma del quale ci è totalmente oscura la ricetta o gli ingredienti.

Da questa distinzione emerge un apparente paradosso geopolitico. Gli Stati Uniti, espressione di una società politicamente aperta, puntano in larga misura su ecosistemi tecnologici proprietari (e verticalmente chiusi se escludiamo Meta) ; la Cina, politicamente molto più chiusa, utilizza anche la diffusione di modelli e tecnologie “più aperti” e meno costosi ( cfr. Deep Seek) per conquistare mercati e stabilire standard tecnologici, soprattutto nei Paesi emergenti, accrescendo le proprie quote di mercato e così svuotando i cash flow del leader di mercato, oppure estendendone i tempi di rientro delle montagne di investimento effettuate per rimanere sulla frontiera. Pechino potrebbe quindi competere non necessariamente producendo sempre il “modello migliore”, ma rendendo l’AI una commodity economica e largamente accessibile ( second mover), comprimendo così le rendite dei leader tecnologici americani (first mover). I meccanismi di conflitto tra follower e leader cambiano, mutando strutturalmente le modalità di innovazione.

 

  • – Il dilemma europeo: riduzione della dipendenza nella gestione di funzioni strategiche integrate e di difesa da entrambi i “modelli chiusi” dall’Hudson dell’Atlantico allo Yongding del Mare della Cina

Nel quadro tracciato, l’Europa rischia di trovarsi stretta fra due ecosistemi tecnologici costruiti altrove: quello statunitense (dipendenza diretta) e quello cinese (dipendenza indiretta attraverso specifiche applicazioni come nell’ automotive o in altri settori manifatturieri come per i pannelli fotovoltaici o le terre rare per i chip). Per questo rispondere soltanto con nuove norme e multe/sanzioni (anche miliardarie) non basta, seppure utili nel breve termine. Serve invece una strategia geopolitica di una “sovranità digitale sostenibile”, cioè la capacità europea di controllare almeno le infrastrutture, i dati e i processi tecnologici più strategici nel quadro di una difesa e sicurezza comune dei 27 per le sue basi materiali per l’immateriale. Comprensiva di una politica industriale digitale condivisa a partire da un esercito europeo e da una difesa comuni integrandone le basi “manifatturiere” territoriali e materiali.

La questione cruciale, quindi, non è semplicemente dove si trovano fisicamente i dati, ma chi può controllarli, quali aziende gestiscono l’infrastruttura sulla quale vengono elaborati e quali garanzie esistono sull’impiego di quelle informazioni. Si deve richiamare in particolare la sicurezza dei dati di sanità, giustizia, istruzione, sicurezza e pubblica amministrazione (della PA) , oltre ai segreti industriali delle imprese che rischiano di scivolare fuori da un alveo di protezione cadendo o nella padella di Ovest o nella brace di Est. Come emerge dal caso della Shadow AI: dipendenti e organizzazioni possono trasferire inconsapevolmente informazioni riservate a servizi AI esterni attraverso prompt e documenti dunque cedendo ” segreti aziendali”. Seppure in ritardo, allora , l’Europa può agire sulle basi materiali dell’infrastruttura dell’ecologia immateriale che ormai avvolge il pianeta e necessarie (per data Center, logistica, componentistica, fonti di informazioni , energie utili) avendone le competenze utili e le capacità necessarie, purché integrate sul piano continentale.

 

  • – Super-intelligenza AI da distribuire o concentrare e per fare cosa ? 

La domanda cruciale sulla super-AI non è allora solo se i sistemi tecnologici debbano essere “chiusi – aperti” (essendo entrambi chiusi o semi-chiusi) , ma se vanno distribuiti a tutti (aziende , istituzioni, users) per allargare la sicurezza in un equilibrio dinamico capace di impedire a governi, aziende e avversari di monopolizzarla in forme esclusive soprattutto nel basi materiali avendo già in controllo quelle immateriali. È la posizione di Mark Zuckerberg , per esempio, ossia dotarsi non un’unica super-intelligenza benevola (nelle mani di pochissimi) , ma di molte intelligenze in competizione, capaci di controllarsi a vicenda. Una posizione che sembra richiamare la vecchia dottrina liberista dei mercati nell’equilibrio economico generale di stampo neoclassico: una discutibile “favola bella” che già conosciamo. Perché qui l’interrogativo è se la diffusione di capacità dual-use rende il mondo effettivamente più sicuro o più pericoloso, visto che abbiamo già sperimentato che una “mano invisibile” (benevola e paternalistica) che ” impone” un equilibrio dinamico (presupposto peraltro come incrementale) non è mai esistita se non nella mente dei teorici neoclassici di fine ‘800 e poi trasferita nelle business school di tutto il mondo fino agli anni ’90 del secolo scorso.

