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Criminalità

Casuzze(RG) – Il fantasma venuto da Malta: Owen Jones, i 700 mila euro, il «re di Qormi» e il processo dei social

di Giuseppe Bascietto

Dal mare di Casuzze alla Pescheria di Catania, dai ricordi degli anni della scuola alle domande sul suo tenore di vita: dopo la pubblicazione del nome, una parte della comunità maltese ricompone il profilo pubblico dell’uomo indicato come proprietario dell’imbarcazione.

3 Agosto 2026
La barca senza volto: i 700 mila euro che hanno acceso il caso Casuzze

La barca è immobile al largo di Casuzze, il motore non riparte e la costa ragusana è ormai abbastanza vicina da distinguere le case, gli stabilimenti e le persone sulla spiaggia, quando due borse vengono gettate in mare per ragioni che gli investigatori stanno ancora cercando di ricostruire. Dentro, secondo quanto emerge finora, ci sarebbero circa settecentomila euro in contanti, racchiusi in involucri che sembrano predisposti per proteggerli dall’acqua. A bordo ci sono tre uomini e un ragazzo di tredici anni.

Per qualche ora esistono soltanto il denaro, il mare e un’imbarcazione ancora senza un volto pubblico.

Poi compare un’identità.

Da quel momento la vicenda smette di essere soltanto la storia di una barca rimasta in avaria e diventa quella di un uomo. Owen Jones entra nella cronaca e, quasi contemporaneamente, nell’immaginario collettivo di Malta.

La pubblicazione del suo nome viene rapidamente ripresa dalle testate maltesi e produce un effetto immediato. Facebook si trasforma in una grande piazza nella quale decine di persone cominciano a raccontarlo, ricordarne il lavoro, commentarne lo stile di vita ed evocare viaggi, automobili, imbarcazioni, immobili e abitudini.

Non sono investigatori e non producono prove, ma mostrano come una parte della comunità maltese stia rileggendo la figura di Jones alla luce del denaro recuperato davanti alla costa siciliana.

I commenti non possono sostituire gli accertamenti dell’autorità giudiziaria, che riguardano ancora provenienza, proprietà e destinazione dei contanti. Hanno però un valore giornalistico preciso: raccontano il modo in cui un fatto ancora sotto verifica, una volta reso pubblico il nome di uno dei protagonisti, viene reinterpretato attraverso ricordi, giudizi personali e domande rimaste fino a quel momento sottotraccia.

La scuola, la famiglia e la strada imboccata

Prima della carrozzeria, delle barche e dei viaggi in Italia c’è un ragazzo che frequenta la scuola a Ħandaq.

Una fonte che sostiene di conoscere Owen Jones fin dagli anni scolastici restituisce un’immagine più complessa dell’uomo oggi al centro dell’attenzione. Riferisce di avere frequentato la stessa scuola di Timothy, indicato come fratello di Owen, e di conoscere entrambi.

Alla domanda sulla famiglia risponde separando le origini dell’uomo dal giudizio maturato sul suo percorso successivo: «Sono brave persone, una buona famiglia, ma Owen ha preso una strada sbagliata».

È una valutazione personale, non una circostanza investigativa. La fonte non indica episodi specifici, non chiarisce quando sarebbe avvenuta la svolta evocata e non attribuisce a Jones fatti penalmente rilevanti. La frase racconta però la percezione di chi distingue una famiglia considerata rispettabile dalle scelte che, secondo il suo giudizio, Owen avrebbe compiuto negli anni successivi.

Żebbuġ, Qormi, le automobili e l’ombra dei Ta’ Maksar

A Żebbuġ e Qormi il nome di Owen Jones incrocia una geografia più antica, costruita attorno alle automobili, alle officine e alle attività che si affacciano sulle stesse strade.

Raymond Agius, padre di Robert e Adrian Agius, i fratelli conosciuti come Ta’ Maksar, commerciava automobili e possedeva uno showroom a Żebbuġ. Nell’aprile 2008 fu ucciso a Birkirkara da uomini arrivati in motocicletta con il volto coperto dai caschi. Il delitto è rimasto irrisolto. Le cronache dell’epoca lo descrivevano come commerciante di auto usate, importatore e operatore immobiliare.

Nello stesso ambiente territoriale, a pochi chilometri di distanza, Jones mantiene la propria attività di carrozziere. Fonti locali sostengono che conosca gli Agius, ma in una realtà così piccola la conoscenza reciproca, da sola, non basta a spiegare la natura di un rapporto. «Qui ci conosciamo tutti», racconta un uomo che vive nella zona. «La città è piccola e tutti sanno qualcosa di qualcuno». La vicinanza geografica e la comune frequentazione del settore automobilistico rendono dunque plausibile una conoscenza, ma la durata, il contenuto e la profondità di quei rapporti restano ancora da documentare.

