Elly Schlein all'ultimo Pride, a Milano, dove nel 2027 ci sarà la campagna elettorale per il sindaco

Partiti e politici

Qualche domanda a Elly Schlein sulla prossima campagna elettorale di Milano

Nel 2027 arriva la campagna elettorale, anche a Milano: Elly Schlein ha altre priorità, comprensibilmente. Ma cosa pensa del capoluogo lombardo?

30 Luglio 2026

Grande è la confusione sotto il piccolo cielo della politica di Milano e nemmeno la quarta ondata di calore sembra in grado di rallentare l’entropia. Mentre il centrodestra fa sondare il solito Maurizio Lupi e il “nuovo” Guido Bertolaso, nel campo del centrosinistra le candidature si moltiplicano: oltre i limiti degli statuti dei partiti, che sarebbe la cosa meno importante, e oltre il limite della praticabilità politica, che dovrebbe essere più rilevante. In campo ci sono sicuramente la vicesindaca Anna Scavuzzo, del Pd, il trentenne consigliere di Municipio Lorenzo Pacini, sempre Pd, l’attivista fondatore di Sai Che Puoi Tommaso Goisis. Una candidatura la proporrà l’area Verdi Sinistra, in quella zona circola il nome interessante di Carlotta Cossutta. Poi ci sono due big – uno in rappresentanza della società civile e l’altro che viene dal cuore del Partito – che stanno alla finestra da un pezzo. Mario Calabresi si è affacciato quanto basta per dire che c’è davvero, qualche giorno fa, parlando tra le zanzare della festa del Pd di Vizzolo Predabissi. L’altro big è Pierfrancesco Majorino, già candidato alle primarie del 2016, quelle che incoronarono Sala, e poi alle regionali che confermarono Fontana. Non ha ancora detto ufficialmente e pubblicamente di essere della partita, ma la sua disponibilità è così scontata che in tutti i sondaggi, da chiunque commissionati, viene misurato. È anche membro della segreteria nazionale del Pd, l’organismo politico che da sempre rappresenta pensieri e prospettive più vicine a chi guida, in questo caso Elly Schlein.

Già, la segretaria che pensa di tutto questo? Ah, saperlo. È comprensibile e naturale che dia priorità alle elezioni nazionali, alla faticosa costruzione della coalizione, tanto più difficile se sarà necessario dichiarare prima il nome del candidato/a a Palazzo Chigi. Una questione ben più importante del voto di Milano – e di Roma e di Napoli, dove però i sindaci uscenti sono ricandidabili e quindi non c’è bisogno di decidere niente, salvo proiezioni nazionali di Manfredi e Gualtieri, che al momento sembrano fantapolitiche, benché di tanto in tanto tornino a galla. Così, a Milano la panna monta, un po’ perché è più facile che la gente voglia candidarsi dove è considerato probabile rivincere (sarebbe la quarta volta consecutiva, non ci era riuscito nemmeno il centrodestra berlusconiano), e un po’ perché non sembra arrivare nessun segnale preciso, chiaro, ordinatore, dall’alto, dai vertici di partito e coalizione. Un conto sarebbe difendere infatti “l’autonomia di Milano” – come amano definirla forse con qualche eccesso di enfasi i milanesi – all’interno di prospettive precise; altro è il caos senza argini che si vede. Anche perché ogni ventiquattro ore passa un giorno, e se mesi fa Schlein e i suoi potevano anche dire “non c’è fretta”, adesso di tempo ce n’è sempre meno. A settembre, quando – si dice in città – Calabresi presenterà ufficialmente la propria candidatura, è ragionevole attendersi che il Partito Democratico e i suoi vertici nazionali abbiano chiaro cosa vogliano, cosa pensano. Ovviamente poi si aprirebbe una partita a vari livelli, tra esigenze e pensieri romani e desideri e ambizioni milanesi, tra equilibri nazionali e specificità locali. Perché il processo assuma un qualche ordine, serve che il Partito Democratico, a cominciare dalla segretaria Elly Schlein, abbia chiare alcune domande e, si spera, anche le risposte.

La Segretaria ha in testa un nome?

