green economy mafie

Criminalità

L’espansione di Cosa nostra nella green economy e nei servizi ambientali

La recente attività investigativa coordinata dalla Direzione Distrettuale Antimafia di Caltanissetta ed eseguita dal Reparto Territoriale dei Carabinieri di Gela ha svelato uno spaccato dettagliato sulla penetrazione mafiosa nella filiera del recupero degli oli esausti

17 Luglio 2026

La transizione verso modelli di sviluppo sostenibile e l’adozione dell green economy hanno ridefinito profondamente i flussi economici globali, introducendo nuove filiere di valore legate al riciclo e alla valorizzazione dei rifiuti e oli vegetali esausti. Tuttavia, questi mercati emergenti, fortemente incentivati da politiche pubbliche e normative comunitarie per la decarbonizzazione, sono diventati un polo d’attrazione primario per la criminalità organizzata di stampo mafioso. L’analisi delle recenti dinamiche investigative evidenzia una mutazione genetica delle ecomafie: all’originaria e rozza attività di sversamento illecito di sostanze tossiche si è progressivamente affiancata una strategia di infiltrazione “silente” in settori apparentemente puliti e a bassa esposizione mediatica, come la gestione dei rifiuti non pericolosi e la produzione di energie rinnovabili.

Questo spostamento d’asse risponde a una precisa razionalità economica. Le filiere ambientali lecite offrono un’eccezionale copertura per il riciclaggio dei capitali di provenienza illecita e permettono alle consorterie criminali di consolidare il controllo economico del territorio attraverso l’acquisizione di posizioni monopolistiche. Il fatturato delle ecomafie in Italia, stimato in diversi miliardi di euro all’anno, si concentra prevalentemente nelle quattro regioni a tradizionale presenza mafiosa, Campania, Puglia, Calabria e Sicilia, dove l’impatto dell’ecocriminalità si salda storicamente con la fragilità del tessuto amministrativo e con la pervasività dei clan sul tessuto imprenditoriale locale. In questo scenario, il traffico e il controllo degli oli vegetali esausti rappresentano uno dei casi più significativi della capacità di Cosa nostra di colonizzare le nuove opportunità dell’economia verde.

L’operazione Mondo Opposto a Niscemi: il racket silente degli oli esausti

La recente attività investigativa coordinata dalla Direzione Distrettuale Antimafia di Caltanissetta ed eseguita dal Reparto Territoriale dei Carabinieri di Gela ha svelato uno spaccato dettagliato sulla penetrazione mafiosa nella filiera del recupero degli oli esausti. L’operazione, denominata “Mondo Opposto” (e confluita nel successivo filone “Mondo Opposto 2”), ha colpito la storica famiglia mafiosa di Niscemi, perno del mandamento di Gela. Le indagini hanno portato all’emissione di ordinanze di custodia cautelare nei confronti di 35 soggetti, accusati a vario titolo di associazione di tipo mafioso, concorso esterno, estorsione aggravata, illecita concorrenza con violenza e minaccia, nonché traffico illecito e gestione non autorizzata di rifiuti.

La genesi dell’affare e l’interposizione negoziale

Le evidenze investigative indicano che la genesi dell’interesse del clan per questo specifico settore è strettamente legata all’esperienza detentiva del boss Alberto Musto. Durante la sua reclusione nel carcere di Voghera, Musto apprese da un altro detenuto le enormi potenzialità di profitto derivanti dalla gestione degli oli vegetali esausti, un settore caratterizzato da controlli meno stringenti rispetto ad altre categorie di rifiuti pericolosi ma dotato di una straordinaria marginalità economica. Una volta scarcerato, Alberto Musto, insieme al fratello Sergio Musto, ha pianificato la monopolizzazione del servizio di raccolta nel territorio di Niscemi e della provincia di Caltanissetta.

Non disponendo delle necessarie autorizzazioni di legge né dell’iscrizione all’Albo Nazionale dei Gestori Ambientali, i fratelli Musto hanno strutturato un modello di interposizione negoziale e di collaborazione “in nero”. L’organizzazione si è inserita nel tessuto economico locale agganciando inizialmente una ditta specializzata con sede a Favara, in provincia di Agrigento, e successivamente un’impresa operante a Catania, fungendo da intermediari di fatto e imponendo il proprio controllo sulla raccolta. Al contempo, il sodalizio dei Musto manteneva attivo un lucroso canale tradizionale basato sul traffico di sostanze stupefacenti, approvvigionandosi di cocaina e marijuana da fornitori catanesi per flussi finanziari stimati in circa 35.000 euro nel giro di pochi mesi, a dimostrazione di una struttura criminale ibrida in cui la modernizzazione imprenditoriale non esclude i canali di autofinanziamento classici.

