Geopolitica
Verso una stabilizzazione della situazione iraniana?
Diversi fattori strutturali concorrono oggi a rendere più probabile una stabilizzazione del regime iraniano piuttosto che un suo collasso, indipendentemente dalle dinamiche interne di protesta. Tale esito appare coerente con gli interessi convergenti — seppur non coordinati — delle principali potenze coinvolte nel quadrante mediorientale.
Il rischio sistemico di un collasso del regime
Dal punto di vista geopolitico, un crollo improvviso dello Stato iraniano rappresenterebbe uno scenario ad alto rischio. L’assenza di una leadership alternativa organizzata e riconosciuta renderebbe probabile un vuoto di potere con effetti destabilizzanti su scala regionale: frammentazione interna, conflitti civili, proliferazione di attori armati e insicurezza lungo le principali rotte energetiche.
Per tali ragioni, le principali capitali occidentali non considerano il collasso del regime un obiettivo strategicamente desiderabile nel breve periodo, privilegiando implicitamente la continuità statuale rispetto all’incertezza sistemica.
L’Iran come asset strategico per Russia e Cina
Per Mosca e Pechino, l’Iran costituisce un nodo strategico di primaria importanza.
- Per la Federazione Russa, Teheran è un partner funzionale alla proiezione di influenza in Medio Oriente, al contenimento dell’egemonia occidentale e alla cooperazione militare e tecnologica.
- Per la Cina, l’Iran rappresenta un fornitore energetico affidabile in regime di sanzioni, nonché un tassello rilevante nei corridoi terrestri ed energetici eurasiatici.
Entrambi gli attori hanno un interesse diretto a evitare un Iran instabile o politicamente riallineato all’Occidente, e sono quindi incentivati a sostenere la resilienza del regime esistente.
Dinamiche intra-islamiche e competizione regionale
L’Iran svolge inoltre un ruolo centrale nell’equilibrio tra poli di influenza islamici regionali. In particolare, la contrapposizione tra asse sciita iraniano e blocco sunnita filo-occidentalecostituisce una variabile chiave dell’architettura di sicurezza mediorientale.
Per Russia e Cina, mantenere un interlocutore statale forte all’interno di questo spazio consente di preservare canali di influenza indiretta e di limitare l’espansione di attori sunniti allineati agli interessi occidentali.
La posizione degli Stati Uniti
Gli Stati Uniti sembrano perseguire una strategia di gestione dell’equilibrio, piuttosto che di rottura. In questo quadro:
- Washington mira a contenere l’Iran senza provocarne il collasso;
- cerca di riaffermare il proprio ruolo di regolatore regionale diretto;
- mantiene una postura flessibile nei confronti degli attori sunniti emergenti, funzionale al bilanciamento dell’influenza iraniana.
Tale approccio riflette una logica di stabilità controllata, volta a minimizzare i rischi sistemici piuttosto che a massimizzare il cambiamento politico interno iraniano.
Gli interessi di Israele
Dal punto di vista israeliano, la fase attuale presenta vantaggi strategici rilevanti:
- lo spostamento dell’attenzione internazionale riduce la pressione diplomatica;
- la prolungata allerta iraniana consente un monitoraggio approfondito delle capacità militari di Teheran;
- l’indebolimento progressivo, ma non caotico, dell’apparato iraniano resta compatibile con la dottrina di deterrenza israeliana.
Israele ha dunque interesse a un Iran sotto pressione ma ancora statualmente integro, piuttosto che a uno scenario di collasso incontrollato.
Considerazioni conclusive
Nel loro insieme, queste dinamiche suggeriscono che la stabilizzazione relativa dell’Iran risponde agli interessi strutturali della maggior parte degli attori esterni rilevanti.
Le proteste interne, pur significative, non si traducono automaticamente in una finestra di opportunità geopolitica per un cambiamento di regime, in assenza di una configurazione internazionale favorevole.
In un sistema internazionale sempre più multipolare, la stabilità — anche autoritaria — tende a prevalere sul cambiamento imprevedibile, soprattutto in aree a elevata densità strategica come il Medio Oriente.
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TOWARDS A STABILIZATION OF THE IRANIAN SITUATION?
A number of structural factors currently point toward a greater likelihood of regime stabilization in Iran, rather than its collapse, regardless of ongoing domestic protest dynamics. Such an outcome appears consistent with the converging — though uncoordinated — interests of the main powers involved in the Middle Eastern strategic environment.
The systemic risk of regime collapse
From a geopolitical perspective, a sudden collapse of the Iranian state would represent a high-risk scenario. The absence of an organized and broadly recognized alternative leadership would make a power vacuum likely, with destabilizing regional consequences: internal fragmentation, civil conflict, the proliferation of armed actors, and heightened insecurity along key energy routes.
For these reasons, major Western capitals do not view regime collapse as a strategically desirable objective in the short term, implicitly prioritizing state continuity over systemic uncertainty.
Iran as a strategic asset for Russia and China
For Moscow and Beijing, Iran constitutes a strategic node of primary importance.
- For the Russian Federation, Tehran functions as a partner facilitating power projection in the Middle East, constraining Western dominance, and enabling military and technological cooperation.
- For China, Iran represents a reliable energy supplier under sanctions, as well as a relevant component of Eurasian land and energy corridors.
Both actors therefore have a direct interest in preventing an unstable Iran or one politically realigned with the West, and are consequently incentivized to support the resilience of the existing regime.
Intra-Islamic dynamics and regional competition
Iran also plays a central role in the balance among regional Islamic poles of influence. In particular, the confrontation between the Iranian Shiite axis and the pro-Western Sunni blocremains a key variable in the Middle Eastern security architecture.
For Russia and China, maintaining a strong state interlocutor within this space allows them to preserve channels of indirect influence and to limit the expansion of Sunni actors aligned with Western interests.
The United States’ posture
The United States appears to be pursuing a strategy of balance management rather than rupture. Within this framework:
- Washington seeks to contain Iran without triggering its collapse;
- aims to reassert its role as a direct regional power broker;
- maintains a flexible posture toward emerging Sunni actors, consistent with balancing Iranian influence.
This approach reflects a logic of controlled stability, aimed at minimizing systemic risks rather than maximizing internal political change in Iran.
Israel’s interests
From the Israeli perspective, the current phase offers significant strategic advantages:
- the shift in international attention reduces diplomatic pressure;
- prolonged Iranian military alertness enables enhanced monitoring of Tehran’s capabilities;
- gradual weakening of Iran, short of state collapse, remains compatible with Israel’s deterrence doctrine.
Israel therefore has an interest in an Iran under sustained pressure but still institutionally intact, rather than in a scenario of uncontrolled collapse.
Concluding considerations
Taken together, these dynamics suggest that the relative stabilization of Iran aligns with the structural interests of most relevant external actors.
While domestic protests are significant, they do not automatically translate into a geopolitical opportunity for regime change in the absence of a favorable international configuration.
In an increasingly multipolar international system, stability — even authoritarian stability — tends to prevail over unpredictable change, particularly in regions of high strategic density such as the Middle East.
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