Geopolitica

Cosa farà l’Europa per la sicurezza della Groenlandia e del Regno di Danimarca?

5 Gennaio 2026

Katie Miller, moglie di Stephen Miller, White House Deputy Chief of Staff (nonché influente esponente dell’estrema destra statunitense), ha pubblicato su X un post con una mappa della Groenlandia colorata dalla bandiera degli Stati Uniti, e l’inquietante dicitura SOON. Intanto il presidente statunitense Donald Trump ha dichiarato che «abbiamo assolutamente bisogno della Groenlandia». Ricordiamo che poco prima di Natale Trump aveva sottolineato che la Groenlandia serve agli Stati Uniti per ragioni di «protezione nazionale»; il suo neo-inviato speciale per la Groenlandia, l’ultraconservatore “cristiano” (e governatore della Louisiana) Jeff Landry, era altrettanto esplicito: per lui era un onore servire a titolo onorario «per rendere la Groenlandia parte degli Stati Uniti».

Come è ormai noto, l’isola artica fa parte del Regno di Danimarca, al pari della Danimarca e delle Færøerne, ma grazie alla Lov om Grønlands Selvstyre del 12 giugno 2009, varata dopo il referendum del 25 novembre 2008, gode di un ampio autogoverno; è il frutto di un percorso democratico iniziato tra il 1978 e il 1979, e una testimonianza mirabile della tenacia e della lungimiranza del popolo groenlandese e dei suoi leader. In passato i groenlandesi hanno subìto la brutalità del colonialismo danese, così come i lakota, i sioux, i seneca, i seminole ecc. hanno patito l’inaudita violenza della nascita, e soprattutto dell’espansione, degli Stati Uniti.

La differenza è che oggi i groenlandesi stanno forgiando, pur tra le difficoltà e le molte sfide del XXI secolo (a partire dalla crisi climatica), il loro futuro come nazione, con una lingua ufficiale (il Kalaallisut), una cultura ricchissima e una concreta prospettiva di indipendenza, e i first peoples degli Stati Uniti no: devono contentarsi delle briciole che le classi dirigenti nazionali e statali WASP gli hanno a malincuore concesso dopo oltre un secolo di dure lotte politiche, culturali e giuridiche.

A seguito dell’intervento statunitense in Venezuela (intervento sì contro un dittatore, ma privo di ogni legittimità), è ovvio che in Danimarca così come in Groenlandia ci sia preoccupazione per eventuali azioni di Washington per staccare, in un modo o nell’altro, l’isola dal Regno di Danimarca. Ora, è forse superfluo ricordare che il Regno di Danimarca è una democrazia tra le più evolute del mondo, che fa parte della NATO (al pari degli Stati Uniti), e soprattutto che spetta solo ai groenlandesi decidere il loro destino, non a Washington.

Tuttavia è probabilmente altrettanto superfluo osservare che l’amministrazione Trump non ha alcun vero interesse per la democrazia, l’autodeterminazione dei popoli, il diritto internazionale e il rispetto delle alleanze. All’amministrazione Trump basta un pretesto per bombardare un paese, organizzare un cambio di regime (regime change), o… attuare un’operazione sotto falsa bandiera (false flag). Sia chiaro, non è la prima volta negli ultimi decenni che gli Stati Uniti si comportano così: pensiamo solo all’invasione di Grenada nel 1983 e di Panama nel 1989, effettuate senza alcuna autorizzazione da parte del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite; più di recente, la seconda invasione dell’Iraq nel 2003 è stata una gravissima violazione del diritto internazionale da parte degli Stati Uniti e di alcuni loro alleati.

Il punto è che oggi Washington non minaccia (o aggredisce) solo paesi del sud del mondo. Ora tra i suoi bersagli c’è persino il nostro continente. I dazi contro le merci europee sono una forma di coercizione economica inaccettabile. E la UE è oggetto di critiche sempre più aspre da parte di Trump e del suo entourage; secondo la National Security Strategy pubblicata a novembre, con le sue attività la UE minerebbe addirittura la libertà politica e la sovranità dei paesi europei [pag. 25]. Il bullismo verbale di Trump ha colpito anche la Danimarca; per il presidente statunitense il paese nordico non avrebbe nulla a che fare con la Groenlandia, isola abbandonata a se stessa e minacciata da russi e cinesi. Per il vicepresidente J. D. Vance «la Danimarca non ha tenuto il passo e non ha dedicato le risorse necessarie per […] proteggere il popolo della Groenlandia da numerose incursioni molto aggressive da parte della Russia, della Cina e di altre nazioni».

Da anni seguo quanto accade nell’area nordico-baltica e nell’Artico, e per quanto io sia solo un umilissimo analista considero i timori di Trump e Vance totalmente infondati e strumentali. In ogni caso persone ben più autorevoli e informate di me hanno smentito il presidente e il suo vice: ad esempio il maggior generale Søren Andersen, a capo dell’Arktisk Kommando a Nuuk. Oggi sull’isola artica non grava nessun tipo di minaccia, nè cinese nè russa. Casomai a essere una minaccia sono gli statunitensi… (giustamente la Statsminister di Danimarca Mette Frederiksen ha parlato di «minacce»). Ma nel tempo della post-verità quanto conta la verità?

