Geopolitica

Agosto 1991, la fine dell’Urss, l’Ucraina e i confini delle nuove guerre

35 anni fa, l’inizio della fine dell’Urss e del suo spazio geopolitico e imperiale, alle origini dei conflitti e delle guerre ai confini orientali dell’Europa

22 Agosto 2026

35 anni fa, il 19 agosto 1991 alla vigilia della firma di un nuovo Trattato destinato a trasformare l’Unione Sovietica da Stato centralizzato a una federazione di repubbliche sovrane— una risposta alla crisi politica che la stava attraversando —, il Presidente Michail Gorbačëv viene isolato nella dacia di Foros, in Crimea

I golpisti facevano parte della fazione conservatrice del Partito Comunista, del KGB e delle forze armate sovietiche. Gli chiedono di proclamare lo stato d’emergenza o di dimettersi. Gorbačëv rifiuta.A Mosca, Boris El’cin, deputato e poi Presidente della Repubblica Russa, guida la resistenza. Il 21 Agosto, il colpo di Stato fallisce, ma il tentativo di salvare l’Unione ne accelera la dissoluzione. Le repubbliche proclamano l’indipendenza, il Partito Comunista si dissolve  ed El’cin consolida l’autorità della Repubblica Russia.

Tra il 20 e il 31 agosto, l’effetto domino  porta gran parte delle repubbliche sovietiche a dichiarare la propria sovranità per evitare di rimanere ostaggio dei giochi di potere di Mosca. Il referendum popolare del 1° dicembre 1991 in Ucraina, per confermare l’Atto di Indipendenza, adottato dal Parlamento il 24 agosto , con una schiacciante vittoria  per l’ indipendenza, spiana la strada agli Accordi di Belaveža dell’8 dicembre tra Russia, Ucraina e Bielorussia.

L’URSS cessa di esistere. Il 25 dicembre 1991 Gorbačëv, in diretta televisiva e di fronte allo stupore mondiale, si dimette firmandone lo scioglimento.Il tentativo disperato della linea dura del Partito Comunista di salvaguardare l’Unione Sovietica ne aveva decretato la fine immediata e irreversibile.

La Cina tenne una linea ufficialmente di non ingerenza pur guardando inizialmente con favore al tentativo dei conservatori di salvare la struttura comunista.Il crollo finale dell’URSS fu interpretato da Deng Xiaoping come una conferma della bontà della via cinese: riforme economiche radicali abbinate a un ferreo controllo politico autoritario suggellato nei massacri di piazza tien an men del 1989 contro i movimenti studenteschi democratici.

Il quadriennio di tentativi di riforme di Gorbačëv, sfociato nei quattro mesi tra agosto e dicembre 1991, ha ridisegnato la mappa del mondo senza uno scontro militare diretto tra superpotenze, lasciando però in eredità le complesse dinamiche di confine e sovranità che caratterizzano tuttora lo spazio post-sovietico. Molti dei conflitti e delle successive conseguenze che hanno coinvolto lo spazio geografico europeo ai suoi limes orientali nascono allora: dalla dissoluzione incontrollata della repubblica jugoslava alle guerre nel Caucaso, in Cecenia, Armenia e in Georgia,  al dramma dell’Ucraina.

A differenza della vulgata che tanto consenso trova a sinistra, fin dall’inizio il problema dell’Occidente era il timore della frammentazione e del rischio di anarchia e guerra civile, come appunto stava succedendo già in Jugoslavia. L’amministrazione di George H.W. Bush e i leader europei (Helmut Kohl, François Mitterrand, John Major) consideravano Gorbačëv un interlocutore affidabile per il disarmo. Temevano che la disgregazione dell’Unione scatenasse conflitti etnici o guerre civili in un territorio con oltre 30.000 testate nucleari. Solo poche settimane prima del golpe il 1° agosto del 1991, Bush pronunciò un drammatico discorso al parlamento ucraino mettendo in guardia dai pericoli di un “nazionalismo suicida” e caldeggiando la firma del Nuovo Trattato dell’Unione.

Washington e le capitali europee rifiutarono di riconoscere il Comitato di Emergenza dei golpisti , congelarono gli aiuti finanziari all’URSS e chiesero l’immediato reintegro di Gorbačëv.Al suo ritorno però l’Occidente capì che la sua autorità era svanita e che il centro di gravità politico era ormai la Repubblica Russa.

