Italia
La necessità di una riflessione sul ‘Futuro ad alta quota’
Il saggio di Andrea Ferrazzi è un richiamo alla classe dirigente a farsi carico di guidare e indirizzare le trasformazioni in atto
È un libro coraggioso ‘Il Futuro ad Alta quota’ (Rubbettino, 2025). Enumerare con schiettezza i problemi che attraversano la provincia di Belluno e in generale gran parte delle aree interne europee, montane o meno, non è un esercizio semplice. In un periodo storico segnato dal ricorso assiduo al lamento social, richiamare chi ricopre ruoli di vertice nelle istituzioni, nelle associazioni di categoria, imprenditori grandi e piccoli – la classe dirigente di un territorio – a smetterla di piangersi addosso e, invece, farsi carico della responsabilità di progettare e costruire un futuro possibile è al tempo un atto di coraggio, di fiducia e di amore; che se li guardi bene, sono componenti della stessa materia.
Con un punto di vista privilegiato, da dieci anni è direttore di Confindustria Belluno Dolomiti, Ferrazzi esce dalle gabbie retoriche consolidate e dice chiaramente che i problemi ci sono, che sono tanti e diversificati, ma il primo e principale è di natura psicologica e si chiama carenza di fiducia. Sta dentro di noi, dunque, e forse aver reso evidente questa condizione è la chiave del rumore che il libro sta facendo. Non a caso alla prima presentazione pubblica ufficiale, in programma martedì 3 febbraio nel Bellunese la lista delle presenze istituzionali è lunga: sindaci e amministratori locali, presidenti di associazioni di categoria, il presidente della Provincia di Belluno, l’assessore regionale di riferimento. Il dialogo con Giulio Buciuni, professore associato del Trinity College di Dublino e il presidente dei giovani di Confindustria Belluno, Michele Da Rold, non farà che rafforzare la necessità di una discussione approfondita sul futuro economico e sociale del nostro territorio e di quali strumenti ci attrezzeremo per raggiungere questo obiettivo.
Il saggio di Ferrazzi muove infatti dallo spaesamento delle nostre comunità di fronte all’incedere furioso della modernità. Le innovazioni incessanti e continue sembrano travolgere le nostre vita e certamente scuotono le fondamenta su cui abbiamo costruito il nostro benessere. Non abbiamo (non ancora vien da dire) sviluppato codici di interpretazione per quanto sta accadendo. Le trasformazioni economiche, la riconfigurazione di relazioni sempre più mediate dal digitale, vale per gli appuntamenti con gli amici come per la spesa – lasciano chi abita le aree lontane dai grandi snodi urbani in un limbo dove si fatica a trovare il senso e la ragione per restare e piantare radici. Da qui il desiderio di fuga nei giovani e l’immobilismo in chi resta. L’incapacità di immaginare un futuro possibile genera una spirale che si alimenta della riduzione progressiva di fiducia in se stessi e nel contesto e nel corrispettivo aumento della nostalgia verso un passato – idealizzato e immaginato più che realmente vissuto. Sono fattori che, a loro volta, producono stereotipi, rafforzati da una narrazione mediatica e culturale che si limita a descrivere la montagna come luogo ‘altro’, il punto di fuga da una modernità troppo complessa e potenzialmente distruttiva. Il bel mondo di Heidi, insomma.
Poi c’è la realtà: spopolamento in primis, le crisi di quelle industrie che non hanno potuto, saputo o voluto innovare, una monocultura produttiva nel senso di impiego di manodopera generalmente poco specializzata e facilmente sostituibile dalle macchine, carenza di servizi e lo stesso cambiamento climatico. Difficile affermare dove siano le cause e dove comincino gli effetti della condizione descritta poco fa. Il rischio vero è non vedere le diverse potenzialità e, soprattutto, le tante possibilità di rilancio e non agire per coglierle. Del resto, sottolinea il saggio, sono molte le zone alpine con insediamenti industriali che esprimono competenze di alto livello e costituiscono in molti casi una porta verso il mondo. Sta a noi ripensarci cittadini globali tra le montagne e organizzarci per sviluppare quelle connessioni e quelle alleanze che ci consentiranno di guardare al futuro con meno paura e più ottimismo. Perché, come ci ricorda Ferrazzi, la geografia non è un destino.

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