La conoscenza personale riferita dalle fonti locali, tuttavia, non chiarisce né la durata né il contenuto di quei rapporti e non consente di collegare Jones alle attività criminali accertate a carico degli Agius.

Robert e Adrian Agius furono arrestati nel 2021. Nel giugno 2025 vennero condannati all’ergastolo, insieme a Jamie Vella e George Degiorgio, per responsabilità connesse agli omicidi dell’avvocato Carmel Chircop e della giornalista Daphne Caruana Galizia; le condanne furono confermate in appello nel gennaio 2026.

Le fonti di intelligence pubblicate nell’ambito del Daphne Project hanno inoltre ricostruito rapporti tra l’ambiente dei Ta’ Maksar e gruppi criminali attivi in Italia, Libia, Romania e Albania. Associati dei fratelli Agius, tra cui Jamie Vella, avrebbero viaggiato ripetutamente verso il porto di Catania tra il 2012 e il 2017. Le stesse fonti collegavano soggetti vicini al gruppo alla logistica di un traffico di armi tra Europa e Africa e a esponenti criminali siciliani interessati all’area portuale etnea.

Tutto questo non dimostra nulla, ma definisce una geografia che merita di essere verificata: lo stesso territorio maltese, il settore automobilistico e una città italiana, Catania, già presente nelle ricostruzioni investigative che riguardano gli associati degli Agius.

La Pescheria di Catania, dove il Mediterraneo entra in città

Prima che il suo nome compaia nella vicenda di Casuzze, Owen Jones viene ripreso proprio a Catania, in uno dei luoghi nei quali il Mediterraneo entra ogni mattina in città attraverso il pesce appena scaricato, le voci dei commercianti, i clienti e i turisti che attraversano i vicoli del centro.

È la Pescheria.

Il video risale al settembre precedente ed è un’intervista dal tono leggero, quasi da intrattenimento. L’intervistatore lo incalza con domande rapide; Jones sorride, scherza e parla con naturalezza dei propri viaggi in Sicilia.

Racconta di attraversare il Canale quando trova tariffe convenienti per il traghetto e di scegliere l’isola per i prezzi più bassi, la maggiore varietà e un ambiente nel quale dice di sentirsi quasi a casa.

Il filmato non contiene riferimenti ai settecentomila euro recuperati a Casuzze, né a traffici illeciti o attività criminali. Oggi assume un valore diverso non perché aggiunga elementi all’indagine, ma perché documenta la presenza di Jones a Catania e la familiarità con cui parla dei propri spostamenti in Sicilia.

Le fotografie pubblicate sui suoi profili lo collocherebbero inoltre in Calabria nell’anno precedente e documenterebbero altri viaggi nell’Italia meridionale. Sono spostamenti che, da soli, non dimostrano nulla di illecito e possono avere ragioni personali, turistiche o professionali.

Dopo la pubblicazione del nome, però, anche quel filmato viene riletto attraverso la lente del caso Casuzze.

«Quello è il re di Qormi», scrive un utente maltese.

Un altro commenta: «Che combinazione, ti è capitato proprio lui. Hai avuto la possibilità di intervistare un boss».

La parola «boss» appartiene esclusivamente al linguaggio del commentatore, non corrisponde ad alcuna qualificazione giudiziaria e non trova riscontro negli elementi pubblici dell’indagine. Mostra però come un’intervista nata come momento leggero venga caricata, a posteriori, di significati che originariamente non contiene.

Quel video resta un documento di contesto: mostra un uomo a proprio agio in uno dei luoghi simbolo della Sicilia orientale, mentre parla dei viaggi nell’isola con la naturalezza di chi la conosce e la frequenta.

Il tenore di vita raccontato dal quartiere

Il primo interrogativo che attraversa i commenti riguarda il lavoro di Jones. Secondo quanto emerge dai profili pubblici e viene ricordato dagli utenti, lavorerebbe come sprayer, cioè come verniciatore e carrozziere nel settore automobilistico.

«Con quale lavoro ha fatto tutto questo? Non stiamo parlando di migliaia di euro, ma di proprietà, barche, viaggi, automobili, cene fuori e figli nelle scuole private», scrive un utente.

Un’altra frase sintetizza il tono della discussione: «Con lo spray si riempiono i polmoni, non le tasche».

Sono percezioni sociali, non riscontri patrimoniali. Non dimostrano alcuna sproporzione tra redditi e patrimonio, ma registrano il dubbio presente in una parte dell’ambiente locale sulla compatibilità tra il lavoro conosciuto pubblicamente e il tenore di vita attribuito all’uomo.

