Quante nocciole servono alla Nutella: il lato oscuro di un’eccellenza italiana

27 Dicembre 2019

Un piano per incrementare del 30% la produzione italiana di nocciole, materia prima fondamentale per la produzione della Nutella, portando da 70 mila a 90 mila ettari la superficie coltivata in Italia. È questa la mossa di Ferrero per allargare il suo impero. Si chiama Progetto Nocciola Italia ed è stato presentato durante il Macfrut del maggio 2018, da Maurizio Sacco, Healthcare compliance manager della multinazionale di Alba. Un’opportunità, secondo alcuni. Una catastrofe, secondo altri: soprattutto, piccoli e medi produttori.

Stiamo parlando di una delle coltivazioni più redditizie del panorama agricolo nazionale e «tutti gli scenari futuri prevedono un incremento della domanda maggiore di quello che sarà l’offerta – ha affermato Sacco – soprattutto se si parla di nocciola di qualità». Un giro d’affari che attira attenzioni, anche politiche. Lo sa bene il capo della Lega, Matteo Salvini, che si è scagliato contro la multinazionale italiana per i suoi rapporti commerciali con la Turchia salvo poi fare marcia indietro dopo qualche ora. La nocciola è la voce più importante del settore economico della frutta in guscio e rappresenta il 59% della produzione relativa al segmento, seguita dalle mandorle al 35%. Ed è anche quella che genera il maggiore flusso di denaro. Il prezzo, diverso a seconda delle varietà (la tonda gentile trilobata di Cuneo è la più apprezzata) e della stagione, si aggira intorno ai 350 euro al quintale e si è impennato a partire dal 2012, quando la produzione mondiale della nocciola ha subito un brusco calo.

Da questo momento, in Italia, si è registrata una vera e propria esplosione di coltivazione: se nel 2012 gli ettari coltivati erano 58 mila, nel giro di quattro anni si è arrivati a 75 mila. «Qui abbiamo le migliori varietà – ha spiegato Giuseppe Calcagni, presidente del Gruppo Besana, società che raccoglie aziende agricole e opifici in Italia e all’estero – ma il problema rimane nella difficoltà di arrivare a trovare appezzamenti così grandi da garantire la dimensione ottimale per un investimento. Bisogna lavorare sulla creazione di massa critica considerando che i miglioramenti varietali cui siamo arrivati permettono di andare in produzione già dal terzo-quarto anno, con la possibilità di avere 750 piante per ettaro. In pratica, a fronte di un investimento medio di circa 3-4mila euro/ettaro, si ha una redditività media di 5.500 euro netti per ettaro».

Per essere più precisi occorre chiamare in causa l’Istat e la sua ricerca, datata 2015, che conferma come nel nostro paese si possano contare 71.520 ettari coltivati a nocciolo, di cui 68.600 in produzione. Nella classifica italiana, la palma della prima regione produttrice spetta al Lazio, con 45.967 tonnellate annue, di cui 45.000 nella sola provincia di Viterbo, zona che approfondiremo nel dettaglio più avanti. Secondo posto per la Campania con 39.590 tonnellate annue (Avellino la provincia più produttiva, con 15.200 tonnellate) e infine il Piemonte, al terzo posto, con una produzione annua di 20.027. Da segnalare la crescita della Sicilia, grazie alla tipologia di Nocciola Nostrale, capace di arrivare negli ultimi anni a 11.978 tonnellate, di cui 9.600 nella provincia di Messina. Le tipologie rappresentate sono la Nocciola Giffoni IGP (Campania), la Tonda Gentile Romana DOP (Lazio), la Tonda gentile Trilobata IGP (Piemonte) e la Siciliana o Nostrale (Sicilia). Un mercato vasto, redditizio e soprattutto con bassi costi di impianto. Ma altissimi costi per l’ambiente e la salute.

La produzione e la raccolta delle nocciole: il caso della lotta alla cimice 

L’Italia, oggi, è il secondo produttore di nocciole a livello mondiale, con il 12% della produzione globale, dietro al 70% della Turchia. Una fetta di mercato, quella tricolore, destinata ad aumentare vertiginosamente proprio grazie al Progetto Nocciola Italia. Il mondo della corilicoltura, però, è di fronte ad un bivio. Siamo andati in provincia di Viterbo, a vedere come la produzione e la raccolta di questo frutto stia prendendo due strade: quella dell’agricoltura convenzionale oppure quella dell’agricoltura biologica.

