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Gerusalemme: andata e ritorno

Con lo stile asciutto e rigoglioso che sembra un deserto in fiore, Saul Bellow, scrittore ebreo americano, si muove per Gerusalemme e indaga oscurità e meraviglie, bassezze e poesie di una città millenaria.

13 Febbraio 2026

Lo potremmo definire un libro di postuma attualità: “Gerusalemme: andata e ritorno”, di Saul Bellow, pubblicato esattamente cinquant’anni fa ed edito in Italia da Rizzoli.

Con lo stile asciutto e rigoglioso che sembra un deserto in fiore, Bellow, scrittore ebreo americano, si muove per Gerusalemme e indaga oscurità e meraviglie, bassezze e poesie di una città millenaria, seminata a pietra tra sinagoghe e vicoli, rigatterie e chiese, sentieri polverosi e casupole dimesse.

I volti di qui, scrive Bellow, assomigliano a quelli di una parentela planetaria, dove ognuno porta frammenti di un’identità perduta ma miracolosamente intatta. C’è il sindaco di Gerusalemme, ebreo asburgico e profeta di una fratellanza trasversale An meine Völker, infatti eletto a man bassa anche dai voti arabi. C’è il matematico lituano che si è dato fuoco per protestare contro l’invasione di Praga, e nelle galere degli sbirri sovietici ha risolto a mente un problema algebrico che gli ha dato fama mondiale. C’è la nobiltà dotta delle askhenazite francesi e la grazia pallida dei violinisti russi, che chiedono di potere provare i loro pezzi anche durante le esercitazioni militari.

Vi è qualcosa di psicanalitico in una terra che accoglie transfughi di tutte le patrie e le epoche, in cui ogni esilio è un ritorno, e ogni salvezza un’angoscia nuova. Ogni famiglia ha il ricordo di un reduce e il compianto di un caduto, sorella morte è commensale invisibile a ogni desco. Ci sono professori atei che fanno le abluzioni rituali; massaggiatori filosofi che testano alla durezza della carne la tempra morale dei pazienti; inviati di guerra che portano storie quasi yiddish dalla linea del fronte (un generale egiziano si arrende con la sua armata agli incursori israeliani, spiegando che “non vi abbiamo sparato un colpo altrimenti avremmo segnalato la nostra posizione”).

In un volo lucido e radente che è ormai una sineddoche su Israele, Bellow si interroga sul significato scandaloso e necessario di questa democrazia nervosa, lo splendore in ombra di uno Stato guerriero e una società colta, Sparta e Atene insieme, che tra giardini e pistole fischietta dal terrore ed è chiamata ogni giorno a giustificare il proprio diritto ad esistere. Compresa naturalmente, e anzi sopra tutto, la questione atavica, atroce, del rapporto coi palestinesi; il sionismo ecumenico dei fondatori e le torsioni fameliche e talora razziste della destra ortodossa, i territori contesi, i dubbi laceranti di un’opinione pubblica indecisa tra tensioni ireniche e la tentazione di sparare per primi, segnalando la propria posizione.

Bellow incontra il primo ministro Rabin, che teme la fuga americana dall’Europa e il suo abbandono agli artigli russi; il segretario di stato Kissinger, “calore e chiazze di gelo”, ebreo americano ed emissario perfetto di un alleato storico e infido. E sempre a Gerusalemme, sotto un cielo che solo qui indossa la redingote metafisica di un Dio possibile, Bellow ragiona sulle convulse intermittenze occidentali e la loro concettosa ottusità, con una prediletta antipatia per la Francia: da Le Monde che amoreggia con Amin Dada, il dittatore cannibale dell’Uganda, agli sbadigli insurrezionali di Sartre e le sue prosopopee didascaliche, come quel personaggio swiftiano che pretendeva di addestrare i ragni a tessere la tela.

L’autore, il cui libro sembra scritto stamane dall’aiuto nascosto di Herzog, mister Sammler e altri straordinari maestri di disincanto dei suoi incantevoli romanzi, ci rischiara le idee e ce le confonde, ma il suo contributo di ironia intrepida, disperante, resta prezioso e schiude parabole di senso in questo tempo infernale, in cui la vicenda mediorientale e i suoi furori incendiano gli animi e frantumano ancora intese, amori, solidarietà.

Il libro fu terminato negli ultimi mesi del 1975 a Chicago, città dove l’autore viveva fin da bambino. Qualche settimana dopo, Saul Bellow avrebbe vinto il premio Nobel per la letteratura.

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