Stabilire se questa rappresentazione corrisponda alla realtà richiede verifiche fiscali, societarie e patrimoniali i cui eventuali risultati non sono pubblici.

Le domande sul denaro

Tutto, in questo momento, è ancora sotto accertamento.

«E da dove vengono tutti quei soldi? Dal lavoro? E che cosa avrebbe dovuto farci?», domanda un commentatore.

Le domande dei social restano insinuazioni e impressioni personali. Quelle dell’inchiesta devono invece trasformarsi in riscontri concreti sulla provenienza, sulla proprietà e sulla destinazione del denaro, oltre che sul ruolo delle persone presenti sull’imbarcazione.

Non è stato chiarito pubblicamente a chi appartenessero i contanti, quale ne fosse l’origine, per quale ragione si trovassero sulla barca e che cosa sarebbe accaduto se il motore non si fosse fermato davanti alla costa ragusana.

Il silenzio iniziale dei media maltesi

Uno dei passaggi più interessanti della discussione riguarda il comportamento della stampa dell’isola.

«Fino a questo momento i media locali, contrariamente a quanto accade normalmente, hanno mantenuto un silenzio quasi perfetto sull’identità delle persone coinvolte. Di solito nomi e dettagli vengono diffusi molto rapidamente. C’è una ragione valida?», domanda un utente.

Alcuni commentatori osservano come il dibattito sull’identità del proprietario dell’imbarcazione esploda soltanto dopo che il nome diventa pubblico.

Non è possibile stabilire, sulla base dei commenti, che cosa determini quella prudenza iniziale. Può dipendere dalla necessità di attendere conferme ufficiali, da differenti prassi editoriali o dalla mancanza di informazioni dirette sull’indagine italiana.

Attribuire quel silenzio a protezioni o condizionamenti non sarebbe supportato da elementi verificabili. Resta però un dato: dopo la pubblicazione del nome, una discussione fino ad allora assente o marginale esplode rapidamente sui social maltesi.

La porta rimasta aperta

Tra le reazioni pubbliche ce n’è una che sposta lo sguardo dal singolo protagonista al contesto nel quale la vicenda matura.

«Ciò che è accaduto a Casuzze non va considerato un caso isolato», scrive un commentatore, ricordando come negli ultimi quindici anni l’aumento dei collegamenti, delle merci e delle persone tra Malta e la provincia di Ragusa venga letto soprattutto come una grande opportunità di sviluppo.

Poi arriva il passaggio più duro: «Si accorgeranno con il tempo di aver spalancato le porte di casa a chi sarebbe stato meglio tenere lontano o, quanto meno, controllare a vista. A quel punto sarà troppo tardi».

È una valutazione personale, non un elemento investigativo. Contiene però una domanda che supera la barca, il denaro e Owen Jones: che cosa transita, insieme alle opportunità economiche, lungo una rotta diventata negli anni sempre più intensa?

Casuzze potrebbe essere soltanto un episodio, oppure il punto preciso in cui un motore si spegne, la rotta si interrompe e ciò che fino a quel momento attraversa il mare nell’ombra viene improvvisamente restituito alla luce.

Il processo parallelo

Dai commenti, dalle testimonianze raccolte e dal video della Pescheria emerge così un profilo pubblico, non giudiziario: un uomo proveniente da una famiglia descritta come rispettabile, conosciuto come carrozziere, abituato a muoversi tra Malta e la Sicilia, al quale alcuni attribuiscono un tenore di vita elevato e che altri arrivano a definire «il re di Qormi».

Nulla di questo dimostra l’esistenza di attività criminali. Nulla consente, in questa fase, di affermare che il denaro recuperato appartenga a Jones, che il patrimonio attribuitogli sui social abbia origine illecita, che il ragazzo sia utilizzato come copertura o che i rapporti territoriali e personali evocati abbiano natura criminale.

L’indagine giudiziaria deve stabilire i fatti, le eventuali responsabilità e il significato di quella somma di denaro trasportata via mare.

Parallelamente, però, se ne sviluppa un’altra, spontanea e incontrollabile: quella delle percezioni e dei giudizi che si accumulano attorno a un nome nel momento in cui quel nome entra nello spazio pubblico.

Prima c’erano una barca ferma, due borse in mare e un’identità ancora sconosciuta. Dopo la pubblicazione, quel nome comincia a trascinarsi dietro ricordi, viaggi, relazioni, ironie, sospetti e domande.

L’inchiesta deve stabilire ciò che è vero.

I social, intanto, hanno già costruito il loro Owen Jones.

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