Previdenza
Cosa c’entrano le nostre pensioni con il crollo della Borsa di Seul?
A Seul è bastata la proposta di un dividendo tecnologico, giudicata indecente dai mercati, per far crollare la Borsa. Ma la domanda vera riguarda tutti: chi finanzierà il welfare quando a produrre saranno le macchine?
Un post ha fatto crollare la Borsa di Seul
Il 12 maggio è bastato un post di un alto consigliere della presidenza sudcoreana per bruciare miliardi. Kim Yong-beom proponeva un dividendo nazionale finanziato dal gettito straordinario del boom dei semiconduttori, e la Borsa di Seul è scesa in giornata fino al 5,1 per cento, con Samsung e SK Hynix in testa ai ribassi, finché il governo non ha fatto marcia indietro derubricando tutto a opinione personale. La tesi del consigliere non era campata per aria: quei profitti poggiano su una base industriale che l’intera nazione ha costruito in mezzo secolo. Cioè il dividendo della produttività è un fatto collettivo, non del solo azionista. È bastato accennare a questo perché il mercato reagisse come se si trattasse della proposta di nazionalizzare un’azienda quotata in Borsa.
Miliardi investiti per produrre, ma guai a ridistribuire
Il seguito vale più della proposta. Il 29 giugno lo stesso governo ha annunciato oltre cinquecento miliardi di dollari di investimenti in chip e intelligenza artificiale, senza che nessuno battesse ciglio. Investire una cifra del genere nella produzione va bene; l’idea di redistribuirne i frutti fa evaporare miliardi in un pomeriggio. Finanziamo senza esitare le macchine che producono, e ci spaventiamo di finanziare chi quelle merci dovrà comprarle.
Tutto questo ci riguarda da vicino, proprio sul terreno delle pensioni. Perché la pensione che riceveremo domani la pagano i contributi versati su salari e stipendi di oggi. Quando una macchina prende il posto di un lavoratore, produce valore e non versa un centesimo di contributi. Il valore resta, la base che finanzia le pensioni si assottiglia. Un pozzo che trabocca mentre il secchio con cui dovremmo attingere si riduce sempre più.
Le proposte di chi studia la complessità
Chi solleva la questione non è un movimento antisistema. Il 16 giugno, sulle pagine di Nature, nello spazio che la rivista riserva alle opinioni firmate degli studiosi, Ljubica Nedelkoska, del Complexity Science Hub di Vienna, ha sostenuto una tesi dal titolo netto, tassare i profitti della tecnologia e non le persone: man mano che le macchine generano una quota crescente del valore, i sistemi di welfare costruiti sul prelievo dai redditi di lavoro andrebbero rivisti con una certa sollecitudine, prima che i posti di lavoro umani inizino a svanire in misura sempre maggiore. Quella che può suonare come un’eresia alle orecchie degli economisti ortodossi lo sta diventando sempre meno, ora che se ne parla apertamente su riviste autorevoli con interventi autorevoli. E non è un caso che a esporre la tesi sia chi studia i sistemi complessi, dove basta un punto che salta, in questo caso la domanda aggregata, perché ceda l’intera rete.
Da noi la stessa strada l’ha già indicata la direttrice generale dell’INPS, Valeria Vittimberga: spostare la base contributiva dal salario al valore aggiunto, perché a sostenere il sistema previdenziale sia la produzione e non solo chi lavora, un sistema peraltro già a rischio per l’invecchiamento della popolazione e la denatalità. La dottoressa Vittimberga non è un’utopista, è il vertice dell’istituto previdenziale.
Ortodosse contraddizioni
Puntuale arriva la voce “tranquillizzante” dei custodi dell’ortodossia economica, il pensiero oggi egemonico, per non dire unico. Per i suoi portavoce la quota-lavoro, la fetta di reddito che va a salari e stipendi anziché a profitti e rendite, sarebbe stabile da settant’anni; l’imposta sui profitti esiste già; il problema è di là da venire.
Con queste affermazioni, però, si fanno solo degli autogol. L’ortodossia poteva dire, con prudenza inattaccabile, che al momento l’emergenza non si registra. Invece si aggrappa alla serie storica e trasforma una cautela in una profezia. Ma quando mai il passato è servito a prevedere ciò che il passato non conteneva? È la fiducia di chi accelera fissando lo specchietto retrovisore. Tanto più che quella stabilità è già incrinata: dagli anni Ottanta la quota-lavoro è scesa in quasi tutte le economie avanzate, il capitale ha guadagnato terreno sul lavoro. Il dato citato a prova di solidità è già in cammino nella direzione temuta. E, peraltro, la stessa teoria ortodossa rafforza il concetto: se ogni fattore è pagato secondo il suo contributo alla produzione, e le macchine aumentano sempre più il loro, è proprio la teoria ortodossa a prevedere che al lavoro tocchi sempre meno. Non siamo davanti a un modello che non funziona più, ma a un modello che arriva a compimento. A furia di cieca fiducia nel laissez-faire si finirà per agire in emergenza, a danni fatti, su ciò che si poteva prevedere e prevenire. E tra prevenire e curare, sappiamo cosa sia meglio.
Chi comprerà, chi pagherà?
Sono due facce dello stesso problema. Altrove c’è chi festeggia le imprese che producono senza pagare salari e non si chiede chi ne comprerà le merci. Questa è l’altra metà: chi pagherà pensioni, sanità, scuola e tutta la spesa pubblica, quando si contrae la base imponibile principale, i redditi da lavoro. La risposta è la stessa da entrambi i lati. Non fermare le macchine, che vanno inserite nel sistema per avere crescita, ma spostare il prelievo dal lavoro che sparisce al valore che le macchine creano, per sostenere una domanda che rischia di contrarsi sempre più.
Non sarà facile far passare questi concetti, anche se sono abbastanza elementari: la reazione della Borsa coreana ha già mostrato chi si opporrà, e con quanta prontezza. Anche se, a dirla tutta, quella reazione è comprensibile, perché un prelievo sui dividendi non può essere annunciato al momento di distribuirli: va dichiarato prima e istituzionalizzato perché gli investitori devono poter operare in un quadro di certezze legislative. Ma significa anche che questo dibattito, che pure ha già raggiunto gli istituti previdenziali, va portato al più presto ai tavoli di governo, perché si comincino a elaborare gli strumenti più adatti a evitare una decrescita quanto mai prevedibile, e tutt’altro che felice.
Come sostenere pensioni, welfare e domanda quando il reddito da lavoro si assottiglia è il cuore del libro “Scritti di ALTER EGOnomia“.
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