Il nocciolo, innanzitutto, è una pianta a portamento arbustivo, appartenente alla famiglia delle Betulacee, originaria dell’Asia si è diffusa nella nostra penisola soprattutto dopo il secondo Dopoguerra. Il suo nome scientifico è Corylus avellana, dal greco κορις, elmo, per la forma del guscio, e dalla provincia di Avellino, dove i primi noccioleti videro la luce già sotto l’Impero Romano. Sua caratteristica è la produzione di numerosi polloni basali, utili per il rinnovo della pianta o per ricavarne piantine. La fioritura avviene tra inverno e primavera e la raccolta della nocciola ha luogo tra agosto e settembre. In linea di massima una pianta di nocciolo può arrivare a produrre 10kg di frutto. Un dato che può essere sensibilmente aumentato nel caso della coltivazione convenzionale.

Fitofarmaci, fertilizzanti chimici, impianti di irrigazione, sono questi gli ingredienti fondamentali per ingrandire la produzione e controllare la qualità. Da Alba ad Avellino, passando per Cuneo, Terni e soprattutto Viterbo, i grandi proprietari terrieri e gli affiliati alla Ferrero hanno intensificato la produzione convenzionale di nocciole. Con conseguenti danni per la natura e la salute. Pericolosi per l’ambiente sono in particolare i prodotti antiparassitari che devono combattere i nemici principali del nocciolo: le cimici. Soprattutto il Gonocerus Acuteangulatus, capace di svolgere il proprio ciclo vitale unicamente su questa pianta, e la Halyomorpha halys, la cosiddetta ‘cimice asiatica’, arrivata in Italia a partire dal 2010. Questo insetto infatti, attraverso un apparato boccale pungente e succhiatore, infligge ai frutti punture di nutrizione, raggiungendo il seme attraverso il guscio non ancora lignificato e procurando dei danni qualitativi di rilievo. È il cosiddetto “cimiciato”, che viene scartato dalla resa finale con influenze negative sul prezzo. I prodotti utilizzati per combattere questi insetti sono la Lambdacialotrina e l’Etonfeprox, fitofarmaci chimici che possono provocare reazione allergiche cutanee, possono essere nocivi se ingeriti o inalati e possono essere molto tossici per l’ambiente. Non è un caso allora trovare terreni, in provincia di Viterbo, che espongono cartelli di avviso e di pericolo nei giorni successivi alla messa in campo di un trattamento fitosanitario. «Dobbiamo chiudere tutto, porte e finestre, altrimenti non si respira», ci dice una famiglia di Corchiano, la cui abitazione è immersa nei noccioleti.

L’agricoltura biologica, invece, risponde a questi casi con espedienti e tecniche naturali. Utilizzando, ad esempio, le Piretrine, insetticidi prelevati da alcune specie di crisantemi: i fiori vengono infatti seccati e polverizzati, estraendo così una miscela di sei sostanza naturali (piretrina I e II, cinerina I e II, jasmolina I e II). «Noi non utilizziamo niente – ci racconta Maurizio, coltivatore biologico – i ‘succhioni’ (i polloni, in gergo, ndr) li leviamo a mano, mentre agli altri basta spruzzare il diserbante».

La differenza tra agricoltura biologica e convenzionale è innanzitutto qualitativa: piante e frutti più sani, più naturali, ma soprattutto terreni e falde acquifere con nessuna traccia di inquinamento. Il rischio è quello di restare in balia di stagioni avverse e di parassiti particolarmente dannosi: per questo l’Unione Europea nel 1991 con il Reg. n °2092/91 ha creato una certificazione per proteggere e valorizzare, anche economicamente, il prodotto biologico. Tra queste la più diffusa è l’ente di ricerca e di controllo Bios che ha il compito di analizzare i prodotti e le coltivazioni biologiche. Centrali, nella loro visione, sono «la fertilità del terreno, salvaguardata mediante l’utilizzo di fertilizzanti organici, la pratica delle rotazioni colturali e i sovesci, la lotta alle avversità delle piante consentita con preparati vegetali e minerali che non siano di sintesi chimica, l’allevamento secondo tecniche che rispettano il benessere degli animali, nutriti con prodotti vegetali ottenuti secondo i principi dell’agricoltura biologica».

