Ambiente
Crisi Climatica, le città sono il problema: ma senza di loro non c’è soluzione
Viviamo nel secolo delle città. Dal 2008 oltre metà della popolazione mondiale vive in aree urbane, ed entro il 2050 questa quota supererà il 70%. Per la crisi climatica che tutti viviamo, questa concentrazione urbana rappresenta un problema. O meglio, le città, per come sono state concepite nei secoli scorsi, funzionano secondo un modello incompatibile con i limiti ecologici del pianeta. È da qui che ha preso spunto il confronto alla base dell’edizione 2026 della Settimana della Bioarchitettura e della Sostenibilità promossa dall’Agenzia per l’Energia e lo Sviluppo Sostenibile, l’agenzia energetica locale che coordina la Rete Nazionale delle Agenzie Energetiche Locali con un orizzonte chiaro: se le città sono il cuore del problema e il punto di emersione dell’emergenza climatica, possono essere anche il luogo a partire dal quale costruire la soluzione?
Problema o soluzione?
Durante il suo keynote speech, Mario Tozzi, geologo noto anche al grande pubblico, primo ricercatore del CNR e divulgatore scientifico, è stato chiaro: le città, così come le abbiamo costruite, sono attrici protagoniste nella crisi climatica. Non solo per le emissioni o i consumi energetici, ma per un’impostazione più profonda: un modello di sviluppo che ha rotto l’equilibrio tra sistemi naturali e sistemi antropici.
Tozzi insiste su un punto spesso rimosso nel dibattito pubblico: la transizione non è priva di conflitti, il vero nodo è trovare un equilibrio sistemico. È un richiamo implicito a un principio più generale: non esiste sostenibilità senza una visione integrata.
Una visione alla quale fa spesso riferimento Benedetta Brighenti, tra le voci più autorevoli in materia di energia e clima. Senza città non può esserci transizione – ripete Brighenti – ma non perché le città siano già la soluzione, ma perché sono l’unico spazio nel quale la scala del cambiamento può diventare concreta. La densità urbana, la concentrazione di infrastrutture, la prossimità tra cittadini, imprese e istituzioni rendono le città il terreno privilegiato per sperimentare e produrre innovazione: un laboratorio ottimale e insieme indispensabile perchè, appunto, le concentrazioni urbane, come le abbiamo ereditate, sono un potente acceleratore della crisi.
Un modello da (ri)pensare
Dire che “le città sono il problema” rischia infatti di essere fuorviante se non si precisa che il problema non è il concetto di città in sè, ma la sua evoluzione storica: il problema è dunque come sono state progettate, e come si sono evolute senza discutere e ripensare alla radice quei modelli. Modelli che sono rigidi, fondati su separazione funzionale, consumo di suolo, dipendenza energetica, mobilità centrata sull’auto privata.
Questo impianto ha prodotto ecosistemi urbani poco resilienti, incapaci di adattarsi a shock climatici, sociali ed economici. In termini sistemici, potremmo dire che sono città pensate come strutture statiche, mentre dovrebbero comportarsi come ecosistemi complessi: dinamici, adattivi, interconnessi.
È esattamente qui che il pensiero di Tozzi si intreccia con quello di Brighenti: il primo richiama la necessità di equilibrio, la seconda individua nella città il luogo dove quell’equilibrio può essere ricostruito.
La smart city come sistema evolutivo
Durante la Settimana, è emersa con forza una definizione più matura di smart city. Non una città “piena di tecnologia”, ma una città capace di evolvere.
Una città, cioè, che:
- integra servizi e bisogni reali dei cittadini;
- progetta infrastrutture adattive;
- mette la qualità della vita al centro;
- assume la sostenibilità come criterio strutturale, non accessorio.
Questo implica un cambio di paradigma: dalla pianificazione rigida alla gestione dinamica. Dalla separazione all’integrazione. Dalla crescita quantitativa alla qualità sistemica.
Il ruolo dei territori (e delle persone)
Un elemento chiave, emerso anche nel confronto tra esperti e amministratori, riguarda il livello territoriale. La transizione energetica e urbana non può essere calata dall’alto: deve essere costruita nei territori, con il coinvolgimento attivo delle comunità, che si trovano appunto al centro della crisi climatica e del conflitto che genera, e dei conflitti necessari per superarla.
Le città sono efficaci proprio proprio perché permettono questa prossimità: qui è possibile attivare comunità energetiche, sperimentare nuovi modelli di mobilità, rigenerare spazi urbani. Ma senza partecipazione, anche le migliori tecnologie restano inefficaci. La transizione, infatti, non è solo tecnica: è sociale e culturale.
Tanti gli esempi concreti portati alla discussione. Tra questi, il recupero del Porto Fluviale di Roma Capitale dove, attraverso tecniche di isolamento avanzate, si sono potuti preservare elementi architettonici storici raggiungendo standard energetici contemporanei, tutelando la compatibilità tra patrimonio e obiettivi climatici. Sul territorio emiliano, si segnalano la strategia Parma Climate Neutral 2030 del Comune di Parma e la piazza di Reggio Emilia, che diventa oasi climatica, senza dimenticare l’esempio delle comunità energetiche rinnovabili, un nuovo modo di produrre e consumare energia.
Dal conflitto alla sintesi
Lo sforzo dell’Agenzia per l’Energia e lo Sviluppo Sostenibile non è finalizzato a mettere sul tavolo un’ulteriore presa di posizione, un altro manifesto tra i tanti, ma punta invece ad avvicinare stabilmente le parti, costruendo dialogo: esperti, istituzioni, sindaci, amministratori. Offrire una piattaforma comune per parlare del “last mile”, quel che accade tra i vari livelli capace di generare cambiamento.
Perché è proprio qui che si gioca la partita: nella capacità di tenere insieme scala locale e globale, tecnica e politica, ambiente e sviluppo. E le agenzie energetiche locali sempre più spesso rappresentano il motore di questo processo.
La trasformazione necessaria
La Settimana della Bioarchitettura e della Sostenibilità ha offerto una cornice. Da un lato il limite: non possiamo più permetterci città che consumano più di quanto il pianeta possa sostenere. Dall’altro, la possibilità: è proprio nelle città che possiamo cambiare rotta.
L’obiettivo non è fermarsi alla domanda, se le città siano un problema o una soluzione, ma ripensarle.
Perché senza questa trasformazione, le città resteranno il cuore della crisi. Ma con essa, possono diventare il motore della transizione.
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