Musica
La solitudine del dolore
Un’opera fresca d’inchiostro al Teatro dell’Opera di Roma, che trae il soggetto da due novelle di Pirandello, L’uomo dal fiore in bocca e La patente.
Il viandante
Entro in sala d’aspetto alla stazione,
manca l’aria.
In tasca ho un libro,
poesie altrui, tracce d’ispirazione.
Accanto, sulle panche, due vagabondi e un ubriaco
(oppure due ubriachi e un vagabondo).
Al lato opposto della sala, lo sguardo volto altrove,
in alto, verso l’Italia e il cielo,
siede un’elegante coppia anziana.
Fummo sempre divisi. L’umanità, i popoli,
le sale d’aspetto.
Mi fermo un attimo, incerto a quale sofferenza unirmi.
Infine mi siedo al centro,
leggo. Sono solo, ma non mi sento tale.
Un viandante che non viaggia.
Svanisce
la visione. Montagne di respiri, soffocanti
pianure. La divisione perdura.
Adam Zagajewski 1925-2021
Dalla vita degli oggetti. Poesie 1983-2005 (Adelphi, 2012), a cura Krystyna Jaworski
La poesia del poeta polacco Adam Zagajewski ritrae assai bene il clima di solitudine e di desolazione che si può cogliere in molte novelle e nel teatro di Pirandello. Segno che il mondo, da tanto, non va troppo bene. O forse non è mai andato bene. Il drammaturgo siciliano conosceva assai bene l’atmosfera culturale del nord europeo, avendo studiato all’università di Bonn. Sandro Cappelletto per il testo e Matteo D’Amico per la musica, da molti anni collaboratori di opere teatrali, accettano la commissione del Teatro dell’Opera di Roma per uno spettacolo da mettere in scena nella stagione 2025-2026. Scelgono, appunto, due novelle di Pirandello, L’uomo dal fiore in bocca e La patente e mescolano le oro storie in un atto unico. Il luogo che riunisce le due vicende è una stazione ferroviaria. Un guasto alla linea elettrica blocca i treni. I passeggeri s’incontrano in attesa che i treni ripartano. Tra gli avventori del caffè della stazione ci sono i giudici che dovranno giudicare una strana querela, e una figura tetra, che si rivela poi per lo iettatore, che ha querelato i suoi concittadini che lo evitano e lo hanno stigmatizzato proprio come cagionatore di malaugurio. Alla sua vista i passanti fanno segni di scongiuro. Pertanto il malcapitato, che ha perso anche il lavoro, e si vede evitato dai suoi concittadini, ne querela due colti a fare segni di scongiuro, spera di perdere la querela perché allora sarà riconosciuto ufficialmente come iettatore e potrà così pretendere una patente di iettatore: la patente, documento ufficiale, gli permetterà di essere pagato da chi lo teme per non esercitare i suoi nefasti presagi. L’altra figura è quella di un uomo che scopre di avere un epitelioma in bocca e quindi si sa condannato a morire presto. Due esclusi dalla società, due solitudini senza speranza. Il che, però, rende ancora più violenta in loro la voglia della vita dalla quale si vedono esclusi. Da qui il titolo dell’atto unico La vita nuda, che è anche il titolo della prima raccolta di novelle pubblicata da Pirandello, che poi, quando vi si aggiungeranno altre novelle, prenderà invece il titolo definitivo di Novelle per un anno. Cecilia Ligorio, la regista, immagina l’ingresso a una stazione di provincia, a sinistra gli uffici, a destra il caffè. In fondo l’accesso ai binari. Scena di Gregorio Zurla. L’ambiente ricorda le stazioni degli anni 20′ / ’30 del secolo scorso. In mezzo, in alto – ma poi cala – un grande orologio in cui è bloccata l’ora del guasto elettrico, le sette e ventinove. Quando la vicenda precipita le lancette dell’orologio cominceranno a girare vertiginosamente. Il tempo ingoia la vita. Gli abiti, di Vera Pirantoni Giua, in genere grigi, o di colore non vistoso, acuiscono la sensazione di un mondo freddo, spietato, oppressivo. Le luci, di Fabio Berettin, anch’esse livide, e talora offuscate, contribuiscono a creare un’atmosfera di angoscia, di attesa di qualcosa di terribile. I personaggi gestiscono nervosi, come colti dalla necessità di affrettarsi, ma non si sa per dove. Lo spettacolo cattura subito il pubblico, non lascia respiro. La congruenza di canto e gesti è perfetta. Scrivere tuttavia oggi teatro musicale è impresa complicata, difficile più che nel passato. Non ci sono regole, modelli, riferimenti ai quali appoggiarsi, magari innovandoli, ma sempre partendo da presupposti certi. Che melodia, che