Criminalità

Guttadauro torna libero, l’uomo che può ancora aprire le porte di Cosa nostra

Giuseppe Guttadauro torna libero. Sullo sfondo, il possibile lasciapassare che avrebbe consentito a Matteo Messina Denaro di curarsi a Palermo e l’ombra di una Cosa nostra ancora capace di garantire uomini, territori e silenzi.

20 Luglio 2026

1 Il ritorno del dottore

Un cancello si apre, un uomo esce e Palermo sembra non accorgersene.

Nessuna folla, nessuna fotografia, nessun annuncio. Giuseppe Guttadauro torna libero nello stesso modo in cui per decenni ha esercitato il proprio potere: senza rumore, lontano dalla scena.

La Cassazione ha reso definitiva il 22 maggio la condanna a cinque anni, determinata in continuazione con una precedente sentenza per associazione mafiosa. I periodi già trascorsi in cella gli hanno consentito di tornare in libertà. Resta invece detenuto il figlio Mario Carlo, condannato definitivamente a otto anni. Padre e figlio erano stati arrestati nel febbraio del 2022 nell’inchiesta sulla famiglia mafiosa di Roccella, articolazione del mandamento di Brancaccio-Ciaculli.

Fin qui ci sono le condanne e il calendario giudiziario.

Poi comincia tutto il resto.

Guttadauro non è soltanto un uomo d’onore che ha concluso la pena. È il medico chirurgo diventato primario all’ospedale Civico di Palermo, capace di muoversi tra corsie, professionisti, politica e vertici mafiosi. All’inizio degli anni Duemila il suo nome finisce al centro dell’indagine sulla rete di talpe negli uffici giudiziari palermitani, che incrocia anche la vicenda dell’allora presidente della Regione Salvatore Cuffaro.

È uno di quegli uomini che conoscono due città sovrapposte.

La prima è quella visibile, fatta di ospedali, medici e istituzioni.

La seconda è divisa in mandamenti, famiglie, territori e autorizzazioni. Una Palermo nella quale non basta sapere dove andare. Bisogna sapere chi può entrare, chi può restare e chi è disposto a garantire per lui.

È questa seconda città che riemerge quando il nome di Guttadauro viene accostato a quello di Matteo Messina Denaro.

2 Il lasciapassare di San Lorenzo

Filippo Guttadauro, fratello di Giuseppe, ha sposato Rosalia Messina Denaro, sorella del boss di Castelvetrano. Un vincolo che ha collocato la famiglia lungo una delle linee di comunicazione più sensibili tra la mafia palermitana e quella trapanese.

Durante le cure oncologiche a Palermo, Messina Denaro potrebbe avere beneficiato non soltanto dei documenti intestati ad Andrea Bonafede, degli accompagnatori e della rete di favoreggiatori già ricostruita dalle indagini. Potrebbe avere avuto bisogno anche di qualcosa di meno visibile e, nella grammatica mafiosa, persino più importante: un’autorizzazione territoriale.

La scena si sposta a San Lorenzo.

Ogni volta che Messina Denaro raggiunge la clinica La Maddalena entra in un territorio che non è il suo. Attraversa Palermo, arriva in via San Lorenzo, si presenta come Andrea Bonafede e si sottopone alle terapie, fino alla mattina del 16 gennaio 2023, quando i carabinieri del Ros lo arrestano nei pressi della struttura.

Per chi guarda quella scena dall’esterno è un paziente malato.

Per chi conosce i codici di Cosa nostra è il più importante latitante italiano che si muove dentro il territorio di un altro mandamento.

Ed è qui che la domanda cambia.

Non più soltanto chi gli abbia procurato i documenti o chi lo abbia accompagnato. La domanda diventa chi abbia consentito che entrasse a San Lorenzo e vi tornasse senza alterare gli equilibri del territorio.

In Cosa nostra un lasciapassare non è un foglio. È una parola pronunciata nel luogo giusto, una responsabilità assunta davanti agli uomini che controllano il territorio.

In questa possibile geografia delle autorizzazioni emergono due nomi: Giuseppe Guttadauro e Francesco “Franco” Bonura, storico esponente del mandamento dell’Uditore e figura di grande prestigio nella mafia palermitana.

Non esistono elementi che consentano di attribuire a uno dei due un intervento diretto. Rimane però l’interrogativo su chi possedesse l’autorevolezza necessaria per assumersi la responsabilità della presenza di Messina Denaro fuori dal territorio trapanese.

L’ipotesi che conduce a Guttadauro nasce da una combinazione precisa: il legame familiare con il boss di Castelvetrano, la conoscenza dell’ambiente sanitario palermitano e il prestigio necessario per parlare con uomini appartenenti a mandamenti differenti.

Non è una prova.

È una convergenza che impone domande.

3 L’uomo che può ancora garantire

La scarcerazione di Guttadauro riporta al centro proprio questo nodo.

Non soltanto il ritorno in libertà di un vecchio uomo d’onore, ma il ritorno sulla scena di un uomo appartenente a una generazione che conserva memoria, relazioni e autorevolezza.

Il suo peso potrebbe essere più ampio di quello ricostruibile attraverso le sole gerarchie territoriali. Non necessariamente un capo formalmente riconosciuto, capace di impartire ordini quotidiani a tutta Cosa nostra, ma uno degli ultimi uomini in grado di garantire un accordo, mediare tra territori e assumersi responsabilità che altri non potrebbero prendere.

