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Trattato vincolante all’ONU: l’offensiva dei pescatori contro l’impunità delle multinazionali

Dal Cile al Sudafrica e allo Sri Lanka, le organizzazioni dei pescatori denunciano un modello comune fatto di privatizzazione del mare, estrattivismo e cattura degli Stati da parte delle imprese. A Ginevra chiedono un trattato vincolante contro l’impunità delle multinazionali.

13 Ottobre 2026

Ginevra. Mentre alle Nazioni Unite proseguono i negoziati per un trattato vincolante sulle imprese transnazionali e i diritti umani, rappresentanti di comunità di pescatori provenienti da tre continenti arrivano alla stessa conclusione: dietro conflitti apparentemente locali si nasconde un’architettura globale che privilegia il profitto delle grandi imprese rispetto ai diritti delle popolazioni e alla tutela degli ecosistemi.

Dal Sudafrica al Cile fino allo Sri Lanka, dirigenti di organizzazioni di pescatori e movimenti sociali descrivono un fenomeno comune: la privatizzazione progressiva dei beni comuni, l’espansione delle attività estrattive e l’indebolimento delle forme tradizionali di vita legate al mare.

Per Sibongokuhle Gumede, coordinatrice di progetto di Masifundise in Sudafrica, uno dei problemi principali è che i governi considerano sempre più la pesca esclusivamente come un’attività economica, dimenticandone il valore culturale, storico e alimentare. Sotto la bandiera della cosiddetta “blue economy”, intere comunità vedono ridursi il proprio accesso al mare mentre avanzano progetti di estrazione di petrolio, gas e grandi infrastrutture.

La stessa dinamica si riproduce, secondo Carmen Mannarino, direttrice di Masifundise Sudafrica, attraverso una crescente appropriazione degli spazi marini da parte di interessi industriali e finanziari. L’oceano viene concepito sempre più come un territorio da sfruttare economicamente piuttosto che come un bene comune essenziale per la sopravvivenza e l’alimentazione delle comunità costiere.

Chiloé, laboratorio della privatizzazione

In Cile, Marcela Ramos, attivista dell’Assemblea delle Donne Insulari per le Acque di Chiloé e dirigente del Forum Mondiale dei Popoli Pescatori (WFFP), individua l’origine del problema nella privatizzazione del mare e nella concentrazione dei diritti di sfruttamento nelle mani di pochi grandi gruppi economici.

L’espansione dell’acquacoltura industriale del salmone rappresenta, a suo giudizio, l’espressione più evidente di questo modello. La produzione intensiva ha trasformato ampie aree marine del sud del Paese attraverso l’utilizzo massiccio di antibiotici, l’accumulo di rifiuti e il degrado degli ecosistemi costieri.

Ramos denuncia inoltre l’influenza politica esercitata dalle grandi compagnie del settore, molte delle quali legate a capitali norvegesi, giapponesi e canadesi. Mentre i profitti vengono esportati, le comunità locali devono confrontarsi con l’inquinamento delle acque, la perdita di biodiversità e il deterioramento delle attività tradizionali di pesca.

Debito, austerità e spossessamento

In Sri Lanka il conflitto assume una dimensione fortemente legata alle politiche neoliberiste e all’indebitamento internazionale.

Herman Kumara, segretario generale del WFFP e leader del National Fisheries Solidarity Movement, spiega che la crisi economica che ha portato il Paese alla bancarotta ha accelerato la cessione di risorse naturali a investitori privati e progetti sostenuti dalle istituzioni finanziarie internazionali.

Mangrovie trasformate in allevamenti industriali, aree costiere convertite in grandi progetti immobiliari e lo spostamento forzato delle comunità di pescatori sono, secondo Kumara, alcune delle conseguenze più visibili di un modello che sta minando la sovranità alimentare e i mezzi di sussistenza di migliaia di famiglie.

«Non stiamo perdendo soltanto delle risorse. Stiamo perdendo territori, cultura e identità», afferma.

L’ultima frontiera del capitale

Sebbene i contesti nazionali siano molto diversi, gli intervistati individuano schemi ricorrenti.

L’apertura economica promossa in nome dello sviluppo, l’arrivo delle multinazionali, l’erosione delle normative ambientali e la subordinazione dei diritti collettivi agli interessi privati rappresentano elementi comuni.

Per Mannarino, l’oceano è diventato la nuova frontiera dell’estrattivismo globale. Dopo decenni di sfruttamento intensivo delle risorse terrestri, le grandi imprese si stanno spostando verso gli spazi marini, approfittando di vuoti normativi e di sistemi di regolazione particolarmente deboli.

In questo quadro, la cosiddetta economia blu funziona spesso come una narrativa che legittima nuove forme di appropriazione dei beni comuni.

Il problema dell’impunità

Per i movimenti dei pescatori, la questione centrale resta l’assenza di meccanismi efficaci per garantire la responsabilità delle imprese transnazionali.

Kumara ricorda il caso della nave X-Press Pearl, incendiata nel 2021 al largo delle coste dello Sri Lanka, che ha disperso sostanze tossiche e milioni di pellet di plastica nell’oceano. Migliaia di pescatori hanno perso il proprio reddito e, nonostante le decisioni dei tribunali nazionali, ottenere una riparazione effettiva rimane estremamente difficile.

Il caso evidenzia una contraddizione strutturale: mentre esistono forti meccanismi internazionali per proteggere gli investimenti, le comunità colpite da disastri ambientali o violazioni dei diritti umani incontrano enormi ostacoli nell’accesso alla giustizia.

Le multinazionali possono infatti frammentare le proprie strutture societarie, moltiplicare filiali e sedi giuridiche e sottrarsi più facilmente alle proprie responsabilità.

Una battaglia giuridica e politica

Per questo motivo, le organizzazioni presenti a Ginevra chiedono l’approvazione di un trattato realmente vincolante.

Tra le proposte avanzate figurano la creazione di meccanismi internazionali di riparazione, l’istituzione di tribunali specializzati capaci di giudicare le imprese transnazionali e il riconoscimento della prevalenza dei diritti umani sugli interessi economici.

Per i movimenti sociali non si tratta semplicemente di migliorare uno strumento normativo, ma di trasformare un ordine internazionale che per decenni ha garantito maggiore protezione agli investimenti che alle popolazioni colpite dai loro effetti.

La lotta continua nei territori

Gli intervistati insistono tuttavia sul fatto che il futuro del trattato non dipenderà soltanto dai negoziati diplomatici.

La sua forza dipenderà dalla capacità delle comunità di organizzarsi, mobilitarsi e rendere visibili conflitti che troppo spesso rimangono assenti dal dibattito pubblico e mediatico.

La partecipazione diretta dei pescatori ai negoziati rappresenta già una novità politica significativa. Per la prima volta, comunità direttamente colpite dall’espansione delle multinazionali intervengono in modo strutturato in una discussione che potrebbe ridefinire il rapporto tra potere economico, diritti umani e sovranità popolare.

Dietro ogni discussione giuridica emerge infatti una domanda fondamentale: chi ha il diritto di decidere sul futuro dei mari, dei territori e dei beni comuni? Per i popoli pescatori riuniti a Ginevra, la risposta non può essere lasciata alle multinazionali.

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