Filosofia
È tutto vero o è vero tutto?
Una disamina del concetto di verità, dall’alba del pensiero occidentale ai giorni nostri
La domanda nietzschiana “Quanta verità può sopportare, quanta verità può osare un uomo?” fa da epigrafe all’ultimo volume di Umberto Galimberti Le disavventure della verità che, ripercorrendo il modo in cui il pensiero universale, dai Greci all’AI, ha definito il rapporto tra vero e falso, riflette su come la contemporaneità sia ormai portata a confondere la realtà con la sua rappresentazione. In che modo oggi, infatti, possiamo ritenerci sicuri della autenticità di ciò che appare ai nostri sensi, di ciò che vediamo e sentiamo (che ci fanno vedere e sentire), e perché ci accontentiamo di venire formati, plasmati, modificati dai mezzi di comunicazione – stampa-tv-social – senza una verifica critica dei messaggi trasmessi e delle loro fonti? Galimberti ci mette in guardia dall’acquiescenza con cui ci affidiamo alla narrazione pubblica propinata dall’alto, pur di non venire turbati nelle nostre tranquille convinzioni culturali e nelle abitudini quotidiane. Poiché siamo immersi in sistemi comunicativi complessi, preferiamo consegnarci a cosiddetti esperti in grado di valutare con maggiore competenza di noi situazioni problematiche. Deleghiamo, quindi, il nostro giudizio sulla realtà a chi meglio sa essere persuasivo nella divulgazione. Non è più l’oggettività di un resoconto che diviene importante, quanto la sua efficacia nel persuadere. Uno slogan ribadito ripetutamente, anche se poco credibile o addirittura infondato, ottiene il suo effetto di convinzione in chi lo ascolta in misura maggiore di un ragionamento ponderato, convincente, pacato. La verità può essere manipolata o ricostruita ad arte per fini politici, economici, religiosi, e tuttavia risulta credibile se si ammanta di efficacia, persuasione, forza. Come ci si può difendere dalla menzogna quando viene astutamente propagata nell’opinione pubblica per sedurre le menti e condizionare i comportamenti? Secondo Galimberti, l’unica possibilità che abbiamo per tutelarci e garantire la nostra indipendenza di giudizio è quella di assumere uno spirito critico, vagliando ipotesi, confrontando opinioni, esercitando l’arte del dubbio.
L’autore ripercorre la storia del pensiero occidentale a partire dalla diversa traduzione della parola “verità” nella cultura greca (alétheia, “disvelamento”) e in quella giudaica (’Emet, “fare”): se i greci sottolineavano il valore dell’illuminazione offerto dalla conoscenza rivelatrice, gli ebrei insistevano piuttosto sull’importanza dell’azione costruttrice del vero. Con una coltissima disamina filologica dei termini collegati al concetto di fedeltà al reale (apparenza, illusione, memoria, oblio, anima, natura), Galimberti illustra attraverso quali fasi si è sviluppato in Grecia il concetto di verità. Se all’inizio era la parola poetica che fungeva da tramite tra il mondo degli uomini e quello degli dei, servendosi del mito, del rito, di immagini simboliche, cantando ciò che è prima del tempo e evocando l’eterno in uno stato di possessione estatica, sarà poi la filosofia a incaricarsi di produrre idee che, non dipendendo dalla soggettività dei singoli individui, potessero diventare comprensibili a tutti in modo univoco e senza fraintendimenti. Si inaugurava così il tempo del lògos sottratto alle opinioni soggettive, in cui a differenza della parola magico-religiosa, la parola filosofica partecipa ed è condivisa dall’assenso del gruppo sociale. Al pari dei poeti e dei sacerdoti, allontanati dalla scena politica delle città perché fallaci e illusori, anche i retori e i sofisti, che utilizzavano la parola come tattica di seduzione e persuasione in maniera ingannevole, erano considerati pericolosi per le loro pratiche di dominio delle menti e delle azioni dei cittadini. Nelle loro tecniche manipolatorie Galimberti scorge l’origine “del populismo di cui oggi siamo vittime”.