Il “sinallagma criminoso” e il controllo del territorio a Niscemi

La forza intimidatrice espressa dal clan Musto veniva proiettata direttamente sui commercianti locali del settore della ristorazione, quali bar, pizzerie e ristoranti, ai quali veniva sistematicamente imposto di consegnare l’olio vegetale esausto esclusivamente alle ditte indicate dall’organizzazione mafiosa. Questo meccanismo azzerava qualsiasi forma di libera concorrenza nel territorio di Niscemi. L’accordo tra i mafiosi e le imprese di gestione ambientale partner configurava un vero e proprio sinallagma criminoso, caratterizzato da un reciproco vantaggio economico e logistico: le ditte di raccolta ottenevano il monopolio assoluto del conferimento, massimizzando i volumi di rifiuto speciale incamerato senza dover sostenere i costi di promozione e concorrenza commerciale e la famiglia mafiosa riceveva provvigioni fisse in denaro contante, quantificate in 40 euro per ogni contratto di smaltimento stipulato e in ben 600 euro per ogni tonnellata (1000 litri) di olio effettivamente prelevato dalle utenze commerciali.

L’efficacia e l’omertà del sistema erano tali che persino i dipendenti delle ditte coinvolte collaboravano attivamente con il clan. Durante le verifiche dei Carabinieri, alcuni dipendenti aziendali resero dichiarazioni mendaci agli inquirenti per coprire i membri del sodalizio mafioso, giungendo a sostenere di non poter identificare i soggetti che li accompagnavano durante i prelievi a causa dell’uso di mascherine protettive e cappelli. L’intera impalcatura societaria ed economica asservita al traffico illecito è stata infine colpita da un provvedimento di sequestro preventivo emesso dal GIP, per un valore patrimoniale stimato in oltre 6 milioni di euro.

La geopolitica del biodiesel: il valore dell’olio vegetale e il ruolo della raffinazione

La scelta di Cosa nostra di focalizzarsi sugli oli alimentari usati non è casuale, ma discende dal valore geometricamente crescente che questo rifiuto ha assunto sul mercato delle materie prime seconde. Se sversato in fognatura, l’olio esausto causa costi enormi di manutenzione delle reti urbane e di depurazione delle acque. Al contrario, se convogliato nei processi industriali corretti, esso può essere rigenerato per produrre lubrificanti industriali, saponi e, soprattutto, biodiesel.

La Direttiva Europea sulle Energie Rinnovabili (RED) impone standard rigorosi per la decarbonizzazione dei trasporti, incentivando l’uso di carburanti biologici derivanti da rifiuti (noti come Used Cooking Oil o UCO) poiché garantiscono un abbattimento delle emissioni di anidride carbonica compreso tra il 50% e il 60% rispetto ai carburanti di origine fossile. La vicinanza geografica dell’area di Niscemi alla raffineria Eni di Gela, riconvertita in polo per la produzione di biocarburanti ad alta tecnologia, rappresenta un elemento strategico fondamentale per la geopolitica criminale della Sicilia orientale. Gli oli esausti raccolti localmente, una volta pre-trattati da impianti autorizzati, convergono inevitabilmente verso questi grandi hub di raffinazione industriale.

Il prezzo dell’olio vegetale esausto è parametrato proprio sul risparmio di emissioni climalteranti che esso garantisce all’industria chimica. Questo meccanismo normativo ha trasformato un potenziale inquinante in “oro verde”, creando un mercato parallelo in cui i clan possono immettere prodotto di provenienza illecita, ripulendone l’origine e godendo di ricavi esentasse. Il Consorzio Nazionale di raccolta e trattamento (CONOE) stima che circa 15.000 tonnellate all’anno di oli esausti sfuggano ai canali di raccolta ufficiali e certificati, finendo in gran parte sotto il controllo delle organizzazioni criminali che sfruttano la mancanza di tracciabilità digitale per alimentare il circuito legale delle bioraffinerie.