Oppure – se  questo controllo – serva invece concentrarlo (per pochissimi soggetti), per evitare i rischi che poteri monopolistici criminali li usino per impieghi incontrollati e imprevedibili. Ma chi sono questi soggetti “affidabili” , esistono ? Perché anche qui siamo ad un vecchio refrain sulla opposizione illusoria tra monopoli “buoni e cattivi”. Dove è il Principe Illuminato che garantisce i primi?

È una discussione – potremmo dire – sulla differenza (o loro ibridazione?) tra controllo e potere e non solo su innovazione, profitti o creatività, ma che nel complesso determinano le forme di welfare e dunque del consenso nel conflitto-cooperazione con la loro struttura dei diritti consolidati. Di fatto, siamo sui bordi della democrazia e della sua configurazione novecentesca che rischia di essere manomessa incidendo quei tecno-poteri non solo sulla divisione di quei poteri che fu di Montesquieu, ma anche sulla natura e qualità della rappresentanza e del consenso precostituendo realtà surrogate e fake news con decostruzione delle opinioni pubbliche e delle loro libertà di espressione. Una libertà di espressione spesso mascherata dall'”illusione ottica” del cosiddetto “free speech“, che è solo “per qualcuno” e non “per tutti” oppure “a una sola via”, in una asimmetria polarizzata degli accessi e soprattutto di coloro che controllano l’infrastruttura immateriale  e che vorrebbero il controllo anche di quella materiale per “via politica” non potendola comprare.
Il “Manifesto di Zuckerberg” di fatto spinge per sovrapporre la strategia industriale di Meta con “l’ interesse nazionale” per eliminazione degli “inseguitori”: con modelli open-weight (non open source), infrastrutture più rapide, meno vincoli su training e distillazione. Volendo affermare così la leadership americana nell’ecosistema dell’intelligenza artificiale “aperta” (o degli open weights). Cioè si vuole di fatto affermare la primazia di Meta nell’obliqua ambiguità della sovrapposizione tra principio politico di legalità (nazionale e sovranazionale) e interessi aziendali “protetti” dalla concorrenza potenziale, per “osmosi politica”. Un  sostanziale monopolista travestito da “aperturista” che non può essere una garanzia democratica ma rischia, al contrario, di riprodurre con questi assetti ” ibridi” di potere (pubblico) e controllo ( privato) dell’intelligenza artificiale dilemmi insani di proliferazione strategica a favore di pochissimi (se compreso). Peraltro, abbassando tanto le barriere all’entrata da favorire l’emersione di poteri politico-criminali e militari di forza impensabile, ma sui quali non si esprime.

L’ex “principe democratico”, campione dei social, vuole in sostanza una collaborazione più stretta tra frontier lab e governo americano ( con più protezione legalizzata dalla concorrenza potenziale), accesso precoce di Washington ai modelli avanzati sulla frontiera (per pochi tecno-oligarchi), controlli sui semiconduttori verso i rivali e fonti energetiche sicure per potenti e diffusi data center per non perdere la (anche “sua”) corsa contro il Dragone.  Con Meta come megafono dell’intera oligarchia di Big-Tech (Cina compresa?) e controllore anche delle sue basi materiali oltre a quelle immateriali. L’intelligenza artificiale diventa così potenza nazionale con ben poca differenza rispetto al modello verticale e oligarchico cinese controllato dal Partito – Stato e descritto nella Digital Silk Road cinese: esportare tecnologia (a basso costo), consolidando l’ ecosistema di penetrazione geostrategica globale e diffondendo le idee di società espresse dal Dragone. Obiettivo quindi è il controllo dell’ecosistema globale open-weight, perché su questa strada si costruisce l’infrastruttura di potere globale della (e sulla) intelligenza artificiale del mondo e che ne condizionerà anche valori, assunzioni e traiettorie, avendo la Cina già in controllo sia immateriale che materiale. Quindi Zuckerberg sposta il tema della sicurezza da controllo dei sistemi super-AI ad una leva di distribuzione del potere (Wall Street Journal, agosto 2026), ma di fatto per occultare un enorme conflitto di interesse trasformando le big tech (o alcune di queste) in aziende “too big to fail” attraverso una qualche forma di rapporto simbiotico con lo Stato. È ciò che vogliamo o che riteniamo desiderabile per l’Umanità?

