Italia
Pandorogate. La nuova era del digital marketing
Dopo due anni di tempesta, il Tribunale di Milano ha emesso la sentenza sul Pandorogate: cade, per Chiara Ferragni l’aggravante della “minorata difesa” e non si procederà oltre grazie ai risarcimenti. Ma è una vittoria piena o una questione di tecnicismi legali?
Dopo oltre due anni di tempesta mediatica e legale, il Tribunale di Milano ha messo la parola fine al cosiddetto Pandorogate (ne ho parlato in passato anche qui sul mio blog). Il 14 gennaio 2026, è arrivata la sentenza per Chiara Ferragni: l’imprenditrice è stata prosciolta dalle accuse di truffa aggravata (1, 2, 3)
Ma attenzione: per capire davvero questa vicenda bisogna guardare oltre i titoli e analizzare i tecnicismi legali che hanno portato a questa decisione.
I risvolti della sentenza: perché il proscioglimento?
Il fulcro della decisione del Tribunale ruota attorno ai seguenti punti chiave:
- Cade l’aggravante della “minorata difesa”: la Procura sosteneva che l’influencer avesse approfittato della distanza del web per ingannare i consumatori (la cosiddetta “minorata difesa”). Il giudice non ha riconosciuto questa aggravante.
- Da truffa aggravata a truffa “semplice”: senza l’aggravante, il reato è stato declassato a truffa semplice. In Italia, la truffa semplice è perseguibile solo se c’è una querela di parte (una denuncia formale della vittima).
- L’accordo con il Codacons: poiché il Codacons e altre parti avevano ritirato le querele a seguito di ingenti risarcimenti (si parla di circa 3 milioni di Euro versati dalla Ferragni tra rimborsi e donazioni), è stato disposto il non luogo a procedere.
Il primo aspetto del provvedimento sul Pandorogate da rilevare è che non si è arrivati a stabilire nel merito se ci fosse dolo o meno, ma il processo si è fermato perché non c’erano più le condizioni legali per procedere dopo gli accordi risarcitori.
Ma, mentre tecnicamente il processo si è concluso senza un accertamento nel merito (come dicevamo grazie al ritiro delle denunce dei consumatori ampiamente già risarciti), la narrazione giornalistica, mediamente favorevole a Chiara Ferragni pone l’accento sulla fine di un “incubo giudiziario” e sulla restituzione della sua immagine pubblica di imprenditrice onesta.
La legge Ferragni
Nonostante la vittoria legale, il prezzo pagato in termini di immagine a seguito del Pandorogate è stato enorme. La vicenda ha segnato uno spartiacque nel mondo dell’influencer marketing, portando alla nascita della cosiddetta “Legge Ferragni” per una maggiore trasparenza nella beneficenza.
Quest’ultima rappresenta uno dei cambiamenti normativi più significativi degli ultimi anni per quanto riguarda il marketing digitale e il settore del no-profit in Italia: la finalità è stata quella di affrontare la mancanza di trasparenza che fino a quel momento ha permesso comunicazioni ambigue, dove il consumatore era indotto a pensare che ogni acquisto contribuisse direttamente alla causa, mentre a volte la donazione era già stata stanziata a monte indipendentemente dalle vendite.
Un aspetto cruciale della legge riguarda chi “presta il volto”: gli influencer, da qualche settimana iscritti in un albo ufficiale, devono comunque assicurarsi che la comunicazione sia veritiera e non ingannevole.
Tenuto conto che, ormai, essere influencer è come se fosse una vera e propria professione (lo evidenziava qui Giovanni Barra nel 2019) questi dovranno anche rispettare anche gli obblighi dal Codice di Condotta AgCom*.
In conclusione, la “Legge Ferragni” ha trasformato la beneficenza da strumento di puro marketing a un’attività rigorosamente normata, segnando la fine dell’era del “Far West” digitale in Italia.
Il verdetto del pubblico
Mentre dal punto di vista penale la partita si chiude qui, resta aperto il dibattito etico. Per molti fan è il momento del riscatto, mentre per i critici, resta l’ombra di un’operazione commerciale gestita in modo opaco, risolta “staccando un assegno”.
Il caso si chiude sotto il profilo giudiziario, segnando la fine dell’innocenza per il settore del marketing digitale, ma rimane un monito per l’intera Creator Economy. La lezione appresa è che nel mondo moderno, la “licenza di influenzare” non è un diritto acquisito, ma un contratto sociale che richiede una manutenzione costante, fatta di trasparenza assoluta e coerenza tra messaggi ideali e pratiche commerciali.
Indipendentemente dalle opinioni, questo caso resterà paradigmaticamente come un momento cruciale in cui il mondo digital ha dovuto fare i conti con la responsabilità civile e penale.
Cosa ne pensate di questo epilogo? Credete che dopo il Pandorogate Chiara Ferragni riuscirà a tornare ai fasti di un tempo o il brand è cambiato per sempre? 👇
*Per esempio il divieto assoluto di pubblicità occulta; la tutela dei minori; il divieto assoluto di diffondere discorsi d’odio o di istigazione alla violenza, contenuti discriminatori, o che possano altrimenti ledere la dignità umana; l’impegno a prevenire la diffusione di fake news; l’obbligo di indicare chiaramente se immagini o video sono stati alterati in modo significativo tramite filtri o intelligenza artificiale.
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