Innovazione
La Magnifica humanitas di Leone XIV e il tempo dell’IA
La prima enciclica del pontefice, Magnifica humanitas, mostra un’attenzione verso l’IA che gran parte della classe dirigente europea non ha. Si tratta di un tentativo di risposta a un fenomeno epocale, che offrirà opportunità immense ma richiederà anche un cambio di passo.
Tra i saggi più venduti nelle librerie italiane sembra che ci sia l’enciclica di Leone XIV, Magnifica humanitas. Ovviamente teologi, filosofi e storici sono senz’altro ben più titolati di me a commentarla; tuttavia, da ex ricercatore nel campo dell’Intelligenza Artificiale (IA) e soprattutto cofondatore di una società tecnologica, mi ha molto colpito che il pontefice abbia dedicato la sua prima enciclica proprio all’IA, mostrando un’attenzione verso questa tematica che una grossa fetta della laicissima classe dirigente europea non ha. D’altra parte sin dalla scelta del nome pontificale il primo papa nordamericano della storia ha voluto far trasparire le sue priorità: su tutte la questione sociale nell’età della Rivoluzione dell’IA.
Il papa, forse anche grazie al suo solido retroterra scientifico e alle sue origini statunitensi, ha compreso che lo sviluppo delle tecnologie etichettate come IA avrà un impatto inaudito sulla società, sulla cultura e sull’economia globali, come la scoperta del Nuovo Mondo nel 1492 e la creazione della macchina di Newcomen nel 1705. E mentre le due potenze tecnologiche del pianeta (Stati Uniti e Cina) guidano la Rivoluzione dell’IA, e in Silicon Valley come a Beijing, a Boston come a Shanghai il dibattito collettivo si focalizza proprio sull’IA, in molti paesi europei si discute di eventi minori, come la sentenza di un tribunale, o la vita privata di questo o quel politico.
È stato Leone XIV stesso a illustrare, nel suo discorso al collegio cardinalizio due giorni dopo essere stato eletto dal conclave, il senso del suo nome: «Leone XIII, con la storica Enciclica Rerum novarum, affrontò la questione sociale nel contesto della prima grande rivoluzione industriale; e oggi la Chiesa offre a tutti il suo patrimonio di dottrina sociale per rispondere a un’altra rivoluzione industriale e agli sviluppi dell’intelligenza artificiale, che comportano nuove sfide per la difesa della dignità umana, della giustizia e del lavoro».
È indubbio che, di fronte alle trasformazioni generate dall’IA, le società si doteranno di nuovi strumenti, più o meno validi. Qualche anno fa la Silicon Valley puntava sullo Universal Basic Income. In Cina è in corso un’approfondita riflessione – ovviamente guidata dal partito unico al potere dal 1949 – su come trasformare l’IA in un «bene pubblico», a beneficio dell’intera società cinese (e non solo della sua élite tecnoindustriale). Oggi a Roma sta maturando una sorta di Dottrina Sociale della Chiesa 2.0: può piacere o non piacere, si può essere d’accordo o meno, ma almeno è una risposta a una sfida epocale. Una risposta strutturata e sostanziale, rispetto a quella formale, meramente regolatoria (e molto velleitaria), di Bruxelles.
Un concetto che ho particolarmente apprezzato nell’enciclica è quello di «responsabilità condivisa», che si fonda su un pilastro della Dottrina Sociale della Chiesa: la sussidiarietà, cioè l’idea di lasciare all’individuo e al livello sociale minore ciò che essi possono «compiere con le forze e l’industria propria». I rischi dello statalismo sono probabilmente chiari allo statunitense Leone XIV: in particolare le istituzioni devono essere capaci di «regolare [l’IA] senza soffocare e di proteggere senza sostituirsi».