Allora, si pone l’altra grande questione se il controllo (anche militare) passi dal solo dominio su modelli e chip, oppure anche (e forse soprattutto) dai “contatti osmotici” tra enormi ecosistemi dove sono le reti istituzionali a fare da leva di trasferimento tecnologico (università, imprese, gruppi di ricerca, istituzioni commerciali, reti di impresa “ibride”, gruppi di consulenza, reti di fornitura miste, ecc.). In questo modo la distribuzione del potere su una super-AI accessibile (quasi a tutti) non si traduce anche in una distribuzione di sicurezza se non accompagnata da alleanze tra big player e tra Stati entro reti regolatorie globali dove sia chiaro cosa viene scambiato e gli usi che se ne fanno soprattutto nell'”ibrido osmotico” del dual-use.

5 – Quasi una conclusione e implicazioni per Europa e Italia verso il digital decoupling immateriale/materiale

 

La corsa all’intelligenza artificiale è  – allora – soprattutto una corsa al controllo di dati, infrastrutture e standard: Stati Uniti e Cina stanno costruendo due diverse sfere tecnologico-ecosistemiche di influenza ma “convergenti” nelle forme del potere di controllo in senso verticale (oligarchico e/o autocratico) e orizzontale (condizionamenti ecosistemici e geostrategici), mentre l’Europa rischia di limitarsi a regolamentare tecnologie che non possiede e disponendo di influenza geostrategico-economica fragile. Per evitare o ridurre questa dipendenza, dovrebbe affiancare alle regole una vera politica industriale comune per cloud, AI, dati e sicurezza digitale da saldare con “grandi alleanze” globali di tipo commerciale e tecno-industriale in senso multilaterale e di cooperazione pacifica visto che entrambi i main global player (USA e Cina) la esercitano invece con l’esercizio di una forza statuale-militare-industriale. Forza espressa in forme differenziate nel mix tra deterrenza militare, dissuasione commerciale e persuasione nella penetrazione ecosistemica e infrastrutturale, anche di controllo sui mari come il disastro Hormuz sta dimostrando. In particolare, con una UE che disaccoppia (decoupling) e disarticola la connessione  e le saldature tra  basi immateriali (software, chip, modelli, super – AI) e materiali (Data Center, energie, fonti di dati locali e territoriali e funzionali) del potere digitale e dell’AI.

Particolare attenzione va allora dedicata ad un ruolo dell’Europa in tale decoupling, considerata oggi esposta a una crescente dipendenza tecnologica da operatori extraeuropei, soprattutto nelle infrastrutture cloud, nella gestione dei dati e nelle piattaforme di AI. Da cui la necessità di una strategia europea coordinata per rafforzare l’autonomia tecnologica, la resilienza industriale e la consilienza nella sicurezza digitale del continente. L’Europa allora si trova di fronte a una scelta strategica cruciale: consolidare una propria autonomia tecnologica e industriale oppure accettare una posizione di dipendenza strutturale dai sistemi digitali statunitensi e cinesi verso una deriva irreversibile di third comer ? Le priorità individuate riguardano lo sviluppo di infrastrutture cloud europee, il controllo dei dati strategici, il rafforzamento delle capacità nel campo dell’intelligenza artificiale e della cybersecurity, nonché una maggiore integrazione delle politiche industriali e di difesa a livello continentale. In particolare, per infilarsi nella corsa a due tra USA e Cina, all’ Europa servirebbe – da una parte – non inseguire i due pachidermi sui “modelli generalisti” e altamente energivori e decontestualizzati, ma esplorare applicazione settoriali  contestualizzate di AI meno energivore e più promettenti per incrementi di produttività e che necessitano di minori investimenti. Perche’ – dall’altra parte –  addestrare l’ AI su aree produttive specifiche o su infrastrutture che “completino” gli ecosistemi costa meno in energia, acqua e informazioni per l’ addestramento rispetto ai “grandi modelli generalisti”. IN questo modo, senza rinunciare a correre ma “comprando tempo” per sviluppare l’integrazione intersistemica tra super-nicchie tecnologiche guardando alle “basi fisiche” dello sviluppo immateriale avendo forse già perso quello di software, piattaforme e chip. “Basi fisiche” del digitale fatte di data center, luoghi sicuri, stabilità infrastrutturale e fonti energetiche e supportate da competenze sofisticate. Da trasferire, solo per fare alcuni esempi: dalla salvaguardia dell’ambiente alla sicurezza nel Mediterraneo, dalla manutenzione della rete di cavi sottomarini per l’informazione allo sviluppo della rete militare di difesa integrata europea, e ancora dall’integrazione delle reti energetiche per elettricità da rinnovabili alla crescita della rete ferroviaria europea ad alta velocità, e infine dalla integrazione  di rete della conoscenza interuniversitaria e di ricerca di base e applicata a 27 come per l’interconnessione e manutenzione delle reti di acquedotti europei. ecc. Reti efficienti con ricadute immediate sui costi manifatturieri e sulle capacità competitive. Verso una reale “sovranità digitale industriale” europea meno energivora nelle grandi reti infrastrutturali che accrescano le qualità strategiche dell’ecosistema manifatturiero a 27 presidiando appunto le “basi materiali della potenza di calcolo immateriale”.
Per l’Italia, il rischio principale è quello di una progressiva marginalizzazione all’interno delle nuove catene del valore digitali e del calcolo ( e non solo traguardando ad automotive, farmaceutica, automazione, acciaio) con l’esigenza di accelerare gli investimenti in competenze, ricerca, infrastrutture digitali  e loro basi fisiche e territoriali e innovazione industriale, favorendo al contempo una più stretta integrazione con le iniziative europee sulla sovranità tecnologica.