ritmo, in un’epoca in cui ogni melodia, ogni ritmo non ha più modelli? che forma oggi che la forma va reinventata da capo? che tradizione, quando le tradizioni hanno perso il dominio, e tutte, di qualunque parte del mondo, si eguagliano e lo stesso canto popolare non è più popolare, ma manovrato industrialmente? Matteo D’Amico segue da anni una sua strada, ch’è quella di partire dalla semplice scansione delle parole, una sorta di recitar cantando moderno. Gli strumenti avvolgono questa declamazione canora creando via via le atmosfere suscitate dalle parole. In qualche punto si rischia forse la monotonia, l’equiparazione dello stesso canto per ogni personaggio. Ma poi soccorrono i momenti d’insieme, l’elaborazione contrappuntistica delle voci e degli strumenti. E le scene d’insieme sembrano bloccate in un fissità glaciale, una sorta di distillazione del dolore che percorre le vene di tutti i personaggi. Ma non mancano anche i grandi slanci o sfoghi solistici. E svettano, naturalmente, gli sfoghi dell’uomo dal fiore in bocca, quelli dello iettatore. Ma anche delle due donne, la moglie del malato e la figlia dello stigmatizzato, in una sorta di sorellanza del dolore. Forse l’opera sarebbe dovuta terminare con il buio che chiude la scena settima. Il concertato finale della scena ottava, l’ultima, che ricorda un po’ la morale, solo apparente, come tutto in Mozart, e non davvero moralistica, del Don Giovanni – questo è il fin di chi fa mal – ci propone un confronto conturbante – se la morte / fosse solo il soffio / che spegne questo lume … – perché sembra quasi un corpo estraneo. Alessandro Cadario, il direttore e concertatore, tiene saldamente insieme tutti i fili dell’intricata partitura, imprime fluidità alla recitazione cantata, e colori adeguati all’orchestra nelle diverse situazioni. Il cast, otto interpreti, come nella più affermata tradizione dell’opera buffa, si fa ammirare per la straordinaria omogeneità raggiunta, segno, anche, di numerose e attente prove. Canto, recitazione, gesti sono misurati per concordare insieme in un meccanismo preciso come un orologio, e l’orologio della stazione ne diviene, a questo punto, quasi la metafora, dapprima stabile, alla fine impazzita. Spiccano, naturalmente, le due figure che nascono dalle due novelle, l’Uomo dal fiore in bocca di Omar Montanari, e Rosario Chiàrchiaro, lo iettatore, di Andrea Concetti. Ma non è da meno l’appassionata moglie dell’uomo malato, Annunziata Vestri, e la figlia dello iettatore, Rosinella, un’intensa Maria Grazia Schiavo. I tre giudici sono perfetti nell’imporre una propria austera severità, ma anche nel mostrare la frattura di dubbi e incertezze davanti al caso singolare di giudicare una querela per iettatura, in cui lo iettatore pretende che sia legalmente riconosciuto il suo malefico potere. Blagoj Nacoski interpreta oltre che la figura di uno dei giudici, anche quella di un avventore del caffè, e distingue bene le due figure, la fragilità dell’avventore, e la sicurezza del giudice. Marcello Nardis e Roberto Abbondanza sono gli altri due giudici, composti come richiede il ruolo. Figura a parte, il giudice D’Andrea, i più perplesso, ma che alla fine cede alle ragioni di Chiàrchiera, lo iettatore, ne riconosce una ideale legittimità: perché lo sventurato merita pietà, “La pietà di tutti noi, poveri piccoli uomini feroci. Senza giustizia”. Il teatro Nazionale era pieno, alla prima e tutto il pubblico ha applaudito con calore. Segno che c’è un pubblico anche per l’opera contemporanea, e non solo per le Traviate e le Bohème. Tanto più va riconosciuto al Teatro dell’Opera di Roma il merito di averla commissionata. È, in Italia, paese che non ama rischiare, un procedere contro tendenza, mentre altrove, in Europa, ma anche negli USA, i teatri dedicano molto spazio proprio alla commissione di nuove opere, e in genere al repertorio contemporaneo e del Novecento. Nei secoli scorsi i teatri mandavano in scena quasi soltanto opere contemporanee. “Paris change” scrive Baudelaire. E ahinoi anche il mondo, se in meglio o in peggio giudicheranno i posteri. Chi ci vive dentro, oggi, in questo mondo, è spesso condotto a pensare che il cambiamento sia verso il peggio. Come scrive il poeta polacco: la divisione perdura.
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