Boxe e omofobia, un mito da sfatare. Breve storia del machismo sul ring

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20 febbraio 2017

Il 3 aprile del 2016 il pugile filippino Manny Pacquiao viene aggredito da un passante all’uscita di un ristorante di Hollywood. Lo sconosciuto lo insulta, gli grida più volte “omofobo” e tenta di colpirlo con un pugno prima di venire neutralizzato dai bodyguard del campione.
Pacquiao è probabilmente il filippino più famoso al mondo e nel suo paese è idolatrato come un eroe del popolo. Cresciuto in strada, dopo aver scalato i vertici della boxe mondiale, è stato anche cestista, attore, testimonial Nike, benefattore e uomo politico. Tuttora affianca all’attività istituzionale anche quella agonistica: a 38 anni è campione del mondo WBO dei pesi welter.
Il movente dell’aggressione risale alle dichiarazioni rilasciate dal pugile durante la sua campagna elettorale dei primi mesi del 2016, quando aveva rivelato di considerare le persone omosessuali “peggiori degli animali”. Questo incidente ha provocato la risoluzione del suo contratto con la Nike e una prevedibile shitstorm sui social, ma non gli ha impedito di vincere le elezioni nel suo paese e di assicurarsi un seggio al senato.

 

Questa vicenda arriva subito dopo quella di Tyson Fury, ex campione del mondo dei pesi massimi che nel 2015, all’apice della carriera, si lasciò andare a deliranti esternazioni contro le donne e gli omosessuali che gli valsero anche un’indagine della polizia di Manchester.
È verosimile che i due episodi non abbiano giovato all’immagine di uno sport, la boxe, già tradizionalmente associato alla brutalità e al machismo. Sarebbe facile interpretarli come la conferma di uno stereotipo: “cosa vuoi aspettarti da un pugile?”
In Italia negli ultimi mesi abbiamo anche assistito allo spettacolo di Clemente Russo, vice campione olimpico dei pesi massimi e prezzemolino degli studi televisivi, che intrattiene gli inquilini del “Grande Fratello Vip” con un umorismo omofobo e sessista da scuola media.
Gli ambienti sportivi professionistici sono spesso ostili e omertosi nei confronti degli omosessuali: basta pensare al mondo del calcio, in Italia. È opportuno sottolineare che la discriminazione non si esprime solo nell’insulto, nello striscione, ma è prima di tutto un sentimento, volontario o involontario, che porta alla svalutazione e all’emarginazione di un atleta a prescindere dalle sue doti.

 

Il pugilato gode di cattiva fama, fra l’altro, anche per colpa di campioni popolarissimi come Mike Tyson. Tyson offre una sintesi particolarmente riuscita di ideali machisti: arrogante, violento e antisociale, era il classico picchiatore di strada. La gente impazziva per la sua totale estraneità al concetto di inibizione sociale. Nel 2002, durante la conferenza stampa del suo match (poi perso) contro Lennox Lewis, un giornalista lo offende e Tyson lo aggredisce verbalmente con una violenza fuori dal comune: “Vieni qui e dimmelo in faccia, io ti inculo, mezza sega di un bianco, frocio… (…) Hai paura di un vero uomo. Ti fotterò finché non ti innamorerai, frocio!”
Queste parole rappresentano la sintesi, l’essenza stessa del maschilismo: chiunque sia meno virile di Tyson è un “frocio”, uno su cui il maschio alfa può esercitare legittimamente il diritto al possesso.
Ora, è chiaro che anche il circuito commerciale che fa capo al pugilato abbia interesse a strumentalizzare in perfetta malafede il concetto di machismo. Lo storytelling del pugile è sovente ricco di episodi viriloidi, da Jack Dempsey che si batteva a mani nude per pochi dollari fino a Roberto Duran che una sera, per scommessa, avrebbe abbattuto un cavallo con un pugno. Il pugile si deve vendere dentro e fuori dal ring, e nelle logiche del commercio il politicamente corretto passa facilmente in secondo piano.
Anche per questo motivo pugilato e omosessualità non si sono incontrati spesso nella storia recente. L’ipotesi di un pugile gay viene vista con distaccato sarcasmo, come la donna barbuta o i gemelli siamesi. Ci sarà da qualche parte, ma non si è ancora visto. E lo stesso vale per il calcio, per il rugby, per la Formula 1…
Eppure una collisione c’è stata, più di 50 anni fa, e le conseguenze sono state tragiche.