Compito dell’ Italia  – nel perimetro di una Europa Federale – essendo in estremo ritardo sulle strutture immateriali del calcolo conviene lavorare proprio su quelle materiali e cioè lo scheletro fisico dell’IA: data center hub, reti connettivo-logistiche degli impianti di calcolo e produzione elettrica in continuo con accumulatori e programmabilità. Governando insomma le reti di produzione, transito e accesso al calcolo nelle sue basi fisiche del valore. La Pianura Padana è sito ampio, privilegiato e sismicamente stabile e possiede alcune delle condizioni necessarie a tale traiettoria: vaste aree industriali per oltre 300kmq (di cui 1/20 abbandonate e in prossimità delle città e delle grandi reti aeroportuali, ferroviarie e autostradali), infrastrutture energetiche qualificate ( comprese due centrali atomiche in dismissione come Caorso e Trino), una rete idrica storicamente capillare e la prossimità ai maggiori mercati economici del Paese nel cuore del Mediterraneo. Nel complesso, dunque una vasta area integrata e industrializzata tra le più dense d’ Europa e con capacità e competenze già sperimentate e diffuse con 30 università e decine di centri di ricerca. Un quadro di energie, reti e strumenti che dovrebbero rientrare nel confronto politico e di leadership prossima riguardando il cuore del futuro industriale dell’Italia. Perché le reti di data center non crescono nei deserti ma in tessuti densi e connettivi che impongono investimenti, occupazione di qualità per una vera sovranità digitale, ma consumando energia, acqua e suolo, incidono sulle reti e competono con altri usi del territorio che vanno compresi, analizzati e scelti. Qui vanno viste con chiarezza le traiettorie industriali del paese e sciogliere le ambiguità sulla natura della competitività e sulle sue qualità ecosistemiche tra locale e globale provando a riaccoppiare: sviluppo e sostenibilità, autonomia strategica e riduzione delle dipendenze industriali, interesse nazionale e qualità degli ecosistemi locali, sviluppo urbano ed extra-urbano. Serve allora guardare ad una macroregione del nord capace di avviare in 5 anni 200 GW con una unica regia sovraregionale per coordinare localizzazioni, consumo di suolo, recupero di calore, elettrificazione industriale. Promuovendo con la macroregione padana l’ inserimento dell’ Italia in una nuova geografia politica del calcolo e delle sue basi materiali. Una struttura poi parzialmente trasferibile nelle altro due macroregioni centrali e del sud attorno alle grandi aree reti metropolitane di Roma , Napoli e Bari. Una faglia di connessione tra politiche nazionali, locali e globali dove anche la battaglia a livello amministrativo non dovrà riguardare solo mobilità, sicurezza, affitti o quantità delle trasformazioni urbane, ma traguardare al ruolo dei sistemi urbani – extraurbani come basi materiali del calcolo  e delle fonti di dati per una nuova crescita industriale. Perché accogliere i data center, significa definirne le condizioni energetiche, i vantaggi/svantaggi per molteplici soggetti territoriali e dunque scegliere per quali benefici da attribuire alla collettività e alle comunità locali o multi-locali. Ricordando che l’immateriale del digitale ha un corpo materiale e che solo congiuntamente producono valore e che sarà tale se condiviso nell’equità e giustizia nella sua identità industriale, energetica, territoriale e quindi inevitabilmente sistemica ecologica e politica insieme.

In tale prospettiva di valorizzazione delle basi materiali del calcolo digitale e dell’innovazione digitale, la competitività economica, la sicurezza nazionale, la capacità di governance intelligente delle migrazioni su base continentale e interregionale sono da considerare dimensioni sempre più interdipendenti e strategiche per una robusta visione del futuro industriale europeo dove i paesi singolarmente presi saranno sempre più marginali se non integrati in una forte rete federativa e socialmente coesa e in una prospettiva socialdemocratica rinnovata dei diritti, multiculturale e di progetto condiviso e inclusivo nella varietà.

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