televisione
La copia senza originale
Dalla riduzione Rai all’originale televisivo scomparso: cinema al 73% di franchise, streaming companies investono poco sulle storie nuove, e la stessa tragedia rifatta due volte — da Dopesick a Lockerbie, fino a Unabomber.
Dagli anni cinquanta in poi la Rai distingueva due categorie di sceneggiato televisivo: la riduzione, il romanzo trasportato sul piccolo schermo — I promessi sposi di Sandro Bolchi nel 1967, l’Odissea l’anno dopo — e l’originale televisivo, la storia scritta apposta per la tv, senza libro alle spalle. Il più famoso di questi, il segno del comando, nel 1971, era un giallo gotico inventato di sana pianta da Giuseppe D’Agata e i suoi coautori, tanto riuscito che più di cinquant’anni dopo qualcuno ha fatto il percorso inverso e ci ha scritto sopra un romanzo. Le due categorie convivevano quasi in equilibrio. Oggi, nel proliferare delle streaming company la seconda si sta via via riducendo a un’eccezione da segnalare.
Il percorso lo ha aperto il cinema, e i dati del 2025 aggravano la diagnosi invece di smentirla. I film legati a un franchise o a una proprietà già esistente hanno fatto il 73% del botteghino Usa nell’anno, otto dei dieci titoli più visti erano sequel, remake o capitoli di saga. Ma è un motore che comincia a girare a vuoto anche sul proprio terreno: le uscite di punta hanno deluso le attese — Avatar: Fuoco e Cenere e Wicked – Parte 2 tra queste — e soprattutto sono nati solo nove nuovi franchise nel 2025, contro venti l’anno prima. Non manca più solo la sceneggiatura originale: comincia a mancare la materia prima stessa da riciclare in franchise.
La televisione in streaming racconta una versione ancora più scomoda della stessa storia, perché stavolta non è nemmeno un problema di soldi. La spesa globale in contenuti streaming è salita del 6% nel 2025, a 95 miliardi di dollari, superando per la prima volta quella delle emittenti commerciali, mentre i ricavi da abbonamento hanno toccato i 157 miliardi, il 14% in più dell’anno prima. Il punto è dove va quel denaro: un terzo delle nuove serie scritte commissionate da Netflix e Amazon è ormai prodotto in Europa occidentale, un altro terzo in Asia-Pacifico, e quando restano negli Stati Uniti finiscono quasi sempre nello stesso genere, crime e thriller. Il capitale per inventare non manca: manca la scommessa di spenderlo su una storia americana mai raccontata prima.
Ma il sintomo più netto non è la contrazione, è la duplicazione. Quando due piattaforme scelgono di raccontare esattamente lo stesso fatto vero a pochi mesi di distanza, vuol dire che nessuna delle due ha provato a inventare un’alternativa: hanno solo comprato un angolo diverso sullo stesso evento. È successo con la crisi degli oppioidi, raccontata da Hulu in Dopesick (2021) e da Netflix in Painkiller (2023). È successo con Lockerbie, tra Sky/Peacock con Colin Firth e Bbc/Netflix, entrambi nel 2025. È successo di nuovo con il sommergibile Titan della OceanGate: il documentario Implosion di Discovery il 28 maggio 2025, quello di Netflix due settimane dopo. Per i fratelli Menendez, Netflix non ha nemmeno aspettato un concorrente: alla fiction Monsters di settembre 2024 ha fatto seguire poco più di due settimane dopo un documentario con l’intervista esclusiva ai due fratelli veri, duplicando da sola lo stesso caso in due formati.
E ora tocca a Ted Kaczynski. C’erano già stati la miniserie Manhunt: Unabomber (2017), un documentario nel 2020, il film indipendente Ted K (2022); dal 25 settembre arriva su Netflix un nuovo film, non una serie, con Jacob Tremblay nei panni del giovane Kaczynski e Russell Crowe in quelli del professore di Harvard che lo sottopose a esperimenti psicologici. La morte di Kaczynski in carcere nel 2023 non ha chiuso la storia: l’ha resa di nuovo disponibile per un’altra licenza.
Il filo che lega tutto questo alla vecchia distinzione Rai è più stretto di quanto sembri. La riduzione presupponeva un romanzo da rispettare, uno stile a cui restare fedeli. Il fatto di cronaca non ha uno stile da rispettare, solo un pubblico già informato da mesi di titoli di giornale, ed è materia prima gratuita: nessuno paga i diritti a chi la tragedia l’ha vissuta, si paga solo il libro, l’intervista, l’accesso esclusivo di chi l’ha raccontata per primo. È una riduzione senza romanzo. Quello che sta sparendo, insieme all’originale televisivo, è l’idea stessa che qualcuno si sieda a un tavolo per inventare una storia che nessuno ha ancora vissuto davvero. Fanno i riduttori.
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