Letteratura

Recuperare la gioia

L’ultima narrazione di Gio Evan alla ricerca di un passato da ricomporre e di un futuro da ricreare in armonia con se stessi e il fuori da sé.

6 Aprile 2026

Molti sono gli scrittori e le scrittrici di ogni epoca e paese che hanno dedicato interi libri alle loro madri, in genere dopo averle perdute, esprimendo amore e dolore, nostalgia e gratitudine, rimpianto e rimorso. Talvolta anche astio, biasimo, rancore. Alcuni nomi? I nostri Ferdinando Camon, Erri De Luca, Michela Murgia, Maria Grazia Calandrone, Donatella di Pietrantonio. Tra gli stranieri Annie Ernaux, Albert Cohen, Georges Simenon, Toni Morrison… Così ha fatto recentemente anche Gio Evan, pseudonimo di Giovanni Giancaspro (Messina 1992), narratore, poeta, cantautore di grande successo, che di solito trae motivi di riflessione dai suoi avventurosi viaggi (India, Sudamerica, Europa), dall’osservazione dell’esistenza umana e non-umana, e da istanze ecologiche e spirituali. La sua popolarità è aumentata in maniera progressiva in seguito alla pubblicazione di tre volumi di poesie (Passa a sorprendermi, Capita a volte che ti penso sempre e Ormai tra noi tutto è infinito) e alla diffusione di aforismi sui social, di album musicali e di spettacoli teatrali. L’ultimo suo libro, pubblicato da Feltrinelli, si intitola La gioia è un duro lavoro ed è una sorta di diario intimo dedicato alla madre scomparsa e poi ritrovata nella “trasparenza dell’aria”, nella sospensione immateriale dell’ovunque, nel desiderio silenzioso di una nuova confidenza (Un romanzo, un saggio spirituale – recita il sottotitolo).

Seguace della pratica sciamanica, antica di quarantamila anni, che insegna a riportare equilibrio là dove si è rotto un legame esile o tormentato, Evan ha adottato la tattica di pensiero e respirazione con cui esercitarsi a recuperare la propria integrità, tornando indietro con la memoria ai momenti dolorosi della vita, e soffiandoli via, liberando il presente dai residui del passato, in un processo che lo sciamanesimo chiama ricapitolazione. Secondo don Josè Sanchez, ultimo maestro dell’autore, raggiunge l’elevazione chi riesce a familiarizzare con l’invisibile. Di invisibile, in questo testo, ne troviamo molto, a partire proprio dalla figura materna, un tempo solida e concreta, oggi resa evanescente dall’ombra della morte. La memoria fa continuare a vivere chi è passato a un’altra dimensione, e il figlio a un anno dal “passaggio” della madre, la incontra nuovamente, le parla, si accompagna a lei in una lunga passeggiata, le ricorda momenti vissuti insieme nell’infanzia e altri che lei non ha potuto conoscere; le racconta di viaggi, di incontri straordinari, della propria simbiosi con il mondo vegetale e animale, di una maniera di pregare inedita e illuminante da cui assorbire bellezza, saggezza e coraggio.

Proprio grazie alla sua immaterialità, la mamma (che non ha gambe per camminare, mani per accarezzare, bocca per parlare) riesce a essere più presente e partecipe di prima, esercitando “l’impalpabile”. Il figlio che non era stato compreso (“Riconosco solo ora, mentre ti parlo intrufolato nell’invisibile, di essere stato in famiglia la spada che ha guastato le usanze. Se mi riguardo, vedo scalpitare in me un Don Chisciotte furibondo contro i mulini delle tradizioni… Ero un disegno a parte, sono nato con “l’anima sparsa”. Ho preso le buone maniere dall’Indonesia, le posture dall’India, lo spirito dall’Amazzonia…”), ora, da adulto quasi riconciliato, dedica alla madre parole di tenera dedizione, di ammirata consapevolezza. “Tu hai sempre somigliato all’impercettibile… Avevi i modi: i vicini ti chiamavano Duchessa. Mangiavi piatti poveri con le mani impostate a galateo. Riuscivi a rendere importante una minestra di cipolla, davi giustizia alle posate, le impugnavi come avrebbe fatto una regina. Avevi i modi nella voce, non hai urlato mai… Eri fatta di frasi brevi, vocaboli semplici, non ricercavi sinonimi, il bello era il bello e il brutto era il brutto… Avevi pollice verde, ti portavano fiori secchi e piante a foglia morta, e tu li risuscitavi. Raddrizzavi i loro steli come un fisioterapista fa con la schiena…Tu sei scesa nella vita. Ti sei presa il dolore, tutto quello che c’era, e lo hai tenuto con te, poi te ne sei andata… Tu sei spirito guida dai tempi che ti conosco… Sei stata un grande padre, mamma”.

La gioia è un duro lavoro - Gio Evan - copertina

Riguardo a questo suo ultimo lavoro, Gio Evan ammonisce il lettore sulla possibilità di accostarlo o come “un’elaborazione raffinata del lutto, una risposta neurologica alla mancanza, un modo del cervello per non lasciare morire del tutto ciò che ama”, oppure come una manifestazione dell’invisibile, resa possibile dagli insegnamenti sciamanici appresi nel suo apprendistato spirituale in Oriente. L’essenziale è poter percepire la presenza di chi non c’è più come un arricchimento e un dono, la possibilità di riguadagnare un’intimità perduta, la verità di un rapporto magari colpevolmente trascurato ma ancora fecondo. In una prosa elegante e priva di rigidità, attenta a mantenere coerenza nella fluidità, l’autore esprime un rispetto gentile non solo verso la realtà e ciò che supera la realtà, ma soprattutto per il materiale che utilizza: le parole.

GIO EVAN, LA GIOIA È UN DURO LAVORO – FELTRINELLI, MILANO 2026. Pagine 144

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