Analisi comparata: l’evoluzione strutturale delle infiltrazioni mafiose

L’esame dell’operazione di Niscemi-Catania, se rapportato ad altre inchieste storiche condotte sul territorio nazionale, permette di decodificare l’evoluzione delle modalità di infiltrazione di Cosa nostra e delle altre consorterie mafiose all’interno delle filiere ambientali e delle energie rinnovabili. Il passaggio storico evidenzia una transizione da un modello puramente predatore a un modello manageriale integrato, capace di dialogare con i vertici dell’economia legale e della finanza internazionale.

Il traffico logistico del Clan Moccia nelle Marche: “Oro Verde”

Una prima comparazione sul medesimo filone degli oli vegetali esausti si rileva nell’inchiesta sul clan Moccia di Afragola, storicamente attivo in Campania ma capace di estendere le proprie proiezioni commerciali nel territorio delle Marche e nelle regioni limitrofe. Mentre a Niscemi la famiglia Musto utilizzava una metodologia classica di tipo estorsivo e territoriale, imponendo il prelievo alle singole utenze commerciali locali sotto minaccia, il clan Moccia ha sviluppato un modello prettamente logistico e transregionale.

I sodali del clan campano organizzavano il furto sistematico dell’olio vegetale direttamente dai contenitori stradali per la raccolta differenziata urbana distribuiti nei comuni marchigiani, ad esempio nel Piceno. Il rifiuto così sottratto veniva stoccato in depositi non autorizzati e successivamente trasportato presso impianti di raffinazione fuori regione attraverso l’emissione di documentazione ambientale falsa o in totale assenza di essa, impedendo all’origine qualsiasi forma di tracciabilità fiscale e ambientale. Questo confronto mostra come la criminalità organizzata applichi strategie differenziate a seconda dell’intensità del controllo territoriale esercitato: un controllo feudale e coercitivo nelle aree storiche di insediamento (Niscemi), e un controllo predatorio di tipo logistico ed economico-finanziario nei territori di espansione (Marche).

“Mazzetta Sicula”: la corruzione sistemica e l’oligopolio dei rifiuti urbani

Se l’operazione sui Musto svela il controllo della base commerciale del rifiuto speciale, l’operazione “Mazzetta Sicula” a Catania rappresenta il paradigma del controllo mafioso dei grandi flussi dei rifiuti solidi urbani attraverso la corruzione della pubblica amministrazione. Al centro dell’inchiesta si colloca la Sicula Trasporti, la più importante piattaforma di trattamento e smaltimento rifiuti della Sicilia orientale, riconducibile agli imprenditori Leonardi e ritenuta contigua agli interessi del clan Nardo di Lentini, storicamente alleato della famiglia Santapaola di Catania.

In questo scenario, il modello di infiltrazione si è evoluto oltre la violenza fisica, strutturandosi su un sistema corruttivo sistemico. Attraverso l’erogazione di mazzette, regali e favori a funzionari pubblici regionali e dell’Agenzia Regionale per la Protezione dell’Ambiente (ARPA), l’impresa otteneva autorizzazioni di favore per gestire la saturazione delle discariche, mascherando i mancati processi di trattamento dei rifiuti e determinando un perenne stato di emergenza ambientale utile a imporre tariffe monopolistiche ai comuni conferenti. “Mazzetta Sicula” dimostra come la criminalità organizzata utilizzi imprese formalmente lecite e di enormi dimensioni per catturare i poteri regolatori dello Stato, trasformando la gestione del servizio pubblico in una rendita finanziaria esclusiva.

Il modello finanziario di Vito Nicastri: la speculazione eolica e solare

Il vertice evolutivo della penetrazione di Cosa nostra nella green economy è rappresentato dall’inchiesta su Vito Nicastri di Alcamo, l’imprenditore trapanese noto come il “re dell’eolico”. Considerato dagli inquirenti della DIA uno dei principali finanziatori della storica latitanza del boss Matteo Messina Denaro, Nicastri ha gestito un portafoglio di 43 società specializzate nello sviluppo di parchi eolici e impianti fotovoltaici in tutto il Meridione d’Italia, subendo una confisca record di beni del valore di 1,3 miliardi di euro.

