Italia
C’era una volta il Cantastampa
Michele Bovi, realizzatore della trasmissione tv “Techetechetè”, riporta in questo libro un particolare momento in cui i giornalisti della carta stampata sostituirono i parolieri.
Michele Bovi – C’era una volta il Cantastampa: quando i giornalisti spodestarono i parolieri (Con un racconto di Pasquale Panella) – Coniglio Editore 2025
C’è una parola deliziosamente italiana, paroliere, che forse non si è guadagnata grande attenzione nelle ricostruzioni storiche del costume nazionale. Eppure in quel particolare sinolo tra materia e forma che è la canzone — un incontro felice e talora perfetto tra parole e musica — le parole sono il tessuto verbale su cui si innesta il ricamo musicale delle note. Quando il miracolo riesce vengono fuori le canzoni che amiamo e che accompagnano la nostra fragile e breve occasione terrena. Scriveva il mio autore di riferimento in una lettera: «Ci si sorprende della perfezione di alcune canzoni popolari. Chi le ha scritte spesso non è che un imbecille, ma quel giorno ha sentito meglio delle persone intelligenti. Bisogna sentire » (Gustave Flaubert a L. Colet 3 gennaio1853).
Nella nostra Italia abbiamo il vantaggio che i parolieri sono spesso dei veri e propri genietti e a loro, insieme ai musicisti quando non lo sono anch’essi (e allora abbiamo i cantautori, altra parola tutta italiana) dobbiamo momenti di estasi, abbandono, rammemorazione lirico-nostalgica di epoche della nostra vita passata. I nomi più famosi dei parolieri sono certamente Mogol, e chi lo sostituì nel sodalizio con Battisti ossia Pasquale Panella, e poi Migliacci, Limiti, Bigazzi, Malgioglio ecc ecc
Ma ci fu un momento, e vengo al punto di questo libro che reperta la singolare storia in cui i parolieri vennero sostituiti da giornalisti famosi e meno della carta stampata dando vita a una rassegna canora “il Cantastampa” che ebbe ben cinque edizioni (’63 a Rimini,’64 a Taormina,’66 a San Benedetto del Tronto,’68 a Trento, ’72 al Cantagiro). I nomi dei giornalisti in veste di parolieri recano le generalità di Maurizio Costanzo, Emilio Fede, Sandro Ciotti, Antonio Lubrano, Graziano Motta, Joe Marrazzo, Italo Cucci, Gianni Minà, Leonardo Settimelli ecc.
Il fatto increscioso, ricorda l’autore del libro Michele Bovi — nonché ideatore della trasmissione tv “Techetechetè” di cui da nostalgico sono assiduo spettatore estivo — è che di quella rassegna non c’è traccia negli archivi RAI unitamente a trasmissioni fondamentali della mia piccola educazione sentimentale televisiva infantile come “Chissà chi lo sa” e “Giovanna la nonna del corsaro nero”. Ma Bovi non dispera di recuperarne le bobine.
È sicuramente da iscrivere, questo libro, in quello spirito “di recupero” delle cose belle (non certo di pessimo gusto o forse sì ma allora alla maniera preziosa e struggente di Gozzano) del nostro vissuto collettivo. Personalmente ho un “lato debole” — per età e inclinazione mia — verso operazioni come questa in cui la rammemorazione/precisazione del passato (anche e soprattutto canoro) è ancoraggio forte dell’io e argine allo spappolamento psichico inferto dal passaggio del tempo.
In attesa che vengano recuperate le bobine smarrite, Bovi raccoglie in questo volume una novantina di testi di quella avventura canora, di cui ne riporto una — quella che mi ha colpito perché mi ricorda un’atmosfera personale quando una estate fine anni Settanta, strappato al mare natio, approdai, a differenza del testo della canzone, solo, in una calda, soffocante Milano. Strappo, certo, ma che mi assicurava il primo sostegno certo della mia giovinezza, uno stipendio, nella città in cui s’è svolta la mia avventura esistenziale, Milano. Ecco la canzone:
Estate a Milano
D’estate
noi due a Milano
mentre gli altri
sono tutti lontano.
Sorriderci felici
la mano nella mano
ed è come se mai
abbiamo amato.
Le case sono nostre
gli alberi, la via.
le insegne, le falene,
i tram, la Galleria.
E non pensiamo al mare
alla pineta, al sole,
ai pomeriggi stanchi,
a tutte quelle notti
fatte di vuoto.
D’estate
noi due a Milano
mentre gli altri
sono tutti lontano.
testo: Graziano Motta
musica: Felice Davià
canta Luciana Turina
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