Letteratura

Ncopp’a Maronne ro Carmine (1)

30 Gennaio 2026

Una città del Sud|una memoria (4)

    Nel paesaggio urbano di Salerno ancora  sfatta dalle bombe. Luoghi della precarietà e dell’allarme. Un muro coperto di glicini violetti che abbaglia. Passano in fila seminaristi. Alcuni hanno divise nere. Altri le hanno di blu scuro. Tutte le teste coi capelli rasati a zero. E neppure guardano le vetrine dei negozi, la  gente che cammina lenta sui marciapiedi. Vanno ncopp’ao Carmine al campetto  polveroso, dove li faranno sfogare un po’ giocando a pallone.
Passa pure Chiero. Avanza – per gioco? per destino? – su un muretto che corre lungo lungo in mezzo alle macerie. Cammina instabile, impacciato,  attirato a volte dal vuoto in basso. E addosso ha soltanto la maglia di lana grezza che Nannìne, sferruzzando nelle sere fredde passate accanto al braciere, preparava. Una per lui, un’altra per Eggidie. Nudo dal ventre ai piedi. Come i bambini poveri dei vicoli di Salerno. Che, in quei tempi di sconfitta e di miseria, se ne vedevano tanti.
Sullo stesso muretto una donna e delle bambine procedono vispe, in allegria. Erano dietro a Chiero un venti metri ma lui s’è bloccato e lo raggiungono. La donna e le bambine non possono più proseguire. Non vorranno farlo cadere giù per passare? Lui resta lì, che si vergogna d’essere mezzo nudo e delle sue gambette magre, bianche, quasi cadaveriche. Quelle, però, non sono scandalizzate. Anzi, sembrano sorprese e divertite. Ecché  fà ‘stu guaglione? Ha difficoltà a proseguire sul muretto? (Che poi è soltanto la vita, quella che ci tocca e va presa come viene con le sue ristrettezze e le sue gioie). La donna e le bambine si guardano negli occhi. Pare dicano: su, non facciamolo sentire così sciocco e inerme. Rivestiamolo noi. E come? Come possono. Così, lo prendono per mano e se lo portano con loro. Non al campetto coi seminaristi  sudati e scatenati dietro il pallone.  L’accompagnano nella bolla della loro religione popolare dov’esse vivono. La stessa in cui stanno Nannìne e le zie di Chiero. La stessa  in cui  le mogli – Nannìne pure – la domenica  si trascinano a messa i mariti,  che le seguono senza convinzione, in silenzio.
Ecco, stanno là tutte assieme nella chiesa ra Maronne ro Carmine. Una folla. Mormorano preghiere e faticano a respirare tanto sono strette una addosso all’altra. Stanne facenne a supplica.  Ma tra poco dovranno uscire per l’alzata del panno. Ci sarà la processione. Arriva pure o vescheve e Salierne. Giàchille ca cummannane si sono messi in fila, ai primi posti, in testa. Hanno facce che sembrano di gente istruita e sicura, di potenti. Sicuri in casa loro e anche in chiesa e in strada, dove ora a passi lenti, coi tabarri bianchi da cerimonia sugli abiti borghesi, camminano. Solenni, molto seri in volto, circondati  e ossequiati dai devoti della Madonna, che le facce le hanno squadrate o tonde, da popolani. E dev’essere già  l’ora della processione. Parte a paranza.  Uomini robusti – giovani e adulti –  portano in spalla il baldacchino con la statua ra Maronne co bambinielle. Che è pesante, avanza piano e oscilla. I portatori della confraternita dei Carmelitani hanno fazzolettoni sul collo per asciugarsi il sudore e indossano i costumi colorati  che s’usavano secoli fa .  Strusciano i piedi. Si sente la banda che suona. Vanno tutti e tutte lentamente. Così aumenta la commozione.  La folla gioiosa e nervosa di bambini, bambine, donne, che si fanno più volte il segno della croce, sta attorno.   La statua della Madonna del Carmine avanza piano piano.   Il percorso della processione è lungo. Bisogna accontentare la gente che abita nei quartieri. E prima di tutti i ricoverati dell’Ospedale di via Vernieri, lì vicino. Là la statua  fa la prima sosta. Perché quello – chi l’ha detto per primo? –  è  il luogo della sofferenza. E i ricoverati, se appena riescono a stare in piedi, s’affacciano alle finestre.  Poi s’affaccia gente dai balconi e dalle finestre delle case  di piazza Filangieri, via Cavaliero, via Pio XI, piazza San Francesco, via Costantino l’Africano, via Piave, via Pellecchia, piazza Casalbore, via Mazziotti, via Dalmazia, via Cacciatori dell’Irno, via Farao, via Nizza, via Fabio, via Bosco, via Naccarella, via Francesco La Francesco, via Musandino, via Vocca. Vecchi, vecchie, che non si muovono più da casa aspettano ca mo pass’a Maronne. Per loro è un sollievo vedere la statua avvicinarsi alla loro casa. Come se la Madonna li andasse a trovare. E che gli importa che c’è competizione con la processione di San Matteo e che dei benefattori, morendo – loro  pure si stanno preparando  –  hanno lasciato altri terreni ai Carmelitani?
Chiero, Chiero, svegliati. Quel marciume dolciastro da dopoguerra del Sud. Ché, ti attira, ti stupisce ancora? Lo sentivi? Lo sentivano pure i tuoi parenti? Ne era piena Salerno? Sospetta dei tuoi ricordi! E roppe?  E mò?  Guardati  ‘sti video su You Tube. Ascolta che dicono oggi.  Tutto un altro brontolio, tutta un’altra processione. Di lamenti. Di paura di andare in giro pe ncopp’o Carmine anche di giorno. Che una volta era casa loro. Che una volta i figli uscivano, anche di sera, senza problemi. Che ora  si sentono invasi dagli stranieri, dagli sfaccendati, dagli avvinazzati. E, pur di non vederne più in giro, si preparano a  rimuovere – di notte, di nascosto – le panchine.   E solo una donna sulla cinquantina dice sorridente che lei  va ancora tutte le mattine nella chiesa per salutare  a Maronne ro Carmine e pregare.

Commenti

Devi fare login per commentare

Accedi

Gli Stati Generali è anche piattaforma di giornalismo partecipativo

Vuoi collaborare ?

Newsletter

Ti sei registrato con successo alla newsletter de Gli Stati Generali, controlla la tua mail per completare la registrazione.