Geopolitica
I piani britannici per la difesa della Groenlandia vanno nella giusta direzione
Come è noto il presidente degli Stati Uniti Donald Trump ha dichiarato che «la Groenlandia è invasa da navi russe e cinesi»; sarebbe questa la ragione (pretestuosa) della sua intenzione di acquisire, per motivi di sicurezza nazionale, l’isola artica.
Mercoledì 7 gennaio, in una breve riflessione su questo ottimo giornale, avevo modestamente auspicato la creazione, da parte dell’Europa, di «una “coalizione dei volenterosi” per la sicurezza nell’Artico e nell’Atlantico del Nord, specialmente per salvaguardare la sicurezza marittima e la libertà di navigazione nel GIUK gap, lo Stretto di Davis e la Baia di Baffin. Ovviamente tale operazione avrebbe tra i suoi scopi anche quello di fugare i timori degli Stati Uniti (a parere di molti infondati) delle minacce russe e cinesi sulla Groenlandia». Il mio era un auspicio da cittadino europeo e amico del popolo groenlandese, prima ancora che da analista.
Navi e aerei europei, insomma. Citavo, come modello, EUNAVFOR Aspides, operazione militare europea a scopo difensivo e di assoluta rilevanza che coinvolge ad esempio la fregata italiana Antonio Marceglia (che è un’unità del noto progetto italofrancese FREMM).
Infatti mandare un limitato contingente europeo di soldati francesi o tedeschi a Nuuk e altri punti strategici della Groenlandia avrebbe in sé scarsa capacità deterrente. Allo stesso tempo bisognerebbe far sì che una cospicua forza aeronavale europea nella regione non venisse percepita come una provocazione da alcune “teste calde” nell’amministrazione Trump (ci potrebbero essere fanatici MAGA così ottusi da accusare l’Europa di voler invadere gli Stati Uniti…)
Il vicepresidente J. D. Vance in tal senso ha fornito all’Europa un buon assist (forse volontariamente). Nel corso di una conferenza stampa ha chiesto agli «amici europei» di prendere in modo più serio «la sicurezza di quella massa continentale [la Groenlandia]» perché altrimenti «gli Stati Uniti dovranno fare qualcosa a riguardo». Perfetto, prendiamolo in parola, e vediamo il (probabilissimo) bluff dell’amministrazione Trump.
Ho dunque accolto con un sospiro di sollievo quanto riportato oggi dal Telegraph. «Downing Street sta discutendo con gli alleati europei l’invio di una forza militare in Groenlandia che protegga l’Artico per conto di Donald Trump […] I piani, ancora in una fase embrionale, potrebbero comportare il dispiegamento di soldati, navi da guerra e aerei britannici per proteggere la Groenlandia dalla Russia e dalla Cina».
I piani britannici vanno nella giusta direzione. Sempre il 7 gennaio avevo citato il recentissimo new Lunna House Agreement tra Norvegia e Regno Unito: un esempio di accordo lungimirante tra due democrazie atlantiche legate da un’antica amicizia, in un’area strategica, quella dell’Atlantico del Nord, e un modello per le nazioni europee, in primis per paesi come le atlantiche Francia e Spagna, ma anche per l’Italia.
Da parte sua la Statsminister Mette Frederiksen ha scritto su Facebook soltanto poche ore fa che «[s]ul nostro fianco settentrionale, la NATO deve mostrare maggiore determinazione e unità per garantire che Russia e Cina non diventino mai una minaccia nell’Artico. Un aumento significativo della presenza militare avrà un impatto reale sulla nostra sicurezza». Un punto di vista un po’ diverso da quello di giusto pochi mesi fa, quando la Danimarca era ostile all’idea di forze alleate (ad esempio francesi) in Groenlandia.
So bene che un’operazione del genere è estremamente complessa. Ma non credo che lo sia più di mandare forze europee nel Mar Rosso (una delle aree più calde e complesse del mondo, per citare una formula inflazionata; a tale proposito segnalo l’eccellente testo di un ricercatore italiano specializzato nella regione, Federico Donelli dell’Università degli Studi di Trieste).
So altrettanto bene che in Groenlandia non si tratta solo di mandare navi, aerei e truppe, ma anche di rafforzare la cooperazione tra Nuuk e Bruxelles, e di cambiare una volta per tutte la percezione che i groenlandesi hanno dell’Unione Europea. In ogni caso occorre agire presto, perché le elezioni di midterm sono dietro l’angolo, e Trump (il cui mandato scade fra appena tre anni) è un uomo imprevedibile.
Infine, una nota a margine. Se un’improbabile, ma possibile, invasione statunitense della Groenlandia avrebbe l’effetto di distruggere la NATO e allontanare l’Europa dagli Stati Uniti in maniera forse irreparabile, avvicinandola alla Repubblica Popolare Cinese, la minaccia statunitense di invadere l’isola artica sta sortendo l’effetto opposto; in Nordeuropa ad esempio si parla sempre più spesso di CRINK, acronimo che indica l’asse tra Cina, Russia, Iran e Corea del Nord. Personalmente non mi convince l’inserimento della C nell’acronimo: il regime autoritario cinese ha come alleato ufficiale solo la Corea del Nord in virtù dell’accordo del 1961, più lo storico “fratello di ferro” Pakistan, e ha tutto da guadagnare anche da un collasso geopolitico russo (e forse nel medio periodo lo auspica); e non mi sembra che Mosca stia facendo granché per soccorrere il regime iraniano in gravi difficoltà. Soprattutto, aderire alla retorica CRINK comporta un avvicinamento europeo alla posizione della destra statunitense sulla Repubblica Popolare Cinese…
Foto di copertina: HMS Kent, the Type 23 frigate designed for anti-submarine warfare; photo: Luron C Wright/MOD – OGL
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