Tutto un altro mondo rispetto all’agricoltura convenzionale. Un mondo che richiede più sforzi e che produce di meno. Un mondo troppo diverso dalle logiche di mercato.

Il caso della provincia di Viterbo e dei Laghi di Vico e di Bolsena

I fitofarmaci e concimi utilizzati in corilicoltura sono dispersi nell’atmosfera, spesso in prossimità di centri abitati, e finiscono nelle falde acquifere del territorio. Con ovvie conseguenze per la salute di tutti, operatori agricoli, consumatori e cittadini. Lo scorso 26 settembre, l’Associazione Medici per l’Ambiente ISDE, International society of doctors for the environment, ha presentato il report annuale su “I tumori in Provincia di Viterbo”. Nel rapporto si legge che nel quinquennio 2010-2014, in questa area, sono stati diagnosticati 10.098 nuovi casi di tumore tra i 320.000 residenti. Un numero medio di casi per anno di poco superiore ai 2.000, vale a dire 1 uomo ogni 3 e 1 donna ogni 4. Per questo l’ISDE ha richiamato l’attenzione alla prevenzione di queste patologie, sottolineando come il rischio di sviluppare il cancro sia legato strettamente a fonti di inquinamento ambientale che contaminano aria, acqua, suoli e cibo.

Noccioleti in provincia di Viterbo

In particolare si legge che la prevenzione dal cancro può e deve essere raggiunta anche «evitando l’esposizione delle persone, in particolare dei bambini e delle donne in gravidanza ai pesticidi- sostanze tossiche e cancerogene- anche con interventi di contrasto all’espansione della monocoltura della nocciole e di altre monocolture estese (questi particolari tipi di coltivazione utilizzano pesticidi e sostanze di sintesi chimica notoriamente tossiche e cancerogene), espressioni dell’agricoltura intensiva e chimica- in favore dell’agricoltura biologica rispettosa di salute e ambiente».

A rischiare, però, sono anche le falde acquifere, in particolare quelli dei bacini del territorio viterbese. A questo proposito, l’Osservatorio del Lago di Bolsena, a inizio 2019, aveva commentato con preoccupazione la «rivoluzione che parte dalla Tuscia» promossa dal Progetto Nocciola Italia della Ferrero, mettendo in evidenza alcuni pericoli per l’area del lago:

  • Il crescente inquinamento da fosforo, componente essenziale dei concimi di sintesi utilizzati per le nocciole, causa attuale del degrado dello stato ecologico del lago.
  • Il rischio per le acque di contaminazione da glisofato.
  • L’abbassamento della falda acquifera dovuto ai prelievi per l’irrigazione nei noccioleti (che hanno un fabbisogno totale di milioni di metri cubi di acqua).
  • La riduzione della biodiversità dovuta all’impatto massiccio di grandi superfici di noccioleti.

Guai a farsi il bagno dentro il Lago di Vico”, ci dicono invece a Carbognano, dove il sindaco Agostino Gasbarri, nel 2017, aveva richiamato l’attenzione ai casi di incidenza dei tumori sui Monti Cimini, «più alta rispetto al resto della provincia». La gente scherza, ma da ridere c’è poco: «Se ti tuffi là dentro finisci come il film di Jeeg Robot». La nocciola fa gola, il prezzo crescente spinge sempre più imprenditori a sposare la causa e spesso ad abbandonare il biologico, legato ad una valutazione economica maggiore, ma limitato ad una produzione dai numeri molto più bassi.

 

Uno sguardo fuori: Cile e Turchia

La situazione resta critica anche se si estende la lente di ingrandimento fuori dai confini italiani. Sul sito della Ferrero si legge come le aziende agricole della ditta di Alba arrivino in sei diversi stati: Cile, Argentina, Georgia, Sudafrica, Australia e Serbia.