Dopo il crollo dell’URSS , la diplomazia americana si concentrò su un unico grande obiettivo: far sì che tutte le armi nucleari strategiche venissero trasferite o smantellate sotto il controllo esclusivo della Federazione Russa. I codici nucleari passarono direttamente tra i due poteri la sera del 25 dicembre 1991, garantendo che la catena di comando rimanesse saldamente a Mosca.Gira persino una storia, narrata da Giulietto Chiesa (allora corrispondente de La Stampa da Mosca), secondo cui parte di quei codici fossero stati messi a conoscenza anche della stessa amministrazione americana.

Oltre alla Russia, tre nuove repubbliche indipendenti si ritrovarono armi nucleari sul proprio territorio: l’Ucraina, il Kazakistan e la Bielorussia. L’Ucraina possedeva la custodia fisica di oltre 1.700 testate strategiche, pur non avendone il controllo operativo immediato. Gli Stati Uniti lanciarono il Cooperative Threat Reduction Program, finanziando con miliardi di dollari lo smantellamento dei vettori e la messa in sicurezza dei siti per evitare il rischio di proliferazione verso Paesi terzi.

Il Protocollo di Lisbona (maggio 1992) integrò il Trattato START I, imponendo a Ucraina, Bielorussia e Kazakistan di aderire al Trattato di Non Proliferazione (TNP) come Stati non nucleari e di restituire tutto il materiale bellico alla Federazione Russa. Per convincere definitivamente Kyiv, Minsk e Alma Ata a cedere le armi, Stati Uniti, Regno Unito e Russia firmarono nel dicembre 1994 il Memorandum di Budapest. In cambio del completo disarmo nucleare, le tre potenze garantirono solennemente di rispettare l’indipendenza, la sovranità e i confini esistenti dei tre Paesi, impegnandosi — ironia della sorte — a non usare mai la forza militare o la coercizione economica contro di essi.

Il Memorandum concepito per stabilizzare l’area post-sovietica, è diventato il simbolo delle criticità delle garanzie di sicurezza internazionali nel XXI secolo. Le sue conseguenze geopolitiche hanno ridefinito la percezione della deterrenza globale. Con l’annessione della Crimea nel 2014 e l’invasione su vasta scala dell’Ucraina nel 2022, la Federazione Russa ha violato direttamente l’impegno a rispettare l’indipendenza, la sovranità e i confini ucraini sanciti nel 1994.

Non essendoci un meccanismo di difesa collettiva — come l’Articolo 5 della NATO —, l’obbligo dei firmatari occidentali (USA e Regno Unito) si limitava a consultazioni diplomatiche e al ricorso al Consiglio di Sicurezza dell’ONU, inevitabilmente bloccato dal diritto di veto di Mosca.

Il destino dell’Ucraina ha inviato un segnale fortemente destabilizzante a livello globale.L’idea che un Paese possa cedere il terzo arsenale nucleare al mondo in cambio di impegni politici, per poi subire un’aggressione da parte del garante stesso, ha minato la credibilità del Trattato di Non Proliferazione e ha rafforzato la dottrina di diversi Paesi emergenti o isolati (come la Corea del Nord o l’Iran), convincendoli che il possesso di un deterrente nucleare reale sia l’unica assicurazione contro ingerenze o invasioni esterne.

L’invasione ad opera di uno stato membro del consiglio di sicurezza e fondatore delle Nazioni Uniti ha gravemente  e ulteriormente indebolito l’ordine internazionale spingendo diversi attori statali ad agire con maggiore aggressività e assertività in violazione del diritto internazionale e creando un pericoloso precedente sfruttato da attori per testare i limiti della diplomazia globale, come sta dimostrando il lacerante conflitto in medio oriente da israele a gaza all’iran

l’Ucraina e gli Stati dell’Europa orientale si sono convinti definitivamente che le dichiarazioni d’intento sanzionate dalla diplomazia non offrivano reale protezione. Questo ha spinto Kyiv a richiedere garanzie di difesa vincolanti e a perseguire l’integrazione nell’unione europea e un possibile accordo con la NATO come unico scudo effettivo.

La storia ha dimostrato che la transizione incruenta del 1991, senza un vero trattato di pace che sancisse la fine della Guerra Fredda fra le due superpotenze, non aveva sciolto i nodi strutturali sulla sovranità nell’ex spazio sovietico, ma ne aveva soltanto posticipato il confronto, sanzionandolo su basi giuridiche rivelatesi troppo fragili.

