Il Brasile e la modernità alla prova Bolsonaro

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7 novembre 2018

Il Brasile ha una tradizione di golpe militari con una caratteristica comune: quella di essere stati sempre sostenuti da una corrente conservatrice ma al contempo “modernizzatrice”.
Chiosa: la “modernizzazione” è da intendersi nel senso opposto a qualsiasi innovazione che provenga da istanze “dal basso”. Essa tuttavia ma si pone in discontinuità rispetto alle egemonie e ai referenti economici e sociali di ciò che si intende sostituire.
Nel 1889 Dom Pedro II venne deposto da un golpe incruento. Il positivismo comtiano, di cui erano imbevuti i golpisti, entrò nella bandiera nazionale col lemma “Ordem e progresso” sostituendo il blasone della casa di Bragança.
Dal motto venne convenientemente e significativamente omesso “l’amore” posto invece dal pensatore francese come principio del suo sistema .
Questa omissione da sola spiega meglio di ogni altra cosa le origini del Brasile moderno.
I golpisti seppero avere dalla loro le ali più reazionarie della élite brasiliana sfruttandone abilmente il risentimento verso la monarchia per la promulgazione della legge aurea, che nel 1888 aveva abolito la schiavitù, lasciando la sola Cuba nella poco invidiabile lista dei paesi del continente che ancora conservavano tale istituto.
Il timore dell’emancipazione degli ex schiavi (che sarebbero stati maggioranza nella nuova repubblica), scartato dopo pochi anni un ingestibile governo della sciabola, puntò sull’immigrazione europea nel tentativo di fare dei nuovi arrivati gli ussari dell’erigendo sistema.
Coi nuovi arrivati però, principalmente italiani del nord, arrivarono anche anarchici, operai e sindacalisti. Insomma arrivò la complessità. Un fatto che i mandarini della “Republica velha” (come storicamente si definisce quel periodo) non avevano previsto e che tentarono di arginare chiudendo, qualche decennio dopo, all’immigrazione europea e aprendo a quella giapponese ritenuta, a torto come si dimostrerà nel periodo bellico, più “docile”.
Il paese fu governato, con sempre maggiori tensioni, dai grandi gruppi di interesse della coalizione del “caffellatte” ossia i gruppi economici delle piantagioni paulisti e mineiros e dell’allevamento del sud del paese. Simbolo della ribellione di queste elites fu la rivolta paulista del ’32, che, repressa, rafforzò Getulio Vargas e pose le basi, cinque anni dopo, per l’edificazione dell’ “Estado novo”, tramite golpe, ça va de soi.
L’Estado Novo fu una reazione “da destra” all’instabilità, tuttavia con una novità rilevante: la cooptazione delle masse urbane in un sistema corporativo e associativo centralizzato. Le campagne rimasero invece saldamente nelle mani dei “coroneis”.
Il Regime vedeva la presenza diretta dello stato nell’economia e la creazione di grandi gruppi privati autoctoni protetti da dazi commerciali. Il governo centrale inizia a prevalere su quelli statali in una dinamica che dagli anni trenta non si è mai arrestata.
Il golpe del ’64 venne condotto con l’intento di spazzare via la sostituzione dell’importazione con un’apertura al capitale straniero. L’operazione, contrastata anche all’interno della giunta militare divisa fra nazionalisti e occidentalisti, portò alla nascita di una nuova classe media nei gusti e nel reddito molto americanizzata, lontana da quella, misurata e morigerata, sin lì prevalente. Lula come figura pubblica nacque con gli scioperi che seguirono quel tipo di “svolta”.
I tentativi di “modernizzazione” democratica sono stati più brevi e incerti. A quello “visionario” di centro di Kubitschek della metà degli anni cinquanta seguì quello populista-progressista di Goulart, interrotto dal golpe. Poi negli anni novanta, dopo il decennio perduto, la svolta neoliberale di Cardoso e il dodicennio petista che appaiono più in continuità che in contraddizione fra loro, con un enfasi sulle classi medie il primo, su quelle popolari nel secondo, ma all’insegna dell’integrazione nel mercato e nei suoi meccanismi.
Con l’elezione di Bolsonaro, un militare in pensione, non avveniva dal 1945 quando venne eletto Dutra, la svolta è invece basata sulla cristallizzazione dello statu-quo a beneficio di una “maggioranza” di persone “de bem”.
Nessuna delle proposte economiche di chi lo sostiene è modernizzatrice. In nessun campo: economico, sociale, ambientale, dei costumi. In altre parole si vogliono evitare i conflitti e le contraddizioni che la modernizzazione da sempre e ovunque innesca. E’ un fatto nuovissimo e denso di incognite . E’ un tema questo, che si riscontrato in diverse pubblicazioni, ma che è poco affrontato nell’analisi post-voto

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CAT: America

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