 

Nel 1962 il match valido per il titolo mondiale dei welter fra Emile Griffith e Benny Paret a New York ebbe un esito tristemente inatteso: colpito con una serie di violentissimi montanti, il cubano venticinquenne Paret perse conoscenza e morì in ospedale, dopo dieci giorni di agonia. Guardando il video del KO sembra evidente che Griffith si sia deliberatamente accanito: gli ultimi colpi sembrano infierire su uno spaventapasseri disarticolato.
Durante le operazioni di peso precedenti al match, Paret aveva provocato l’avversario afferrandogli il culo e gridandogli addosso: “stasera mi fotto te e tuo marito, finocchio.” Sono tutti concordi nell’attribuire a questo episodio la morte di Benny Paret, come se fosse una conseguenza logica. Del resto, ormai è noto, Emile Griffith era effettivamente omosessuale.
L’ha riconosciuto lui stesso, molti decenni più tardi, giustificandosi: “ero nero, pugile, ambiguo. A quei tempi la polizia ci sparava per strada”.
Perseguitato dal senso di colpa, Griffith dopo l’incidente non usò più la stessa foga sul ring. Questo non gli impedisce di essere tuttora considerato uno dei pugili migliori di tutti i tempi. Aveva ucciso sul ring, ma si poteva soprassedere. Essere gay no, non sarebbe stato perdonabile.

 

L’incidente di Benny Paret è ricordato con grande tristezza da tutti gli appassionati di boxe, e rappresenta una sorta di peccato originale. È anche per questo che negli ultimi anni si sta diffondendo sul ring e a bordo ring una cultura sportiva più responsabile, inclusiva e solidale, malgrado tutti gli stereotipi e i pregiudizi che la boxe si porta dietro. Questo non deve sorprendere: la “virilità” che serve per emergere fra le sedici corde non è una dote innata, un insieme di caratteristiche geneticamente determinate che quantificano il valore di un atleta. Si tratta piuttosto di scelte individuali: forza d’animo, coraggio e lealtà sono qualità morali che si può decidere di possedere. La boxe è meritocratica per definizione, sul ring non ci sono scorciatoie. Ed è proprio da qui che il rapporto fra sport e omofobia potrebbe prendere pieghe interessanti: uno storytelling responsabile di questi valori potrebbe infatti aiutare a diffondere anche in altre discipline una cultura sportiva più aperta.
La boxe è uno dei pochi sport che può vantare un campione apertamente omosessuale: si tratta del portoricano Orlando Cruz, campione WBO Nabo dei pesi piuma, che dal 2012 combatte con i calzoni arcobaleno. Certo, la strada è ancora lunga: in occasione dei suoi incontri non è raro sentire gli insulti omofobi più classici provenire dagli spalti.
I fratelli Klitschko, poderosi campioni del mondo dei pesi massimi e leggende viventi nel loro paese natale, l’Ucraina, nel 2012 hanno posato per un servizio fotografico erotico dedicato al pubblico gay, per la rivista Max, attirandosi plauso e contestazioni. Fra le critiche più becere segnaliamo quelle di Tyson Fury, rivale storico di Wladimir Klitschko, che da allora lo apostrofa allegramente come bisessuale.

 

I pugili come Fury sono la vergogna della categoria, perché squalificano uno sport che più di tutti sa raccontare il coraggio e la paura, l’amore e l’odio, le tensioni complesse che caratterizzano la vita di ogni uomo e che sono la radice stessa del sentimento di uguaglianza. Le categorie di peso servono a far competere atleti fisicamente equivalenti, doppelgänger: non rispettare l’avversario significa non rispettare sé stessi.
La fratellanza che lega molti ex pugili ne è un esempio concreto. Nino Benvenuti, un eroe del pugilato italiano, negli anni 60 ha dato vita con Emile Griffith a una trilogia d’incontri storici. Griffith era considerato il re, ma il campione istriano gli ha strappato la cintura durante il primo incontro, l’ha persa nel drammatico rematch (Benvenuti ha combattuto quasi tutto l’incontro con una costola rotta) e infine l’ha vinta ancora, durante la “bella”.
“Non puoi non diventare amico di un pugile con cui hai diviso la bellezza di 45 round”, dirà in seguito Benvenuti. E infatti, appesi i guantoni al chiodo, ha sempre supportato attivamente il suo ex avversario Griffith, che lui chiamava Emilio, all’italiana. Ha appoggiato la sua causa dopo il coming out, l’ha assistito quando è stato massacrato a sprangate fuori da un bar gay (nel 1992, cinque teppisti l’hanno costretto in ospedale per quattro mesi) e l’ha sostenuto durante gli ultimi anni, quando l’ex campione viveva in povertà e solitudine, sconfitto dall’Alzheimer, dalla demenza e dal rimorso.

TAG: boxe, discriminazioni, omofobia
CAT: Altri sport, discriminazioni

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