Letteratura

Libro e vita. Il diario di Anna Frank

16 Giugno 2026

Anne Frank avrebbe compiuto ottantasette anni venerdì scorso, 12 giugno.

“Voglio continuare a vivere anche dopo la morte” la frase che dà il titolo al volume di Thomas Sparr, è una citazione, ma anche il senso di tutta la ricca e documentata ricostruzione che Sparr conduce per tutto il libro: la storia appunto non della scrittura di un diario scritto in tempo reale, ma di un libro che inizia a circolare a partire dal 1947, quando Otto Frank unico superstite della famiglia sterminata nei campi di sterminio dà alle stampe una prima versione di quel testo.

Esistono tre versioni del Diario. La prima è esattamente come Anna l’aveva scritta tra il giugno 1942 e l’agosto 1944. Poi c’è una seconda versione a cui Anna lavora pensando a una pubblicazione, specialmente dopo che un funzionario olandese aveva annunciato nel 1944 l’intenzione di raccogliere le testimonianze dirette dell’occupazione tedesca. Per questo comincia la revisione del suo lavoro, eliminando alcune parti. Quella diventò la seconda versione. Dopo la guerra, Otto Frank crea una terza versione, con ulteriori modifiche, con l’intento di farla pubblicare. È questa la versione che esce nel 1947

Al di là delle diverse stesure, quel l testo è molte cose: è come lo abbiamo letto, visto al cinema, ascoltato in teatro, trasformato in un graphic novel. Poi ci sono molte altre cose di cui, con difficoltà, abbiamo preso la misura.

Il Diario di Anna Frank è un testo che ha avuto varie versioni fino a quella definitiva del 1986 e ripristinata delle parti non pubblicate dal padre Otto Frank nella prima edizione (e che per questo il pensiero negazionista, per esempio Robert Faurisson Aitken, ha ritenuto che fosse un artefatto, ovvero un falso).

Prima di tutto cosa c’è e che cosa non c’ in quel testo? il Diario è considerato una testimonianza della Shoah; questo è soprattutto ciò che non è.

Nel Diario ci sono altri aspetti di cui Sparr da conto attraverso la storia della ricezione del testo: da una parte l’esperienza femminile; dall’altra la voce diretta della prima adolescenza. Ma anche, attraverso la storia delle molte traduzioni in lingue che prima di tutto sono l’ingresso di quel testo nell’immaginario culturale di un paese o di una comunità. Significativa, per esempio, la versione del diario verso l’Yiddisch; o la trasformazione del Diario in versione teatrale. Oppure la storia della traduzione verso il tedesco, o la sua diffusione in Sudafrica attraverso una nostra che Nelson Mandela promuove nel 1994.

Ma anche significativa è la grafica o il corpo di immagini che accompagnano le varie traduzioni. Colpisce la copertina dell’edizione in ebraico del 1952, dove l’immagine è un tratto grafico di una giovane al tavolino vista di profilo (ovvero Anna Frank come concetto, non come persona) e in cui ciò che quella immagine deve comunicare è l’atto, non il tempo storico della scrittura.

È una scelta grafica di un testo che un gesto automatico vorrebbe solo come «testamento», ma che giustamente Sparr invita a cogliere diversamente.

A lungo nelle storie dei massacri e delle persecuzioni il centro della scena è stato occupato dai maschi, sia tra i persecutori che tra i perseguitati. La Shoah, invece, è anche sia una storia di donne, sia una storia di genere. Le donne hanno fatto la loro comparsa quando violenza ha voluto dire stupro o abuso. Abbiamo impiegato molti anni a rendercene conto.

Non solo. Anne Frank è anche un’adolescente, figura che in prima persona non compare mai sulla scena degli stermini.

Anne Frank nel suo diario esprime in parole l’irruenza degli adolescenti e l’irrequietezza dell’età della crescita quando scopre il sesso, il proprio corpo, l’amore e le passioni, la rivalità o la non sopportabilità della madre.

Un percorso di lettura che con intelligenza e sensibilità Sergo Luzzatto ha colto molti anni fa, nel 2010, in un testo dal titolo «Cara Kitty». Una fonte diaristica   (quel testo – è leggibile in Prima lezione di metodo storico, Laterza –  meriterebbe di essere ripreso e forse  costituire la introduzione appropriata a un’edizione del  Diario). “Agli occhi dello storico – scriveva allora Luzzatto – il lavoro di riscrittura di Anne rappresenta un’occasione formidabile non tanto per misurarne la maturazione psicologica […] quanto per studiare l’idea di testimonianza che la ragazza aveva finito col maturare nella clandestinità. […] complicando assai (com’è giusto) la categoria di “testimone…”

Nel Diario c’è tutto questo anche se lo abbiamo scoperto lentamente.

Una riflessione che sollecitava l’attenzione alla storia della scrittura di quel testo e poi ai tempi e ai modi della sua composizione, affrontando con laicità le difficoltà della presa in carica di quel testo. Un aspetto che Thomas Sparr illustra con precisione e con accuratezza.

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