Non bisogna pensare che le dichiarazioni aggressive di Trump, Vance, Landry ecc. prima o poi non possano tramutarsi in fatti. Venezuela docet. Ipotizziamo, per esempio, che tra pochi mesi l’ineffabile segretario statunitense della guerra, Pete Hegseth, annunci al mondo che i cinesi (o i russi, o magari i nordcoreani) stanno per sbarcare in Groenlandia intenzionati a occupare i suoi centri urbani principali. Chi o che cosa potrebbe impedire alle truppe statunitensi di sbarcare in forze nell’isola per “proteggerla” in via preventiva, magari su richiesta di presunte forze indipendentiste e MAGA groenlandesi?

Dure smentite da parte di Copenaghen e Nuuk, e video di Nanortalik e Tasiilaq nella più totale quiete, basterebbero a fermare Washington? O si vuole fare affidamento solo sulla saggezza dei militari statunitensi? In Italia è sfuggito che ad aprile il colonnello Susannah Meyers, a capo della base spaziale Pituffik (ex base aeronautica di Thule), è stato rimosso dal suo incarico per condotta partigiana; la colpa della Meyers è stata quella di inviare al personale della base una e-mail che smentiva le parole di Vance menzionate sopra.

Saggiamente la Danimarca ha aumentato il budget per la difesa nella regione, e rafforzato la sua presenza militare nell’isola (e a parere di chi scrive dovrebbe fare ancora di più, e in fretta). E unità come la Slædepatruljen Sirius sono formidabili. Ma la Danimarca è un piccolo paese, e non è più una potenza regionale dal bombardamento britannico di Copenaghen del 1807 e dal Trattato di Kiel del 1814, con cui cedette la Norvegia alla Svezia (ed Helgoland al Regno Unito). Nel 1864 Prussia e Austria le strapparono i ducati di Schleswig, Holstein e Saxe-Lauenburg, nel 1940 la Germania nazista la occupò in poche ore.

Se, a causa delle trame statunitensi, la Groenlandia dovesse staccarsi dal Regno di Danimarca contro la sua reale volontà, sarebbe una tragedia per i groenlandesi, e un durissimo colpo non solo per la Danimarca (e la sua tenuta democratica) ma per l’Europa intera. La UE da anni sostiene finanziariamente l’isola (che pur non facendo parte della UE è un OCT), e ha investito in essa capitale politico e tecnico. L’apertura a Nuuk di un ufficio UE nel 2024 è un simbolo potente dell’attenzione di Bruxelles verso una terra che ha bisogno del supporto europeo, e allo stesso tempo può offrire molto agli europei, in termini di materie prime critiche (CRM) per le industrie high-tech ma non solo.

Ecco perché è importante che i principali stati europei (Italia inclusa) e la UE stessa si attivino per mostrare al mondo (e in particolare agli Stati Uniti) che il Regno di Danimarca non è solo, e che la sicurezza e libertà della Groenlandia, così come la sovranità e l’integrità territoriale del Regno di Danimarca, sono una priorità dell’Europa. Deve essere chiaro a tutte le potenze mondiali, nemiche o amiche, che il nostro continente non è un carciofo da spolpare foglia dopo foglia. Servono dichiarazioni nette in merito al fatto che la Groenlandia è parte integrante del Regno di Danimarca (come ha fatto lo Statsminister norvegese Jonas Gahr Støre poche ore fa), e non solo.

Urge una concreta solidarietà europea verso Copenaghen e Nuuk. Bene ha fatto il presidente francese Emmanuel Macron a visitare la Groenlandia a giugno. Una singola azione però non basta. La sicurezza europea non è in gioco solo nell’Ucraina aggredita dalla Russia putiniana, ma anche nell’Artico. Gli E5 dovrebbero recarsi in visita in Groenlandia con Ursula von der Leyen e i partner nordici (a partire dai danesi) e lanciare iniziative forti e immediate a difesa dello status quo. Bruxelles dovrebbe intensificare la cooperazione con Nuuk. E perché non lanciare una “coalizione dei volenterosi” per la sicurezza nell’Artico e nell’Atlantico del nord, magari a guida britannica e finlandese, così da smentire in modo inoppugnabile le dichiarazioni dell’amministrazione Trump sulle “minacce” russe e cinesi nell’area?

Da parte sua la Groenlandia e la Danimarca dovrebbero fare di più (ad esempio attraverso la leva fiscale) per coinvolgere le aziende di tutta Europa in iniziative ecosostenibili e lungimiranti di stimolo e sostegno alla modernizzazione e alla difesa dell’isola: si creerebbe così una condivisione dei costi (di difesa), ma anche dei benefici.

Di certo non possiamo abbandonare groenlandesi e danesi.

 

 

Foto tratta da Pixabay (autore: Barni1)

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