Il caso più spinoso però arriva direttamente dal produttore mondiale numero uno, nonché principale partner commerciale di Ferrero: la Turchia. Ad occuparsi della questione, lo scorso aprile, è stato direttamente il New York Times, che attraverso una ricerca di David Segal ha dimostrato come la società italiana acquisti nocciole da aziende agricole turche che sfruttano lavoro minorile. All’interno della ricerca sono menzionate anche la Nestlé e la Godiva, recentemente acquistata dalla compagnia turca Yildiz. Lavoro minorile ma non solo: nelle piantagioni turche di nocciole ci sono anche tantissimi curdi e rifugiati siriani, gli stessi contro cui Erdogan ha lanciato una nuova offensiva militare. A confermare i dati del NY Times è arrivato il reportage di Internazionale, a firma Stefano Liberti, a cui Marco Goncalves, amministratore delegato dell’azienda Ferrero Hazelnut, ha ammesso: “Il lavoro minorile esiste, è innegabile”.

Gli effetti del Paraquat sulla pelle dei lavoratori

Da una parte all’altra del globo, dalla Turchia al Cile, i problemi non cambiano. Lucia Sepùlveda, in un articolo intitolato «Cile. Nutella per gli italiani e tossicità per le contadine cilene», pubblicato su Resumen Latinoamericano, ha denunciato l’utilizzo dell’erbicida Paraquat, una sostanza altamente tossica, vietata nell’Unione Europea. Tra i suoi effetti collaterali ci sono alta tossicità acuta, tossicità cronica, cancro negli esseri umani, effetti mutageni negli esseri umani, e tossicità nella riproduzione. «Da anni in Cile chiediamo la proibizione dei pesticidi pericolosi», ha affermato Maria Elena Rozas, coordinatrice nazionale della Rete d’Azione sui Pesticidi, che si è scontrata però contro la lobby industriale. Il Paraquat nel nostro continente è illegale dal 2007 in quanto non ha «soddisfatto i requisiti della protezione della salute umana e animale». Non può essere utilizzato, ma può essere invece prodotto e commercializzato in tutto il mondo: il gruppo svizzero Syngenta, ad esempio, ogni anno esporta oltre 40 mila tonnellate di Paraquat in tutto il mondo. Ed esporta malattie: come il morbo di Parkinson, riconosciuta dalla Francia come malattia professionale degli agricoltori transalpini, che fino al 2007 usavano questo fitofarmaco in vigne e uliveti.

Le nocciole, prima di essere vendute, vengono chiuse in questi tradizionali sacchi di iuta, chiamati in gergo “balle”

 

Il ruolo dei Biodistretti: l’esempio della Via Amerina e delle Forre

Ma torniamo in Italia, torniamo alla provincia di Viterbo. La raccolta delle nocciole si è conclusa da un paio di mesi, ma nelle zone dell’alta Tuscia trattori e carri continuano a trasportare quintali di ‘nocchie’, come vengono chiamate qui. La stagione appena terminata è stata abbastanza negativa per i piccoli e medi produttori biologici, costretti a fare i conti con un clima sempre più imprevedibile e con l’arrivo di nuovi parassiti. «Tra qualche anno dovremo vendere tutto», spiegano a Soriano nel Cimino, «il prezzo, nel giro di qualche stagione, lo faranno loro, lo farà Ferrero, e noi ci dovremo adeguare».

 

L’unico argine alla deriva è l’associazionismo, l’unione contro la dispersione. E la sfida, in questo senso, è stata colta dal Biodistretto delle Via Amerina e delle Forre, «un’area geografica naturalmente vocata al biologico – si legge sul sito – dove agricoltori, cittadini, operatori turistici, associazioni e pubbliche amministrazioni stringono un accordo per la gestione sostenibile delle risorse». Nato nel 2011, ha raccolto inizialmente tredici comuni della provincia di Viterbo (Civita Castellana, Castel Sant’Elia, Corchiano, Fabrica di Roma, Faleria, Gallese, Nepi, Orte, Vasanello, Calcata, Vignanello, Vallerano e Canepina) per salvaguardare e proteggere un’area importantissima dal punto di vista ambientale e paesaggistico. È qui che si estende il Parco Regionale della Valle del Treja e gli oltre 300 ettari dei Monumenti Naturali delle Forre e della Pian Sant’Angelo. Un’area unica, carica di storia, di specie animali e vegetali, di arte e di cultura. Che è messa a serio rischio dalla monocultura delle nocciole.