Che alternativa avrebbe potuto esserci? Nel 1994 le alternative teoriche esistevano, ma ciascuna presentava ostacoli economici, tecnici o geopolitici quasi insormontabili per l’Ucraina dell’epoca.Mantenere l’arsenale nucleare era problematico: Kyiv possedeva la custodia fisica delle armi, ma i codici di lancio  e il controllo operativo erano a Mosca. Un’alternativa concreta sarebbe stata condizionare la cessione delle armi a un trattato di alleanza o collaborazione con gli USA o la NATO, ratificato dal Congresso americano.Ma Washington voleva evitare a tutti i costi un impegno militare diretto nello spazio ex-sovietico, per non provocare una reazione nazionalista a Mosca o rischiare uno scontro diretto con la Russia.

L’Ucraina accettò il Memorandum di Budapest perché si trovava in uno stato di totale vulnerabilità economica e finanziaria e sotto l’enorme pressione congiunta di Washington e Mosca.Affermare che senza il Memorandum di Budapest non ci sarebbe stata l’invasione russa dell’Ucraina ha senso come ipotesi di storia controfattuale, ma rappresenta una semplificazione che sorvola sulle conseguenze destabilizzanti che il rifiuto del disarmo avrebbe generato negli anni ’90.

Certo è che, nella storia moderna, nessun Paese dotato di un arsenale nucleare operativo ha mai subito un’invasione territoriale su vasta scala. Se l’Ucraina avesse conservato una capacità di rappresaglia atomica, il costo strategico per la Russia sarebbe stato proibitivo.

Ma un rifiuto ucraino di disarmare nel 1994 avrebbe portato all’isolamento internazionale e a sanzioni occidentali. In quella posizione di estrema debolezza economica, l’Ucraina avrebbe potuto subire un intervento militare o un’azione destabilizzante russa — con la neutralità o persino la complicità diplomatica degli USA — trent’anni prima. Tuttavia, eliminare le armi nucleari senza integrarla in un’alleanza difensiva vincolante ha lasciato l’Ucraina in un vuoto di sicurezza in Europa orientale, esponendola alle mire revisioniste russe.

L’invasione è stata guidata dal rifiuto del Cremlino di accettare la sovranità ucraina e dal suo avvicinamento all’Occidente. Il Memorandum non ha creato queste dinamiche; ha solo rimosso l’ostacolo materiale che avrebbe potuto frenarle. Non ha causato la guerra, ma disarmare l’Ucraina ha rimosso il principale deterrente fisico, rendendo un’invasione futura un’opzione militarmente e politicamente percorribile per il Cremlino.

Nessuno oggi può affermare se, come e quando si raggiungerà almeno una tregua sul fronte. Ma, guardando ad un possibile futuro , la sfida sara’ duplice: da un lato, rafforzare i meccanismi di non proliferazione con impegni concreti e verificabili; dall’altro, riconoscere che le “zone grigie” di sicurezza in Europa e nel mondo sono destinate a diventare nuovi fronti di conflitto se lasciate irrisolte. Il futuro dell’ordine globale dipenderà dalla capacità di trasformare le lezioni del 1991 in istituzioni più solide, dove la sovranità dei Paesi più deboli non sia negoziabile e dove la deterrenza sia anche giuridica, economica e politica.Solo così si potrà evitare che la storia si ripeta, trasformando le vulnerabilità di oggi nelle guerre di domani.

La vera questione sarà se l’Europa saprà offrire a Kyiv ciò che allora non si seppe garantire: non semplici rassicurazioni, ma impegni politici credibili.Una pace senza sicurezza lascerebbe intatte le cause del conflitto; una sicurezza senza un accordo diplomatico e politico, invece, rischierebbe di congelare la guerra e preparare quella successiva.

Solo una pace  fredda, vincolata e garantita anche da una difesa militare, una pace sostenuta finanziariamente , rendendola economicamente preferibile allo stato di guerra, sarà capace di proteggere la sovranità degli Stati ed impedire che lo spazio geopolitico europeo torni a essere una nuova zona grigia del sistema internazionale.

Commenti

Devi fare login per commentare

Accedi

Gli Stati Generali è anche piattaforma di giornalismo partecipativo

Vuoi collaborare ?

Newsletter

Ti sei registrato con successo alla newsletter de Gli Stati Generali, controlla la tua mail per completare la registrazione.