Potrebbe essere uno dei pochi ancora in grado di comandare tutto, non perché controlli direttamente ogni famiglia, ma perché il suo nome conserva il peso necessario per essere ascoltato quando gli equilibri superano i confini di un singolo mandamento.

Il modello evocato è quello di Salvatore Lo Piccolo, il boss di San Lorenzo arrestato nel novembre del 2007 dopo quasi venticinque anni di latitanza. Dopo la cattura di Bernardo Provenzano, Lo Piccolo aveva tentato di estendere la propria influenza su Palermo e di riaprire il dialogo con le famiglie mafiose americane, soprattutto attraverso gli Inzerillo e l’area dei Gambino.

San Lorenzo non era soltanto un territorio.

Era una porta.

Da una parte Palermo, dall’altra gli Stati Uniti. Nel mezzo una rete di parentele e interessi capace di attraversare l’Atlantico. Non è irrilevante che Matteo Messina Denaro abbia scelto proprio quel quadrante della città per curarsi durante la latitanza.

Oltreoceano sembra essere sopravvissuta una concezione più antica dell’appartenenza mafiosa, fondata sulla lunga osservazione e sulla necessità di dimostrare per anni la propria affidabilità prima dell’affiliazione.

Il problema è che l’America potrebbe non fidarsi più della Sicilia, per via di una mancanza di governance.

La frammentazione delle famiglie, gli arresti e la crisi delle vecchie gerarchie rendono più difficile presentarsi agli interlocutori statunitensi con una guida stabile e capace di garantire gli accordi.

Guttadauro, per storia personale, rapporti familiari e prestigio accumulato, potrebbe essere uno dei pochissimi uomini ancora in grado di tentare una ricomposizione.

4. La Sicilia vista dall’alto, di notte

Ma quando il “dottore” attraversa il cancello del carcere, la Sicilia che trova davanti non è più quella di Lo Piccolo, Provenzano o Messina Denaro.

La mappa è cambiata.

Per comprenderla bisogna guardare la Sicilia dall’alto, di notte.

Il mare è una distesa nera. Le coste disegnano il profilo dell’isola e le città si accendono come punti separati, collegate da strade che da quella distanza sembrano vene luminose.

A Occidente brillano Palermo, Trapani e Agrigento. È la Sicilia dei mandamenti, delle vecchie famiglie, delle precedenze territoriali e delle autorizzazioni. Una Sicilia nella quale il potere continua a essere misurato attraverso la storia, il nome, l’appartenenza e la capacità di garantire una decisione.

Dall’altra parte, una seconda linea parte da Gela, attraversa Vittoria, Ragusa e Siracusa e risale fino a Catania. È una geografia più mobile, costruita attorno alla cocaina, alla logistica e alle alleanze tra pezzi di Cosa nostra, Stidda, ’ndrangheta e criminalità albanese.

Vista dall’alto, l’isola appare ancora unita.

Guardando ciò che si muove sotto quelle luci, però, la Sicilia criminale sembra ormai divisa in due.

Non è un confine amministrativo. È la linea che separa due modi differenti di costruire e riconoscere il potere.

5. Chi autorizza il passaggio e chi garantisce il carico

Da una parte sopravvive la Sicilia dei mandamenti, nella quale un uomo non conta soltanto per quanti uomini controlla o per quanto denaro riesce a muovere, ma per la propria storia, per il nome che porta e per la capacità di assumersi davanti agli altri la responsabilità di una decisione.

Dall’altra emerge una Sicilia nella quale le vecchie appartenenze non scompaiono, ma smettono di essere confini invalicabili. Qui organizzazioni differenti possono condividere carichi, rotte, imprese e reti logistiche senza appartenere alla stessa struttura.

Non c’è necessariamente una commissione che decide per tutti, né un vertice unico al quale chiedere il permesso. C’è una catena di interessi nella quale ciascuno mette a disposizione ciò che possiede: la ’ndrangheta l’accesso ai grandi approvvigionamenti internazionali, i gruppi albanesi i collegamenti transnazionali e la capacità di muovere la cocaina, le organizzazioni siciliane il territorio, la distribuzione e la forza intimidatoria.

A Occidente il potere continua a essere riconosciuto attraverso la storia.

A Oriente viene misurato sempre più attraverso la capacità di costruire alleanze.

Da una parte il mandamento, la famiglia, la parola data e il lasciapassare. Dall’altra la cocaina, la logistica e la possibilità di collegare la Sicilia ai grandi circuiti criminali internazionali.

Sono due sistemi differenti, ma non necessariamente nemici. Possono comunicare, condividere interessi e utilizzare gli stessi canali.

Il punto è capire chi sia ancora capace di parlare a entrambi.

È questa la Sicilia nella quale Giuseppe Guttadauro torna libero.

Una continua a riconoscere il potere di chi può autorizzare un passaggio.

L’altra segue chi può garantire un carico.

A Occidente continuano a pesare la storia di Cosa nostra, la memoria delle stagioni di Riina, Provenzano, Lo Piccolo e Messina Denaro e l’autorevolezza di uomini come Guttadauro e Bonura. Il loro potere non coincide necessariamente con il controllo quotidiano di una piazza o con la disponibilità di un gruppo armato. Consiste nella capacità di garantire una decisione, autorizzare un passaggio, ricomporre un conflitto e parlare in nome di una storia che gli altri sono ancora costretti a riconoscere.

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