Per primo Platone intese approdare a una verità universale e valida per tutti, prescindendo dalle sensazioni materiali e dalle illusioni fallaci, e facendo riferimento unicamente a quelle figure astratte che sono le idee, di cui le cose sensibili sono solo imitazioni. Astraendosi dai dati sensibili, Platone ha dato inizio al pensiero occidentale, astratto e non concretamente legato all’esperienza. “Con Platone il luogo in cui prende dimora la verità è l’anima che conosce le idee, mentre il corpo conosce solo le cose del mondo”. Nasce da qui, oltre all’astrazione che costituisce un enorme guadagno per l’economia del pensiero, anche quel dualismo di anima e corpo che percorrerà per intero la storia dell’Occidente. Con il Cristianesimo, e in particolare con Agostino, l’anima conquista la supremazia nei confronti del corpo, poiché si delega ad essa la funzione della salvezza dell’individuo, che torna così ad assumere un ruolo di primato rispetto alla comunità, al contrario di quanto succedeva tra i Greci. Diversamente che nella tradizione classica occidentale, la nozione di verità (’emet) nell’ebraismo non concerne la conoscenza, bensì l’azione. Non si contrappone all’errore, ma semmai all’ignavia e alla passività; non è qualcosa che si conosce o si contempla, ma qualcosa che si pratica attivamente, come suggeriscono molte pagine evangeliche quando predicano il dovere di agire nel bene piuttosto che di disperdersi nel parlare vano.
Questa necessaria responsabilità di avvicinarsi al vero attraverso l’azione verrà ripresa in Occidente da ideologi della rivoluzione sociale, culturale e scientifica quali Marx, Freud, Einstein (non a caso tutti ebrei), che si sono proposti non tanto di contemplare il mondo quanto di trasformarlo, liberandolo da incrostazioni teoriche e dottrinali sedimentate nei secoli. La scienza moderna ha amplificato la loro indagine critica risolvendo la verità nell’esattezza, perseguibile sperimentalmente e quindi verificabile, riproducibile e riconosciuta da tutti, senza nessun bisogno di ricorrere a riferimenti filosofici o teologici. La religione non è stata più reputata depositaria di una verità incontrastata e incontestabile, anzi la si è ritenuta autoritaria, escludente, assolutistica. E anche la filosofia è stata guardata con sospetto perché soggetta all’influenza di pressioni economiche, psicologiche, di prestigio sociale. Nella nostra epoca dominata dalla tecnologia, vero diventa solo ciò che è produttivamente efficace e funzionale. Lo scopo da conseguire nella ricerca della verità è considerato meno importante del mezzo con cui si attua tale percorso: la tecnica non è più solo uno strumento per comprendere il mondo in cui viviamo, ma diviene insieme soggetto e oggetto di indagine, da mezzo fine: la fabbricazione di mezzi è diventata oggi lo scopo della nostra esistenza. La tecnologia si svela quindi come metodo di accertamento e dominio planetario, servendosi della ragione come strumento per la produzione di un ordine universale in cui la verità ha valore non in senso assoluto ma solo quando risulta efficace al mantenimento di tale assetto. I destini dell’uomo non vengono più definiti né dall’etica individuale né dall’etica collettiva rappresentata dalla politica, ma dal procedimento tecnico che ha ridotto l’uomo a funzionario e puro esecutore del suo apparato, soppiantandolo come reale soggetto della storia. In vista di un controllo ottimale della società, sarà l’intelligenza artificiale a decidere cos’è vero, e a imporci un futuro visualizzato solo come un perfezionamento di procedure nell’assoluta mancanza di un orizzonte di senso. L’essenziale è che tutto funzioni, indipendentemente dall’eticità del fine da raggiungere.
UMBERTO GALIMBERTI, LE DISAVVENTURE DELLA VERITÀ
FELTRINELLI, MILANO 2025. Pagine 144

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