Il punto, a mio parere, è che l’IA offrirà ai cittadini opportunità straordinarie di carriera e di crescita intellettuale, ma richiederà anche un reale cambio di passo. Dovremo tutti uscire dalla nostra comfort zone, e acquisire nuove competenze (come è sempre accaduto nella storia, del resto). L’individuo dovrà rimettersi in gioco, e sulla base del suo giudizio e dei suoi punti di forza capire come rispondere alla Rivoluzione dell’IA.
Leone XIV ha la saggezza di non demonizzare l’innovazione tecnologica, a differenza di non pochi leader politici di destra e sinistra. In Magnifica humanitas scrive che «la tecnica non va considerata, in se stessa, come forza antagonista rispetto alla persona: al contrario essa è radicata nella nostra storia fin dal principio, in quanto “fatto profondamente umano, legato all’autonomia e alla libertà dell’uomo”». E ancora, seppur criticamente il papa riconosce che oggi a guidare la Rivoluzione dell’IA non sono gli Stati ma gli attori privati, «dotati di risorse e capacità di intervento superiori a quelle di molti governi».
Ovviamente per Leone XIV il potere tecnologico va orientato al bene comune. E ovviamente non si può che concordare. L’IA che sogno io è open source e in mano a imprese e cittadini; suscita in me profondo raccapriccio l’idea di un’IA controllata da poche persone, da un partito o da qualche Stato con sogni di egemonia globale. Per quel che può valere, da imprenditore tecnologico ritengo – al pari dei miei soci – che fare innovazione tecnologica significhi migliorare in modo tangibile la vita e il lavoro delle persone, e rendere le comunità più resilienti, prospere e in grado di forgiare il proprio destino. Il punto cruciale però è che in un mondo alle prese con molteplici, enormi sfide (dalla crisi climatica all’invecchiamento in molti paesi avanzati, dall’emergere dei superbatteri all’epidemia di gravi malattie croniche non trasmissibili) l’IA è lo strumento di gran lunga più potente a nostra disposizione. Mi si perdoni la battuta in odore di antropomorfismo: abbiamo bisogno dell’IA molto più che l’IA di noi.
Vogliamo robot umanoidi in grado di svolgere in modo efficiente e sicuro lavori molto faticosi e usuranti (ad esempio nelle fabbriche)? Serve l’IA. Vogliamo sconfiggere il cancro una volta per tutte? Serve l’IA. Vogliamo creare nuove tecnologie per catturare e stoccare la CO2? Serve l’IA. Vogliamo esplorare nuovi pianeti, o gli abissi marini? Serve l’IA. E servono quegli attori, spesso privati, che oggi stanno concretizzando quanto era impensabile solo dieci o venti anni fa.
Nell’enciclica il pontefice sottolinea che «le nuove tecnologie aprono un orizzonte esteso in direzioni che, seppur intuibili, non possiamo ancora pienamente prevedere». In effetti oggi sappiamo com’è l’IA, ma non abbiamo idea di come sarà tra dieci anni. Per esempio gli LLM, che ancora oggi sono additati nel dibattito pubblico (almeno italiano) come il non plus ultra dell’IA, in realtà non rappresentano più la frontiera della ricerca. E nessun post-doc in ambito IA può sapere a cosa si dedicherà nel 2036, men che meno nel 2046. Personalmente, non credo che l’IA continuerà a essere per sempre un’imitazione cognitiva dell’essere umano.
L’IA è descritta in Magnifica humanitas come «un aiuto prezioso» che tuttavia richiede «un approccio sobrio e vigile». Nel mio piccolissimo non posso che concordare. Ma questo vale per tutte le cose. Bisogna vigilare sul nucleare e sulla corsa agli armamenti, sul potere politico e sulle multinazionali con agende politiche, sui fanatismi religiosi e politici. L’IA non è né buona né cattiva: sta a noi decidere in che modo costruirla e usarla. In questo credo che la società civile, le associazioni di categoria, i media liberi e soprattutto gli individui possano dare un contributo straordinario. Il «tempo dell’IA», come lo chiama icasticamente Leone XIV, può diventare una fase di pace, speranza, gioia per tutta l’umanità.
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