Il modello Nicastri evidenzia una totale dematerializzazione dell’intervento mafioso, che si sposta dalla gestione fisica del territorio alla speculazione finanziaria e amministrativa. Nicastri agiva come sviluppatore di progetti: acquisiva i terreni agricoli (spesso avvalendosi della mediazione delle famiglie mafiose locali per piegare le resistenze dei proprietari), otteneva le necessarie autorizzazioni regionali corrompendo funzionari pubblici attraverso una fitta rete di faccendieri e intermediari politici (come nel caso che ha coinvolto l’ex consulente della Lega Paolo Arata e l’ex sottosegretario Armando Siri), e infine rivendeva i progetti pronti per la cantierizzazione a grandi multinazionali estere del settore energetico. I proventi di queste cessioni venivano poi schermati attraverso fiduciarie e fondi d’investimento esteri in Lussemburgo, Danimarca e Spagna, realizzando una perfetta saldatura tra capitale mafioso, potere burocratico e mercati finanziari globali.

Dalla distruzione all’imprenditoria verde: il contrasto con il passato

Per misurare la portata di questa evoluzione, è utile confrontare l’attuale “mafia dei colletti verdi” con le prime manifestazioni della criminalità ambientale siciliana. Nei decenni passati, l’interesse mafioso per l’ambiente era puramente distruttivo, caratterizzato dallo smaltimento clandestino di fanghi industriali e rifiuti tossici in cave dismesse o miniere abbandonate, come nel caso emblematico della miniera di sali potassici di Pasquasia a Enna. L’abbandono di tali siti e i presunti sversamenti illeciti hanno lasciato una drammatica eredità di inquinamento ambientale e incidenza oncologica nei territori limitrofi, evidenziando una modalità operativa predatoria e priva di proiezioni commerciali lecite.

Il passaggio dalla miniera di Pasquasia al controllo degli oli vegetali esausti per il biodiesel di Gela, passando per lo sviluppo dei parchi eolici di Nicastri, riassume l’adeguamento di Cosa nostra alle priorità dell’agenda geopolitica europea. La mafia non uccide più il territorio sversando veleni se può guadagnare molto di più (e con rischi penali infinitamente minori) controllando i servizi ambientali che quel territorio devono risanarlo.

Per un’azione preventiva integrata

L’espansione di Cosa nostra nei settori della green economy e dei servizi ambientali non costituisce un fenomeno passeggero, ma rappresenta l’approdo naturale di una criminalità organizzata che si muove secondo rigidi criteri di efficienza economico-finanziaria. Il controllo degli oli vegetali esausti a Niscemi dimostra empiricamente come la mafia sia in grado di mimetizzarsi all’interno delle filiere legali della transizione ecologica, sfruttando la vulnerabilità di settori caratterizzati da una frammentazione dei soggetti operanti e da una parziale inefficacia dei controlli di tracciabilità. La capacità di generare profitti consistenti sia attraverso il racket territoriale sia mediante la fornitura di materia prima seconda per la produzione industriale di biodiesel mette a nudo l’esistenza di una zona grigia in cui imprenditoria compiacente e manovalanza mafiosa collaborano in un rapporto di mutuo beneficio.

Per contrastare efficacemente questa deriva criminale, l’azione dello Stato e delle autorità di vigilanza deve necessariamente evolvere, superando la logica del mero intervento repressivo ex-post. Si rende indispensabile l’adozione di un approccio integrato che combini la prevenzione amministrativa con l’innovazione tecnologica. In quest’ottica, risulta prioritario implementare sistemi digitali avanzati per il monitoraggio in tempo reale dei flussi dei rifiuti speciali, utilizzando piattaforme di tracciabilità basate su tecnologia blockchain che impediscano la falsificazione dei documenti di trasporto e consentano l’identificazione di ogni singolo litro di olio raccolto, dalla cucina del ristoratore fino all’impianto di raffinazione.

Al contempo, è fondamentale potenziare i requisiti reputazionali e i controlli antimafia per l’accesso alle agevolazioni e agli incentivi pubblici legati alle energie rinnovabili e alla transizione verde, estendendo l’obbligo di iscrizione alla “white list” prefettizia per tutti gli operatori della filiera del recupero. Solo recidendo i nodi di contatto tra il capitale illecito e le risorse lecite dell’economia circolare sarà possibile garantire che la transizione ecologica si sviluppi come un’opportunità di crescita etica e sostenibile per l’intero Paese.

Commenti

Devi fare login per commentare

Accedi

Gli Stati Generali è anche piattaforma di giornalismo partecipativo

Vuoi collaborare ?

Newsletter

Ti sei registrato con successo alla newsletter de Gli Stati Generali, controlla la tua mail per completare la registrazione.