Partiamo dal fondo, diranno i critici, quelli che dicono sempre, anche giustamente, per carità, che “prima viene il programma”. Il programma conta, e le forze per realizzarlo anche di più. Ma siccome nessuno è ingenuo si sa che, da che mondo è mondo, il nome del candidato conta di più. Un po’ perché tutti i candidati hanno una storia, un profilo, che in qualche modo è anche segno di un programma, di un’antropologia, di un pezzo di città. Inoltre, essendo in campo (o a bordo campo, a rifinire una lunga fase di riscaldamento) diverse figure del Pd milanese, è lecito chiedersi se Schlein abbia appunto in testa un nome, creda a un suo dirigente come prima scelta, o pensi a qualcosa di totalmente diverso. Potrà perfino decidere di non dirlo pubblicamente, ma almeno ai suoi dirigenti locali qualcosa, nel caso, dovrà comunicare. A meno che non avere davvero preferenze, e magari solo qualche preclusione. Ma anche in questo caso avere le idee chiare e confrontarle con chi conosce meglio di lei la città e i suoi umori parrebbe indispensabile, oltre che logico. Anche perché, senza avere un obiettivo, è sempre difficile determinare un processo ordinato, razionale e virtuoso.

Quale percorso per decidere?

A Milano, anche per l’affollamento di candidati, è tornata di moda l’idea di fare le primarie. Come se il centrosinistra non avesse mai smesso di farle per decidere candidati di ogni ordine e grado. Tuttavia, non è proprio così, e lo sappiamo tutti, sicuramente Schlein più di tutti. Nella città che le tributò proprio con le primarie aperte un grande risultato, le primarie non si fanno in realtà da tempo immemore. Per il sindaco l’ultima volta fu il 2016, e la ricandidatura di Sala escluse ogni discussione al giro seguente. Ma le primarie non sono state convocate in regione per scegliere chi dovesse sfidare Fontana, quando proprio i vertici del partito scelsero Majorino suscitando anche qualche malumore. È sicuramente una pratica arrugginita, e nessuno sa dire con certezza, adesso chi sia “il popolo delle primarie” a Milano. Per di più, i candidati al momento sono tanti, e ovviamente questo accentuerebbe i profili di incertezza. Si può anche dire che è il bello della democrazia diretta, quando appunto uno vale davvero uno, proprio nella ciuttà in cui i 5 Stelle non hanno mai sfondato. Ma certo, un pensiero servirebbe che i vertici lo avessero. Roba procedurale, noiosa, ma decisiva nel determinare il percorso.

Quale coalizione per quale candidato?

Milano, lo abbiamo scritto troppe volte, è un mondo a parte. Rispetto al resto d’Italia, rispetto alla sua regione, perfino rispetto al suo primo hinterland. Lo è da tutti i punti di vista: economico, sociale, demografico. Tutti i fattori che appunto decidono la struttura e si manifestano, ad esempio, nel voto. Così, se è vero che a Milano il vantaggio del centrosinistra è consistente, altrettanto vero è che la composizione dei pesi interni al campo avverso a quello di Giorgia Meloni è molto particolare. Il Pd è sicuramente forte, dei 5 Stelle abbiamo già detto, ma questa è una delle poche città, in Italia, nella quale le componenti centriste contano. Conta Calenda, conta Renzi, conta quel che resta della tradizione radicale. Alle ultime Europee, per capirci, questo mondo pesò per quasi il 13%. Che a Elly Schlein stia testardamente a cuore l’unità del Campo Largo, senza Azione, a livello nazionale, lo abbiamo capito tutti. Che per difendere quello schema a livello nazionale sia disposta a sacrificarlo a Milano è una conseguenza non scontata e, potenzialmente, che potrebbe presentare anche qualche profilo di rischio qualora il centrodestra con un colpo di reni – al momento invero improbabile – trovasse il modo di occupare intelligentemente quello spazio di opportunità.
Sono, chiaramente, tutte domande tattiche, strategiche e politiciste, che non rispondono alle grandi questioni politiche che la città – le città, bisognerebbe dire – di quest’epoca pongono. Quale programma per una città sostenibile dal punto di vista economico e climatico?

Quale idea di integrazione nella città con la più alta percentuale di immigrati in Italia? Quale pensiero sul futuro dei confini amministrativi di una città compressa tra i privilegi di chi è “dentro” e il bisogno del lavoro e dei servizi portati da chi dentro non può stare, cn quel che dentro si guadagna? Quale idea per portare davvero Milano sulla mappa delle città attrattive d’Europa e del mondo, provando però a non accellerare gli effetti espulsivi che ogni città attrattiva genera? Queste e molte altre sono questioni politiche di fondo che il prossimo sindaco o la prossima sindaca si troveranno ad affrontare, in rapporto con le altre istituzioni, mantenendo autonomia e capacità dialettica, chiunque governo. Ma per arrivare a quel punto serve, prima, decidere chi si candida a governarla e arrivandoci lungo quale percorso. Sono domande che sicuramente riguardano il ruolo di Schlein ma, ovviamente, anche tutti gli altri.

 

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