Filosofia

Oltre il paradigma antifascista. La lunga storia della cultura conservatrice

Un libro-intervista che smonta il pregiudizio che identifica la destra con il fascismo e ricostruisce, da Burke a Del Noce, la genealogia del pensiero conservatore europeo e italiano.

19 Luglio 2026

Può un libro-intervista mettere in discussione uno dei più consolidati paradigmi della cultura politica italiana? La cultura di destra non esiste (Edizioni Serradifalco), di Giampiero Cannella, dimostra che è possibile. Il titolo è una provocazione solo apparente. Basta osservare la copertina: quel “Non”, attraversato da una barra rossa, suggerisce immediatamente che non si tratta di negare l’esistenza di una cultura di destra, ma di cancellare un pregiudizio che continua a condizionare il dibattito pubblico italiano.

Il volume è costruito come un dialogo serrato con Danilo Maniscalco, le cui domande, brevi, puntuali e mai scontate, hanno il merito di guidare il lettore lungo un percorso che attraversa filosofia, storia, letteratura e politica senza mai appesantirlo. Il formato dell’intervista rende il libro agile, ma non superficiale. Al contrario, consente a Cannella di affrontare temi complessi con chiarezza, evitando il tono del pamphlet e privilegiando quello della riflessione culturale.

La tesi centrale è tanto semplice quanto controcorrente: in Italia la destra continua a essere giudicata attraverso il prisma del fascismo. È una sorta di conventio ad excludendum culturale che, ben oltre la fine della Prima Repubblica, sopravvive ancora oggi. Nel dibattito pubblico, nella scuola, nell’editoria e perfino in parte dell’accademia, il termine “destra” viene frequentemente percepito non come una delle grandi tradizioni del pensiero europeo, ma come sinonimo, o quantomeno erede diretto, del fascismo. Da questa sovrapposizione deriva una conseguenza evidente: ciò che appartiene alla cultura conservatrice viene spesso guardato con sospetto, quando non escluso a priori dalla legittimazione culturale.

Cannella contesta radicalmente questa impostazione, riportando il discorso alle sue autentiche radici storiche. Il punto di partenza non è il Novecento, ma Edmund Burke, autentico fondatore del conservatorismo moderno. Nelle Riflessioni sulla Rivoluzione in Francia, Burke elabora una critica destinata a segnare tutta la cultura politica europea: la società non nasce da un progetto astratto elaborato dalla ragione, ma da un lento processo storico fatto di tradizioni, istituzioni, consuetudini e legami comunitari. Il cambiamento è necessario, ma deve assumere la forma della riforma, non della rivoluzione. È qui che nasce una concezione della politica fondata sul limite, sulla prudenza e sulla continuità storica, ben lontana da ogni forma di totalitarismo.

Da Burke prende forma una genealogia che attraversa Alexis de Tocqueville e François-René de Chateaubriand, fino a trovare in Italia una propria originale declinazione. Da Antonio Rosmini e Vincenzo Gioberti, protagonisti del cattolicesimo liberale del Risorgimento a Gabriele D’Annunzio, interprete di una sensibilità nazionale che influenzerà il Novecento; da Giovanni Gentile, la cui statura filosofica non può essere ridotta alla sua scelta politica a Luigi Pirandello, osservatore impareggiabile della crisi dell’uomo moderno e last but not least Augusto Del Noce, forse il più importante interprete italiano della crisi della modernità e del nichilismo contemporaneo.

L’operazione dell’autore è tuttavia più sottile di una semplice rivendicazione identitaria. Cannella non costruisce un pantheon della destra né pretende di arruolare autori non solo diversissimi fra loro ma perfino decisamente alternativi alla destra, come ad esempio Antonio Gramsci, sotto una medesima bandiera politica. Ciò che propone è il riconoscimento di una comune sensibilità culturale: il valore della tradizione, il senso del limite, la centralità della persona, la critica delle utopie palingenetiche, il rapporto tra libertà e responsabilità, la continuità storica come antidoto alle ideologie.

Il libro affronta così anche il tema dell’egemonia culturale italiana. Per decenni, sostiene Cannella, ha prevalso una narrazione nella quale la cultura autentica sembrava appartenere quasi esclusivamente all’orizzonte progressista, mentre la tradizione conservatrice veniva ricondotta, direttamente o indirettamente, all’esperienza fascista. È questa identificazione automatica ad aver prodotto un impoverimento del dibattito pubblico, impedendo una lettura pluralistica della storia delle idee.

Il merito del libro consiste proprio nell’invitare il lettore a distinguere la storia del conservatorismo europeo dalla vicenda del fascismo italiano. Confondere le due esperienze significa non solo commettere un errore storiografico, ma privarsi della possibilità di comprendere una parte essenziale della cultura occidentale. Burke non è il prologo del fascismo; Rosmini non è l’anticamera dell’autoritarismo; Del Noce non è un nostalgico del passato. Sono autori che appartengono, ciascuno con la propria originalità, a una tradizione intellettuale che attraversa due secoli di storia europea.

La cultura di destra non esiste è dunque molto più di un libro sulla destra. È un invito a liberare la storia delle idee dalle semplificazioni ideologiche e a restituire dignità a un pluralismo culturale troppo spesso sacrificato alle categorie del Novecento. In questo senso, il volume di Cannella non chiede adesioni politiche, ma un esercizio di onestà intellettuale: riconoscere che una democrazia matura non ha bisogno di escludere una tradizione culturale per legittimarne un’altra. Anzi, vive proprio della capacità di far dialogare genealogie diverse, senza trasformarle in caricature o in scomuniche preventive. È questo il contributo più convincente e, probabilmente, più duraturo del libro.

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