«Né discarica chimica, né miniera a cielo aperto di nocciole» ha affermato Famiano Crucianelli, presidente del Biodistretto, che in una recente intervista al Corriere di Viterbo ha spiegato come la prossima battaglia sia quella di un fronte comune, politico e amministrativo, contro i fitofarmaci. «L’obiettivo principale è arrivare a una omogeneità delle ordinanze che regolano l’utilizzo di questi prodotti e vietare alcuni diserbanti come il glisofato. Non recediamo di un millimetro: esistono prove e controprove dei danni causati da questo tipo di prodotto».

La raccolta delle nocciole oggi è completamente meccanizzata

L’ultima iniziativa del Biodistretto è quella dello scorso 7 dicembre, quando a Viterbo è andato in scena il convegno «L’acqua bene essenziale». A presiedere l’incontro c’era proprio Crucianelli, che ha voluto ribadire: «Noi consideriamo la nocciola una risorsa di questa area. Però può diventare un problema se le modalità di produzione non vengono guidate sotto l’ottica della sostenibilità». Nodo centrale del convegno era la salvaguardia dell’acqua come bene di tutti e per farlo «servono pratiche agricole evolute, che migliorino l’efficienza energetica e utilizzino sostanze naturali senza prodotti chimici di sintesi» ha spiegato Gianni Tamino, docente emerito di Biologia Generale all’Università di Padova. Parole confermate e sottolineate dalla dottoressa Antonella Litta, referente nazionale dell’Isde, che ha affermato: «L’assunzione di acqua contaminata rappresenta quindi un innegabile rischio per la salute di tutti e a maggior ragione per la salute dei bambini e specialmente nel periodo gestazionale a causa di sostanze che possono essere in essa contenute come i pesticidi, i metalli pesanti, microrganismi patogeni, tossine, Pfas».

Battaglie di civiltà, oltre che d’ambiente e di salute. Battaglie che creano nemici. Come il Comitato no Imo agricola, che per bocca di Luca Di Piero ha dichiarato che il Biodistretto, «invece di difendere e di valorizzare il territorio della Tuscia e i suoi produttori. i sta mettendo in seria difficoltà. Al presidente Crucianelli, che si sta ergendo a paladino dell’ambiente, chiediamo per quale motivo si sta accorgendo soltanto da pochissimi anni dell’esistenza dei trattamenti dati alle nocciole. Prima non lo sapeva? Perché adesso tanto accanimento?».

Domande faziose, che scavalcano il problema ambientale e salutare dell’agricoltura convenzionale e mirano al tornaconto economico. Ed è proprio su questi due piani che si giocherà il vero futuro della nocciola. Guadagno e ambiente, investimenti e salute. Due piani che non sono per forza diversi, isolati, contrapposti. Lo sono invece le due visioni di Ferrero e Biodistretto, di agricoltura convenzionale e biologica. Da una parte monocultura, coltivazioni estensive, lavorazioni chimiche. Dall’altra biodiversità, tutela del piccolo e medio agricoltore, utilizzo di metodi naturali. Scegliere quale via seguire significa molto. Significa soprattutto decidere della salute, e della vita, dell’ambiente e delle persone.

*

inchiesta realizzata con il contributo di
logo premio
con il sostegno di
con il patrocinio di
TAG: #inquinamento, Agricoltura biologica, Biodistretto della Via Amerina, ferrero, Nocciole
CAT: agroalimentare

Un commento

Devi fare per commentare, è semplice e veloce.

  1. evoque 9 mesi fa

    Insomma, il buono a nulla Salvini si è dato la solita zappata sui piedi. Nutella utilizza il 13% circa di nocciole per la sua famosa crema spalmabile, ragione per la quale deve aggiungere grassi come l’olio di palma per dare consistenza al prodotto, un altro produttore italiano invece utilizza quasi il 50% di nocciole, di modo che bastano i grassi salùbri delle nocciole e non serve aggiungerne di altri.

    Rispondi 1 0
CARICAMENTO...